Può un film di quasi settant’anni fa essere ancora attualissimo nei suoi risvolti sociologici e storici? Certo che può, perché come ormai risaputo, il cinema è lo specchio della nostra società e va letteralmente a braccetto con la storia e con i suoi sviluppi politici e sociali. Oggi, si sa, impazza lo scontro bellico tra Ucraina e Russia, che è nello stesso anche uno scontro da “Guerra Fredda” 2.0 tra blocco Occidentale e blocco filo-russo. Anche questo diaspora verso l’Unione Europea, da parte dei profughi ucraini in fuga dalla guerra, può essere vista come la fuga verso le libertà occidentali. Esattamente come accadeva durante gli anni della Guerra Fredda, del Muro di Berlino e della netta contrapposizione tra Ovest ed Est del mondo.

Guardate ora come è attuale la storia che vi sto per raccontare.

Questa nostra storia ha una data di inizio ben precisa. E’ passato da poco il periodo natalizio e il 1953 sta emettendo i suoi primi vagiti. L’Italia si avvicina al boom economico e incombono le elezioni nazionali, periodo ricco di pathos e di fermento. La Democrazia Cristiana ha intenzione di riconfermarsi a capo del paese. Tra i mezzi di propaganda elettorale, anche il cinema, che è la prima industria del paese, sarà utilizzato per diffondere il proprio credo politico. La televisione non ha ancora iniziato le sue trasmissioni, lo farà a partire dal 3 gennaio del 1954, e quindi cinematografo e carta stampata sono l’unico mezzo per fare campagna elettorale non solo nelle grandi città, ma anche e soprattutto nelle sterminate province italiane, che rappresentano come numero di abitanti la maggior parte del nostro paese.

La DC incarica la “Film costellazioni”, società di produzione cattolica dei democristiani Turi Vasile e Diego Fabbri, di realizzare un film di chiara satira anticomunista che screditasse il partito comunista in previsione delle imminenti elezioni. Turi Vasile ha appena girato un capolavoro crepuscolare come Il cappotto e l’enorme successo che ne conseguì, consegnò al suo protagonista, il grande RENATO RASCEL, un Nastro d’Argento meritatissimo e l’acclamazione di vedétte più ricercata del momento. Si propone, quindi, all’attore romano di partecipare al film, e di cucire, come per Il cappotto, il film sulle sue capacità interpretative. Rascel accetta con entusiasmo, per vari motivi concatenati l’uno all’altro: il primo è per manifestare la propria gratitudine nei confronti della Chiesa, per aver trovato rifugio in Vaticano nel 1943, in seguito alle persecuzioni nazifasciste su di lui e sull’allora moglie Tina De Mola; il secondo perché il soggetto presentatogli è di suo gradimento e gli viene data garanzia di poter far parte del team di sceneggiatori; il terzo perché sarebbe tornato a lavorare con Turi Vasile, suo grande amico, e produttore del suo massimo capolavoro; il quarto perché sarebbe tornato ad interpretare un personaggio russo, tanto caro all’attore romano.

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Con le nuove tecnologie le guerre sono diventate globali, prima ancora che mondiali (e per fortuna!). Nella sfera informativa, iperconnessa e pervasiva, siamo tutti protagonisti. Siamo tutti chiamati in causa.

Il film si sceglie di chiamarlo HO SCELTO L’AMORELa trama si sviluppa nell’arco temporale di un solo giorno, un giorno che cambia per sempre, in positivo, la vita del protagonista. Qui Rascel, infatti, interpreta il ruolo di un funzionario russo di terza classe Boris Popovic, sempre bistrattato e frustrato da tutti, che accompagna in Italia tre ministri ed un prezioso simbolo, la colomba della pace. Egli, infatti, è incaricato di una delicata missione nei paesi occidentali. Deve presenziare a un congresso sulla pace in Italia portando una colomba viva che tiene in una cesta di vimini. Durante il viaggio legge sui giornali del suo paese che in Italia la libertà non esiste più e il governo, per mantenere la propria supremazia, esegue ogni giorno fucilazioni in massa prelevando le vittime dalle prigioni piene di lavoratori democratici. Di fronte ad un quadro così pauroso Boris pensa di nascondere il suo denaro nella fodera del cappello per salvarsi in caso di aggressione ma questo viene preso da un cane. Scaturirà una serie di equivoci. Alla ricerca del suo cappello, Boris attraverserà l’Italia scoprendo che la situazione è ben diversa da come era stata descritta dai giornali. Ovunque la gente è allegra e cordiale. Può esprimere liberamente le sue opinioni. A Venezia incontra una ragazza, Maria, che vende fiori e gli dimostra subito la sua simpatia. Innamoratosi di lei decide di farle vedere la colomba che, una volta aperta la cesta, vola via. Trovato dai suoi compagni, Boris scappa per le strade di Venezia, riesce a seminarli e a tornare da Maria. Questa volta sceglie definitivamente l’amore. La serie di equivoci lo porta ad imbattersi, infatti, nella bella fioraia Marisa Pavan di cui naturalmente si innamora, abbandonando il comunismo per l’occidente, scegliendo l’amore e la libertà, come la Ninotska di Greta Garbo.

Nell'immagine la locandina originale del film "Ho scelto l'amore" - Smart Marketing
La locandina originale del film “Ho scelto l’amore”.

Non vi sembra dunque quello che sta accadendo oggi? La storia ancora una volta si ripete, viene da dire. Quel film però ha una storia ancora più complessa di quello che si possa immaginare.

Continuiamo nella narrazione.

Ispirato nel titolo al libro di Kravchenko “Ho scelto la libertà”, il film di Zampi vuol essere una sollecitazione in più all’anticomunismo, presentando un delegato politico russo, Rascel appunto, che si “redime” dalle sue ideologie preferendo la serenità dell’amore. Non a caso la pellicola esce nell’imminenza delle elezioni politiche ed è pubblicizzata da giornali che credono nel suo messaggio. Il copione presenta un Rascel in versione “buonista” che dimentica il suo surrealismo in una dimensione grottesca e di rassegnazione assoluta, come ne Il cappotto a differenza del quale, però, trova la forza di reagire, in ragione degli ideali di libertà e di amore di cui si fa promotore l’occidente libero e democratico, contro la politica del terrore, di spie e di silenzi della dittatura comunista. Il film, in verità, sarebbe già dovuto uscire da diverso tempo, ma uno strano contrattempo costringe i produttori a ritardarne la programmazione. Ben 40 copie del detto film erano già state inviate agli esercenti di tutta Italia, dato che il visto censura recita 23/02/1953, ma all’ultimo momento viene stoppato e rinviato.

Perché questo?

Perché proprio in quei giorni muore Stalin, e sarà riproposto qualche mese dopo in primavera. Il film ha, poi, altri problemi quando la Presidenza del Consiglio, che è quella che commissiona il film in appoggio alla imminente campagna elettorale democristiana, si affretta a ritirare le copie perché nel film alcune scenette giocano sulla strana rassomiglianza di un portiere d’albergo con Stalin, che è appena morto. L’intento è di tagliare tali scene, però alla fine la pellicola conserva la sua versione integrale, senza mutilazioni, ed esce nelle sale nell’aprile di quello stesso anno. Il film, fa comunque in tempo ad assolvere il compito per cui è stato concepito, cioè fungere di aiuto alla DC per la imminente campagna elettorale, e poiché si va al voto il 7 giugno del 1953, è assai probabile che la pellicola riesce a portare a compimento il suo obiettivo. Perché una società di produzione cattolica nell’anno 1952, la “Film costellazioni” di Turi Vasile e Diego Fabbri si addentra in quella che viene chiamata in gergo la storia segreta del cinema italiano? Il primo mistero da svelare è il perché nel fare un film di chiara satira e propaganda anticomunista, si affidi la regia ad un signore, Mario Zampi, regista italo-americano, nato a Sora nel 1903, che dalla metà degli anni ‘30 vive e lavora in Inghilterra? Perché la regia è, quindi, affidata ad uno straniero? Turi Vasile dichiara che non ci furono ostracismi, però è legittimo ipotizzare che ci sono delle prudenze nel mondo del più forte partito comunista d’occidente, ovvero il partito comunista italiano, e si affida, dunque la regia a qualcuno che non vive in Italia. Fa “giurisprudenza”, in tal senso, il film “Don Camillo”, alla cui realizzazione certamente il partito comunista non è favorevole, e il produttore Peppino Amato, dopo aver incassato i rifiuti di De Sica, Camerini, Comencini e Blasetti, offre l’incarico di dirigere la pellicola al regista francese Julien Duvivier. Questo precedente è di certo illuminante, per capire la scelta di affidare la regia “scomoda” della pellicola ad un regista domiciliato all’estero, nel Regno Unito. La prudenza, d’altronde, governa le sorti del film stesso, che subisce peripezie di ogni tipo, tra rischio di uscirne mutilato e rinvii vari: una sorta di preventiva prudenza governa su queste cose troppo grosse, troppo eccessive per quello che era il clima culturale, politico ed ideologico che governa l’Italia del 1953.

Nell'immagine Renato Rascel e Marisa Pavan in una scena del film "Ho scelto l'amore" del 1953 - Smart Marketing
Renato Rascel e Marisa Pavan in un’altra scena del film “Ho scelto l’amore” del 1953.

Il modello da cui è tratta questa favola anticomunista è ovviamente la “Ninotscka” di Greta Garbo, così come Ninotscka sceglie la libertà, il personaggio di Rascel con l’amore sceglie di conseguenza anche la libertà rimanendo in Italia. Ninotscka scopre in occidente il valore dello champagne e delle calze di seta, mentre qui Rascel scopre il buon senso, una vita non paranoica, non di spie, di assedi, di paure e di persecuzioni. Rascel, dopo essere diventato il “Chaplin d’Italia”, diventa anche il “Ninotscka italiano”. L’attore romano si dedica completamente a questo soggetto, peraltro ispirato ad una storia vera, a qualcuno che è veramente fuggito oltrecortina e ha scelto la libertà, e mette i suoi famosi nonsense a disposizione di un italiano, come lo può parlare un profugo russo. Del film funziona una particolare visione degli scorci piuttosto originale, di una Venezia sfolgorante nella sua bellezza. E’ un film originale, di certo unico, sia nei suoi limiti che nei suoi pregi, ed è tratto dal libro “Ho scelto la libertà” dello scrittore russo di Ucraina, Victor Kravchenko, cospiratore e rivoluzionario al tempo dello Zar. Nel diario della sua diserzione, della sua fuga, della sua scelta della libertà, il capitolo primo inizia così: “quella fuga nella notte, la corsa in taxi che mi conduceva alla stazione dell’Unione, mi parve che ogni istante trascorresse nel segno di una pericolosa fatalità…”. Lo scrittore pone sotto accusa tutta la società e la vita sovietica, trovando ospitalità e asilo politico in Francia.

Quindi il film di certo non è un solo e mero esempio di cinema prestato alla politica, ma ha alle spalle una base di altissimo valore culturale come il suddetto libro di Victor Kravchenko, che fa scalpore e per primo denuncia le atrocità della dittatura comunista. Ripercorrendo le tematiche e le linee basilari del libro, il film non può che uscirne  con un ritratto anticomunista, descrivendo favorevolmente la vita dell’occidente del mondo, all’insegna della libertà e della pace. In linea di massima il ritratto di quei tempi corrisponde al vero, certo è che in Russia la dittatura è asfissiante e in Occidente, almeno dal punto di vista dei diritti umani, la situazione è molto diversa.

La chiave per godere di questo film è la chiave della sua unicità e della sua capacità di essere attuale ancora oggi, alla luce della coincidente situazione geo-politica che ci riporta indietro proprio di settant’anni e ad una netta divisione del mondo in due tronconi, con tutti i rischi e gli stravolgimenti politici del caso.

 

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