Abbiamo un problema: oggi osservazioni politiche e scientifiche vengono spesso trattate allo stesso modo, ma questo è profondamente sbagliato. Se un politico, un partito o un governo non è allineato con la posizione dominante, la sua opinione può essere criticata o contestata sul piano ideologico. Diverso è il caso della scienza: se uno scienziato, un fisico o un divulgatore non è allineato con l’opinione ufficiale, ciò non significa automaticamente che sia su un piano teorico scorretto.
La scienza, infatti, non si fonda su opinioni ma su dati, osservazioni e ripetibilità. Un dissenso scientifico deve essere dimostrato con evidenze concrete e verificabili. Per esempio, chi contestava i vaccini non poteva limitarsi a esprimere opinioni: avrebbe dovuto portare dati alla mano, riproducibili e solidi, cosa che spesso non accadeva. In assenza di prove, la posizione rimaneva ideologica, non scientifica.
La politica, invece, si muove su un piano completamente diverso. In politica ogni opinione può essere giusta e sbagliata nello stesso tempo, a seconda del punto di vista ideologico, del gruppo politico o del paese di riferimento. Ciò che è “giusto” per noi può essere l’esatto opposto per un altro partito o per un altro Stato. Le opinioni politiche non hanno consistenza scientifica: non hanno ripetibilità, non hanno capacità di previsione. Sono semplicemente — si fa per dire — legate a interessi che possono essere nobili oppure egoistici.
Oggi esiste un bias cognitivo molto potente: il solo criticare la linea politica dell’Europa viene interpretato come un avallo delle politiche di Putin. Nulla di più sbagliato. Si può essere critici verso l’azione di un criminale e, allo stesso tempo, critici verso le azioni di chi dovrebbe contenerne l’aggressività, senza per questo difendere il criminale stesso.
Il fatto è che l’opinione comune sembra ormai essere questa: anche il cosiddetto scienziato o uomo di scienza deve necessariamente essere legato alla posizione ufficiale per essere percepito come coerente. Come se un uomo di scienza rimanesse tale solo davanti all’ufficialità della sua opinione.
Oggi, in occasione della guerra in Ucraina, ci sono molti intellettuali e scienziati dissidenti rispetto alla linea ufficiale, ossia quella di Bruxelles. E vengono percepiti come traditori o “filoputiniani” soltanto perché esprimono idee critiche verso la linea europea. Non solo: vengono maggiormente criticati proprio perché sono scienziati, come se questa etichetta imponesse loro di pensare come la massa. L’assunto implicito sembra essere: “se sei colto e di scienza, devi avere un’opinione allineata a quella dei telegiornali e delle dichiarazioni ufficiali dei leader europei”, anche quando queste dichiarazioni riguardano la guerra.
Accade così che persino tra colleghi si rimanga sbigottiti quando un divulgatore scientifico ascolta un collega che, sulla guerra, ha una posizione politica completamente opposta. È come se un’opinione politica dovesse avere le stesse basi della scienza. Ma questa è la grande confusione, probabilmente indotta da un pensiero ideologico che contagia anche lo scienziato. Si entra in una logica nevrotica: se un altro uomo di scienza la pensa diversamente, allora viene percepito come “fuori dalla scienza”.
In questo modo si continua a fondere due piani che non sono intersecabili: scienza e politica. La scienza si fonda su dati, osservazioni, ripetibilità e criteri di veridicità; la politica, invece, vive di opinioni, interessi e ideologie. Confondere i due ambiti significa svuotare la scienza della sua forza e trasformare la politica in un dogma che pretende di avere la stessa autorevolezza della ricerca scientifica.

Invece questo errore oggi è più forte che mai… sentiamo l’opinione di uno tra i più noti divulgatori scientifici del panorama italiano, autore di Elogio di pace & pacifismo, Silvano Fuso:
“Scienza e politica hanno una cosa in comune: sono entrambe attività collettive. Tra loro però, oltre a quelle già indicate, esiste una fondamentale differenza. La scienza è descrittiva e non prescrittiva: cerca cioè di descrivere la realtà, ma non dà alcuna indicazione su come ci si debba comportare. Chiunque infatti è libero di comportarsi anche in modo antiscientifico: pensiamo, ad esempio, a coloro che continuano a bere alcol o a fumare, nonostante la scienza abbia dimostrato che alcol e fumo siano dannosi.
La politica invece è prescrittiva: stabilisce norme che devono essere rispettate da tutti all’interno della società. Lo scopo della politica è naturalmente consentire la convivenza reciproca all’interno di una società, dove spesso gli interessi di un singolo possono confliggere con quelli degli altri.
Le norme naturalmente possono essere decise in maniere diverse. Vengono stabilite unilateralmente da un unico centro di potere nei regimi autocratici. Vengono invece decise a maggioranza nelle democrazie.
Nella scienza si tende a ottenere un consenso (più tecnicamente accordo intersoggettivo) e a raggiungere affermazioni che possano essere condivise da tutti. Questo è possibile attraverso l’osservazione sperimentale e il ragionamento logico deduttivo.
Anche la politica tenderebbe a ottenere il consenso, anche se ciò è naturalmente impossibile a causa degli inevitabili interessi divergenti dei singoli individui. I regimi autocratici tendono a ottenere un consenso (almeno apparente) attraverso la forza, reprimendo e censurando ogni forma di dissenso. Nei sistemi democratici, almeno in teoria, ci si accontenta di un consenso maggioritario, creando però un inevitabile dissenso in una parte della popolazione (minoranza).
Tale dissenso tuttavia spesso può dare fastidio a chi detiene la maggioranza. Non potendolo reprimere con la forza, in un sistema democratico la maggioranza cerca allora per lo meno di attenuarlo, attraverso un altro strumento: la propaganda. Il linguista e intellettuale americano Noam Chomsky ha ben espresso questo concetto con la lapidaria frase: ‘La propaganda è in democrazia quello che il randello è in uno stato totalitario’.
Naturalmente la propaganda è ampiamente usata anche nei paesi autocratici e quando questa non è sufficiente, si passa alla forza. Per fortuna questo non accade dei sistemi democratici. Tuttavia, anche il sistema più democratico ricorre inevitabilmente alla propaganda.
Diventa quindi fondamentale per i singoli cittadini saper distinguere tra propaganda e realtà. Un ruolo fondamentale in tal senso dovrebbe essere svolto dai mass media. Essi infatti dovrebbero fornire ai cittadini quelle informazioni che chi detiene il potere tende a nascondere o comunque a distorcere. Questo accadrebbe se i mass media fossero totalmente liberi. Purtroppo però capita abbastanza spesso che molti di essi siano collusi con chi detiene il potere e siano pertanto complici della propaganda.
In ambito scientifico quindi può essere ragionevole accettare le affermazioni condivise dalla comunità scientifica e considerare con un certo scetticismo le posizioni a essa contrarie (anche se, talvolta, idee inizialmente considerate eretiche, alla lunga, si sono dimostrate valide). In campo politico, per le ragioni esposte, questo è molto più rischioso. Occorre prendere atto che la propaganda esiste (in tutte le parti in causa) e quindi occorre andare molto cauti prima di accettare per vere certe affermazioni mainstream. Al tempo stesso catalogare le voci dissenzienti come semplice complottismo appare un giudizio affrettato e molto superficiale.”
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Gennaio è contemporaneamente tempo di bilanci e buoni propositi. Bilanci sull’anno appena passato, su come è andata, su come l’abbiamo vissuto, su cosa abbiamo realizzato. E buoni propositi, per darci una direzione o degli obiettivi, tracciare nuove traiettorie e magari provare ad aggiustare il tiro rispetto all’anno appena passato.
Grazie dottor Fuso. Purtroppo assistiamo oggi alla tendenza di veder trattare le posizioni politiche “mainstream” come se fossero scientificamente fondate. Alla luce di questa distinzione tra scienza descrittiva e politica prescrittiva, non ritiene che oggi agli scienziati e ai divulgatori venga implicitamente richiesto un allineamento politico, pena la delegittimazione pubblica, mettendo anche a rischio la credibilità della scienza?
“Non so francamente se sia un fenomeno generalizzabile e quali siano le sue dimensioni. Ho constatato di persona che in un certo ambito della divulgazione scientifica (sto pensando ai social) chi non si allinea alle posizioni politiche mainstream viene trattato alla stregua di un complottista o di un fautore delle pseudoscienze. Questo è ovviamente sbagliato poiché, anziché entrare nel merito delle discussioni, si tende a delegittimare chi la pensa in modo diverso.
Purtroppo in ogni ambito assistiamo oramai a una polarizzazione estrema: buoni e cattivi, amici e nemici, giornalisti e disinformatori, ecc. Si pensa che la verità sia da una sola parte e spesso si sottovaluta l’estrema complessità di certe tematiche che rendono veramente impossibile e priva di senso ogni distinzione manichea.
Al di là dell’ambito scientifico, in cui per fortuna non mancano le voci fuori dal coro, a me preoccupa molto che certe persone non solo vengano stigmatizzate, ma addirittura siano colpite da pesanti sanzioni semplicemente per le loro idee.
Qui si va oltre la propaganda e si adottano strumenti repressivi che non sono poi molto diversi da quelli adottati dai regimi autocratici che si vogliono combattere in nome della democrazia. Mi riferisco ai provvedimenti che l’Unione europea ha di recente preso contro dodici persone, tra cui un ex vicesceriffo della Florida, un ex ufficiale dell’esercito francese e un ex colonnello dell’esercito svizzero e analista strategico, accusati di aver diffuso disinformazione e fatto propaganda filorussa. Quando si introducono presunti reati di opinione, secondo me bisogna iniziare a preoccuparsi seriamente. Per citare ancora Noam Chomsky: “O difendiamo il diritto alla libertà di espressione per idee che detestiamo, oppure ammettiamo, se siamo onesti e non cerchiamo scappatoie, di essere d’accordo con le dottrine di Goebbels e di Zdanov. Anch’essi difendevano volentieri il diritto d’espressione per le idee che andavano loro a genio”.
Grazie dottor Fuso. Distinguere tra scienza e politica non è un esercizio teorico, ma una necessità democratica. Quando il dissenso viene delegittimato, a perdere non è solo il dibattito pubblico, ma la libertà stessa.
Silvano Fuso, dottore di ricerca in scienze chimiche e docente, si occupa di didattica e divulgazione. Il 27 gennaio 2013 è stato intitolato a suo nome l’asteroide 2006 TF7 in orbita tra Marte e Giove. Ha pubblicato diversi libri, tra cui: Le ragioni della scienza (2017), Strafalcioni da Nobel (2018), Quando la scienza dà spettacolo (con A. Rusconi, 2020), A tu per tu con un genio (2020), Il segreto delle cose (2021), Elogio di pace & pacifismo (2025).



Silvano Fuso, dottore di ricerca in scienze chimiche e docente, si occupa di didattica e divulgazione. Il 27 gennaio 2013 è stato intitolato a suo nome l’asteroide 2006 TF7 in orbita tra Marte e Giove. Ha pubblicato diversi libri, tra cui: Le ragioni della scienza (2017), Strafalcioni da Nobel (2018), Quando la scienza dà spettacolo (con A. Rusconi, 2020), A tu per tu con un genio (2020), Il segreto delle cose (2021), Elogio di pace & pacifismo (2025).