Una volta erano le riviste patinate, i consigli del medico di famiglia o l’ultima dieta sentita da un’amica in palestra; oggi, invece, sempre più persone si affidano all’intelligenza artificiale per perdere peso.
Il fenomeno sta prendendo piede soprattutto tra chi cerca soluzioni rapide, personalizzate e a portata di clic, in un’epoca in cui tempo e denaro scarseggiano e la tecnologia abbonda. Tra le motivazioni principali, c’è la possibilità di ottenere piani alimentari personalizzati in base al proprio stile di vita, esigenze caloriche e perfino allergie o intolleranze. Il tutto senza dover aspettare settimane per una visita o spendere cifre importanti per un nutrizionista privato.
L’uso dell’IA in ambito nutrizionale non è un fenomeno marginale; secondo il report “AI in Consumer Health 2025”, pubblicato da McKinsey, il settore delle app e dei servizi di coaching alimentare basati sull’intelligenza artificiale vale già oltre 7 miliardi di dollari nel mondo, e le proiezioni stimano una crescita annuale del 20% almeno fino al 2028.
In Italia, app come Melarossa, Lumen, Yazio, Lifesum e persino strumenti generalisti come ChatGPT vengono già ampiamente utilizzati per generare piani settimanali, suggerire ricette compatibili con il fabbisogno calorico giornaliero e monitorare i progressi nel tempo.
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In un’epoca in cui il Superfood promette miracoli e riempie gli scaffali (e i feed social), ci chiediamo: è davvero tutto oro quel che luccica? Tra mode alimentari, business miliardari e verità nutrizionali, proviamo a capire se ci nutriamo… o ci illudiamo.
A spingere questo trend è anche la diffusione di dispositivi indossabili come smartwatch, bilance smart e sensori di glicemia che, integrandosi con le app di IA, permettono di raccogliere e analizzare dati biometrici in tempo reale. È così che il vecchio diario alimentare si trasforma in un ecosistema intelligente, capace di imparare dalle abitudini e adattare continuamente la dieta.
Se da un lato l’IA democratizza l’accesso alla nutrizione personalizzata, dall’altro solleva interrogativi etici e scientifici. L’Ordine Nazionale dei Biologi, ad esempio, ha lanciato più volte l’allarme sul rischio di “autodiagnosi algoritmiche” senza un’adeguata supervisione medica.
Nonostante i richiami degli specialisti a porre attenzione all’utilizzo indiscriminato delle AI, soprattutto in presenza di patologie, allergie complesse o disturbi alimentari, app come Lifesum, digital startup svedese fondata nel 2013, con l’obiettivo di guidare gli utenti ad adottare abitudini alimentari più salutari e oggi con oltre 55 milioni di utenti nel mondo, sono sempre più utilizzate.
Un trend in continua crescita, soprattutto nel periodo estivo, di cui spesso si ignorano i rischi, tra cui l’affidare troppe decisioni legate alla sfera personale all’intelligenza artificiale. Non solo la gestione del piano alimentare o dell’allenamento, ma più in generale la gestione della nostra salute viene sempre più demandata agli algoritmi, senza un’adeguata supervisione medica.
D’altro canto, l’intelligenza artificiale potrebbe rivelarsi un valido supporto per monitorare i risultati e coadiuvare il lavoro dei professionisti, purché resti uno strumento complementare e non sostitutivo della figura del nutrizionista o del medico.


