Un tema caldo, come il caldo, non può che diventare un tormentone nel marketing.
Ogni anno è l’ora di vedere il sequel delle storie del Cornetto Algida che con il loro “cuore di panna” scaldano l’anima e rinfrescano il palato. È poi l’ora di Estathè, che, partito dal Messico con “Pedro! Esto es Estathè” arriva sulle spiagge nostrane con “The best”.
Le pubblicità estive sono quelle che, di solito, danno ottimi riscontri.
Nel passato, il tempo trascorso in casa davanti alla TV era maggiore, soprattutto nelle ore pomeridiane, per vincere la calura. Oggi funzionano molto meglio quelle collegate alle piattaforme social, dove, complice il leasure time vacanziero e le attese agli aperibar, regalano visualizzazioni. Un caso eccezionale del 2026 che ha generato grandi dubbi sono le pause idratazioni per il Mondiali appena conclusi.
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La percezione del caldo si è evidentemente spostata in avanti in un’estate, quella del 2026, in cui abbiamo perso il conto delle ondate di calore, in cui abbiamo fatto la conoscenza delle notti tropicali. Senza i benefici di vivere ai tropici, però, e dentro città sempre più cementificate. Le temperature hanno accarezzato a lungo i 40 gradi. Così, quando il termometro si ferma a 32 o 33 gradi, tiriamo un sospiro di sollievo ed esclamiamo: “Dai, oggi si sta bene”.
Nel mercato USA, questi 4 minuti hanno generato introiti per almeno 2 milioni e mezzo di dollari a partita. Trenta secondi su Fox Sport costa dai 300.000 ai 750.000 dollari nelle fasi finali. Un bel gruzzoletto a cui in pochi vogliono rinunciare. La discussione su come agire in Italia è ancora aperta.
Anche i prossimi mondiali saranno caldi, tra Marocco e Spagna e forse i break saranno necessari ma la FIFA non vede di buon occhio gli spot che farebbero perdere l’interesse del pubblico per il match.
Per non far scrollare oltre, che caratteristiche deve avere un tormentone pubblicitario?
Intanto è importante partire da una buona idea: facile, nazional popolare, di tendenza. Poi la ripetizione è fondamentale, magari anche in modalità multicanale.
Negli Anni ‘80 e ‘90 era più facile, perché il mezzo principe era il grande schermo. Oggi bisogna valutare bene dove investire, perché una buona campagna social inizia ad avere dei costi importanti.
Ha fatto il giro dell’Italia l’investimento di 30.000 euro fatto dal Comune di Matera per un solo post di Jovanotti. Infine, la musica che, in base al pubblico sarà un grande classico o una HIT del momento. Se la musica perfetta per lo spot non esiste, basta creare un jingle che risuoni con il claim e riprenda le caratteristiche del brand fino a diventare un meme.


