Negli Stati Uniti spopola lo stile vegano. Una ricerca di Nielsen afferma che, con una crescita del 17% (dal 2017 al 2018), i sostituti vegetali della carne hanno raggiungo vendite pari a 3,7 miliardi di dollari nei supermercati. Al contrario il settore della vendita di alimentari, nello stesso periodo, è cresciuto solo del 2% (Fonte: Nielsen).

I prodotti più scelti sono creme, yogurt e gelati mentre a livelli decisamente più bassi si assesta la carne vegetale, uova, maionese e formaggi prodotti in “modo vegano”.
Il prezzo medio di questi prodotti è di circa 5 dollari maggiore rispetto a quello di origine animale, soprattutto per i prodotti derivanti da agricoltura cellulare.

Nell’indotto dei prodotti per vegani sono finiti anche i laboratori di microbiologia dove sono già in stato avanzato numerosi studi per ricreare molecole di carne e derivati senza avere a disposizione l’animale. Oltre all’indubbia valenza cruelty free rimarrebbe da capire fin dove la tecnologia si possa spingere. Ad oggi è possibile avere latte senza mucche, fatto attraverso i lieviti come avviene per l’azienda Perfect Day, gelatine che non derivano da vacche o suini e caglio senza l’impiego di vitelli oppure albumi d’uovo senza galline come quelli della startup Clara Foods.

Se un tempo le biotecnologie per creare prodotti acellulari erano ad appannaggio di pochi, oggi i costi sono molto più contenuti e quindi maggiormente accessibili.

Anche a Wall Street si è registrato un +163% per l’azienda californiana Beyon Meat nella giornata di quotazione, passando dalla valutazione iniziale di 1,5 miliari di dollari al momento del collocamento per arrivare a 3,4 miliardi a fine giornata.
VegInvest, un fondo di venture capital che sostiene startup che cercano sostituti della carne, ha sostenuto Wild Earth che ha raccolto 11 milioni di dollari per proseguire le ricerche per creare cibo vegano per il pet food. Ora con i 16 milioni di dollari totali raccolti cercheranno di sviluppare cibo per cani e gatti ottenuto da funghi eco-compatibili. Un mercato che negli States occupa circa il 25-30% della produzione di carne.

E in Europa?

A livello comunitario si discute sui nomi. Basta con veggie burger, bistecche di soia, scaloppine di tofu. Questi termini infatti saranno solo per gli alimenti di origine animale. I prodotti vegetali rotondeggianti si potranno chiamare “discs” e per quelli a forma di salsiccia-non-salsiccia si può usare “tubes”. Che il nome faccia la differenza, già lo insegnano i Montecchi e Capuleti di Shakespeare: può una rosa avere lo stesso profumo anche con un altro nome? E una tagliata di seitan avarà forse lo stesso aroma di una di manzo?
L’altra grande richiesta che arriva dal mondo vegano è quella di distinguersi dall’universo vegetariano. Vegano non è soltanto privo di carne, ma di tutti gli elementi animali, compresi aromi, conservanti, additivi o enzimi presenti nel processo di lavorazione.

In alcune nazioni (la Francia dal 2018 e poi anche Belgio e Spagna) è stato adottato il NutriScore che consiste in una etichetta che i produttori, su base volontaria, possono inserire sulla confezione per segnalare quanto l’alimento sia salutare. Simili alle targhette per la certificazione energetica sugli elettrodomestici, hanno una scala che va da “A” a “E” in base a quanti nutrienti negativi come zuccheri, grassi saturi e calorie siano presenti rispetto a quelli positivi, come vitamine, fibre e proteine.

In Gran Bretagna, a Brixton, ha aperto il primo negozio di formaggi vegani che continua ad utilizzare la denominazione “formaggio” nonostante le rimostranze delle aziende lattiero-casearie. Sulla stessa linea anche la catena Tesco che sta limitando i banchi della macelleria e pescheria per offrire solo prodotti confezionati. Secondo le loro ricerche il consumatore cercherà sempre più prodotti plant based.

In Italia da un lato si promuovono campagne di sensibilizzazione del consumo consapevole di carne. Prima tra tutte “la stellina della carne bovina” volta a informare sui benefici che si ottengono con un consumo di carne 2 volte la settimana. I consumi pro-capite in Italia sono al terzultimo posto di quelli europei con un valore medio annuo di 76,6 kg pro capite, considerando anche gli scarti e gli sprechi. (Fonte elaborazione Censis su dati Gira) Un raffronto oltre oceano propone consumi quasi doppi con i 116 kg annui a testa dell’Australia e i 115 degli Stati Uniti (Fonte FAO – Our word in data). La Coldiretti nel 2018 ha proposto uno studio che, dopo 6 anni di calo dei consumi di prodotti animali, registra nello scorso anno una timida crescita del 5%. Quasi ad attribuire il consumo di questi alimenti al benessere economico.

A Monza nascono cocktail a base di carne, una tendenza mutuata dagli USA che unisce l’alcol al sapore del grasso animale con la tecnica del fat washing. 
Sul fronte opposto, Soleschiano di Manzano, in Friuli, si proclama borgo Veg Friendly dove gli animali destinati al macello sono stati salvati in cambio di opere d’arte regalare agli allevatori per ripristinare il circolo virtuoso tra uomo e natura.
E in Calabria proseguono le colture di vino vegano che, nella concimazione, non utilizza prodotti di origine animale ma solo fertilizzanti naturali.

Bufale bovine

Per chi non è del settore è difficile destreggiarsi e capire dove stia la verità. Di certo però le posizioni sono opposte. Su siti pro-vegan si legge che troppa carne bovina provochi il cancro al retto-colon. I sostenitori pro-bistecche affermano che l’OSM ha studiato se possa esistere una correlazione tra questa malattia e uno smodato consumo di carne rossa, giungendo a concludere che l’incidenza è inferiore all’1%.

Chi non ha mai sentito parlare dei 15.000 litri di acqua necessari per produrre un kg di manzo?

Questo cavallo di battaglia di chi vorrebbe annullare il consumo di carne è smentito da chi opta per un consumo consapevole e ritiene che circa l’80-90% dell’acqua impiegata sia riutilizzato nel processo produttivo e restituito al ciclo idrico.

Per rispondere a chi sostiene che gli allevamenti intensivi incrementino l’effetto serra, i carnivori rispondono dicendo che il valore è del 4,4% dovuto non al bestiame ma alle attività umane. Su ecopassenger.eu hanno calcolato che un volo andata e ritorno Roma-Bruxelles genera più CO2 di quanto ne produca allevare carne per un italiano per un anno.

Infine gli ormoni per far crescere più rapidamente gli animali? Sarebbero vietati già dalla direttiva europea 81/206/CEE del 31 luglio 1981.

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