Dimmi che giovane sei e ti dirò che lavoratore sarai!

C'era un ragazzo che come me...

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Dimmi che giovane sei e ti dirò che lavoratore sarai!
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Se i figli del dopoguerra hanno creato gli Yuppies, se i sessantottini hanno fatto la scalata imprenditoriale, se i giovani degli Anni ’80 e ’90 hanno sfasciato le aziende di famiglia o cercato il posto fisso, come sono i Millennials sul posto di lavoro e che ne sarà della Z-generation?

La generazione 2000 è nata con lo smartphone in mano, tanto da sviluppare un maggior numero di sindrome da tunnel carpale rispetto alle precedenti generazioni. E se un tempo esisteva la figura del Quattrocchi (lo testimoniano anche i Puffi), oggi avere gli occhiali è la norma per la diffusione dei difetti alla vista causati da una prolungata esposizione agli schermi. Queste new entries nel mondo del lavoro ben si adattano alle call virtuali, alle videochiamate e alle chat di ufficio. Sono autonomi, perché cresciuti da famiglie con 2 genitori che lavoravano, abituati ad essere flessibili e passare rapidamente da un’attività all’altra, perché sommersi fin da piccoli in quantità incredibili di attività extrascolastiche. Solo in pochi hanno spirito di iniziativa, perché la maggior parte di loro è abituata ad essere eterodiretta, avendo avuto attività pianificate da altri.
Il lavoro è una delle varie attività, come un tempo lo era la scuola. Ma poi c’è tanto altro là fuori, a cui si riconosce pari o maggiore importanza.

Cosa ci riserverà nei prossimi anni la generazione Z?

Figli della crisi, da quella economica a quella valoriale, i giovani della generazione Z non sono solo nativi digitali, vivono il mondo virtuale come una escape room che li trasporta dove vorrebbero essere, perché non sono mai nel posto giusto. Demotivati, perché nessuno ha creduto in loro o perché troppo coccolati da pensare di non farcela alla prima difficoltà, faticano ad accettare in modo costruttivo una critica. Il loro motto è YOLO, You Only Live Once. Fanno il minimo indispensabile perché non è lo studio o il lavoro ciò per cui vale la pena spendersi, ma altro, forse un hobby, forse una propria startup (per i pochi che riusciranno a farcela).

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Il lavoro assorbe tanto di noi e allora perché non impiegare il proprio tempo, energie e capacità per un progetto personale? O per un’azienda che sentiamo più vicina sotto l’aspetto valoriale e che riconosce opportunamente quanto valiamo?

Concentrarsi sul presente con zero pianificazione del futuro è un’altra costante. Non sono in grado, ma soprattutto non interessa loro, programmare a qualche settimana di distanza. E questo ben rispecchia politiche aziendali dove il concetto di strategia di medio – lungo termine fatica ad arrivare ai 2 anni e spesso può cambiare nell’arco di un trimestre finanziario. La velocità del mondo li ha portati ad essere lenti, a volte apatici di fronte ai cambiamenti. L’automotivazione non è una molla innata per i cambiamenti lavorativi, ma piuttosto un’enorme capacità di adattamento, data dal fatto che oggi bisogna accettare tutto, per rispetto di tutti, senza poter dire questo è giusto e questo è sbagliato.

Sono inespugnabili, muri di gomma insensibili ai cambiamenti organizzativi. Per un lungo periodo sono state loro tolte la scuola, le amicizie, la socialità, lo sport, mentre già da tempo sono venute meno le certezze famigliari. Si appoggiano a un piccolo gruppo ristretto di esseri umani, nel migliore dei casi, avatar in quelli più difficili. Come saranno sul posto di lavoro? Rilassati. Forse, dopo tanto tempo, saranno loro a dire al loro boss “mi licenzio, tanto se non sarai tu il mio capo, troverò qualcuno altro”.

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