Chi utilizza da un po’ di tempo le Intelligenze Artificiali Generative, come me, avrà sicuramente notato due cose riguardo a ChatGPT, Claude e compagnia bella.
La prima, e più evidente, è che queste GenAI sono sempre più brave a “comprendere” i nostri prompt, dimostrando che, in qualche maniera, stiamo riuscendo a “influenzare” o, quantomeno, “informare correttamente” queste macchine circa i nostri veri desideri.
La seconda, più difficile da notare – anche se molto più sorprendente – è che l’interazione con queste GenAI sta modificando la nostra maniera di scrivere e perfino di parlare.
È quanto emerge da un interessantissimo articolo pubblicato su The Verge, intitolato “Sembri ChatGPT”, scritto da Sara Parker, di cui sono venuto a conoscenza grazie a uno dei “caffettini” del sempre attento Mario Moroni.
La Parker, nel suo pezzo, cita lo studio “Evidenza empirica dell’influenza del Large Language Model sulla comunicazione parlata umana”, condotto da un team di ricercatori del Max Planck Institute for Human Development.
Lo studio, pubblicato nel settembre 2024, ha analizzato 280.000 video di YouTube provenienti da canali accademici, nei quali, nei 18 mesi successivi al rilascio di ChatGPT, le persone hanno utilizzato parole come “meticoloso”, “approfondire”, “regno” ed “esperto” con una frequenza fino al 51% maggiore rispetto ai tre anni precedenti. Parole che ChatGPT sembra preferire nelle sue risposte ai nostri prompt.
Come scrive la stessa Parker nell’articolo:
“I ricercatori hanno escluso altri possibili punti di cambiamento prima del rilascio di ChatGPT e hanno confermato che queste parole sono in linea con quelle favorite dal modello, come stabilito in uno studio precedente che ha confrontato 10.000 testi modificati da esseri umani e IA. Le persone non si rendono conto che il loro linguaggio sta cambiando. Ed è proprio questo il punto”.
Anch’io, nella mia pratica quotidiana con ChatGPT, che utilizzo dal dicembre 2022, sto notando che la mia maniera di scrivere è, sotto alcuni aspetti, cambiata.
Come dice il mio primo e insostituibile correttore di bozze, nonché grande amico Roberto Conte, sono un fulgido esempio di scrittore “asianico”: uno di quelli che preferisce periodi lunghi, frasi ricche di informazioni, con subordinate e coordinate accavallate.
Ebbene, negli ultimi mesi, ho notato che scrivo periodi più brevi. Preferisco utilizzare i due punti, gli elenchi puntati, frasi corte e autoconcludenti.
Insomma, forse non è ChatGPT che mi capisce sempre meglio, ma sono io che scrivo – e forse parlo – sempre più come un’Intelligenza Artificiale.
Come esseri umani non dovremmo sorprenderci: le nostre doti di adattamento, e perfino di sincronizzazione negli scambi comunicativi, sono empiricamente evidenti, oltre che comprovate da centinaia di studi sulla comunicazione interpersonale.
Il fatto davvero sorprendente è che riusciamo ad adattarci e a lasciarci influenzare anche dalle macchine.
Come hanno sintetizzato i ricercatori del Max Planck Institute nell’abstract dello studio:
“Questi risultati suggeriscono uno scenario in cui le macchine, originariamente addestrate su dati umani e successivamente dotate di tratti culturali propri, possono, a loro volta, rimodellare in modo misurabile la cultura umana. Questo segna l’inizio di un ciclo di feedback culturale chiuso in cui i tratti culturali circolano in modo bidirezionale tra esseri umani e macchine. I nostri risultati stimolano ulteriori ricerche sull’evoluzione della cultura uomo-macchina e sollevano preoccupazioni sull’erosione della diversità linguistica e culturale e sui rischi di una manipolazione scalabile”.
Quando ho sentito di questa ricerca nel podcast di Mario Moroni, mi è venuta in mente la famosa parabola zen del “Sogno della farfalla”, che esplora il confine tra realtà e illusione, e il concetto di natura effimera dell’esistenza.
La storia, attribuita al filosofo cinese Zhuang Zhou, racconta di un monaco che si sveglia dopo un lungo e vivido sogno nel quale era una farfalla, e non sa se è un uomo che ha sognato di essere una farfalla, o una farfalla che ora sogna di essere un uomo.
Ecco, l’interazione con ChatGPT e sorelle mi pare stia creando uno scenario simile:
sono “loro” che stanno imparando a essere sempre più umane, o siamo “noi” che stiamo diventando sempre più macchine?
O, per dirla alla Nietzsche: siamo noi a guardare dentro l’abisso, o è l’abisso che sta guardando dentro di noi?
E voi, parlate ancora come esseri umani?
O avete cominciato a esprimervi come Intelligenze Artificiali?
Fatemelo sapere nei commenti.


