Come siamo arrivati a questo punto?
Come abbiamo fatto a trasformare, in capo a 18 anni, una piattaforma come Facebook – che doveva connetterci con il mondo e con i nostri vecchi e nuovi amici – in quella che molti addetti ai lavori hanno soprannominato la “Rete 4 dei social media”?
Come è possibile che dal 2008, ossia dallo sbarco nel nostro Paese della versione di Facebook in italiano, questo social sia diventato uno dei posti più tossici del web, pieno di leoni da tastiera, haters, shitstorm, gente che urla, si schiera e si radicalizza in posizioni sempre più distanti e contrapposte?
Potremmo fare diversi ragionamenti, finissime analisi e ascoltare le opinioni di esperti di ogni tipo, ma la verità è che, se vogliamo trovare un colpevole, basta guardarci allo specchio.
Siamo noi ad aver plasmato gli algoritmi di questo social, che altro non volevano se non compiacerci e catturare la nostra attenzione. Se Facebook, ma vale anche per altre piattaforme, è diventato ciò che è oggi, gran parte della responsabilità è nostra.
Siamo stati noi.
Siamo stati noi i “cattivi maestri”. Anzi, senza accezioni letterarie dotte, siamo stati noi i pessimi maestri di quanto è accaduto sotto i nostri occhi.
Mentre scrivo questo editoriale (fine febbraio), sta tenendo banco l’ennesima campagna d’odio mediatica, questa volta ai danni del famoso professore di fisica e influencer Vincenzo Schettini.
Tutto è cominciato a fine gennaio quando Schettini, ospite al podcast Passa da BSMT di Gianluca Gazzoli, ha dichiarato fra le altre cose:
“Gli insegnanti che sono a scuola adesso, come me, cominceranno a proporre i loro contenuti online, magari anche a pagamento. Perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato e la buona cultura no? Dobbiamo uscire dal cliché che la conoscenza debba essere sempre gratuita”.
Ora, al di là del fatto che questa affermazione è stata estrapolata da un contesto più ampio, o che, invece di annuire, come spesso fa, Gianluca Gazzoli avrebbe potuto fare una domanda per chiarire il concetto, e al di là che il prof. Schettini metta sullo stesso piano e confonda cultura e istruzione, da questa frase si è scatenata una polemica sui social che ancora non si è esaurita.
Di più: dopo le voci, illustri o meno, che si sono levate contro quelle parole, piano piano sono “emerse” testimonianze di presunti allievi ed ex allievi di Schettini che hanno cominciato a parlare di ricatti più o meno impliciti e di condotte poco ortodosse.
Secondo queste voci, pare che il prof. Schettini costringesse i suoi allievi a seguire i suoi video sulle varie piattaforme e a condividere e interagire con questi contenuti, pena un cattivo voto o, peggio, una bocciatura.
Adesso, per chi ha fatto l’università, non c’è niente di nuovo in questo comportamento.
Quanti sono i professori universitari che costringono gli studenti a comprare il proprio libro, anche quando non è di testo o consigliato nelle bibliografie, pena un voto più basso all’esame?
Sicuramente tanti.
E Schettini, se è vero ciò che raccontano gli ex allievi, in questo è stato – se vogliamo – meno esoso di tanti professori universitari, visto che mettere un like, commentare o condividere un post costa molto meno di un testo universitario.
Ma il punto che voglio affrontare, e che mi ricollega al tema del mese, è che Schettini è passato in meno di due o tre settimane da star dei social a personaggio ambiguo, imbarazzante e odiato.
Il clamore suscitato dalle presunte pratiche poco corrette del professore impallidisce davanti alla campagna d’odio che si è scatenata sui social. Una campagna fatta di commenti aspri e offensivi, spesso scritti dagli stessi follower che prima osannavano Schettini per le sue indubbie e creative capacità didattiche.
Scopri il nuovo numero: “Il marketing dell’Odio”
I social sono strumenti. Certo sono in grado di acuire istinti e passioni, ma sono sempre strumenti. Il marketing dell’odio non crea il malessere. Ma lo intercetta, lo amplifica e lo trasforma in valore economico o politico.
Ma cosa ci insegna questa storia?
A me sembra che la maggior parte di noi aspetti le persone al varco. Ancora di più se si tratta di personaggi famosi e di successo.
La velocità con cui Schettini si è trasformato da eroe a villain dei social mi ricorda ciò che è successo a Chiara Ferragni qualche anno fa, anche se per motivi ben più gravi.
Credo che l’odio, come tutti i sentimenti che proviamo, riveli molte più cose di noi che dell’oggetto del nostro odio.
Forse aveva ragione lo scrittore Aldo Busi quando disse:
“L’odio, a differenza dell’amore, circoscrive la propria identità. Dimmi chi odi e ti dirò chi sei; dimmi chi ami e ne saprò quanto prima”.



Come siamo arrivati a questo punto?