“Tu non sei il tuo lavoro.”
Quante volte abbiamo sentito questa frase? È una frase semplice, diciamo persino abusata. Sulla carta tutti ne siamo consapevoli. Ma basta osservare le nostre giornate per capire quanto lo siamo (poco) per davvero.
Se una giornata va male al lavoro, ci sentiamo sbagliati. Se riceviamo una critica, la portiamo subito sul piano personale. Se non otteniamo un risultato, iniziamo a pensare di essere meno capaci, meno bravi. Meno, in generale.
Il lavoro è una parte importante della vita. Sia per chi ce l’ha, sia per chi lo ricerca. Sarebbe ingenuo negarlo.
Occupa tempo, energia, attenzione. Ci dà competenze, obiettivi, responsabilità, relazioni, identità. A volte anche soddisfazione e senso.
Ma non può diventare tutta la nostra identità.
Perché, quando succede, ogni errore porta con sé un carico molto pesante. Ogni giudizio entra più in profondità. Ogni risultato mancato sembra dire qualcosa non solo su quello che abbiamo fatto, ma su chi siamo.
Ed è per questo che diventa difficile vedere le cose da una giusta distanza.
Una critica non è più una critica. Diventa un attacco personale. Una giornata storta non è più una giornata storta. Diventa la prova che non siamo abbastanza. Un risultato che non arriva non resta un risultato. Diventa un verdetto su di noi.
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Il tempo dei costumi, del mare, degli aperitivi in spiaggia è alle spalle e ora devi ripartire. Devi rimetterti in moto. Devi tornare alla tua vita. Devi, devi, devi. Messa così, c’è il rischio che salga l’ansia e che, invece di ripartire, si resti fermi.
Eppure ci siamo dentro. Difficile, se non impossibile, non farci i conti. E, così, l’ansia può crescere ancora. Ma c’è un ma.
Per ripartire, davvero, basta solo smarcarsi un po’ da quello che abbiamo intorno. Da quello che fanno gli altri. E farsi le giuste domande.
Imparare a mettere una distanza emotiva tra noi e il lavoro non significa fregarsene. Anzi, è proprio il contrario. Sapere che un errore è solo un errore a cui poter porre rimedio, dà la possibilità di lavorare meglio ed essere più efficaci.
Inoltre, mettere la giusta distanza, significa anche proteggere uno spazio nostro. Uno spazio in cui esistiamo anche fuori dal ruolo, dalla performance, dalla produttività, dal giudizio degli altri. Uno spazio in cui recuperare davvero le energie.
A confermare la validità del distacco psicologico dal lavoro, ci viene in aiuto uno studio di Sonnentag e Fritz sul Recovery Experience Questionnaire. Gli studiosi lo indicano infatti come una delle esperienze centrali del recupero: essere fisicamente lontani dall’ufficio non è sufficiente, serve anche riuscire a prendere distanza mentale dal lavoro nel tempo libero.
In una società in cui ormai tutto deve essere misurabile, riuscire a staccarsi non è affatto facile. Soprattutto nel momento in cui siamo abituati a misurare anche il nostro valore attraverso ciò che facciamo.
Ma riuscire ad avere un distacco è necessario. Perché se il lavoro occupa tutto, prima o poi diventa difficile capire dove finisce quello che facciamo e dove iniziamo noi.
Ecco perché, ogni tanto, può essere utile fermarsi e farsi una domanda scomoda: chi sono quando non produco, non dimostro, non performo?
L’obiettivo non è togliere valore al lavoro. Ma restituire valore anche a tutto il resto.


