Con Cindy Pavan oggi proseguiamo la nostra inchiesta sul campo — e stavolta ci immergiamo nel metodo dell’antropologia forense, spesso dipinta nei film o nei romanzi come quella scienza che svela tutto e subito, soprattutto dopo che l’investigazione classica fallisce.
In realtà le cose non sono mai così semplici. L’immaginario collettivo ha creato quasi una magia intorno a queste tecniche — mentre molti non hanno la più pallida idea di cosa significhino davvero (o quanto laborioso e incerto sia il lavoro sul campo). La dottoressa Elena Varotto Antropologa Forense ci accompagnerà per chiarire che cosa intendiamo, quando parliamo di “antropologia forense” e quanto le narrazioni hollywoodiane distorcano la realtà scientifica.
De Vincentiis / Pavan:
Dottoressa Varotto, come accennato, è evidente l’alone di spettacolarizzazione che la narrazione ha costruito intorno al suo lavoro. Non possiamo non pensare a CSI, Bones o ad altre produzioni simili. Quanto ciò che vediamo in queste serie TV rispecchia davvero la realtà del lavoro forense?
Varotto:
La spettacolarizzazione è ormai parte integrante del modo in cui il pubblico immagina il lavoro forense. Le serie TV hanno creato un’estetica, un ritmo e un’idea di onnipotenza tecnica che nulla hanno a che fare con la realtà. In CSI, Bones e simili, la tecnologia è rapida, infallibile, quasi magica; nella pratica quotidiana, invece, gli strumenti richiedono tempo, calibrazioni, controlli, validazioni, confronto critico con la letteratura scientifica. L’indagine forense è lenta, metodica, fatta di dubbi continui e verifiche incrociate. Un antropologo forense non “risolve un caso” in quaranta minuti, ossia il tempo di un episodio: contribuisce, insieme a molte altre figure professionali, a costruire tasselli che poi vengono integrati in un quadro complessivo.
De Vincentiis / Pavan:
Secondo lei, queste rappresentazioni hanno influenzato le aspettative delle persone nei confronti del lavoro forense o persino della giustizia stessa? A volte sembra che il pubblico si aspetti risultati immediati e certezze assolute, un po’ come accade sullo schermo.
Varotto:
Assolutamente sì: queste rappresentazioni hanno influenzato profondamente le aspettative del pubblico, e a volte anche di chi si avvicina alla disciplina con l’idea di trovare conferme alle serie TV. È quello che è stato chiamato il CSI effect: si pretende che ogni reperto parli da sé, che ogni traccia dia una risposta univoca, che la scienza forense sia una macchina infallibile. Ma la realtà è che i dati sono spesso incompleti, talvolta ambigui, e richiedono interpretazione, prudenza e contestualizzazione. L’idea di una verità “perfetta”, tecnologica, in grado di fornire certezze assolute, è una costruzione narrativa, non scientifica, che non contribuisce alla ricostruzione della verità processuale.

De Vincentiis / Pavan:
Come si gestisce invece l’impatto emotivo di lavorare a stretto contatto con resti umani e con casi spesso molto drammatici? Immaginiamo non sia semplice mantenere un equilibrio tra il rigore scientifico e la componente umana.
Varotto:
L’impatto emotivo è un aspetto che non viene quasi mai sottolineato.
Lavorare con resti umani, sia antichi che recenti (infatti l’antropologia forense è l’applicazione in contesti giudiziari dell’antropologia biologica, la quale studia l’essere umano dal punto di vista fisico), significa confrontarsi quotidianamente con la fragilità, la violenza, la sofferenza e, a volte, con storie che continuano a vibrare nella mente anche fuori dal laboratorio.
Per mantenere l’equilibrio servono disciplina, rigore, capacità di agire in maniera razionale, e soprattutto un forte senso etico: ricordarsi che non si sta analizzando un “reperto”, ma una persona, sia essa proveniente da un sito archeologico sia da un contesto forense.
Il rigore metodologico è ciò che permette di essere rispettosi: più si mantiene la giusta distanza professionale, più si riesce ad effettuare analisi nel modo corretto.
Ma non è mai un lavoro emotivamente neutro. Una volta tornati a casa, si metabolizza, ci si prende del tempo per elaborare quanto vissuto. Lavorare con la morte tutti i giorni ci pone di fronte ad interrogativi continui.
De Vincentiis / Pavan:
Quali sono gli errori o le semplificazioni più comuni nella rappresentazione televisiva del lavoro forense?
E, al contrario, c’è qualcosa che queste serie crime riescono effettivamente a raccontare in modo realistico o che può essere utile al pubblico per capire meglio la vostra disciplina?
Varotto:
Le semplificazioni sono moltissime. Alcune sono quasi comiche: nelle serie TV si ottengono match genetici in pochi secondi, si stilano profili antropologici completi da un frammento osseo di un centimetro, si identificano individui a colpo d’occhio; spesso il laboratorio è ritratto come un set futuristico, quando in realtà la gran parte del lavoro consiste in documentazione, misurazioni, analisi tecnico-scientifiche che richiedono tempo e tanta, tantissima revisione critica e consultazione della letteratura scientifica.
Tuttavia qualcosa di positivo c’è: queste serie hanno avvicinato molte persone a questo mondo, creando curiosità, la quale è motore fondamentale della ricerca. Hanno fatto capire che esistono professionalità diverse – il medico legale, l’antropologo, l’archeologo forense, il genetista, l’entomologo, il criminalista – e che il metodo scientifico è fondamentale. Se il pubblico distingue la differenza tra ossa e tessuti molli, o se intuisce che la ricostruzione della scena di un crimine richiede competenze molteplici, allora un effetto educativo, seppur indiretto, c’è.
De Vincentiis / Pavan:
Dottoressa ha qualche aneddoto personale che vuole condividere?
Varotto:
Di aneddoti ce ne sarebbero tanti, ma forse quello che porto più spesso con me è un episodio che racconta bene la distanza tra immaginario televisivo e realtà. Durante una intervista, anni fa, un giornalista mi chiese di “dirgli qualcosa di affascinante sulla morte”. Gli risposi, come dico spesso ai miei studenti, che la morte è brutta, non c’è nulla di affascinante in essa, ma è necessario studiarla per comprendere meglio la vita.
Non c’è spettacolo, non c’è glamour. Non svolgiamo questa professione perché siamo appassionati del macabro, anzi. C’è una responsabilità enorme, e la consapevolezza che, in quel momento, il lavoro che fai è l’unica voce che quella persona non può più avere. Ecco, questo è l’aspetto che la televisione non potrà mai restituire: la profondità umana del nostro mestiere.
Conclusioni
Desideriamo ringraziare di cuore la dottoressa Elena Varotto per aver condiviso con noi questa prospettiva sincera e toccante. Il suo contributo illumina la dimensione etica e morale dell’antropologia forense. L’antropologo forense non analizza resti per passione macabra, ma per dare dignità a chi non può più parlare. Questo aspetto, la responsabilità che ogni antropologo forense porta con sé, è qualcosa che il racconto televisivo difficilmente sa rendere in tutta la sua realtà.
Elena Varotto, PhD, antropologa forense e paleopatologa, è ricercatore in antropologia biologica presso la Faculty of Health and Medical Sciences (Adelaide, Australia), cultore della materia in storia della medicina presso l’Università di Firenze e cultore della materia in storia della scienza presso l’Università di Catania, dove tiene annualmente dal 2020 i corsi seminariali di Paleopatologia e di Archeotanatologia ed Antropologia Forense. È, inoltre, consulente tecnico antropologo forense per le procure, per le quali si occupa di riconoscimento di cadaveri scomparsi e identificazione biologica personale. Insieme a Francesco Maria Galassi ha fondato in Sicilia, nel 2019, il FAPAB Research Center, Centro di Ricerca in Antropologia Forense, Bioarcheologia e Paleopatologia, centro che si occupa dello studio dei resti umani in contesti antichi e di interesse forense. Membro di numerose società scientifiche, è autrice di oltre 200 pubblicazioni scientifiche internazionali.
Cindy Pavan, autrice, conferenziera ed esperta di Satanismo criminale ha pubblicato con De Vincentiis il saggio “Processo al mistero” e conduce la rubrica digitale “Processo al mistero e dintorni” approfondimenti crime su sette, delitti satanici ed esoterici, per la C1V Edizioni Roma.



Elena Varotto, PhD, antropologa forense e paleopatologa, è ricercatore in antropologia biologica presso la Faculty of Health and Medical Sciences (Adelaide, Australia), cultore della materia in storia della medicina presso l’Università di Firenze e cultore della materia in storia della scienza presso l’Università di Catania, dove tiene annualmente dal 2020 i corsi seminariali di Paleopatologia e di Archeotanatologia ed Antropologia Forense. È, inoltre, consulente tecnico antropologo forense per le procure, per le quali si occupa di riconoscimento di cadaveri scomparsi e identificazione biologica personale. Insieme a Francesco Maria Galassi ha fondato in Sicilia, nel 2019, il FAPAB Research Center, Centro di Ricerca in Antropologia Forense, Bioarcheologia e Paleopatologia, centro che si occupa dello studio dei resti umani in contesti antichi e di interesse forense. Membro di numerose società scientifiche, è autrice di oltre 200 pubblicazioni scientifiche internazionali.
Cindy Pavan, autrice, conferenziera ed esperta di Satanismo criminale ha pubblicato con De Vincentiis il saggio “Processo al mistero” e conduce la rubrica digitale “Processo al mistero e dintorni” approfondimenti crime su sette, delitti satanici ed esoterici, per la C1V Edizioni Roma.