Proteste e scontri: quando l’apparenza diventa sostanza

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Giovane manifestante con bandana rossa sul volto, circondata da persone incappucciate, bandiere e fumogeni durante una protesta.

Provo a rileggere in chiave comunicativa le manifestazioni e gli scontri che in questi giorni compaiono su tutti i telegiornali. Dinanzi al dibattito o meno sulle ragioni e sulla legittimità delle manifestazioni, ciò che a me da comunicatrice appare chiaro e innegabile è che il contenitore spesso fa il contenuto.

È innegabile che siamo in un’epoca dove l’immagine è fondamentale. L’abbigliamento, la marca, il marchio, il tatuaggio identificano uno stile di appartenenza. Nonostante concordiamo tutti che fare di tutta un’erba un fascio sia sbagliato, non è proprio il bisogno di identità e legittimazione di se stessi che obbliga tutti oggi ad utilizzare un simbolismo visivo?

Un abbigliamento genera un senso di appartenenza a un gruppo con cui si condividono esperienze e valori. Spesso inoltre è scelto proprio per essere identificato all’esterno e nella reazione che vuole suscitare negli altri, al netto poi di lamentarsi per le etichette.

Oltre all’abbigliamento risulta anche naturale frequentare persone che corrispondono i nostri pensieri e le nostre idee. Da questo nasce anche il fatto che identificare gli scioperi con certi gruppi di ragazzi faccia sì che tutta la categoria venga presa in esame. Che siano centri sociali, scuole, università, gilet gialli, a rivendicare la manifestazione porta a considerare che il disagio venga percepito dall’intero gruppo.

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Ci approcciamo alle varie manifestazioni, tornate elettorali, rivendicazioni, conflitti, dando immediatamente un giudizio. Spesso prima ancora di aver capito cosa sia successo. Ci basta riconoscere una bandiera, una parola, qualcuno che sta dalla nostra parte o da quella opposta. Con buona pace dell’approfondimento, dello studio, dell’analisi.

Di fronte ad aziende che si interrogano sulla leadership gentile, sulla conciliazione tra lavoro e impegni extra lavorativi, che si battono per rientrare nelle classifiche dei best place to work, fa male vedere nuove generazioni e nuovi possibili lavoratori che per sentirsi ascoltati scelgono di ricorrere alla violenza. Mi chiedo se davvero prima della protesta siano stati intrapresi tutti i canali possibili per il dialogo proponendo soluzioni o solo dichiarando un disagio o richieste che non promuovano l’ascolto e l’empatia ma lo pretendano soltanto.

Quando sui libri si legge che gran parte della comunicazione passa attraverso i gesti e il paraverbale diventa assurdo e inutile chiedere che il degenerare degli scontri, i saccheggi e i danni siano fatti per essere legittimamente ascoltati. L’assertività non è un concetto ma un modo di esprimere le idee e alla base c’è una comunicazione scevra da aggressioni ed emotività non gestita. Se chiediamo agli altri di trattarci con rispetto e senza prevaricazioni non possiamo eccepire dal comportarsi nello stesso modo.

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