Non tutto il cambiamento fa rumore

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Non tutto il cambiamento fa rumore
Immagine realizzata con l'AI

Incontri una persona che non vedi da tempo. Dopo i saluti, arriva la domanda: “Che mi racconti? Novità?”.

Ci pensi un attimo. Il lavoro è quello, abiti sempre nella stessa casa, nessuna grande novità da annunciare.

“Niente, sempre le solite cose”, è la nostra risposta standard. E la conversazione va avanti.

Se qualcuno ci chiede cosa è cambiato nella nostra vita, pensiamo appunto al lavoro, alla casa, alle relazioni. A quei cambiamenti che sappiamo raccontare e che spesso hanno anche una data.

Fuori da questi temi, spesso non sappiamo cosa dire. E quel “niente”, pronunciato quasi senza pensarci, finisce per diventare anche il bilancio che facciamo con noi stessi.

Poi però un giorno ti ritrovi in una discussione difficile e ti accorgi che non senti più il bisogno di giustificarti come prima. Riesci a spiegare il tuo punto di vista, anche se l’altra persona continua a non essere d’accordo. Ti dispiace, magari ti arrabbi, ma la conversazione a un certo punto finisce. Qualche tempo fa te la saresti portata dietro per giorni, ripensando a ogni parola, cercando un modo per farti capire. Magari ci avresti perso anche il sonno.

Oppure qualcuno ti chiede di un progetto al quale tenevi molto. Ti accorgi che non ci pensi da mesi. Per un periodo aveva occupato buona parte del tuo tempo, dei tuoi discorsi e delle tue aspettative, mentre adesso desideri altro. Quando hai cambiato idea? Non sapresti indicare un momento preciso. Hai continuato a fare esperienze e, nel frattempo, qualcosa ha perso importanza.

Sono cose che difficilmente raccontiamo quando ci chiedono come va. Eppure riguardano il modo in cui viviamo, le energie che impieghiamo, quello che cerchiamo nelle nostre giornate.

Quanto pensiamo di poter cambiare ancora?

Sul modo in cui percepiamo il nostro cambiamento c’è una ricerca che offre uno spunto interessante.

Nel 2013 Jordi Quoidbach, Daniel Gilbert e Timothy Wilson hanno pubblicato su Science uno studio che ha coinvolto complessivamente oltre 19.000 persone tra i 18 e i 68 anni. Ai partecipanti veniva chiesto di descrivere quanto fossero cambiati nei dieci anni precedenti oppure di prevedere quanto sarebbero cambiati nei dieci successivi. Le domande riguardavano personalità, valori e preferenze.

I ricercatori hanno poi confrontato le risposte di persone di età diverse. Per esempio, quanto cambiamento si aspettava un trentenne per il decennio successivo? E quanto ne raccontava un quarantenne ripensando ai dieci anni appena trascorsi?

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Ci approcciamo alle varie manifestazioni, tornate elettorali, rivendicazioni, conflitti, dando immediatamente un giudizio. Spesso prima ancora di aver capito cosa sia successo. Ci basta riconoscere una bandiera, una parola, qualcuno che sta dalla nostra parte o da quella opposta. Con buona pace dell’approfondimento, dello studio, dell’analisi.

Il cambiamento previsto dai più giovani risultava inferiore a quello riferito dai partecipanti che avevano dieci anni in più. La tendenza si rivelava nelle diverse fasce d’età: le persone riconoscevano di essere cambiate nel passato, ma si aspettavano di cambiare relativamente poco in futuro. Gli autori hanno chiamato questa tendenza “illusione della fine della storia”. Come se il percorso fatto fino a oggi ci avesse finalmente portati a una versione abbastanza definitiva di noi stessi, destinata a durare.

È importante capire come sono arrivati a questa conclusione: non hanno seguito le stesse persone per dieci anni. Hanno confrontato i ricordi di alcuni partecipanti con le previsioni di altri, di età diversa. Il risultato riguarda quindi la distanza tra il cambiamento che raccontiamo guardando indietro e quello che immaginiamo guardando avanti (Fonte: Jordi Quoidbach, Daniel T. Gilbert e Timothy D. Wilson, The End of History Illusion, Science, 339(6115), 96–98, 2013).

Basta ripensare a qualcosa che desideravamo dieci anni fa per trovare una domanda interessante: a quel tempo, quanto ci sembrava possibile smettere di volerlo?

Magari eravamo convinti che un certo lavoro ci avrebbe soddisfatti per sempre. O che avremmo continuato a vivere nella stessa città. Avevamo idee abbastanza precise su quello che contava e su ciò a cui non avremmo rinunciato. Poi alcune convinzioni sono rimaste, altre le abbiamo riviste attraverso incontri, tentativi, delusioni, possibilità che non avevamo considerato.

Oggi sappiamo raccontare almeno una parte di quel percorso. Sul futuro, invece, ci viene più difficile fare lo stesso esercizio: conosciamo quello che siamo adesso e da lì proviamo a immaginare tutto il resto.

La ricerca ovviamente non dimostra che dietro ogni giornata apparentemente uguale alle altre ci sia una trasformazione nascosta. Ci invita però a essere meno sicuri quando consideriamo definitive le nostre preferenze e priorità. Anche quelle attuali, che ci sembrano così nostre, hanno una storia.

Quel “niente” merita un po’ di attenzione

Quando facciamo un bilancio, possiamo provare a recuperare qualche episodio.

Una riunione in cui siamo riusciti a esprimere un disaccordo. Una richiesta alla quale abbiamo risposto senza dire subito sì e pentircene dopo. Una conversazione che abbiamo affrontato invece di rimandarla ancora.

Non occorre trovare una prova di miglioramento a tutti i costi. A volte siamo fermi davvero, oppure ci siamo abituati a una situazione che continua a farci stare male. Accorgercene può portarci a chiedere aiuto, a rivedere una scelta, a capire da dove cominciare. Ma possiamo anche scoprire di aver liquidato troppo in fretta qualcosa che ci è costato tempo e fatica. Oggi ci viene abbastanza naturale e abbiamo quasi dimenticato quanto fosse difficile qualche mese fa.

Penso a quanto poco spazio diamo a questi passaggi quando raccontiamo la nostra vita. Ci sembra che, per meritare un posto nella conversazione, debba essere successo qualcosa di grande. Così torniamo al lavoro, alla casa, alle novità che sappiamo riassumere in poche frasi.

Intanto, magari, quella critica non decide più il nostro umore per tutta la giornata. Il desiderio di essere approvati da qualcuno si è fatto meno urgente. Abbiamo iniziato a concederci una possibilità che prima escludevamo.

Non sapremmo dire da quando. Possiamo però riconoscerlo in una situazione concreta.

La prossima volta che ti viene da rispondere “niente, sempre le solite cose, prenditi un momento. Ripensa a qualcosa che hai vissuto di recente, a come l’hai affrontato e a quello che ti è rimasto dopo.

Un anno fa, come sarebbe andata?

 

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