Il marketing della Guerra – L’editoriale di Ivan Zorico

0
187
Il marketing della Guerra - L'editoriale di Ivan Zorico
Immagine realizzata con ChatGPT

Parallelamente a meme, discussioni futili e altre amenità, da 4 anni conviviamo (alle nostre latitudini) con temi, immagini, fatti che (ingenuamente) pensavamo ormai relegate ai libri di storia: i conflitti.

Tra una notifica e un’altra, tra un reel e un altro, tra un hype e un altro, ci ritroviamo a fare i conti con notizie, analisi e commenti che parlano d’altro: tensioni ed equilibri che si rompono e nuovi assetti che faticano a cristallizzarsi.

Fatichiamo a comprendere il perché di questi conflitti. Fatichiamo a comprendere il perché non finiscano. Fatichiamo a comprendere i popoli che ci sono dietro.

E mentre osserviamo ciò che accade e proviamo a informarci, avvertiamo(?) che qualcosa sta cambiando nel modo in cui interpretiamo la realtà. Nel modo in cui leggiamo ciò che accade. 

Per anni ci hanno raccontato (e noi ci abbiamo creduto) il mondo come qualcosa di stabile. Ordinato. In qualche modo prevedibile. Con coordinate chiare, rassicuranti. Con un “noi” e un “loro”. Con il nostro punto di vista (occidentale) elevato a “il solo punto di vista”. Con categorie date per assolute. Con i popoli messi ai margini dal mondo e dalla storia, a favore di un più comprensibile (dalle nostre parti) “villaggio globale”. Che tanto fa rima con “mercato globale”.

Scopri il nuovo numero: “Il marketing della Guerra”

Si dice che “in guerra, la prima vittima è la verità”. Spesso non perché manchi, ma perché è parziale. Filtrata. Interpretata. Raccontata da un punto di vista: il proprio. E questo vale per tutti.

Da qui la fatica, e la difficoltà, a leggere le cose del mondo. Dal momento che ci stiamo accorgendo(?) che, quello che davamo per immutabile e incontrovertibile, tale non è. Assistiamo a nuovi contesti, alleanze e narrazioni. Che cerchiamo di comprendere utilizzando un vocabolario non aggiornato.

Come tutte le cose umane, anche i conflitti hanno bisogno di essere comunicate. Parole, immagini e video al servizio dell’obiettivo di turno. Da sempre utili alla propaganda. 

Si dice che “in guerra, la prima vittima è la verità”. Spesso non perché manchi, ma perché è parziale. Filtrata. Interpretata. Raccontata da un punto di vista: il proprio. E questo vale per tutti.

Non sappiamo tutto. E non possiamo saperlo. Non tutto quello che ci arriva è “vero” nel senso pieno del termine. Non può esserlo. Può, al più, essere vero da una determinata prospettiva. Che è cosa diversa. Flussi informativi che non restituiscono necessariamente la realtà, ma una sua interpretazione. Ma non c’è da stupirsi. Non è affatto una novità. Anzi, è sempre stato così.

Nel secolo scorso c’erano già i fotomontaggi e media capillari come la stampa, la radio e poi la televisione. Oggi evidentemente i mezzi di comunicazione a disposizione hanno una velocità e una pervasività notevole. Nuova. E la frammentazione dei media amplifica il fenomeno.

E in questo scenario, pensare di poter osservare ciò che accade da una posizione neutra, di inseguire la, verità è, probabilmente, un’illusione. Quello che possiamo fare è interrogarsi, cercare di comprendere le ragioni profonde (anche quelle che non ci piacciono) e cogliere le diversità del mondo.

Non tanto per spiegare o, men che meno, giustificare la guerra. Ma per provare ad aggiornare le coordinate per orientarsi in un mondo che, quantomeno, è molto diverso da come, per anni, ci è stato raccontato.

Buona lettura,

Ivan Zorico

 

Ciao, sono Ivan. Se ti è piaciuto questo articolo, possiamo restare in contatto su LinkedIn: lì condivido riflessioni su comunicazione, digitale e crescita personale: www.linkedin.com/in/ivanzorico

Hai letto fino qui? Allora questi contenuti devono essere davvero interessanti!

Iscriviti per restare in contatto con Smart Marketing. Senza perderti nulla!

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.