Il marketing del caldo – L’editoriale di Ivan Zorico

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Il marketing del caldo - L'editoriale di Ivan Zorico. Immagine realizzata con l'intelligenza artificiale.
Immagine realizzata con l'intelligenza artificiale.

Nell’estate del 2024 Anna Pepe, giovane rapper italiana, raccontava in “30°C” di essere rimasta chiusa in casa a soffrire, mentre fuori c’erano trenta gradi, per lavorare proprio a quella hit.

A distanza di due anni, quella temperatura che allora sembrava così alta è diventata quasi desiderabile. In un’estate, quella del 2026, in cui abbiamo perso il conto delle ondate di calore (l’ultima che ricordo era la quinta o la sesta), in cui abbiamo fatto la conoscenza delle notti tropicali. Senza i benefici di vivere ai tropici, però, e dentro città sempre più cementificate. Le temperature hanno accarezzato a lungo i 40 gradi. Così, quando il termometro si ferma a 32 o 33 gradi, tiriamo un sospiro di sollievo ed esclamiamo: “Dai, oggi si sta bene”. 

La percezione del caldo si è evidentemente spostata in avanti.

Quello che ieri ci sembrava eccessivo, oggi è normalità e qualcosa di “sopportabile”. Abbiamo familiarizzato con le temperature estreme, abbandonato l’idea di vivere nel cosiddetto clima mediterraneo (ormai diventato lontano ricordo) e fatto i conti(?) con una nuova era.

Una nuova era che costringe interi Paesi a ripensare abitudini e organizzazione del lavoro. Come il caso della Francia che è andata in missione in Spagna per studiare e comprendere come svolgere le attività durante i periodi di caldo estremo.

Una nuova era che vede crescere, e di molto, la mortalità legata al caldo: secondo il The Guardian, in Europa sono almeno 35 mila le morti causate dalle temperature elevate

E una nuova era nella quale gli eventi estremi incontrano territori fragili, trasformati dall’antropizzazione e sempre più esposti alle conseguenze della crisi climatica. Perché, poi, a doverne tenere conto siamo noi: il pianeta Terra, in qualche modo, andrà avanti comunque.. Quanto è accaduto in Nepal in questi giorni parla da sé. O almeno dovrebbe.

Ma mentre siamo di fatto entrati in una nuova era (e non propriamente da oggi), le nostre abitudini sono rimaste quasi totalmente le stesse. 

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La percezione del caldo si è evidentemente spostata in avanti in un’estate, quella del 2026, in cui abbiamo perso il conto delle ondate di calore, in cui abbiamo fatto la conoscenza delle notti tropicali. Senza i benefici di vivere ai tropici, però, e dentro città sempre più cementificate. Le temperature hanno accarezzato a lungo i 40 gradi. Così, quando il termometro si ferma a 32 o 33 gradi, tiriamo un sospiro di sollievo ed esclamiamo: “Dai, oggi si sta bene”.

Fatichiamo a prendere atto dello scenario mutato. Spesso lo ignoriamo. Apostrofiamo frasi in libertà, magari mentre sorseggiamo un aperitivo, come “ha sempre fatto caldo”. E, quando va bene, continuiamo a parlare di cambiamento climatico quando il clima è, di fatto, già ampiamente cambiato. 

Il vento è cambiato. 

La questione ecologica è tornata (se mai fosse andata via) ad essere terreno di scontro tra superpotenze, tra interessi contrapposti. E anche se ci potrà risultare strano, in giro per il mondo non tutti i popoli attribuiscono alla crisi climatica la stessa urgenza.

E questo fa tutta la differenza del mondo. Letteralmente.

Nel frattempo continuiamo ad adattarci. È ciò che gli esseri umani hanno sempre fatto. Modifichiamo la nostra quotidianità un grado alla volta, quasi senza accorgercene. E, insieme alle nostre abitudini, spostiamo anche il confine di ciò che consideriamo normale e sopportabile.

Due anni fa, trenta gradi erano abbastanza per entrare nel titolo di una hit estiva.

Oggi, quando il termometro si ferma lì, tiriamo un sospiro di sollievo.

E diciamo che si sta bene.

Del resto, l’essere umano è fatto così: si abitua a tutto. Persino a ciò che dovrebbe spingerlo a cambiare.

Buona lettura,

Ivan Zorico

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