È ancora possibile, muoversi, correre, camminare, senza tecnologia?
Mi pongo questa domanda a fronte dei 5 milioni di euro in budget per i prossimi anni per la legge approvata il 13 febbraio 2026 sui Cammini d’Italia.
L’idea, banale quanto strepitosa, è quella di promuovere e valorizzare tutti i percorsi fluviali, lacustri, nei parchi nazionali o sulle vecchie vie dei pellegrini e nei borghi storici. Far rinascere la bellezza dell’Italia, la storia, le tradizioni dei territori meno conosciuti attraverso il turismo lento. Le vie vanno da percorsi internazionali a circuiti ad anello di pochi giorni e toccano tutte le regioni d’Italia. Al primo posto, per estensione, storicità e notorietà c’è il grandissimo patrimonio dei sentieri del CAI, Club Alpino Italiano che con oltre 7000 km di strade collegano le Alpi, gli Appennini e parte della Sardegna.
Per estensione totale e celebrità in tutte Europa non può essere dimenticata la Via Francigena, da Canterbury a Roma, che nel tratto italiano parte dalla Valle d’Aosta fino al Lazio e prosegue a sud fino a Lecce, contando circa 1000 km. Di pari lunghezza ma concentrato in una sola isola il Cammino di Santu Jacu, ispirato al cammino di Santiago in chiave sarda. Legata alle tradizioni storiche e culturali la Regina Viarum che parte da Roma attraverso il Lazio, la Campania, la Basilicata e approdando in Puglia. Questi lunghi percorsi potranno beneficiare ancora di più di un coordinamento generale e interregionale dato dalla Legge sui Cammini d’Italia.
Gli strumenti che possono essere integrati sono innanzitutto la sicurezza e fruibilità delle strade, ma ovviamente anche l’accoglienza annessa nelle aree visitate, la creazione di una banca dati digitale, di portali per la promozione, di mappe interattive.
Scopri il nuovo numero: “Offline”
In una ventina d’anni, tutto è cambiato: il nostro modo di comunicare, informarci, lavorare e costruire relazioni. Il nostro modo di stare al mondo. Lo smartphone è diventato il principale punto di accesso alla realtà. Difficile che oggi si faccia qualcosa senza averlo prima consultato. Eppure, riscoprire la magia dell’offline potrebbe essere la chiave per un uso davvero consapevole della tecnologia.
Ci sono poi dei percorsi più brevi, ma non per questo meno importanti. Tra questi c’è il Cammino dei Briganti, tra Lazio e Abruzzo, oppure il Cammino dei Borghi Silenti in Umbria, il Cammino degli Dei tra Bologna e Firenze, la via degli Abati tra Emilia e Toscana, il Cammino Grande di Celestino da Ortona a L’Aquila, e altri percorsi ad anello di circa un centinaio di chilometri. L’obiettivo di questi tratti più brevi è distribuire il turismo verso zone meno note ma ugualmente suggestive tradizionali per non affollare solo i tratti noti.
Mi chiedo però se nella ricerca di un tempo disteso e disconnesso ci saranno ancora i cartelli segnaletici in legno e i tronchi dipinti con i colori dei percorsi. Oppure se avremo bisogno della voce guida e un GPS integrato per non perderci.
E in questi percorsi, in mezzo alla natura, ci sarà campo per il cellulare o saranno piccoli angoli di paradiso dove disintossicarsi dalla tecnologia?
Le persone saranno in grado di resistere immortalando i momenti nel cuore e non sulla chat o la bacheca di qualche social rimodellando le vie con qualche filtro?
Quando la tecnologia non si ferma allo smartphone bisogna considerare anche il contapassi, uno strumento per monitorare il battito e per monitorare le calorie consumate.
Forse questa è l’occasione per mollare il colpo e tornare alla mappa o ai riferimenti come il grande albero, la fontana o la chiesa del paese.
Ci sentiremo abbastanza sicura o soltanto nudi davanti all’assenza di tecnologia? E saremo in grado di riempire tutti questi silenzi? Che rumore ci mettiamo nella testa, se il rumore fuori non c’è?
Ci toccherà ascoltare il vento, o il viandante che ci parla accanto.


