I migliori 15 film italiani del 2019

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Il 2019 è stato un anno importante per il cinema italiano, nonostante il numero delle pellicole prodotte ed uscite nell’annata, sia calato di 3 unità (114 contro i 117 del 2018). La qualità, bisogna affermarlo è aumentata rispetto all’anno precedente, anche considerando l’attenzione che i Festival internazionali hanno avuto per la nostra cinematografia in quest’annata che sta volgendo al termine. Infatti, della bravura e originalità dei nostri registi si sono accorti i grandi festival internazionali: Berlino che ha tributato a La Paranza dei Bambini l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura e Toronto, che ha premiato con il Platform Prize quel Martin Eden che già al Festival di Venezia aveva regalato a Luca Marinelli la Coppa Volpi come miglior interprete maschile. Proviamo a stilare ora una lista dei 15 migliori film dell’annata, un elenco probabilmente personale, come tutti i giudizi critici di ogni forma ed arte; ma certamente esaustivo su quello che è stato il meglio del cinema italiano del 2019. Da una prima analisi, noterete molte sorprese (Bangla o  A Tor Bella Monaca non piove mai), gradite conferme (Il traditore di Marco Bellocchio o L’uomo del labirinto di Donato Carrisi), grandi ritorni (Roberto Benigni con il Pinocchio di Matteo Garrone, Ficarra e Picone con la loro nuova commedia intelligente dal titolo Il primo Natale) e la presenza come attori protagonisti dei volti più amati del nostro cinema popolare (Pierfrancesco Favino, Luca Marinelli, Rocco Papaleo, Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alessandro Gassman, Gianmarco Tognazzi, Edoardo Leo, Fabio De Luigi, Sergio Rubini…e possiamo ancora continuare. Tutto questo per dire cosa? Che un gruppo di autori importanti tiene in vita il nostro glorioso cinema, aiutato da attori-artisti di indubbio talento, che danno viso, forma e voce alle loro idee. L’elenco è realizzato in puro ordine alfabetico, proprio perché questa non vuol essere una mera classifica dal campionato di serie A; bensì un consiglio ed un invito ad ammirare le migliori pellicole dell’annata che spaziano, senza soluzione di continuità, dalla commedia brillante all’horror, dal film impegnato al giallo con ambizioni psicologiche, dal documentario al fantastico.

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A Tor bella Monaca non piove mai

A Tor Bella Monaca Non Piove Mai, di Marco Bocci è diventato prima un libro e poi un film, e il film ha il pregio di raccontare una periferia dove non tutti sono dei criminali e si può resistere alla tentazione di infrangere la legge diventando un po’ perdenti ma conservando la dignità. Bocci sceglie bene i suoi attori (Andrea Sartoretti, Libero De Rienzo e Antonia Liskova) e chiede loro realismo. La sua regia è invece esplosiva, pop se non addirittura rock, e ogni inquadratura è un piccolo capolavoro. Infine c’è un Giorgio Colangeli che quando si arrabbia – e qui si infuria fin quasi a scoppiare – diventa davvero irresistibile, oltre che temibile.

Bangla

La vera sorpresa cinematografica italiana dell’anno, quella del giovane e vivace Phaim Bhuiyan, che racconta la sua storia di italiano di seconda generazioni di origine bengalese in una commedia sia sentimentale che sociale. Bangla è forse l’unico film degli ultimi anni in cui un’onnipresente voce fuori-campo non è invadente e fastidiosa. Funziona piuttosto da contrappunto e commento alle azioni del protagonista, il quale, a mo’ di un novello Virgilio, ci conduce fra le strade vivaci di Torpignattara, crogiuolo di razze e mestieri, quartiere di chiese e moschee, di baretti e di street art. Il film esalta la diversità e dà una stoccatina alla falange razzista del nostro paese.

La dea fortuna

La dea fortuna, ennesimo capolavoro di Ferzan Ozpetek, parla di quanto sia difficile e meraviglioso innamorarsi di nuovo di chi hai vicino, e fa della demenza una virtù che ci aiuta a dimenticare i torti subiti e a guardare ogni giorno il nostro partner come se fosse la prima volta. Parla di come non si debba avere paura di rompere le cose perché si possono (quasi sempre) aggiustare, di come nessuno “la racconta giusta”, principalmente a se stesso, e siamo tutti “nati inguaiati” (anche se sono gli altri ad interpretare la diversità come un guaio). Un universo dove lo spavento esistenziale è dietro l’angolo, ma se restiamo insieme fa meno paura, e ritroviamo luce, aria, respiro. Splendidi i due protagonisti maschili, Edoardo Leo e Stefano Accorsi, coppia omosessuale che si troverà a dover accudire, per un certo periodo, due adolescenti, figli dell’ex compagna del primo.

10 giorni senza mamma

Commedia brillante, sorretta da un grande Fabio De Luigi, padre di famiglia, con una moglie e tre figli sotto i 10 anni. Ad un certo punto “mamma”(Valentina Lodovini, bellissima) decide di partire per 10 giorni con la propria sorella, lasciando i tre figli con un papà praticamente assente, per lavoro e per pigrizia: guai a catena. E ancora una volta il volto di “gomma” di Fabio De Luigi si presta a meraviglia ad una tragicommedia familiare. Sebbene sia innegabile infatti che alcune delle vicende in cui si ritrova invischiato il suo personaggio siano esilaranti, dietro nascondono la forte malinconia di un padre che ha trascurato i propri figli. Ed ancora più importante, di un padre che non comprende a pieno il ruolo di una madre full time. Si nota la forte volontà di portare sul grande schermo tematiche attuali quali la frustrazione di una donna nell’essere “solo” una madre o il difficile connubio famiglia/lavoro. E specialmente nell’affrontare la prima, è lodevole il modo con cui è stato scritto il personaggio interpretato da Valentina Lodovini, un ruolo femminile dal sapore (finalmente) contemporaneo.

Domani è un altro giorno

Una commedia toccante sull’esistenza umana e sul senso più profondo dell’amicizia, sorretta dalle prove di Marco Giallini e Valerio Mastandrea, semplicemente monumentali. Il tema è amaro, ma il regista Simone Spada ha il privilegio di consegnarlo a due professionisti capaci di reggere tra le mani senza mai bruciarsi il magma di una storia che ha molto di disperante, eppure alla disperazione nera non cede mai. È un dialogo a due voci malinconico e scanzonato, Domani è un altro giorno, un valzer degli addii che si basa sulla perfetta alchimia della consolidata coppia di amici e colleghi Valerio Mastandrea / Marco Giallini. Quest’ultimo è senza dubbio alla sua miglior prova di attore: dà sfoggio a tutta la sua abilità incredibile – ma sullo schermo credibilissima – nel cambiare continuamente tono ed espressione, passando nel giro di pochi attimi dal riso al pianto, dall’angoscia all’ironia più graffiante.

Il grande spirito

Sergio Rubini e Rocco Papaleo non avevano mai recitato insieme, però insieme sono letteralmente perfetti nei panni di un delinquente mezza tacca e un folle che si crede un sioux e si fa chiamare Cervo Nero. La loro storia si svolge sui tetti, vicino al cielo, un cielo inquinato dalle ciminiere di un mostro di ferro, ovvero l’Ilva di Taranto. Il grande spirito, è un film complesso, poeticamente stralunato e avvolto da un realismo magico, cifre distintive del cinema di Sergio Rubini e di Rocco Papaleo, attore comico “lunare”, un po’ alla Macario. Sempre in bilico fra materia e spirito, fra concretezza anche gretta e allucinazione sempre nobile, Il grande spirito è una storia di miseria e nobiltà, un piccolo gioiello, partito quasi nell’ombra, ma che ben presto ha assorbito ammiratori come una spugna assorbe l’acqua. Surreale e a tratti bizzarro, ma anche profondamente calato nella realtà locale: il film è girato a Taranto, ma nella parte industriale, quella avvelenata dai veleni dell’industria siderurgica, la quale però, saggiamente, rimane sempre sullo sfondo. I due personaggi principali creano una sinergia magistrale che dà forza e propulsione alla storia.

Lucania: Terra di sangue e magia

Lucania è uno di quei piccoli grandi film che hanno avuto fortuna all’estero e che in Italia sono stati apprezzati ma che la legge implacabile delle sale cinematografiche ha dimenticato. Un film stupendo che ci porta per mano in una terra aspra, selvaggia e forte e ci racconta una storia di disperazioni e visioni, colpe reiterate e meschini boss locali nella quale all’improvviso si apre uno spiraglio di luce: una ragazza che ha perso la parola e che ritrova la voglia di sorridere. Gigi Roccati è un regista attento, che si permette campi lunghi e che cerca la verità dei luoghi e delle emozioni. Bravissima Angela Fontana, una delle due gemelle di Indivisibili.

 Martin Eden

Che Luca Marinelli fosse un grande attore lo sapevamo tutti, ma qui lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot si supera davvero ed è un meraviglioso Martin Eden, marinaio inquieto con il desiderio di diventare scrittore. La reinterpretazione di Pietro Marcello del romanzo di Jack London è interessante e necessaria. Ci sono tutte le contraddizioni del ‘900 nel film. Ci sono le lotte sindacali di inizio secolo, i roghi dei libri della Germania nazista, il fascismo, la tv e i telefoni grigi. E c’è una commistione di linguaggi e di stili, con immagini di repertorio inserite qua e là a dare epicità alla storia raccontata. Martin Eden è come una barca che ci trascina fra i decenni, celebrando il valore della cultura e denunciando l’incapacità di accogliere e le ingiustizie sociali.

Non ci resta che il crimine

Un trio di protagonisti davvero d’eccezione: Marco Giallini, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi, affiancati da un Edoardo Leo di indolente ironia nei panni di Renatino De Pedis, capo della famigerata Banda della Magliana. NON CI RESTA CHE IL CRIMINE è un mix volutamente dichiarato tra NON CI RESTA CHE PIANGERE e SMETTO QUANDO VOGLIO. Il titolo è un omaggio all’ironia del primo leggendario film, il crimine fa parte del plot. E’ la storia di uno sfaccendato trio di amici che mostra ai turisti i luoghi dove aveva operato la Banda della Magliana. Un giorno i tre si trovano catapultati, tramite un cunicolo spaziotemporale, esattamente nel 1982 durante i Mondiali di calcio, in un salto nel tempo curioso e ricco di interesse spettacolare.

5 è il numero perfetto

E’ un’opera prima 5 è il numero perfetto, ma non si direbbe, perché Igort (nome d’arte del regista Igor Tuveri), che trae il film da una sua graphic novel, ha le idee molto chiare su come “costruire” un’inquadratura e addirittura coreografare, all’interno di essa, i suoi attori. C’è un’estrema stilizzazione nelle sue scene, che sembrano quasi tableau, e c’è una Napoli anni ’70 che è un universo squisitamente noir, con le strade buie e il cinismo dei personaggi. 5 è il numero perfetto non somiglia nemmeno un po’ a un cinecomic Marvel, piuttosto guarda al cinema di Hong Kong quando le pistole sparano. C’è Valeria Golino dolce e bellissima, c’è Toni Servillo che ha un nasone meraviglioso e c’è Carlo Buccirosso fenomenale e duttile come sempre.

Pinocchio

Il Pinocchio di Matteo Garrone, è l’ennesima versione cinematografica dell’omonima fiaba di Carlo Collodi. Nei panni che furono di Nino Manfredi, nel Pinocchio di Luigi Comencini, troveremo Roberto Benigni, che interpreta Geppetto. Il Gatto e la Volpe sono invece rispettivamente Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini. C’è anche Gigi Proietti che interpreta Mangiafuoco. Quello di Garrone è un film d’autore a grandezza di bambino, adatto a tutte le età. La classe non è acqua, e dunque una menzione speciale merita il grande Roberto Benigni: il suo Geppetto è la personificazione dell’amore paterno, e ricorda i “poveri” di Charlie Chaplin, dignitosi e teneri.

Il primo Natale

Ficarra e Picone dinanzi al loro primo (film di) Natale dovevano cercare la formula giusta per portare nelle sale un’opera che raggiungesse il target familiare. Di soluzioni facili e di esempi ne avrebbero avuti a disposizione tantissimi (potremmo dire: troppi). Ma la loro comicità ha da sempre rifiutato la risata grassa e le loro sono sempre commedie intelligenti con…una marcia in più. In questa occasione dalla loro collaborazione è nato un film che si rivolge al pubblico più ampio possibile (bambini compresi che troveranno sullo schermo dei loro coetanei) senza però rinunciare a far pensare. Perché la nascita di Gesù è un elemento narrativo perfetto per farci riflettere sulla condizione degli ultimi, di quelli per i quali non c’è posto, dei perseguitati costretti a lasciare la propria terra. Ecco allora che la fulminante sequenza iniziale acquista sempre più valore di monito nel progredire dell’azione. Fin quando si guarda da fuori è facile emettere giudizi anche cinici ma quando si sperimentano le situazioni sulla propria pelle il mutamento di prospettiva fa mutare anche le valutazioni. Tutto questo (e anche una riflessione sul rapporto tra preghiera e azione) ci viene proposto in un contesto scenografico di qualità ma, soprattutto, senza mai dimenticare l’intrattenimento. L’elemento narrativo del salto temporale è stato ampiamente proposto dalla letteratura e dal cinema ma può funzionare solo quando non si trasforma in uno schematico gioco di asimmetrie in cui c’è chi arriva dal futuro e ‘sa’ di più di chi il passato lo sta vivendo come presente. Grazie a gag ed equivoci e al collaudato gioco di coppia Ficarra e Picone (insieme a un Massimo Popolizio che è un Erode dalla perfidia perfetta) hanno evitato anche questo rischio festeggiando, con intelligenza e misura, il loro ‘primo Natale’ al cinema.

Il traditore

Il film italiano dell’anno, porta la firma di Marco Bellocchio, il quale torna a occuparsi della storia del nostro paese e ammette la sua fascinazione per un personaggio a cui in passato non aveva minimamente pensato. Il Traditore non è un’apologia di Tommaso Buscetta, ma ne riconosce le doti di grande comunicatore e il suo essere un uomo d’onore rispetto a tanti altri mafiosi. Pierfrancesco Favino, con il suo naturale trasformismo, aderisce perfettamente al personaggio, in cui riconosce quasi un eroe romantico. Il lavoro dell’attore sulla voce e sul portamento del pentito è incredibile, e nelle sua arringhe svela la natura “teatrale” della politica e si issa come il più grande e completo attore italiano da quando è iniziato il nuovo millennio, ovvero da 20 anni. Il Traditore è anche un grande film di comprimari, a cominciare da Luigi Lo Cascio che fa Totuccio Contorno e Fabrizio Feraccane che interpreta Pippo Calò.

Tutto il mio folle amore

Dopo l’incursione nel fantasy e nel genere cinecomic con Il Ragazzo Invisibile e Il Ragazzo Invisibile: Seconda generazione, Gabriele Salvatores ritorna alle sue radici, alle strade che sa percorrere nel migliore dei modi: il rock e il road movie. Il film, che racconta una storia vera diventata poi un romanzo, è un viaggio che ricorda un po’ Marrakech Express e un po’ Turné, dove la gioia si mescola alla malinconia. Forse qui c’è più amore, che poi è l’amore fra un padre e un figlio, interpretati da un Claudio Santamaria in stato di grazia che canta Modugno e dall’esordiente Giulio Pranno, che ha raccolto la sfida di interpretare un ragazzo autistico e ha vinto. Il regista pensa a Pasolini e a Van Gogh, scegliendo come canzone del film “Vincent” di Don McLean. Come si fa a non struggersi ascoltandola e osservando Willi e Vincent fare un pezzetto di strada insieme nei Balcani, fra atmosfere alla Kusturica e da western?

L’uomo del labirinto

Dopo l’esordio con La ragazza nella nebbia Donato Carrisi torna dietro la cinepresa per portare sul grande schermo un altro suo best seller, L’uomo del labirinto. Questa volta la regia è più disinvolta, così come è più sicura la direzione degli attori: Toni Servillo, coprotagonista nel ruolo di Genko come lo era ne La ragazza nella nebbia, è qui più controllato e meno gigione, e Dustin Hoffman nei panni del dottor Green mette a frutto la sua lunga esperienza di interprete raffinato. Carrisi attinge ancora una volta a piene mani da tutto il cinema (e la serialità televisiva) di genere, in particolare quello di Dario Argento, campiona Morricone, e assembla doviziosamente tutto l’immaginario pop che il grande pubblico apprezza. Il coniglio cattivo, costume con il quale va in giro lo psicopatico/serial killer, poi è un ovvio riferimento a Donnie Darko, anche se qui ha gli occhi a forma di cuore.

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