Un rumore assordante invade l’immagine di questo numero di Smart Marketing.
Un rumore sordo, pervasivo, chiassoso. Ovviamente non lo sentiamo, ma lo vediamo, capiamo che c’è perché la ragazza in primo piano, che ci guarda dritto negli occhi, ha le mani che coprono le orecchie e un’espressione impaurita, quasi terrorizzata.
Intorno a lei, inoltre, un turbinio di icone, emoticon e monete quasi la sommerge.
Questa volta l’AI Ideogram si è superata nell’esecuzione, riuscendo a generare una copertina davvero potente ed efficace per il nuovo numero, che è dedicato all’Economia dell’attenzione. Come ho già detto altre volte, questi strumenti continuano ad evolvere, ad imparare, a conoscerci sempre meglio, e benché non ci comprendano, le loro risposte, immagini e video sono sempre più in linea con le nostre richieste.
Non so bene se questi progressi siano dovuti ai miei prompt, che con l’esperienza e lo studio stanno migliorando, se è la macchina a “capirmi” meglio oppure se i miglioramenti dell’output siano semplicemente dovuti al fatto che le AI stanno imparando dai loro errori.
Mi piacerebbe propendere per la seconda ipotesi, anche se so che è quella più inverosimile. Io so che queste strabilianti AI in realtà non ci comprendono, ma ogni volta che il processo dal prompt all’immagine finale è fluido e senza intoppi, mi ritrovo a pensare che, dai, perché no, forse sì, l’AI artistica dall’altra parte dello schermo stia davvero capendo cosa le sto dicendo.
Ma la vera domanda, o meglio riflessione, che dovremmo porci davanti a questi risultati non è sulla presunta comprensione fra umani e macchine. La vera domanda è: quanti lavori una volta svolti da noi stanno passando di mano? Quanto lavoro l’AI sta appaltando a discapito di intere categorie di lavoratori?
Cosa succederà domani quando basterà un buon prompt e qualche Agente AI specifico per fare il lavoro di tanti professionisti che hanno studiato 20 anni per diventare esperti in un campo che improvvisamente è diventato alla portata di chiunque abbia un portatile, una buona connessione e un po’ di tempo libero?
Credo, ma sarebbe meglio dire che spero, che noi umani, come singoli, società e organizzazioni, impareremo a utilizzare questi strumenti come assistenti e non come sostituti.
Perché se continueremo a delegare loro sempre più cose, presto, molto presto, le macchine impareranno a svolgere sempre più lavori e professioni, sostituendoci, piano, piano e silenziosamente.
Questa cosa, in realtà, non è una novità: successe anche tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, durante la rivoluzione industriale, quando i telai meccanici sostituirono quasi completamente il lavoro dei tessitori che, in Inghilterra, fondarono il movimento di protesta dei luddisti.
Oggi, io credo, nessun movimento neo-luddista cercherà di arginare questa sostituzione, perché mentre sta avvenendo molti di noi, come la ragazza della nostra copertina, sono immersi in un rumore che combatte incessantemente per essere ascoltato e catturare la nostra attenzione.
E forse il vero punto è proprio questo.
“Non è solo il lavoro a essere automatizzato, ma anche la nostra attenzione a essere comprata.”
È possibile una cooperazione con le macchine, o non c’è scampo alla sostituzione?
E tu cosa ne pensi?
Fammelo sapere nei commenti.


