Cosa accade davvero dopo che la Fed ha annunciato il suo piano di rientro del QE al meeting del 19/20 settembre?

Poco o nulla, in realtà, per il momento. In un’operazione più noiosa che magistrale, la Yellen lascia intendere che il rialzo dall’attuale livello dell’1%-1.25%, previsto per dicembre resta altamente probabile e al tempo stesso rallenta la stretta nel medio termine. Il FOMC ha inolte deciso per un graduale delevereging del bilancio della FED, davvero graduale sia nei tempi che negli importi. Partiamo infatti da un livello attuale di 4.4 triliardi di dollari che dovrà essere ridotto e, evidentemente, la ricetta per attuare questo programma risulta alquanto moderata. Previsti infatti 10 miliardi di riduzione a partire da ottobre cosi suddivisi: 6 miliardi in titoli di Stato e 4 miliardi in mortgage-backed securities.

Il piano prevede inoltre l’innalzamento del limite di reinvestimento dei rimborsi generati dall’attuale portafoglio fino al massimo di 50 miliardi per mese, con un incremento previsto di 10 miliardi ogni trimestre. I termini tecnici del piano di rientro, uniti ai toni comunque poco aggressivi della Yellen, che non perde occasione di ribadire la possibilità di un’inversione di tendenza qualora lo stato dell’economia dovesse richiederlo, hanno contribuito a rendere l’appuntamento di settembre un non-evento.

Janet Yellen, Chair of the Federal Reserve
Janet Yellen, Chair of the Federal Reserve

Moderate le reazioni dei mercati finanziari, con gli indici azionari statunitensi pronti a recuperare subito le iniziali perdite. I rendimenti sulla parte a breve fino a 5 anni che si riposizionano su un percorso di rialzo non del tutto scontato prima del meeting. E, infine, la parte a lungo termine che continua il suo appiattimento.

La debolezza iniziale si è da subito rivelata una buy-opportunity a testimonianza della fame di rendimenti insieme ad un’interpretazione di estrema cautela che il mercato ha attribuito alle parole della Yellen. Probabilmente il punto più interessante del meeting si riferisce alle previsioni dei dot  futuri. Si prevede infatti un punto di arrivo per il lungo periodo del 2.75% rispetto al precedente 3% di giugno. Tutto questo in linea con quanto annunciato dalla FED: le aspettative di inflazione previste per l’anno in corso sono state ridotte all’1.5% rispetto all’1.7% e per il 2018 portate all’1.9% rispetto al 2%.

Preoccupano le stime e soprattutto non rassicurano i mercati le incertezze manifestate dalla Yellen circa il processo di formazione di pressione sui prezzi. Pur confidando ancora sulla relazione di Philips, sulla curva “disoccupazione/inflazione”, si evince qualche perplessità in più nelle parole della Signora della Fed. Si definiscono questi segnali non-inflattivi come temporanei e transitori. Di fatto il piano di tightening  cosi annunciato e, in questi termini, non rivela nessun coraggio particolare da parte della FED e infatti il mercato, se all’inizio ha subito avallato la decisione con un dollaro più forte, si è poi ricreduto nei giorni a seguire, con il biglietto verde che ha perso valore soprattutto nei confronti di quelle valute di Paesi la cui politica monetaria appare più evidente e decisa.

L’euro in particolare sembra raccontare una storia di crescita interna più solida in relazione agli Stati Uniti. Quasi come se Draghi pur avendo iniziato a fare easing  molto più tardi rispetto alla FED, avesse in mano l’opportunità’ di avanzare nel piano di normalizzazione. Restano probabilmente almeno due interrogativi.

Mario Draghi
Mario Draghi, Presidente della BCE (Banca Centrale Europea)

Come definire il concetto di normalità in questo environment caratterizzato da bassa inflazione strutturale e da una crescita economica costante ma non eccessiva? E ancora seppure non vogliamo parlare di guerra valutaria, i toni a venire delle altre Banche Centrali, tenteranno di moderare l’apprezzamento delle loro valute? Quello che ai miei occhi appare da subito evidente, è che a parte qualche attività finanziaria non rispondente pienamente alle logiche di mercato perché ancora troppo influenzate dall’eccesso di liquidità a disposizione, le valute hanno ancora la capacità di leggere, interpretare gli eventi e offrire un messaggio più chiaro a tutti i partecipanti a questa grande kermesse dei mercati globali.

Forte attenzione pertanto ai cambi e alla loro volatilità implicita. Possono offrire possibili segnali, sia di conferma che di inversione di trend in atto.

Christian Zorico: LinkedIn Profile

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