La tempesta perfetta che si è abbattuta ieri sull’intera infrastruttura digitale della “galassia Zuckerberg” dalle 17:30 a oltre la mezzanotte (orario italiano) dimostra, tra le altre cose, e per l’ennesima volta, quanto le nostre vite sociali, di relazione e lavorative, siano dipendenti dai social network e quanto i monopoli tecnologici, come quello della multinazionale di Menlo Park, siano ancora più pericolosi, quando concentrano non uno ma addirittura tre dei social network più utilizzati del pianeta.

É successo, come sembra dalle poche informazioni e dalle tante indiscrezioni trapelate, che alla base del “down” ci sia stato un serio problema ai server dell’azienda. Un problema di rete causato da un errore nella configurazione di una componente essenziale del sistema, il BGP (Border Gateway Protocol).

Tutto è cominciato in California alle 8:40 del mattino , le 5:40 del pomeriggio in Italia, quando molto rapidamente l’intero sistema di Facebook è letteralmente sparito nel nulla. Non è andato offline solo un pezzo del gruppo fondato da Zuckerberg, ma tutta l’infrastruttura, comprese tutte le sue molteplici piattaforme: Whatsapp, Instagram, Messenger e Oculus.

Questo “down”, anzi questo autentico buco nero è di una gravità e di un’amppiezza senza precedenti ed ha avuto ripercussioni sociali, politiche ed economiche pesanti ovunque nel mondo.  

L’agenzia Bloomberg ha stimato che la perdita economica a livello mondiale sia stata di 160 milioni di dollari per ogni ora di interruzione della connessione digitale.

 

È facile comprenderlo, imprese di tutto il mondo, abituate a ricevere gli ordinativi e a fare le consegne comunicando attraverso Facebook, Instagram e sopratutto WhatsApp si sono improvvisamente bloccate. Le conseguenze sono state le più diverse e vanno molto al di là di quelle puramente commerciali: molti utenti dotati di apparecchi smart attivati attraverso connessioni Facebook si sono trovati all’improvviso e per molte ore a non poter accendere la tv, attivare un termostato, entrare in un sito di shopping online, o, peggio, a non poter aprire la porta di casa.

Stessa cosa, quest’ultima, successa anche al personale di Facebook che non è riuscito a entrare nei suoi uffici perché il «buco nero» che ha colpito il gruppo ha fatto svanire anche i meccanismi di sicurezza interna, compresi quelli di riconoscimento dei badge dei dipendenti.

All’inizio si è pensato ad un attacco hacker ben architettato, ma poi, pian piano che le informazioni trapelavano, si è capito che si trattava di un problema tecnico alla rete dell’azienda stessa. Mentre l’azienda ammetteva di avere un problema che stava cercando di risolvere e si scusava con gli utenti per i disagi attraverso il suo profilo ufficiale di Twitter (cosa che ha divertito e scatenato gli utenti del social dei cinguettii), sono piano piano emersi i contorni di un incidente tanto banale quanto catastrofico, diretta conseguenza di problemi logistici e organizzativi prima ancora che degli infortuni tecnologici che, pure, ci sono sicuramente stati.  

Problemi ingigantiti da due fattori principali: da una parte il timore di sabotaggi che ormai spinge tutte le aziende tecnologiche a darsi procedure di sistema segrete, affidate a pochissime persone molto fidate e preparate; dall’altra il Covid, che ha portato quasi tutti i tecnici, come molti altri specialisti, a lavorare in remoto da casa.

Ma il crash alla rete di Facebook di ieri ha reso necessario che, coi sistemi totalmente paralizzati, bisognasse andare a intervenire “manualmente sui server”, e ci si è resi conto solo allora che chi era in grado di farlo era fisicamente lontano, mentre chi era già in azienda non aveva le competenze necessarie.

Anche per questo ci sono volute quasi 7 ore prima di poter ricominciare ad attivare, in modo molto graduale, le piattaforme del gruppo.

Era già successa una cosa simile nel 2019, quando Facebook aveva vissuto una crisi durata quasi 24 ore per un errore di configurazione dei server. Ma quella volta era stata colpita solo una parte del sistema, mentre stavolta Facebook ha dovuto fronteggiare quella che verrà ricordata come una vera “tempesta perfetta”.

Una crisi che ha provocato una flessione del titolo Facebook in Borsa, facendo in poche ore perdere a Zuckerberg 6 miliardi di dollari.

Il tutto in una giornata che già era cominciata molto male per il gruppo, quando un’ex dipendente, la computer scientist Frances Haugen, poche ore prima, in una seguitissima trasmissione televisiva della CBS, aveva denunciato una serie di scelte riprovevoli della società in merito alle politiche adottate riguardo al fenomeno dell’odio in rete e dello hate speech, ufficialmente condannati dall’azienda, ma subdolamente, secondo la Haugen, facilitati dagli algoritmi delle stesse piattaforme social.

Insomma, un Lunedì nero per Facebook e Zuckerberg, ma anche per molti di noi che si sono riversati in massa su piattaforme alternative come Twitter, Telegram, che ha avuto un’impennata di iscrizioni, e che hanno riscoperto il valore degli sms e delle telefonate, autentici dinosauri tecnologici, che però hanno funzionato.

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