Autunno caldo 2026 – L’editoriale di Ivan Zorico

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Autunno caldo 2026 - L'editoriale di Ivan Zorico
Immagine realizzata con l'AI.

Quanto ci piace la dicotomia, ossia la separazione netta tra due elementi: bianco o nero, giusto o sbagliato, sinistra o destra, buono o cattivo, Milan o Inter, etc.

Ci piace così tanto perché facilita enormemente la vita. Perché è idealmente utilizzabile (indiscriminatamente) per tutto ciò che vediamo, per tutto ciò che ci riguarda. E non solo.

In un mondo che va veloce, dove le notizie si rincorrono e tutto sembra collegato a qualcos’altro, capita di farci un’opinione leggendo un titolo. O di pensare che un video, da solo, possa bastare a comprendere una questione complessa. Dividere la realtà in categorie rigide aiuta a orientarci e ci risparmia fatica. Il rischio, però, è fermarci lì.

Quando questa divisione riguarda le persone, il confine può diventare un “noi” e un “loro”. Gli stereotipi attribuiscono caratteristiche generalizzate ai gruppi: “Noi siamo lavoratori, loro sono pigri”. Il pregiudizio lavora sul giudizio che diamo di quelle persone, ancora prima di conoscerle. Non sono passaggi obbligati, ma possono rafforzarsi a vicenda, fino a farci credere di sapere già chi abbiamo davanti.

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Ci approcciamo alle varie manifestazioni, tornate elettorali, rivendicazioni, conflitti, dando immediatamente un giudizio. Spesso prima ancora di aver capito cosa sia successo. Ci basta riconoscere una bandiera, una parola, qualcuno che sta dalla nostra parte o da quella opposta. Con buona pace dell’approfondimento, dello studio, dell’analisi.

La dicotomia rende tutto più semplice. Apparentemente. Elimina le sfumature, rifugge la complessità. È nemica dell’approfondimento e amica della polarizzazione. Tanto cara, quest’ultima, anche alle logiche social. Infatti proprio sui social questa separazione trova spazio nelle cosiddette “camere dell’eco”, dove interagiamo soprattutto con chi la pensa come noi. Una ricerca pubblicata su PNAS nel 2021, ha analizzato oltre 100 milioni di contenuti e interazioni su Facebook, Twitter, Reddit e Gab, rilevando, con differenze tra le piattaforme, che gli utenti tendono a interagire con chi la pensa come loro e a far circolare le informazioni soprattutto all’interno di questi gruppi. 

Le vie di mezzo scompaiono. Così come il ragionamento e la volontà di comprendere le ragioni dell’altro (che non vuol dire giustificarle).

Bene o male che sia, valutate voi, ma questa è la lente con cui tendenzialmente osserviamo i fatti del mondo. E con questa lente proviamo a farli coincidere alla nostra idea (e del nostro gruppo di appartenenza) di giusto o sbagliato, sinistra o destra, etc.

È evidente che già solo esprimere questi concetti ad alta voce dovrebbe far vacillare qualche nostra convinzione. Possiamo davvero pensare di uniformare le complessità umane? Le emozioni e i sentimenti che muovono le persone nelle diverse aree del mondo? Che quello che diamo per vero(?!) qui possa esserlo in egual misura altrove?

Eppure è quello che facciamo. Ogni giorno.

Così ci approcciamo alle varie manifestazioni, tornate elettorali, rivendicazioni, conflitti, dando immediatamente un giudizio. Spesso prima ancora di aver capito cosa sia successo. Ci basta riconoscere una bandiera, una parola, qualcuno che sta dalla nostra parte o da quella opposta. Con buona pace dell’approfondimento, dello studio, dell’analisi.

Eppure, quando quella stessa semplificazione riguarda noi, non ci sta affatto bene. Raccontiamo una scelta, una difficoltà, qualcosa che ci è successo e qualcuno liquida tutto con una frase, con una spiegazione facile, magari anche con un consiglio non richiesto. E quello che ci viene da rispondere è: “Tu non puoi capire”. Perché noi sappiamo quello che c’è dietro: i tentativi, le paure, i desideri, le contraddizioni e anche quello che ancora non riusciamo a mettere a fuoco ma che in fondo sappiamo di covare. Tutto quello che da fuori non si vede.

Se riusciamo a riconoscere tali complessità nella nostra vita, possiamo provare a farlo anche quando guardiamo quella degli altri. E quando parliamo di interi popoli, magari all’ora dell’aperitivo o sul divano, dovremmo ricordarci quante storie diverse stiamo mettendo insieme, istanze che possono incontrarsi o entrare in conflitto, sentimenti che non sono uguali per tutti. Anche dietro una bandiera comune.

Possiamo prendere posizione. In alcuni casi sentiamo anche il dovere di farlo. Cercare di comprendere le ragioni di una protesta non ci obbliga a condividerne ogni gesto. Condannare una violenza non ci esonera dall’interrogarci su ciò che l’ha preceduta.

Possiamo andare oltre la dicotomia, anche quando il dibattito ci chiede di sceglierne una sola. Cioè sempre.

Buona lettura,

Ivan Zorico

 

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