L’Italia di nuovo in lockdown: l’inferno vero è la ripetizione, l’eterno ritorno dell’eguale

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Foto di Free-Photos da Pixabay

E rieccoci qua, proprio da dove eravamo partiti, dopo un anno dal primo lockdown cominciato il 9 marzo 2020, rieccoci in un gigantesco loop temporale, tornati al punto di partenza. Come ho scritto nel mio ultimo editoriale, quello di febbraio 2021, mi sento come Bill Murray nel film “Ricomincio da capo” (Groundhog Day) del 1993, diretto da Harold Ramis, o, se preferite il cinema italiano, come Antonio Albanese nel remake del film di Ramis, “È già ieri” del 2004, diretto da Giulio Manfredonia. Sarà che in entrambi i film il protagonista è un giornalista, il mio processo di identificazione è ancora più marcato.

Da lunedì 15 marzo gran parte dell’Italia, compresa la mia regione, la Puglia, saranno “Zona Rossa”, con pesanti limitazioni alla circolazione e alle libertà personali. Dopo 1 anno e 6 giorni, nulla è cambiato, se non il fatto che sono arrivati i vaccini, ben 4, contando l’approvazione da parte dell’EMA per il vaccino monodose della Johnson & Johnson.

Cosa faremo in questo nuovo lockdown?

Canteremo dai balconi?

Disegneremo cartelloni con le scritte: Tutto andrà bene?

Faremo lunghi applausi a medici ed infermieri?

No, non credo che questa volta lo faremo.

Quando l’Italia decise di adottare per prima a livello europeo le stringenti misure del lockdown, fummo lodati a livello internazionale, in primis dall’OMS, anche se recenti studi scientifici, inchieste e processi nella gestione dell’emergenza sanitaria, soprattutto in Lombardia, stanno rivelando che forse le misure dovevano essere adottate già da fine febbraio 2020; comunque sia, sembrava che l’Italia a guida Conte, ma soprattutto noi Italiani, stessimo facendo i passi giusti e nella giusta direzione.

Photo by Hakan Nural on Unsplash
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A guidarci, a farci rispettare le regole fu soprattutto la paura, che in caso di epidemie è sicuramente un’ottima consigliera.

Ma poi il primo lockdown è finito e con l’Inizio della cosiddetta “Fase 2” si è aperto tutto, e dal 4 maggio abbiamo assistito al “liberi tutti”: gli assembramenti sono diventati la regola. Eppure la stragrande maggioranza dei medici, virologhi ed epidemiologhi ci aveva avvertito che il virus circolava ancora, che le regole di distanziamento sociale, igiene, prevenzione e precauzione vigevano ancora e che avremmo dovuto affrontare una primavera inoltrata e, soprattutto, un’estate con senso di responsabilità.

Ma noi abbiamo preferito ascoltare quei due, tre medici al massimo, che invece dicevano il contrario, che ormai il virus era sconfitto o, come ha fatto Zangrillo, che il virus era “clinicamente morto”.

Già, “clinicamente morto”, come se questa affermazione fosse rivolta ad una platea di medici e addetti ai lavori e non, come invece è stato, ad un pubblico indistinto, per cultura ed istruzione, che ovviamente ha pensato – semplicemente – che il pericolo fosse scampato. Il tutto ovviamente in barba alle più elementari regole della comunicazione, che, come ci ricordano Paul Watzlawick e la Scuola di Palo Alto, agisce sempre su due piani: un piano del contenuto, ossia “ciò che diciamo”, ed un piano della relazione (la maniera, il modo, il tempo e le modalità), ossia il “come lo diciamo”, e che nella comunicazione umana il piano della relazione è non solo prevalente, ma condiziona pesantemente anche la maniera in cui “comprendiamo” il piano del contenuto. Zangrillo e gli altri sparuti medici del liberi tutti – ignorando la dinamica della comunicazione umana – hanno fornito una scusa a tutti quegli Italiani, la maggior parte, che non vedeva l’ora di uscire da due mesi di isolamento per poter godere nuovamente della propria libertà.

All’inizio, complice la bella stagione e il fatto che all’aperto il virus, effettivamente, circolasse meno, sembrava davvero che tutto fosse passato, che il Coronavirus fosse ormai sconfitto, ma i contagi non si sono mai fermati, il virus ha continuato a circolare e ad evolversi, e con l’arrivo del primo freddo abbiamo assistito alla cosiddetta “2° ondata” che, in realtà e con il senno di poi, era molto più probabilmente il riacuirsi della 1°.

Photo by Erik Mclean on Unsplash
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E tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre la nostra vita è diventata a colori come l’Italia, con zone rosse, arancioni e gialle che abbiamo cominciato a subire, ma non a capire del tutto, e le nostre vite, benché l’Italia fosse tutta a colori, è diventata grigia ed in qualche caso nera. La seconda ondata è stata peggiore della prima, e in molti si sono ammalati, tutta l’Europa è diventata uno dei punti più caldi della pandemia.

La cosa peggiore è che il virus durante l’estate non solo ha continuato a diffondersi, ma, come abbiamo scoperto, si è evoluto, è mutato, imparando a sfruttare tutte le debolezze dell’uomo. La variante inglese del Coronavirus, identificata da uno studio dell’Università di Bologna, già ad ottobre dell’anno scorso, ha, secondo l’ISS, una trasmissibilità superiore del 37% rispetto al ceppo originario, ma alcuni studi, meno ottimistici, dicono anche del 70%.

Il nostro Natale è stato quantomeno anomalo, blindato nelle nostre abitazioni, abbiamo riscoperto una festività, anzi la festività per antonomasia, circondati dal calore familiare, e questo è stata una cosa buona. Certo il commercio ne ha risentito, per non parlare dei settori della ristorazione ed alberghiero, che continuano a soffrire come pochi altri in Italia.

Ridendo e scherzando dopo l’Epifania, siamo tornati tutti gialli per una manciata di giorni e poi di nuovo nelle fasce colorate che i nostri indici di contagio, ricovero e morte ci consentivano. L’arrivo dei vaccini, dal 27 dicembre, ha rappresentato il vero regalo della scienza a tutti noi. Ma intanto alla paura si sono sostituite altre emozioni, per prima ha fatto capolino la rassegnazione, che come un subdolo alfiere ha aperto la strada alla negazione ed al menefreghismo, che sono diventati i veri e migliori vettori del virus.

Photo by Glen Carrie on Unsplash
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In tutta questa confusione, non ci siamo fatti mancare niente, neanche una crisi di governo, ed allora l’incertezza e lo spaesamento si sono andati ad aggiungere a negazione e menefreghismo, e tutti insieme, al pari dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, hanno portato morte e devastazione un po’ ovunque nel nostro Paese, anche in quelle zone, come il sud Italia, che erano state in parte risparmiate dalla prima ondata.

Ed eccoci qui, mentre scrivo questo articolo, in questa domenica 14 marzo, alla vigilia di un nuovo lockdown, con molti rimpianti, tante speranze di miglioramento disilluse, di nuovo alle prese con una forte limitazione delle nostre libertà personali e con la consapevolezza che “tutto è andato male”, che a migliorare, cambiare ed evolvere è stato solo il Coronavirus e che noi, tutti noi, non solo i nostri politici, i medici negazionisti, i novax, i complottisti, tutti noi siamo regrediti ed involuti, e che se adesso andiamo alla ricerca di un colpevole, non resta che guardarci allo specchio. Perché il coronavirus aveva bisogno del nostro aiuto per diffondersi in questa maniera e noi, chi più chi meno, glielo abbiamo dato e con un inconsapevole entusiasmo.

Dopo un anno di restrizioni, tornare al punto di partenza è la dimostrazione lampante del fallimento come singoli, come comunità e come Paese. Avremmo dovuto “capitalizzare” il vantaggio che avevamo accumulato dopo il primo lockdown, invece in poco più di quattro mesi lo abbiamo totalmente dissipato, ci siamo comportati come quei giovani sprovveduti rampolli che, avendo ricevuto in dote una grossa eredità, la spendono senza ritegno e da un giorno all’altro si ritrovano più poveri di prima, se non addirittura con i debiti.

Personalmente ho cercato – non sempre riuscendoci – di rispettare le regole, ho cercato di fare del mio meglio per essere parte della soluzione e non parte del problema, ma non è servito a nulla, perché dopo un anno rieccomi qua come un criceto sulla sua ruota, in questo loop infernale, con due sole consapevolezze: la prima è quella di aver compreso finalmente il re del brivido Stephen King quando scrisse: “Una versione dell’inferno è quella in cui sei condannato a fare sempre la stessa cosa. […] Esiste anche l’idea che l’inferno siano gli altri. La mia è che l’inferno potrebbe essere ripetizione”.

La seconda consapevolezza è che, nonostante tutti i miei sforzi, anche questo 4 aprile passerò il mio 48° compleanno, il secondo dopo quello dell’anno scorso, da solo in casa, lontano dagli affetti, dalla famiglia, e senza la possibilità di offrire da bere né ad amici né a parenti.

Una scena del film Donnie Darko, con Jake Gyllenhaal, Jena Malone ed il coniglio Frank
Una scena del film Donnie Darko, con Jake Gyllenhaal, Jena Malone ed il coniglio Frank

Il tutto con l’aggravante che quest’anno il mio compleanno, coincidendo con la Pasqua, mi sembra ancora più beffardo, il coniglietto pasquale quest’anno mi pare avere le fattezze inquietanti del coniglio antropomorfo Frank, che tormentava le allucinazioni di Donnie Darko (alias Jake Gyllenhaal) nell’omonimo film del 2001 diretto da Richard Kelly. E se non vi ricordate la pellicola o il coniglio Frank, cliccate su questo link e recuperate assolutamente il film, che merita più di una visione.

 

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