Oggi, 10 giugno 2021, ricorre il 40ennale dalla tragedia di Vermicino, dove perse la vita un bambino, Alfredo Rampi, detto Alfredino (Roma, 11 aprile 1975 – Vermicino, 13 giugno 1981), che era caduto in un pozzo artesiano in via Sant’Ireneo, in località Selvotta, una piccola frazione di campagna vicino a Frascati.

I salvataggi non furono ben organizzati, e in parte i tentativi per salvare il piccolo Alfredino furono più frutto di improvvisazione e coraggio dei soccorritori che di vere e proprie strategie o procedure collaudate.

La tragedia, che mise in risalto la mancanza di organizzazione e soprattutto di coordinamento dei soccorsi, come detto al limite dell’improvvisazione, fece comprendere all’opinione pubblica, alle forze dell’ordine e allo stato l’esigenza di dotarsi di una struttura organizzativa in grado di gestire le situazioni di emergenza come quella accaduta e nel giro di pochi anni portò all’istituzione della Protezione Civile (Dpcm 13 febbraio 1990 n. 112), che all’epoca della tragedia di Vermicino era solo una vaga idea su carta.Una foto che ritrae la folla intorno al pozzo di Vermicino 1981

L’agonia di Alfredino e dell’Italia intera, incollata davanti alla televisione per seguire la faccenda, durò quasi tre giorni; alla fine il bambino morì dentro il pozzo a una profondità di circa 60 metri. La vicenda ebbe grande risonanza sulla stampa e nell’opinione pubblica italiana, favorita dalla diretta televisiva della Rai durante le ultime 18 ore del caso, una diretta non stop che incollò davanti ai teleschermi oltre 25 milioni di Italiani.

Fu in quel preciso momento che nacque la cosiddetta “tv del dolore”, un’espressione appositamente coniata per giustificare la ripresa in diretta da parte delle televisioni di un evento tragico.

Bisogna tenere presente che la Rai, che fino ad allora aveva utilizzato la diretta solo per coprire gli eventi sportivi, non disponeva ancora di tecnologie e mezzi adatti a gestirne una in esterna, soprattutto con poco preavviso; inoltre per i fatti di cronaca che raccontavano eventi tragici i giornalisti dell’epoca non erano inclini alla ripresa in diretta degli avvenimenti, sia per motivi etici e di pudore, sia per rispetto delle vittime e degli spettatori.

Era un’altra Italia, insomma, che proprio in quel pozzo, come ha scritto Valter Veltroni nel suo libro “L’inizio del Buio”, perse per sempre la sua innocenza.

Molto critiche furono sollevate sia durante che dopo la tragedia dai giornalisti dell’epoca coinvolti nella faccenda: «Era diventato un reality show terrificante», dichiarò Piero Badaloni, all’epoca conduttore dell’edizione delle 13.30 del TG1. Od ancora: «Ammesso che ce ne fossero le condizioni, se quel giorno fosse avvenuto un colpo di Stato, la gente avrebbe risposto: “Va bene, però lasciami vedere che succede a Vermicino”», dichiarò dopo la faccenda Emilio Fede, all’epoca direttore del TG1.Una foto in biamco e nero che ritrae la  disperazione della madre di Aflredino Rampi

Insomma, ben 19 anni prima della prima puntata italiana del Grande Fratello, del 14 settembre 2000, il reality aveva gettato le sue basi concettuali e codificato la sua grammatica televisiva proprio in quel pozzo di Vermicino, in cui prima i giornalisti, ma poi gli Italiani tutti, persero la loro innocenza, il loro senso del pudore, una parte della loro condotta morale ed etica, insomma persero la loro “empatia” e si scoprirono un Paese non solo più voyeuristico, ma anche più cinico.

Come disse il giornalista Giancarlo Santalmassi, durante l’edizione straordinaria del TG2 del 13 giugno 1981:

Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi.

La tragedia di Vermicino, fu davvero l’inizio del buio, a dispetto di tutti i fari che illuminarono quel piccolo buco nero in cui era precipitato un bambino insieme all’innocenza di un intero Paese.

 

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