Se la comunicazione corre sui social a tempo di record, c’è un’idea che va contro tendenza: Unexpeted Italy utilizza le nuove tecnologie per comunicare ma opta per realtà tradizionali e fortemente etiche legate al territorio.
Ne abbiamo parlato con Elisabetta Faggiana, CEO e founder di Unexpected Italy.
Come è nata, Elisabetta, l’idea e l’esigenza di creare una realtà come Unexpected Italy?
“Unexpected Italy nasce da un’esigenza molto concreta: il desiderio mio e di Savio Losito, mio socio e marito, di trovare e vivere luoghi autentici quando viaggiamo. Sempre più spesso, soprattutto nelle grandi città, come Londra, dove vivevamo all’epoca, questa ricerca diventava complessa. La città era ricca di offerte, ma sempre più difficile da decifrare nella sua dimensione locale e autentica.
Savio è da sempre un grande appassionato di mappe (lo definisco scherzosamente un “malato di mappe”) ed è stato premiato tra le 200 Local Guides di Google più attive a livello globale. Guardando il suo modo quasi ossessivo di mappare luoghi autentici, è nata l’idea di trasformare questa passione in un progetto: creare uno strumento che aiutasse le persone a scoprire una Londra più vera, fatta di comunità e realtà indipendenti. Così è nato Unexpected London.
Da lì ci siamo resi conto che il modello aveva un potenziale molto più ampio. Abbiamo deciso quindi di tornare in Italia e sviluppare Unexpected Italy, costruendo un sistema che unisse ricerca sul campo e tecnologia: da un lato viaggiando personalmente per conoscere e verificare i luoghi, dall’altro creando un ecosistema digitale in grado di raccogliere, organizzare e rendere accessibili queste informazioni in modo strutturato”.

Qual è la nicchia a cui vi riferite?
“Ci rivolgiamo a un universo molto ampio di realtà indipendenti che va dai boutique hotel agli agriturismi, dalle aziende agricole agli artigiani, fino a tutto il comparto enogastronomico: trattorie, osterie, ristoranti, forni, pasticcerie e gelaterie. Più che una nicchia di settore, ciò che ci interessa è un certo modo di fare impresa. Cerchiamo realtà a conduzione familiare o indipendenti, con una forte identità e un legame autentico con il territorio. Analizziamo ogni aspetto: dalla filiera produttiva alle persone coinvolte, dall’arredo alle collaborazioni locali, fino all’impatto ambientale e alla qualità dell’esperienza offerta. Non selezioniamo in base al livello di prezzo o al lusso. Quello che cerchiamo sono etica, passione, coerenza e la capacità di raccontare un territorio attraverso il proprio lavoro”.
Nel vostro Manifesto dichiarate di voler trasformare il turismo. Come ve lo immaginate o lo sognate tra 20 anni?
“Il nostro sogno è che, tra vent’anni, turismo e valorizzazione dei territori non vengano più considerati due mondi separati, ma parte di un unico ecosistema che dialoga in modo naturale. Oggi, troppo spesso, esistono ancora “luoghi per turisti”, “menù turistici” o “negozi di souvenir per turisti”: etichette che semplificano l’esperienza ma, allo stesso tempo, la impoveriscono. L’auspicio è che si possa tornare a un’idea di viaggio più autentica, fatta di scoperta, adattamento e relazione con i luoghi.
Vorremmo un turismo che sia una risorsa e non un’invasione, e in cui le persone viaggino sempre più per sé stesse, non per mostrarlo agli altri. Allo stesso tempo, immaginiamo un futuro in cui il benessere delle comunità locali sia davvero al centro delle scelte. Se stanno bene le persone che vivono i territori, stanno bene anche i viaggiatori. Questo implica anche il rispetto della capacità di carico dei luoghi, oltre la quale una città perde equilibrio e la qualità della vita dei residenti viene compromessa.
In questa direzione, servirebbero anche strumenti e normative capaci di gestire meglio i flussi turistici, evitando concentrazioni eccessive nei soliti luoghi e distribuendo i viaggi in modo più equilibrato, lungo tutto l’anno e su territori diversi, in base a interessi e modalità di viaggio. In questo scenario, il turismo può diventare uno strumento potente per preservare il vero Made in Italy: non attrarre masse sempre più grandi, ma viaggiare meno e meglio, con più consapevolezza, cura e profondità”.
Come sarebbe, Elisabetta, la tua vacanza perfetta?
“La mia vacanza perfetta è lenta, semplice e molto legata ai luoghi. Mi immagino di svegliarmi in un agriturismo, una masseria o un boutique hotel immerso nella natura, magari con vista sul mare ma leggermente nell’entroterra. La mattina inizia sempre con calma, con una colazione fatta di prodotti del territorio, che già da sola racconta dove mi trovo.
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Se è vero che i mezzi di comunicazione e la tecnologia si sono sviluppati enormemente in questi anni, è pure vero che gli utilizzatori e i fruitori – noi – sono rimasti gli stessi. Hanno le stesse paure, emozioni, angosce, tormenti, slanci, passioni, pulsioni.
Durante il giorno mi piace alternare momenti diversi: esplorare la natura, scoprire piccoli borghi e soprattutto incontrare artigiani locali, entrare nei loro laboratori e vedere da vicino il loro lavoro. È questo, per me, uno dei modi più autentici per capire davvero un territorio. Amo anche le sagre e le feste di paese, perché sono occasioni in cui si entra subito in contatto con la comunità e con la cultura locale attraverso il cibo e la convivialità. La durata ideale è di almeno una decina di giorni, con un massimo di due o tre cambi di alloggio, per non spezzare troppo il ritmo del viaggio e riuscire a vivere davvero i posti. Come mezzo tendo sempre a puntare sull’auto, perchè spesso è l’unico modo per raggiungere luoghi più autentici e meno battuti, ma durante la vacanza cerco di alternare passeggiate e giri in bici o in barca quando possibile.
In generale, per me la vacanza perfetta è una combinazione di scoperta, incontri e relax”.


