Settembre è per definizione il mese della ripartenza: si torna al lavoro, riaprono le attività commerciali, ripartono i progetti e le agende ricominciano a riempirsi di appuntamenti.
È il momento in cui anche le idee lasciate nel cassetto durante l’estate sembrano finalmente trovare spazio, anche se ogni ripartenza ha i suoi costi e, tra quelli che incidono sulla quotidianità di famiglie, lavoratori e imprese, il carburante, oggi, occupa un posto tutt’altro che marginale.
Per chi usa l’auto ogni giorno, per chi deve raggiungere clienti e fornitori, per chi gestisce un negozio o organizza eventi sul territorio, il prezzo alla pompa non è soltanto una cifra sul display, ma può condizionare le abitudini, ridurre il margine disponibile per altre spese e rendere più complicata l’organizzazione del lavoro.
E se il caro carburante ci sembra un problema del nostro tempo, basta riavvolgere il nastro della musica italiana per scoprire che il rapporto tra petrolio, rincari e vita quotidiana ha già ispirato canzoni capaci di attraversare le epoche.
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Il tempo dei costumi, del mare, degli aperitivi in spiaggia è alle spalle e ora devi ripartire. Devi rimetterti in moto. Devi tornare alla tua vita. Devi, devi, devi. Messa così, c’è il rischio che salga l’ansia e che, invece di ripartire, si resti fermi.
Eppure ci siamo dentro. Difficile, se non impossibile, non farci i conti. E, così, l’ansia può crescere ancora. Ma c’è un ma.
Per ripartire, davvero, basta solo smarcarsi un po’ da quello che abbiamo intorno. Da quello che fanno gli altri. E farsi le giuste domande.
La prima che viene in mente è “Spendi spandi effendi” di Rino Gaetano, pubblicata nel 1977, in cui il cantautore calabrese, affidandosi a un linguaggio surreale, a immagini spiazzanti e a melodie apparentemente leggere, esplora la dipendenza dal petrolio e le contraddizioni della società dei consumi, trasformando questo brano in satira pungente e provocatoria.
Il risultato è una canzone che diverte, ma invita anche a guardare oltre la superficie.
Dietro il ritmo e l’ironia si nasconde una critica a un modello economico ed energetico che continua a porci interrogativi.
Un anno prima, nel 1976, Adriano Celentano pubblicava “Svalutation”, trasformando una parola inventata in una fotografia musicale del carovita.
L’inflazione, la perdita del potere d’acquisto e l’incertezza economica diventano il filo conduttore di una narrazione ironica, sostenuta da un andamento rock trascinante. Celentano non si limita a elencare le difficoltà del periodo: le mette in scena, alternando osservazione sociale e provocazione.
È proprio qui che la canzone popolare riesce a raccontare la società con particolare efficacia: prende un disagio diffuso e lo trasforma in qualcosa che tutti possono riconoscere. E, a distanza di cinquant’anni, quella sensazione ci è ancora familiare. Quando il costo della vita aumenta il reddito sembra non bastare mai e ogni spesa viene valutata con maggiore attenzione, anche fare il pieno diventa una voce importante del bilancio familiare.
Nel 1980 arriva “Uffà! Uffà!” di Edoardo Bennato, un brano che affronta senza troppi giri di parole le contraddizioni legate al petrolio, ai prezzi e ai rapporti di potere.
La sua cifra stilistica è diversa da quella di Gaetano: meno surreale, più apertamente provocatoria, con un atteggiamento ribelle che invita a non accettare passivamente le regole del gioco.
Bennato costruisce una canzone di insofferenza e dissenso, nella quale la questione energetica si intreccia con il rifiuto delle logiche imposte dall’alto e il suo messaggio non si esaurisce nel costo della benzina: riguarda anche la possibilità di mettere in discussione un sistema e immaginare alternative.
Poi c’è “La Topolino amaranto” di Paolo Conte, pubblicata nel 1975, che merita un discorso a parte.
Qui il rincaro della benzina entra in una scena ambientata nell’estate del 1946, in un’Italia che cerca di lasciarsi alle spalle la guerra. Conte sceglie un tono leggero, quasi cinematografico, e costruisce un contrasto affascinante tra le difficoltà economiche e il piacere di viaggiare.
L’automobile è scomoda, forse modesta, ma resta irresistibile: rinunciarvi sembra impossibile.
È proprio questa la forza del brano: senza bisogno di diventare una canzone di denuncia, Paolo Conte racconta una contraddizione che continua ad appartenerci.
Sappiamo quanto ci costa muoverci, eppure l’automobile resta per molti sinonimo di autonomia, comodità e libertà ed è per questo che, quando il prezzo del carburante aumenta, non cresce soltanto una voce di spesa: a essere messa in discussione è anche la libertà di muoversi, raggiungere un luogo, un lavoro, una persona o semplicemente scegliere dove andare.
A completare questo viaggio musicale c’è “Austerity” di Tony Santagata, legata proprio al clima della crisi petrolifera del 1973. In quell’anno l’aumento del prezzo del greggio ebbe conseguenze concrete anche in Italia, dove furono introdotte misure per contenere i consumi, comprese le celebri domeniche senz’auto. Non era soltanto una questione di economia internazionale: la crisi entrava nelle abitudini delle persone, cambiava il modo di vivere le città e imponeva di ripensare gli spostamenti. La canzone di Santagata conserva il valore di una testimonianza di quella stagione, ricordandoci che le emergenze energetiche possono trasformare profondamente la vita quotidiana.
Cinque brani, cinque modi diversi di raccontare un problema che non riguarda soltanto il passato.
La musica, del resto, è anche questo: uno strumento per leggere la società, riconoscere le sue contraddizioni e ritrovare, a distanza di anni, domande che credevamo superate.
Oggi il costo degli spostamenti può incidere sulle spese familiari, sui margini delle piccole imprese, sulle consegne, sulle trasferte e persino sulla partecipazione a iniziative culturali. Per chi lavora sul territorio, ogni chilometro può diventare una voce da considerare. Organizzare meglio gli appuntamenti, condividere i viaggi quando possibile, pianificare le consegne e valutare alternative all’auto privata, dove disponibili, sono accorgimenti che possono aiutare. Non bastano, naturalmente, a risolvere questioni che dipendono anche dai mercati internazionali e dalle politiche energetiche, ma permettono almeno di recuperare qualche margine di scelta.
La ripartenza di settembre, quindi, non può essere fatta soltanto di buoni propositi. Ha bisogno di condizioni concrete, di risorse e di possibilità reali. E forse proprio le canzoni degli anni Settanta e Ottanta ci ricordano che il rapporto tra energia, economia e libertà di movimento è una questione che attraversa le generazioni.
La prossima volta che ci fermeremo a fare rifornimento, potremmo ritrovarci a canticchiare Rino Gaetano o Celentano, magari con un sorriso amaro, perché la musica riesce spesso a dire ciò che i numeri, da soli, non raccontano: dietro il prezzo di un litro di benzina ci sono abitudini, progetti e possibilità.
E allora la domanda resta aperta: come possiamo ripartire davvero, se muoverci per lavorare, creare occasioni e costruire relazioni diventa sempre più impegnativo?
La risposta non è in una canzone, ma riascoltarle può aiutarci a porre la domanda giusta.


