I nuovi “mostri” italiani

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Televisore e smartphone in una scena investigativa notturna, simbolo del rapporto tra cronaca nera, serialità criminale e narrazione mediatica.
Proseguiamo, insieme a Cindy Pavan, la nostra inchiesta sui delitti esoterici e la narrazione mediatica. In questa nuova intervista incontriamo la criminologa Marianna Cuccuru per analizzare alcuni controversi casi italiani, tra serialità criminale, vittimologia, cold case e ruolo dei media nella costruzione della memoria collettiva.

Dal Mostro di Udine a quello di Modena, fino al presunto serial killer di Milano, sono vicende che presentano elementi inquietanti e, in alcuni casi, l’ipotesi concreta di una serialità criminale. Eppure, a differenza del Mostro di Firenze, sono rimasti molto meno presenti nell’immaginario collettivo. È davvero la minore rilevanza dei casi o è stato soprattutto il racconto televisivo a ridimensionarli? Ne parliamo con la criminologa Marianna Cuccuru.

De Vincentiis/Pavan: Il Mostro di Udine, il Mostro di Modena e il caso milanese legato al delitto della Cattolica sono vicende molto diverse, ma hanno un elemento in comune: l’ipotesi che più omicidi possano essere riconducibili a uno stesso autore. Quanto è complesso, dal punto di vista criminologico e investigativo, distinguere una reale serialità da una serie di delitti che solo successivamente vengono letti come parte di un unico disegno? E quanto può incidere, una volta formulata questa ipotesi, il rischio di interpretare gli elementi successivi alla luce di una teoria già costruita?

Marianna Cuccuru: Negli scorsi decenni, in diversi casi di omicidi in serie, è stato piuttosto frequente il fenomeno denominato cecità di fronte ai collegamenti (linkage blindness), espressione proposta dal criminologo Steven Egger. Il fenomeno è presente sia in Italia che all’estero e dipende da molti fattori: la mancanza di risorse economiche, di tecnologia forense avanzata o di personale adeguato, oppure una scarsa competenza investigativa e criminologica.

A volte si incontrano enormi difficoltà nel trovare punti in comune tra diversi delitti a causa della distanza geografica e delle differenti aree di competenza delle forze dell’ordine. Molti serial killer commettono crimini in più territori (si pensi all’italiano Roberto Succo, all’austriaco Jack Unterweger o alla coppia del Nord Italia nota come Ludwig) e non sempre le nazioni o le regioni teatro dei crimini dispongono di un sistema di comunicazione rapido ed efficace tra i vari organi inquirenti.

Un ulteriore, drammatico elemento da considerare è la vittimologia: se le vittime appartengono a categorie marginalizzate o vulnerabili (persone senzatetto, che si prostituiscono, o individui con problemi di tossicodipendenza e di salute mentale), spesso ricevono scarsa attenzione in fase investigativa e non possono contare su una rete familiare forte che solleciti le ricerche. Per questo i loro omicidi rimangono spesso in secondo piano rispetto ad altri casi di cronaca nera. A ciò si aggiunge una variabilità estrema nel modus operandi: esistono catene di delitti commessi contro persone prive di legami evidenti e con modalità differenti, il che scardina lo stereotipo del serial killer ossessivamente ripetitivo e rende complesso individuare i pattern comportamentali. Questo può essere il caso del presunto “Mostro di Milano”, che avrebbe agito tra il 1963 e il 1976, vicenda ripresa e analizzata organicamente solo dal 2020 grazie al lavoro del dottor Franco Posa, che si è avvalso di metodi informatici avanzati. Una delle vittime del Mostro di Milano potrebbe essere Simonetta Ferrero, la giovane donna uccisa nel bagno dell’Università Cattolica nel 1971.

L’errore opposto, ovvero collegare delitti senza alcuna relazione concreta, è più raro, ma quando si verifica può generare false piste che assorbono tempo ed energie preziose, oltre al rischio drammatico di incriminare un innocente. Di solito ciò accade a causa di un’erronea attribuzione di delitti singoli a una catena seriale, oppure interpretando diverse scomparse come opera di un’unica mano, come avvenne nell’ipotesi infondata di un presunto “Mostro del Dams” a seguito di alcuni crimini commessi nel bolognese, tra cui l’omicidio della docente universitaria e critica d’arte Francesca Alinovi nel 1983, di cui è stato riconosciuto colpevole il suo ex allievo e amante Francesco Ciancabilla.

Sia nei casi di falsi collegamenti sia in quelli in cui i legami vengono ignorati, possono intervenire selezioni parziali, involontarie o deliberate, di indizi e testimonianze tese a confermare la pista prescelta. Anche i migliori investigatori non sono immuni da bias di conferma o da forti pressioni mediatiche e sociali per chiudere il caso a tutti i costi.

Donna di spalle osserva una bacheca investigativa piena di foto, mappe, appunti e fili rossi in una stanza dal clima noir.

De Vincentiis/Pavan: Il caso del Mostro di Modena, tornato recentemente all’attenzione dei media anche per la possibilità di nuove analisi sui reperti, sembra mostrare quanto una vicenda criminale possa cambiare significato quando viene riletta con strumenti e conoscenze diverse da quelle disponibili all’epoca. Quanto può essere utile, nei cosiddetti cold case, separare ciò che appartiene alle evidenze originarie da ciò che è stato costruito nel tempo attraverso ipotesi investigative, interpretazioni e narrazioni mediatiche?

Marianna Cuccuru: Il cosiddetto Mostro di Modena, la cui esistenza effettiva è ancora oggetto di dibattito, potrebbe trovare una conclusione solo attraverso una ferrea volontà investigativa orientata a rivedere i punti in comune tra gli omicidi e le prove forensi correttamente conservate. Le vittime, che potrebbero essere oltre una decina, furono uccise nell’arco di circa dieci anni (indicativamente tra il 1983/1985 e la metà degli anni Novanta): un intervallo temporale relativamente ristretto a fronte di un numero elevato di delitti ravvicinati.

Un esempio emblematico è rappresentato dagli omicidi di Donatella Guerra e Marina Balboni, amiche tra loro, uccise a pochi mesi di distanza nel 1987. Già all’epoca si ipotizzò la pista del “maniaco” (come venivano definiti i serial killer nel linguaggio comune dell’epoca), ma gli inquirenti non disponevano degli strumenti necessari per approfondirla adeguatamente. Guerra fu violentata e pugnalata, mentre la Balboni fu strangolata dopo la violenza. Ad entrambe le donne, come per le altre vittime del presunto Mostro, fu sottratta la borsetta.

All’origine di questa sottovalutazione vi era un grave pregiudizio: trattandosi di giovani donne che si prostituivano o con problemi di tossicodipendenza, non venivano percepite dall’opinione pubblica dell’epoca come soggetti “meritevoli” di giustizia. Inoltre, le modalità di esecuzione presentavano molte discrepanze tra caso e caso (dallo strangolamento alle coltellate, fino all’uso del fuoco o di una simulazione di overdose per occultare le tracce dei crimini), un elemento che ha reso difficile stabilire collegamenti certi, nonostante le prove forensi raccolte.

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Il tempo dei costumi, del mare, degli aperitivi in spiaggia è alle spalle e ora devi ripartire. Devi rimetterti in moto. Devi tornare alla tua vita. Devi, devi, devi. Messa così, c’è il rischio che salga l’ansia e che, invece di ripartire, si resti fermi.

Eppure ci siamo dentro. Difficile, se non impossibile, non farci i conti. E, così, l’ansia può crescere ancora. Ma c’è un ma.

Per ripartire, davvero, basta solo smarcarsi un po’ da quello che abbiamo intorno. Da quello che fanno gli altri. E farsi le giuste domande.

Le famiglie hanno cercato a lungo, spesso senza successo, di ottenere attenzione e risorse per arrivare alla verità. Questo aspetto è radicalmente cambiato oggi: grazie ai nuovi media e a una crescente sensibilità sociale, anche chi non dispone di uno status o di un ruolo pubblico di primo piano riesce a far sentire la propria voce e a mobilitare l’opinione pubblica, cosa impensabile negli anni Ottanta e Novanta.

Se dietro questi delitti vi fosse davvero un’unica mano, l’analisi di campioni di DNA maschile repertati all’epoca, unita a una rilettura complessiva del quadro indiziario scevra dai pregiudizi e dagli errori del passato, potrebbe finalmente fare luce su questa scia di sangue. Del resto, sebbene la scarsa considerazione verso le persone marginalizzate o con dipendenze sia purtroppo ancora ben presente e radicata, oggi le forze dell’ordine e la società civile dovrebbero avere uno sguardo più empatico, ricordando che ogni vittima, in quanto persona, merita verità e giustizia.

De Vincentiis/Pavan: Il Mostro di Firenze è probabilmente il caso italiano che più di ogni altro è entrato nell’immaginario collettivo. Perché questi altri “mostri”, da Udine a Modena fino all’ipotesi milanese, hanno avuto un impatto molto minore sull’opinione pubblica? Dipende dalle caratteristiche dei delitti, dalle vittime, dalla durata delle indagini e dalla presenza o meno di un elemento simbolico capace di trasformare una vicenda criminale in un mito, oppure è soprattutto il modo in cui i media costruiscono e mantengono nel tempo una storia a determinarne la memoria?

Marianna Cuccuru: Il presunto Mostro di Udine ha in comune con il caso di Modena il fatto di colpire persone considerate ai margini del tessuto sociale, legate al mondo della prostituzione, con problemi di dipendenza da alcol o sostanze, o affette da disturbi psichiatrici gravi e noti. Le vittime più probabilmente riconducibili allo stesso assassino sono quattro, anche se si sospetta siano molte di più. Il numero è comunque sufficiente per delineare l’operato di un serial killer attivo nell’udinese tra il 1971 e il 1989. La sua firma sarebbe costituita da una serie di tagli sul ventre, eseguiti con una precisione tale da far pensare all’uso di un bisturi e a una tecnica affine alle incisioni ostetriche, dettagli che riflettono verosimilmente un appagamento psicologico e un profondo significato simbolico, mentre le modalità di uccisione variavano dallo strangolamento alle coltellate al collo. In questo scenario, la condizione di isolamento ed emarginazione delle vittime ha rappresentato un fattore chiave per spiegare la scarsa attenzione mediatica post-mortem, confinata spesso a poche righe di cronaca nera.

Il principale sospettato di questa scia di sangue fu un ginecologo affetto da gravi disturbi mentali legati a deliri a sfondo religioso e a un profondo odio verso le donne. Quest’uomo è deceduto oltre vent’anni fa senza che la sua identità venisse apertamente divulgata, sebbene fosse noto che provenisse da una famiglia benestante. Dopo la sua morte, le indagini si sono sostanzialmente arenate, sebbene i familiari continuino legittimamente a chiedere giustizia.

I delitti del presunto “Mostro di Milano” sono stati invece collegati in tempi recentissimi, soprattutto a causa della marcata eterogeneità delle vittime per età, abitudini e impiego, nonostante la ristretta area d’azione (che però spaziava tra università, abitazioni private e strade pubbliche del centro di Milano) e il probabile uso di un’unica arma. Anche il contesto storico in cui avvengono i delitti va tenuto in grande considerazione per la riuscita o meno delle indagini: i crimini si collocano tra i primi anni Sessanta e la metà dei Settanta, un periodo drammatico e denso di fatti di sangue legati al terrorismo e alle stragi. Un ragionamento analogo vale per i serial killer che hanno agito in tempo di guerra o di crisi profonda, come il “Mostro di Nerola” Ernesto Picchioni, che agì durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, o il tedesco Fritz Haarmann, che uccise e mutilò decine di ragazzini tra la Grande Guerra e la successiva depressione economica nella Repubblica di Weimar.

Bacheca investigativa con mappe, fotografie e fili rossi, affiancata da smartphone e televisore in un ambiente notturno e drammatico.

Vi sono anche ragioni di collocazione geografica per cui una serie di delitti assurge agli onori della cronaca per anni ed altre meno: un feroce serial killer che agì vicino a Bergamo negli anni Settanta dell’Ottocento, Vincenzo Verzeni, non ha avuto neanche lontanamente la fama sinistra che avrà meno di vent’anni dopo un suo “collega” londinese, l’imprendibile Jack lo Squartatore, che ha agito in una capitale industrializzata e non in un paesino di campagna come Verzeni.

Gli omicidi del Mostro di Firenze hanno caratteristiche estremamente peculiari: un’apparente regolarità nei delitti che coesiste con elementi misteriosi e tuttora indecifrabili. In questo caso, il collegamento tra i crimini è la medesima arma utilizzata dal 1968 al 1985, la Beretta 22, e la vittimologia: giovani coppie appartate in auto. Ancora aperto è il dibattito sull’inclusione o meno del primo delitto di Lastra a Signa del 1968, non da tutti incluso tra quelli del Mostro. La fama di questo caso probabilmente è determinata dalle modalità di uccisione molto peculiari e dal fatto che qualsiasi coppia di giovani innamorati poteva essere la prossima ad essere uccisa. Non sono emersi sottofondi di emarginazione o di criminalità nelle vite delle vittime (tranne nel caso della coppia del massacro del 1968, appartenente a un contesto sociale estremamente difficile). La campagna toscana era considerata un luogo tranquillo e sereno, dove la criminalità, quando presente, non era sotto gli occhi di tutti. Il Mostro ha colpito anche persone di origine straniera, francesi e tedesche, coinvolgendo necessariamente le autorità dei rispettivi Paesi. Le indagini hanno inoltre visto il contributo di profiler statunitensi per delle consulenze. Il caso non può considerarsi risolto, nonostante le diverse condanne in via definitiva. Il dolore delle famiglie, il battage giornalistico e la campagna di sensibilizzazione “Occhio ragazzi”, pensata proprio per mettere in allerta le coppie di fidanzati della zona, hanno sconvolto profondamente l’opinione pubblica.

Inoltre, questa vicenda raccoglie diversi dettagli macabri, come le mutilazioni inflitte ai corpi delle donne e l’invio alla magistrata Silvia della Monica di una busta con un lembo di seno dell’ultima vittima femminile certa, Nadine Mauriot. Alcuni misteriosi omicidi “collaterali” alla serie canonica del Mostro (o dei Mostri, secondo diversi studiosi) come il massacro di Milva Malatesta e del suo bambino, hanno contribuito a ingigantire ulteriormente l’aura di mistero intorno a questo caso. Le pittoresche testimonianze in tribunale dei personaggi coinvolti nella vicenda sono entrate nella memoria collettiva in modo indelebile.

Bibliografia consigliata per approfondire:

P. De Pasquali, Serial killer in Italia, Franco Angeli, Milano 2015.

R. De Luca, I serial killer che hanno terrorizzato l’Italia, Newton Compton, Roma 2026.

M. Curtoni, E. Montanari, M. Parolini, Manuale dei serial killer italiani, Mimesis, Milano 2026.

M. Newton, Dizionario dei serial killer, Newton Compton, Roma 2005.

 

Nell'immagine la criminologa Marianna Cuccuru protagonista dell'intervista - Smart Marketing
Marianna Cuccuru insegna comunicazione criminologica e del delitto seriale presso l’Università dell’Insubria di Varese. Lavora con ex detenuti, donne maltrattate e con famiglie multiproblematiche. Collabora con il Cicap tenendo la rubrica Dietro la porta chiusa-I segreti dei serial killer sulla rivista Queryonline.

 

 

 

Cindy Pavan, autrice, conferenziera ed esperta di Satanismo criminale ha pubblicato con De Vincentiis il saggio “Processo al mistero” e conduce la rubrica digitale “Processo al mistero e dintorni” approfondimenti crime su sette, delitti satanici ed esoterici, per la C1V Edizioni Roma.

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