Se sei sui social sei qualcuno. Ecco cosa permea tutta la modernità.   

Gran parte di ciò che esiste è legittimato da una pagina Facebook, da un profilo Instagram, da un account Twitter. Sono sempre più le aziende che preferiscono una buona gestione dei social rispetto a un sito ingessato, strutturato e poco reattivo.

Ma se questo vale per le imprese ancora di più per il singolo che utilizza le diverse bacheche spesso come fossero vecchie lavagne su cui si possa scrivere e cancellare.
Sfoghi, reclami, stati d’animo, arrabbiature? Tutto passa sotto gli occhi di tutti. 
Il dilagare del fenomeno però ha incuriosito il legislatore e non solo per mettere dei paletti, se non per legge, per netiquette.

10 punti su quello che sta succedendo.

1. La privacy.
Chi può leggere le mie informazioni? Chi vede le mie foto? Chi commentare ciò che scrivo? Il social di Zuckerberg è tra i primi ad aver promosso una autoregolamentazione e avere ben chiarito i casi di cessione di immagini, condivisione e gestione dei contenuti.

2. Dimentichiamoci il diritto all’oblio.
Se un utente si pente di contenuti postati, se alcune informazioni sono pregiudizievoli, se qualcosa vuole essere scordato, nel web si può. Ma mentre Google mette a disposizione un modulo on line, l’Unione Europea e il Garante della Privacy hanno posto una serie di vincoli, se e ma che rendono la pratica più lunga e difficoltosa.

3. L’azienda risponde con i chatbot.
Da AirFrance a Ikea lo strumento dell’interazione via chat per info sui prodotti sta prendendo piede e sostituendo il call center. Meglio l’intelligenza artificiale, almeno nelle domande di primo livello.

4. Sfogarsi oppure offendere la reputazione altrui?
Se un tempo la giurisprudenza reputava le frasi scritte in bacheca sui social network come qualcosa di riservato ad un gruppo ristretto di persone, la diffusione moderna di questi strumenti ha fatto cambiare parere valutando passibile di multa o reclusione chi contravviene alla reputazione pubblica.

5. Cyberbullismo.
La leggerezza con cui si postano e si commentano certe situazioni, o contenuti o foto, rischiano di diventare moleste telematiche all’ordine del giorno per gli adolescenti e, talvolta giovani ancora più piccoli. L’utilizzo degli hashtag rende un contenuto ancora più virale, facilmente condivisibile con danni maggiormente impattanti.

6. Tutto per un minuto di celebrità.
Nulla come un social network può far passare dalle stelle alle stalle. Se un tempo erano solo i vip ad essere paparazzati ora tutti possono selfarsi per manipolare un po’ la propria reputazione oppure farsi riprendere, come il ragazzo di Padova che di fronte all’auto di Google Street View ha mostrato in primo piano il lato B, per immortalarsi negli annali del web.

Ragazzo di Padova che di fronte all'auto di Google Street View ha mostrato in primo piano il lato B
Ragazzo di Padova che di fronte all’auto di Google Street View ha mostrato in primo piano il lato B. Fonte: Tgcom24

7. A ogni mezzo la sua storia.
Non confondere le finalità dei social network è alla base della netiquette ma non per tutti è così. Molti influencer di LinkedIn invitano gli utenti con un “keep professional” e le utenze Premium permettono di fare cernita tra chi vuole usarlo come piattaforma per lavoratori e chi lo impiega come una nuova chat per il gossip da macchinette del caffè.

8. Dal televoto al teletwitt.
I mezzi di comunicazione cercano di legarsi a doppio filo con i social e, spesso, ci riescono. I commenti in tempo reale, la creazione di hashtag ad hoc, la possibilità di interagire con il programma a costo zero, spingono sempre più utenti a diventare attivi anche con la tv.

9. Quando per diventare famosi si passa da grandi flop.
Un numero crescente di personaggi, trasmissioni, post sono diventati famosi grazie alle prese in giro, bonarie, che li hanno fatti diventare virali. Così prima ciò che premiava era il talento, ora il successo passa dalle figuracce.

10. Disinformazione.
La facilità di diffusione della rete aiuta anche il proliferare delle fake news che, se talvolta sono solo assurde, altre volte generano ingiustificato allarmismo o muovono gruppi di opinione. L’Unione Europea sta già pensando a mettere in piedi una legge per arginare il fenomeno e l’Italia è tra i casi studio.

Le sfaccettature della rete sono molte e trabocchetti, nascondini, potenzialità si scoprono solo col tempo. Lo stesso tempo che il web non concede.

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