Dopo aver esplorato i lati più oscuri di diversi casi italiani, dal simbolismo esoterico attribuito al delitto di Chiavenna, alla controversa teoria “ritualistica” nel caso Garlasco, la nostra inchiesta ha ora varcato i confini nazionali per confrontarsi con voci autorevoli del panorama internazionale.
Oggi, insieme a Cindy Pavan, dialoghiamo con Alexandra Stein, esperta di psicologia dei culti e controllo coercitivo, per approfondire non solo come si strutturano le dinamiche manipolatorie all’interno delle sette, ma anche come esse vengano interpretate (e distorte) dai sistemi mediatici contemporanei.
De Vincentiis/Pavan: Nel corso della nostra inchiesta, abbiamo osservato più volte un fenomeno ricorrente: i fatti di cronaca, soprattutto quelli legati a crimini efferati, vengono spesso raccontati dai media con connotazioni che sconfinano nella fantasia o nella costruzione simbolica.
Crimini motivati da passioni, vendette o interessi economici vengono talvolta “vestiti” come rituali occulti o presentati come se fossero sceneggiature cinematografiche.
Così, mentre gli inquirenti seguono la pista reale, l’opinione pubblica viene trascinata in una narrazione completamente diversa.
Le è mai capitato di osservare dinamiche simili? E nel suo Paese questi fenomeni sono altrettanto frequenti?
Stein: Certamente molte narrazioni mediatiche riguardanti crimini legati ai culti tendono a essere voyeuristiche e a concentrarsi sugli stereotipi, piuttosto che a cercare di comprendere le dinamiche fondamentali delle relazioni settarie.
De Vincentiis/Pavan: Molti culti coercitivi riescono ad attrarre adepti anche grazie all’attenzione indiretta dei media che, anche con intento critico, finiscono talvolta per offrirne un’immagine ambigua o quasi seducente.
Alcune narrazioni giornalistiche sembrano oscillare tra la denuncia e la curiosità, alimentando l’alone di mistero che circonda certi gruppi.
Secondo lei, è possibile che i media, anche inconsapevolmente, contribuiscano a rendere un culto più “attraente” o visibile agli occhi delle persone vulnerabili?
Stein: Sì, assolutamente. Per esempio, molti anni fa The Observer pubblicò un articolo sul culto altamente abusante Children of God in cui si mettevano in evidenza le ordinate file di scarpe dei bambini, cercando di mostrare quanto fosse ben organizzata la comune. In realtà, i bambini venivano regolarmente abusati sessualmente.
Allo stesso modo, ci sono stati articoli sui caffè gestiti dal culto Twelve Tribes, descritti come “pittoreschi” e con ottimo cibo, anche dopo che molti media avevano già esposto le pratiche settarie del gruppo.
Analogamente, lo spettacolo teatrale Shen Yun del culto Falun Gong è stato recensito dai media britannici come una produzione seria, nonostante in anni recenti siano emersi report su pratiche di schiavitù moderna e lavoro minorile.
De Vincentiis/Pavan: I culti estremi spesso utilizzano un linguaggio chiuso, autoreferenziale, capace di isolare gli adepti dal mondo esterno.
Oggi, fenomeni simili sembrano emergere anche in certi ambienti digitali, dai forum complottisti alle community estremiste, dove sono frequenti marcatori identitari forti e linguaggi in codice.
Ravvisa delle somiglianze tra queste nuove forme comunicative e quelle dei gruppi settari più tradizionali? Le tattiche di controllo mentale si stanno forse evolvendo per adattarsi alle nuove tecnologie?
Stein: Sì, certo. Ma le nuove tecnologie sono solo mezzi di comunicazione. Hitler non aveva bisogno di internet per diffondere efficacemente la sua propaganda.
Ritengo che le nuove tecnologie accelerino la comunicazione settaria, ma l’essenza rimane la stessa, come avete notato: un linguaggio comune e codificato; l’isolamento dei membri; tenerli costantemente occupati (es. facendo vedere loro infiniti video); mantenerli immersi in relazioni e contenuti interni al gruppo; e diffondere una narrazione fittizia per spiegare la realtà.
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De Vincentiis/Pavan: Uscire da un culto non è mai solo una liberazione. Chi riesce a rompere i legami con un gruppo ad alto controllo affronta spesso un percorso doloroso, segnato da solitudine, senso di colpa, perdita di riferimenti e talvolta anche minacce.
Eppure, questo aspetto è raramente approfondito dai media.
Secondo la sua esperienza, quali sono le principali difficoltà psicologiche, sociali o legali che incontrano le vittime una volta uscite da un sistema settario?
Oppure ha un aneddoto che possa illustrare questo processo?
Stein: Le difficoltà affrontate da chi lascia un culto sono enormi. Poiché i culti creano un mondo totale, le sfide riguardano praticamente tutti gli aspetti della vita: sia pratiche che psicologiche.
Nel mio caso, ho dovuto trovare una nuova casa, riorganizzare il lavoro, affrontare un divorzio e la gestione dell’affidamento dei figli.
In più, c’è stato il processo di apprendimento su cosa siano i culti e di comprensione di come la mia esperienza si collocasse in quel contesto.
All’inizio, l’uscita fu accompagnata da vero terrore, come avrei vissuto? Il leader sarebbe venuto a cercarmi? E anche da un’angoscia senza nome che oggi riconosco come l’effetto dello stress e dell’ansia costanti generati dalla setta.
Per me è stata la cosa più spaventosa che abbia mai fatto: uscire dal culto. Ho scoperto che il leader aveva effettivamente ucciso un uomo, quindi la mia paura non era infondata. Ma l’angoscia senza nome era peggiore proprio perché incomprensibile. Studiare quell’esperienza mi ha aiutata a spiegarla e recuperare il controllo.
Sul piano legale, esistono pochissimi strumenti per opporsi ai culti o ottenere risarcimenti per risorse economiche sottratte o lavoro gratuito imposto. Serve quindi una legislazione adeguata sia a prevenirne lo sfruttamento sia a punire leader e gruppi dopo i fatti.
De Vincentiis/Pavan: Grazie professoressa ci ha permesso di mettere a fuoco una verità cruciale: le sette non si definiscono dalla loro ideologia, ma da una precisa struttura di controllo coercitivo, fondata sull’isolamento, la dipendenza emotiva e l’autorità del leader. Un quadro che le nuove tecnologie non hanno mutato nell’essenza, ma che hanno accelerato enormemente, amplificando i loro effetti attraverso le piattaforme digitali.
Un elemento dirompente emerso è la soglia di vulnerabilità individuale, ossia personaggi affetti da trauma, solitudine o crisi identitaria possono ritrovarsi facilmente intrappolati, perché rispondono a bisogni profondi di comunità e significato. Conoscere i meccanismi base di queste dinamiche diventa quindi una prevenzione culturale fondamentale.
Inoltre, uscire da un culto non significa soltanto “lasciarlo dietro di sé” ma vuol dire iniziare un percorso pieno di difficoltà psicologiche, sociali e legali, spesso ignorato dai media. .La riscrittura della propria vita comporta una riconfigurazione totale di identità, relazioni, lavoro e persino sicurezza personale.
Non possiamo non riconoscere un paradosso spiazzante: la narrazione mediatica, pur denunciando il fenomeno talvolta finisce per favorire indirettamente le stesse sette, attirando nuovi adepti con immagini seducenti o stereotipi che fanno leva sulla curiosità, sul tabù o sul mistero. Un cortocircuito comunicativo che richiede da parte dei giornalisti una riflessione etica più attenta di quanto finora realizzato.
Alexandra Stein, Ph.D. è scrittrice, studiosa ed educatrice specializzata nella psicologia sociale dei culti e dei sistemi totalitari. È autrice di Inside Out, un memoir sulla sua esperienza giovanile in un culto politico, e di Terror, Love and Brainwashing: Attachment in Cults and Totalitarian Systems, un’analisi teorica del funzionamento dei sistemi totalitari.
Cindy Pavan, autrice, conferenziera ed esperta di Satanismo criminale ha pubblicato con De Vincentiis il saggio “Processo al mistero” e conduce la rubrica digitale “Processo al mistero e dintorni” approfondimenti crime su sette, delitti satanici ed esoterici, per la C1V Edizioni Roma.



Alexandra Stein, Ph.D. è scrittrice, studiosa ed educatrice specializzata nella psicologia sociale dei culti e dei sistemi totalitari. È autrice di Inside Out, un memoir sulla sua esperienza giovanile in un culto politico, e di Terror, Love and Brainwashing: Attachment in Cults and Totalitarian Systems, un’analisi teorica del funzionamento dei sistemi totalitari.
Cindy Pavan, autrice, conferenziera ed esperta di Satanismo criminale ha pubblicato con De Vincentiis il saggio “Processo al mistero” e conduce la rubrica digitale “Processo al mistero e dintorni” approfondimenti crime su sette, delitti satanici ed esoterici, per la C1V Edizioni Roma.