Reputazione on line o offline branding? É sempre una questione di contatti

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Nell'immagine una ragazza ricoperta di post'it - Smart Marketing
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Sembra che non si possa più vivere senza tenere in considerazione quello che gli altri pensano di noi. Questo crescente interesse per le opinioni altrui condiziona non poche scelte personali. Accade soprattutto alla rete dove fare personal branding è un’esigenza imprescindibile.

Perché è di questo che si tratta. A volte l’inglese mitiga un po’ i contenuti ma siamo obbligati a fare marketing di noi stessi, diventando un brand.

E come deve essere la marca perfetta? Deve includere affidabilità, divertimento e una peculiarità distintiva, che la faccia risaltare nella massa. Così ogni singola persona ricerca queste caratteristiche nelle foto postate su Instagram, nei video creati su TikTok e nei contenuti prodotti su LinkedIn. A forza di mostrare come dovremmo essere, finiamo per essere come ci mostriamo, sperando che quello sia il nostro profilo migliore e non solo l’altra faccia della luna.

Il crescente bisogno di “essere (i) migliori” si registra in particolare in tutte quelle piattaforme C2C dove i consumatori vivono di reputazione. Mi riferisco ai vecchi Ebay, Subito.it o ai più moderni Vinted o Wallapop, ma anche a tutte le sfaccettature della sharing economy. Così BlaBla Car valuta i guidatori con punteggi, Airbnb vive di recensioni e stelle, Uber affidabilità e comodità del mezzo. C’è anche chi sceglie una vacanza con sconosciuti sulla piattaforma WeRoad per avere la comodità di un viaggio organizzato (da un utente) senza avere un tour operator.

Nell'immagine alcune persone in un ufficio organizzano un calendario di attività - Smart Marketing
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L’economia peer to peer ha un giro d’affari stimato di 335 miliardi di dollari entro il 2025.

Quello che fa la differenza è la reputazione dell’utente, l’affidabilità nella consegna, il numero di recensioni. L’importante è vendersi bene, diventare un marchio apprezzato e poi, come sempre, basta iniziare ed entrare nel giro. Il resto lo fa la rete e il passaparola.

Ripenso alle presentatrici Avon, ai pomeriggi delle venditrici della Just o chi faceva le dimostrazioni del Bimby. Oggi sono diventate pagine social, immagini e video on line, gruppi Whatsapp.

All’opposto c’è l’off line branding. Come sopravvivere senza tecnologia? E come resistere senza i social? Possibile fare personal branding al bar o per le vie del quartiere? Come le raccomandazioni on line degli utenti premiano certe attività commerciali come ristorazione e hotellerie, così un’altra fetta di attività vivono del vecchio passaparola. Ti serve un idraulico? Chiedi al vicino di casa. Vuoi una babysitter? Domanda alle mamme del quartiere.

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Chi è riuscito a costruire nel tempo (ed a mantenere) un ottimo brand personale, ha davanti a sé molteplici possibilità. Il lavoro lo attrae e non lo cerca. Questa è la figata del personal branding.

Secondo l’indagine di Inapp, negli ultimi 10 anni in Italia 4,7 milioni di persone hanno trovato lavoro senza appoggiarsi a recruiter ma con il passaparola di conoscenti e amici, spesso senza nemmeno dover produrre un CV. I selezionatori ribattono che questo potrebbe procurare una discrepanza tra le necessità e aspettative aziendali e la realtà. Ma almeno il 35% della popolazione in età da lavoro continua a puntare su questa forma, ritenendola più efficace. I picchi raggiungono addirittura il 50% nella fascia 18-40 nel sud del Paese (dati Ipsos).

Insomma, settore che vai, usanza che trovi. Nella rete o fuori.

 

 

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