A fine anno la mente ormai si è abituata a fare bilanci, osservare quanto accaduto; le menti più ardite si spingono nel fare previsioni, quelle più modestamente sagge a porsi degli obiettivi, elencare dei buoni propositi. E evidentemente l’anno nuovo inizia e subito si osservano i flussi, per carpire dove la massa finanziaria si sta muovendo e per trarre delle conclusioni caratteristiche di una stagionalità degli investimenti.

E veniamo subito ai numeri. Si stimano in 24 billon di dollari gli inflow verso i fondi azionari fino a mercoledì scorso da inizio anno.
Una distribuzione geografica che premia ancora l’America, 6.4 billion di dollaro ma che evidenzia il consensus crescente anche per il Giappone con 3.2 billions di nuove sottoscrizioni. L’Europa è ancora considerata una buona opportunità di investimento ricevendo nuovi interessi per 2.2 billions di dollari, scommettendo sulla continuità e solidità dei dati macro. E infatti malgrado l’apprezzamento dell’Euro su nuovi massimi da 3 anni a questa parte, gli indici europei si sono difesi bene in questa partenza del 2018. Certamente gli indici americani oltre ad aver avuto un ottimo interesse da parte degli investitori hanno anche accelerato al rialzo segnando importanti guadagni e nuovi massimi.

L’indice S&P per esempio nelle sole prime due settimane di trading fa segnare un +4.2% che lascia ben sperare a tutti quegli analisti che vedono l’obiettivo dei 3000 punti per la fine dell’anno.

Torniamo per un momento ai flussi e ci accorgiamo che per quanto sia davvero un investimento molto supportato dal consensus generale, il mercato emergente continua a raccogliere inflows, ben 4.3 billion di dollari, il più alto ingresso di masse nelle ultime 73 settimane. Un dato questo che corrobora le performance fatte segnare sino ad ora dagli indici di mercati emergenti e che nel loro insieme evidenziano una crescita sostenuta sia dal buon andamento delle esportazioni, dei prezzi delle materie prime in forte ripresa, ma anche dei consumi interni.

Infine un’occhiata al mondo dei Bond.
Su tutti ci sono due dati che ci devono portare a fare delle considerazioni. 13.1 billions su corporate ed emerging segnalano ancora la fame di rendimento. Tuttavia i fondi che investono in Bond che coprono il rischio di inflazione hanno visto inflow per 11 settimane consecutive. Quest’ultimo dato in particolare ci permette di riflettere su due punti essenziali.

L’inizio anno è l’inizio d’anno per tutti, a meno che non è fortunati di avere una chiusura dell’esercizio in un altro mese dell’anno.
Psicologicamente gioca un ruolo molto importante anche nell’allocazione delle risorse finanziarie quasi a stressare ancora una volta in più il discorso della stagionalità dei flussi. Considererei tra tutti i dati, molto rilevante quello del nuovo interesse verso prodotti che offrono un Hedge contro l’inflazione, perché un tema su cui ormai un po’ tutti hanno smesso di credere, ignorando o sottovalutando i potenziali effetti di una piena occupazione, insieme alla Tax reform e all’aiuto che le materie prime continuano ad offrire. E in effetti se abbiamo visto un loser in questo inizio d’anno è proprio il mondo dei tassi nominali, Treasury e Bund i più vulnerabili. Un atteggiamento relativo nel preferire mercati emergenti e coprirsi con il Treasury dovrebbe funzionare nella misura in cui il decennale americano non dovesse strappare troppo al rialzo, minando le fondamenta anche dei Bond dei Paesi in via di sviluppo.

Infine un’ultima considerazione sui fondi attivi.
Non sono stati tra i preferiti nell’asset allocation del 2017 ma dai primi dati a disposizione, +2.1 billions da inizio anno, evidenziano un rinnovato interesse verso quei prodotti che non espongano l’investitore al beta del mercato, seguendo passivamente l’andamento degli indici.

Considerando gli elementi a disposizione siamo dinanzi ad un 2018 di non facile lettura, perché le variabili in gioco sono diverse e molte di esse possono ancora non essere considerate nelle attuali valutazioni di mercato.

Christian Zorico: LinkedIn Profile

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Ha conseguito il Master of Quantitative Finance and Risk Management (MAFINRISK) presso l’Università Bocconi nel 2005 dopo essersi laureato in Economia degli Intermediari Finanziari presso la stessa Università. Inizialmente ha svolto attività di ricerca e tutoring per i corsi di Portfolio management e Applied Econometrics presso l’Università Bocconi tenuti dal Professor Andrea Beltratti. In seguito ha avuto modo di consolidare le nozioni tecniche ed applicarle sul campo durante l’esperienza come quantitative analyst e risk manager in un Hedge Fund con strategia macro e successivamente ricoprendo la posizione di gestore di portafoglio e fund manager con mandato flessibile per una banca privata svizzera e un gestore di fondi. L’area di interesse è da sempre il mondo fixed-income e azionario, inseriti nel più ampio approccio di analisi top-down.

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