“Il diavolo in tasca” di Carlo Verdelli: quando lo smartphone diventa una gabbia invisibile

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Il libro “Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino” di Carlo Verdelli, non è un libro sulla tecnologia, ma sulla consapevolezza.

“Dovevano avvicinarci. Rendere più semplici le relazioni, più frequenti i contatti, più vive le connessioni. Questa era (è) la promessa dei social network a cui abbiamo creduto.

 

Sarà un caso (o forse no) che via via la definizione di “social network” è stata sempre più sostituita con “social media”. Siamo passati da una rete di persone che interagiscono tra loro, ad una serie di utenti che condividono contenuti multimediali. Una bella differenza.

 

Si dice che sono semplici strumenti. Strumenti che hanno aperto molte opportunità (cosa di cui sono pienamente convinto). Strumenti che, come tali, sono neutri. Sta alla persona che li usa capirne limiti, potenzialità e rischi.

Ma sono anche strumenti che producono la conseguenza di farci sentire l’esigenza di essere sempre connessi, senza esserlo per davvero. Di farci sentire manchevoli di qualcosa.

Abbiamo imparato(?) a conoscere la Fomo (Fear Of Missing Out), ossia la paura di perderci qualcosa, vivendo con la costante preoccupazione che gli altri stiano vivendo esperienze più interessanti delle nostre. Parente della Nomofobia (no-mobile-phone-phobia), ossia la paura di restare sconnessi o di essere impossibilitati a collegarsi alla rete tramite il proprio smartphone”.

Questo è quanto scrivevo a gennaio 2026 in un articolo che parlava delle derive del digitale (qui l’articolo completo: Clicca qui se sei vivo: il paradosso di essere sempre connessi, ma soli) e che ho ritrovato molto nell’ultimo libro di Carlo Verdelli: “Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino”, edito da Einaudi.

Verdelli unisce ricerche e fatti reali per disegnare e denunciare quanto è letteralmente sotto gli occhi di tutti, ma che fatichiamo a vedere. A riconoscere. 

Dice Verdelli: “La realtà è che il cellulare inteso come smartphone è un carcere senza sbarre e noi ci siamo dentro. Prendere consapevolezza che il problema esiste è già un buon punto di partenza

Per accedere ai social e alle applicazioni usiamo una tavoletta magica, lo smartphone, che, anche per il fatto stesso che è nelle nostre mani, pensiamo di maneggiare. Quando, invece, è lui che governa le nostre azioni. 

Sentiamo l’impulso di accedervi, sentiamo la sua mancanza, avvertiamo una dipendenza. E anche se pensiamo che sia innocuo, non lo è affatto. Anzi.

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Viviamo in un ecosistema in cui tutto compete per un’unica risorsa realmente scarsa: non il tempo, non il denaro, ma la nostra attenzione.
Notifiche, feed, contenuti generati dall’AI, breaking news, reel, newsletter, podcast, advertising e messaggi istantanei si contendono ogni giorno il nostro spazio mentale, influenzando non solo i consumi mediali ma anche il modo in cui prendiamo le decisioni, lavoriamo e costruiamo relazioni gli altri e con brand.

Come riportato nel libro, l’uso indiscriminato di questi strumenti, soprattutto non consapevole, produce effetti anche molto gravi. Qualche esempio:

  • un’adolescente finisce in coma etilico per una challenge e una ragazza rimane incinta per lo stesso motivo;
  • un bambino ingerisce farmaci seguendo un “gioco” visto su TikTok;
  • un incidente mortale causato da uno sguardo abbassato sullo schermo.

E non sono singole eccezioni. Parlarne e far circolare le informazioni è l’unica via per diventare consapevoli.

Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefoninoIl diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino

Autore: Carlo Verdelli

Editore: Enaudi

Anno: 2026

Pagine: 160

Isbn: 978-8806271251

Prezzo: € 15,20

 

Perché leggere “Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino”?

Il libro “Il diavolo in tasca. Genitori e figli prigionieri del telefonino” di Carlo Verdelli, non è un libro sulla tecnologia, ma sulla consapevolezza. 

Negli ultimi 20 anni, il mondo come lo conoscevamo prima è cambiato. Ad una vita reale, fisica, se ne è aggiunta un’altra digitale, virtuale, altrettanto reale. Se non di più, dato che passiamo gran parte del nostro tempo lì. Dato che gran parte dei nostri legami sono intermediati dalle piattaforme digitali (social e di intelligenza artificiale).

Indietro non si torna: conoscere e prenderne atto è il solo modo per tornare coscienti di quel che facciamo. O subiamo.

Ciao, sono Ivan. Se ti è piaciuto questo articolo, possiamo restare in contatto su LinkedIn: lì condivido riflessioni su comunicazione, digitale e crescita personale: www.linkedin.com/in/ivanzorico

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