Il marketing dell’Odio – L’editoriale di Ivan Zorico

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Il marketing dell'Odio - L'editoriale di Ivan Zorico. Immagine realizzata con Gemini
Immagine realizzata con Gemini

I social possono esse fero e possono esse piuma.

Guardando cosa accade molto di sovente sui social media, con personaggi portati in hype e  poi rovinosamente trascinati giù, mi è venuta in mente la ormai proverbiale espressione di Mario Brega (“sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma”) in “Bianco, Rosso e Verdone” del 1981.

Mi spiego.

Che i social siano un mezzo potentissimo, è noto. Che scavallata una certa soglia di anonimato si possa generare un seguito interessante, a volte molto interessante, anche (cfr. la piuma). Ma, con altrettanta forza, i social possono togliere. Persone (e personaggi) che godevano di grande visibilità, si trovano per svariati motivi (in gran parte reputazionali) a vivere l’altra faccia della medaglia (cfr. il fero).

E spesso, questa seconda parte, è davvero rovinosa. Non solo perché cadere fa male (ossia, il Cosa), ma soprattutto le modalità con cui avviene (ossia, il Come).

Perché nei commenti e nelle interazioni si sviluppa una dinamica feroce. Si riversa su l’indiziato di turno una vera e propria ondata di odio. Attacchi personali, ingiurie, a volte anche minacce. Saltano, cioè, tutte le regole non scritte dello stare al mondo, della relazione, dell’educazione, del rispetto, e così via.

Non si critica o commenta il fatto in sé, ma si va oltre. Si eccede. Diventa il momento in cui dare libero sfogo a sentimenti di insoddisfazione e rabbia. Sentimenti che evidentemente non nascono in quel momento, ma sono figli di altre dinamiche.

I social sono strumenti. Certo sono in grado di acuire istinti e passioni, ma sono sempre strumenti. Se una persona sta bene con se stessa e vive una vita appagata, difficilmente si farà trascinare nella bagarre dell’odio social(e). Mentre se una persona è in sofferenza nella vita di tutti i giorni, sarà molto più probabile che darà sfogo al proprio malessere proprio sui social. E non perché i social siano brutti e cattivi (neanche buoni e immacolati, a dirla tutta), ma perché semplicemente rappresentano i bar e le piazze di 20 anni e più anni fa. Ossia, luoghi di aggregazione e “confronto”.

E allora, invece di puntare il dito sull’effetto “l’odio sui social”, mi concentrerei sulla causa “il malessere delle persone”. Non stiamo vivendo un periodo facile, è fuor di dubbio. Secondo il Rapporto Gallup 2025 sullo stato della salute emotiva globale, pubblicato in collaborazione con il World health summit e basato su oltre 145mila interviste in 144 Paesi, nel 2024 il 39% degli adulti nel mondo ha dichiarato di aver provato molta preoccupazione, il 37% molto stress, il 32%, il 26% tristezza e il 22% rabbia.

Tradotto, non stiamo messi bene. Se una società è attraversata da frustrazioni, incertezze e paura del futuro, quei sentimenti troveranno uno sfogo. É evidente. E i social, come detto, offrono lo spazio perfetto: visibilità immediata, assenza di filtro, ricompensa istantanea e consenso.

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I social sono strumenti. Certo sono in grado di acuire istinti e passioni, ma sono sempre strumenti. Il marketing dell’odio non crea il malessere. Ma lo intercetta, lo amplifica e lo trasforma in valore economico o politico.

E lo vediamo non solo nei casi citati sopra, ma anche nella violenza destinata a persone o gruppi di persone, che spesso rappresentano minoranze, sulla base di temi razziali, religiosi, di genere o orientamento sessuale. Per non parlare poi di tutti i temi economici e quindi la più classica delle dicotomie “poveri contro ricchi”.

Questo malessere, ben incanalato e supportato, è ahimé anche una risorsa. Genera click, like, engagement, voti. L’odio quindi diventa un prodotto. Nell’economia dell’attenzione, ciò che polarizza trattiene. Ciò che indigna aumenta il tempo di permanenza. Ciò che divide genera interazioni. E le interazioni sono la valuta dei social.

Lo sappiamo, gli algoritmi hanno un obiettivo: massimizzare il tempo speso sulle piattaforme social. E se un contenuto che “divide” performa meglio di uno che “unisce”, verrà spinto di più. Funziona così.

Il marketing dell’odio non crea il malessere. Ma lo intercetta, lo amplifica e lo trasforma in valore economico o politico.

È evidente che sia più facile soffiare sul fuoco della disperazione, che ispirare le persone a diventare migliori. Ed è evidente che sia più facile puntare il dito, che offrire soluzioni. Il ritorno è immediato.

Che l’odio ed il malessere esistano è un fatto. Che rendano, anche. E finché renderà, finché ci sarà un mercato, qualcuno lo venderà.

La vera domanda, allora, non è cosa fanno gli algoritmi o, meglio, cosa fa chi li usa per i propri scopi, ma cosa facciamo noi. Ogni commento, ogni condivisione, ogni like è una scelta.

Chiediamoci: vogliamo alimentare il mercato dell’odio o vogliamo investire in qualcosa di diverso?

Perché, come sempre, la scelta è nostra.

Buona lettura,

Ivan Zorico

 

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