Questa volta, insieme a Cindy Pavan, dialogheremo con l’antropologo forense Matteo Borrini un esperto di recupero e analisi di resti umani nei contesti più complessi. Discuteremo di come il celebre serial killer londinese Jack lo Squartatore sia passato da sospetto reale a icona del crimine, esplorando la linea sottile tra realtà storica, frammenti investigativi e narrazione mitica, in un confronto pieno di spunti su metodo, verità e leggenda.
De Vincentiis/Pavan: “Il mito di Jack lo Squartatore ci ha fatto credere per oltre un secolo che tutte le sue vittime fossero prostitute. Ma indagini recenti avrebbero dimostrato che non tutte fossero sex workers, ma persone marginalizzate, spesso senza fissa dimora, vittime delle difficoltà economiche e sociali del tempo.
Questo mito non solo ha oscurato le loro storie individuali, ma ha trasformato un fatto criminale storico in una narrazione unica ancora ripresa da media e cinematografia.
Prof. Borrini come valuta il rischio di questo tipo di narrazione mitologica? E soprattutto, quale impatto può avere sulla verità storica e sul rispetto delle vittime fornire una lettura distorta e generalizzata della realtà?”
Borrini: Ritengo che esistano due principali rischi in questo tipo di narrazione.
Il primo riguarda la costruzione di una storia più accattivante per il pubblico moderno, ma non necessariamente fedele alla verità dei fatti. Quando una versione mitizzata viene ripetuta nel tempo per la sua forza narrativa e la sua appetibilità, finisce per cristallizzarsi nella memoria collettiva come se fosse un dato storico. Ciò rende sempre più difficile un’indagine seria e sistematica degli eventi reali.
Il secondo rischio è legato all’adozione di una prospettiva distorta sui fatti storici. Se osserviamo un evento del passato esclusivamente attraverso la lente del XXI secolo — con i nostri valori, categorie sociali e sensibilità — rischiamo di non comprenderne appieno la complessità. È quindi fondamentale contestualizzare, tenendo conto sia dei nostri bias cognitivi contemporanei sia del punto di vista delle persone che vissero quell’epoca, con il loro specifico contesto sociale e culturale.
Nel caso delle vittime di Jack lo Squartatore, ad esempio, è necessario considerare che molte di loro vivevano in condizioni di estrema povertà e marginalità nella Londra vittoriana. Alcune potevano occasionalmente ricorrere a forme di prostituzione “casuale”, ma non erano sex workers in senso professionale. Inoltre, l’etichetta di “prostituta” poteva essere facilmente attribuita a donne che vivevano ai margini della società, magari abbandonate dai mariti o con relazioni non conformi alle rigide norme morali dell’epoca.
Infine, dobbiamo ricordare che gran parte delle informazioni sulle vittime proviene da fonti appartenenti a classi sociali più elevate, con i propri pregiudizi e prospettive. Comprendere questi bias e collocarli nel contesto vittoriano è essenziale per avvicinarci a una ricostruzione dei fatti più vicina alla realtà storica.
De Vincentiis/Pavan: Considerando la precisione dei tagli effettuati da Jack lo Squartatore, soprattutto la rimozione mirata di organi come l’utero o i reni in tempi molto rapidi e in condizioni di scarsa visibilità, possiamo ipotizzare che avesse una formazione medica o era più verosimile una conoscenza anatomica acquisita in ambienti alternativi, come una macelleria o un obitorio? Inoltre, ci sono elementi nei tagli che smentiscono la teoria del chirurgo esperto? Anche in questo narrazione o verità storica?
Borrini: Il caso di Jack lo Squartatore non è molto diverso da altri episodi criminali in cui si riscontra lo smembramento, anche parziale, delle vittime. Un esempio italiano, per citare un caso noto, è quello del cosiddetto “Mostro di Firenze”.
In questi contesti, i media tendono spesso ad attribuire una presunta perizia anatomica all’autore, solo perché ha asportato uno o più organi dal corpo. Tuttavia, quando si analizzano i dati autoptici — purtroppo nel caso di Jack lo Squartatore non sempre precisi o completi, secondo gli standard moderni — emerge una realtà diversa. Gli organi sono stati effettivamente rimossi, ma ciò non implica necessariamente una competenza anatomico-chirurgica.
È più probabile che l’impressione di “precisione” nasca dallo shock provocato da un atto tanto violento e morboso, che porta osservatori e giornalisti dell’epoca a parlare di abilità tecnica. In realtà, le rimozioni appaiono grossolane: gli organi sono stati semplicemente tolti dal corpo, quasi come si estrarrebbe un oggetto dal suo contenitore.
Bisogna anche considerare che, in epoca vittoriana, la familiarità con l’anatomia — soprattutto animale — era più diffusa di oggi. Molte persone, uomini e donne, avevano una certa dimestichezza con la macellazione domestica: pulire un animale o rimuovere frattaglie era un’attività comune, non delegata a un professionista come accade oggi. È quindi plausibile che l’autore avesse conoscenze rudimentali, ma non specificamente mediche o chirurgiche.
Osservando i tagli, in particolare sul volto della quarta vittima (Catherine Eddowes – trovata morta il 30 settembre 1888), si nota piuttosto una modalità frenetica e caotica, espressione di violenza e di un forte impulso emotivo — forse odio verso la vittima o verso ciò che rappresentava — più che la ricerca di un gesto preciso o controllato.
L’ultima delle cinque vittime canoniche, Mary Jane Kelly uccisa il 9 novembre 1888, fornisce l’indicazione più chiara: la brutalità e la disorganizzazione dell’azione rendono improbabile qualsiasi ipotesi di competenza professionale. Tutto lascia pensare a un atto dettato dall’impeto e dalla frenesia, non dalla conoscenza medica o da abilità da macellaio.
De Vincentiis/ Pavan: In alcuni ambieneti è stata presa e in considerazione l’ipotesi che Jack lo Squartatore potesse in realtà essere una donna. Esistono elementi nei delitti, come la modalità dei tagli, la scelta delle vittime o il comportamento post-crimine, che potrebbero far pensare a un disturbo psicologico legato all’identità femminile, come un trauma legato alla maternità, un disturbo dissociativo o persino una condizione intersessuale che sfumava i confini di genere? O non vi è alcuna base storirca che sostenga questa ipotesi?
Borrini: È altamente improbabile che il responsabile degli omicidi dello Squartatore fosse una donna, se consideriamo le modalità degli attacchi e le testimonianze dell’epoca riguardanti persone viste con le vittime nei minuti precedenti agli omicidi.
L’idea di una “squartatrice”, talvolta chiamata “Jill the Ripper”, è in gran parte moderna, anche se sembra che l’ispettore Friedrich Abberline e Sir Arthur Conan Doyle fossero tra i primi a suggerire tale ipotesi.
Tuttavia, la proposta di un’autrice femminile nasce più che altro per spiegare come l’assassino potesse dileguarsi senza destare sospetti per le strade di Whitechapel, probabilmente macchiato di sangue dopo l’aggressione. L’ipotesi suggeriva che una levatrice, grazie al proprio lavoro, avrebbe potuto spostarsi di notte senza attirare l’attenzione, e gli abiti macchiati di sangue non avrebbero sollevato sospetti. Lo stesso ragionamento potrebbe valere per un macellaio, uomo o donna, per cui il concetto non riguarda tanto il genere quanto la funzione sociale del soggetto.
In un mio recente lavoro presentato all’American Academy of Forensic Sciences, ho analizzato i pregiudizi alla base delle varie teorie sull’identità dello Squartatore, tra i quali l’omofobia, la xenofobia, l’antisemitismo e la misoginia. In questo contesto, l’idea della levatrice rientra più nella simbologia e nella cultura dell’epoca che in un reale sospetto investigativo: nella storia, le levatrici sono state spesso usate come capri espiatori, basti pensare al periodo della cosiddetta “caccia alle streghe”. D’altronde una levatrice non era solo associata al momento della nascita, ma anche a quello della morte, considerando l’alto tasso di mortalità sia tra le puerpere che tra i neonati.
Per quanto riguarda Jack lo Squartatore, l’ipotesi dell’assassino di genere femminile non ha basi criminologiche concrete: nasce più come metafora o come tentativo di spiegare il perché il killer potesse muoversi di notte con tracce di sangue senza destare allarme.
De Vincentiis/Pavan: Oggi possediamo tecnologie forensi che un tempo sarebbero sembrate fantascientifiche: l’esame delle ferite ci può rivelare che tipo di lama ha usato l’assassino, quanto forza ha applicato e persino se era mancino o destro; il confronto tra cinema e realtà diventa un confronto tra velocità spettacolare e processi investigativi reali, lenti e rigorosi.
Professore Borrini, considerando queste aree (lesioni, metodo forense e DNA storico ) in che misura oggi possiamo sperare di arrivare a una verità solida su Jack lo Squartatore? E dove finisce la scienza e inizia il mito popolare o cinematografico, con il rischio di mescolare storia, speculazione e spettacolo?
Borrini: Lo studio delle ferite da arma da taglio sul corpo umano, e soprattutto sullo scheletro, è un campo a cui mi dedico da oltre un decennio, soprattutto qui in Inghilterra, dove insegno e conduco ricerche alla Liverpool John Moores University. I cosiddetti knife crimes rappresentano ancora oggi un’emergenza reale a livello nazionale.
Le tecniche moderne che stiamo sviluppano, inclusi l’uso della machine learning e dell’intelligenza artificiale, hanno straordinarie potenzialità. Tuttavia, credo sia improbabile poterle applicare efficacemente al caso di Jack lo Squartatore.
Il motivo principale è la perdita e la frammentazione dei dati storici: molti documenti originali non sono conservati negli archivi di polizia, alcuni sono stati trafugati da collezionisti, altri semplicemente andarono perduti. Infine, le stesse indagini non furono condotte con gli standard attuali. Se per esempio venisse alla luce del materiale associato alle scene del crimine e ad un potenziale sospettato, esso sarebbe inutilizzabile considerando che all’epoca non furono trattati secondo la catena di custodia moderna, requisito fondamentale per accertarne integrità e provenienza.
Un altro limite è legato alla percezione e ai pregiudizi dell’epoca. Come ho evidenziato nel mio intervento presso l’American Academy of Forensic Sciences, le indagini furono influenzate da bias che inevitabilmente hanno compromesso l’obbiettività dei dati, anche testimoniali, raccolti.
Infine dobbiamo considerare come gli assassini seriali siano spesso persone ordinarie, anonime, che passano inosservate finché non vengono associate per ad una sequenza di crimini. È possibile quindi che il vero colpevole non sia mai stato suggerito né registrato formalmente come sospetto, rendendo impossibile qualsiasi confronto con dati moderni, inclusi quelli genetici.
Questo anonimato alimenta il processo di mitizzazione dello Squartatore. Da qui derivano ipotesi stravaganti e prive di fondamento — membri della famiglia reale, nobiltà o artisti — nel tentativo di dare un volto noto a un soggetto sostanzialmente anonimo. La cinematografia e i media hanno certamente contribuito a consolidare questo mito.
Detto ciò, lo studio del caso rimane estremamente interessante. Ci permette non solo di riflettere sulle potenzialità e sui limiti delle scienze forensi, ma anche di comprendere la società vittoriana e le radici di alcune problematiche della moderna società occidentale. In particolare, emerge come povertà estrema, marginalità e fragilità sociale abbiano reso alcune persone facili vittime di un’azione criminale così morbosa e violenta. Una riflessone e un monito per tutti coloro che oggi sono coinvolti nell’indagine e nella prevenzione dei crimini.
Matteo Borrini e archeologo ed antropologo forense, Professore Associato di antropologia forense presso la Liverppol John Moores University, Dottore di ricerca in Biologia, Ha conseguito il piu’ alto ruolo di membership della prestigiosa American Academy of Forensic Sciences, consulente scientifico per la National Geographic Society; Consulente scientifico del CICAP, e divulgatore di fama internazionale ’è stato recentemente insignito del Forensic Award in antropologia e archeologia forense (2017) e dell’ Excellence Teaching Award(2018).E’ stato più volte ospite in trasmissioni, tra le quali SkyTg24 (Sky), Metropoli (Rai 3) e Quarto Grado (Rete 4).
Cindy Pavan, autrice, conferenziera ed esperta di Satanismo criminale ha pubblicato con De Vincentiis il saggio “Processo al mistero” e conduce la rubrica digitale “Processo al mistero e dintorni” approfondimenti crime su sette, delitti satanici ed esoterici, per la C1V Edizioni Roma.



Matteo Borrini e archeologo ed antropologo forense, Professore Associato di antropologia forense presso la Liverppol John Moores University, Dottore di ricerca in Biologia, Ha conseguito il piu’ alto ruolo di membership della prestigiosa American Academy of Forensic Sciences, consulente scientifico per la National Geographic Society; Consulente scientifico del CICAP, e divulgatore di fama internazionale ’è stato recentemente insignito del Forensic Award in antropologia e archeologia forense (2017) e dell’ Excellence Teaching Award(2018).E’ stato più volte ospite in trasmissioni, tra le quali SkyTg24 (Sky), Metropoli (Rai 3) e Quarto Grado (Rete 4).
Cindy Pavan, autrice, conferenziera ed esperta di Satanismo criminale ha pubblicato con De Vincentiis il saggio “Processo al mistero” e conduce la rubrica digitale “Processo al mistero e dintorni” approfondimenti crime su sette, delitti satanici ed esoterici, per la C1V Edizioni Roma.