Ci risiamo.
Facebook è sotto l’occhio del ciclone per motivi di trasparenza, gestione ed utilizzo dei dati; i nostri dati. Ed anche noi, sulle pagine virtuali di Smart Marketing, ne abbiamo parlato precedentemente in un paio di occasioni:

Negli ultimi giorni non si fa altro che parlare dello scandalo di Cambridge Analytica e dell’uso, diciamo improprio, di dati presi da Facebook da parte della società inglese di analisi e studio di dati per fini strategici (campagne e strategie di comunicazione e marketing commerciale e politica).

Quelli di Cambridge Analytica sembrano essere molto bravi nel loro lavoro.
Attraverso le informazioni che giornalmente gli utenti (ossia noi) lasciano all’interno di Facebook sotto forma di like, commenti, condivisioni e post, la società inglese riuscirebbe a tracciare un profilo molto accurato dell’utente stesso, attraverso l’utilizzo di algoritmi specifici. Inoltre, a questa vastità di informazioni, la società inglese affianca anche dati relativi ai comportamenti d’acquisto, e/o di vario genere, che giornalmente abbiamo sul web. Con questa mole di dati, la Cambridge Analytica riesce quindi a realizzare delle campagne di comunicazione altamente mirate e targettizzate potendo contare sulla costituzione di un profilo utente molto ben definito non solo sotto l’aspetto comportamentale, ma anche sotto l’aspetto emozionale.Dati, Cambridge Analytica e Facebook

Come detto sembrano essere molto bravi. Stando a quanto afferma Michal Kosinski, psicologo e data scientist che lavora sull’algoritmo di Cambridge Analytica, attraverso pochi like lasciati su Facebook, sono in grado di avere una conoscenza davvero molto precisa di un utente. Con 70 like si potrebbero conoscere più cose di un utente rispetto ai suoi amici, con 150 like di più dei suoi genitori, con 300 di più del compagno/a, per arrivare a conoscerci addirittura di più di noi stessi.

Cosa viene imputato a Facebook?

Facebook, in breve, non avrebbe opportunamente vigilato sui dati dei propri iscritti. Nel 2014, infatti, uno sviluppatore di App che consentiva l’accesso alla propria App – thisisyourdigitallife – tramite il Facebook Login (azione lecita), ha successivamente ceduto i dati di cui era in possesso (si parla di informazioni relative a circa 50 milioni di utenti) a Cambridge Analytica. Proprio quest’ultimo aspetto è il fulcro del problema, perché la cessione a terzi dell’utilizzo dei dati non è consentita da Facebook. Quindi è di questo che si tratta: un mancato o tardivo controllo dell’utilizzo di dati.

E Cambridge Analytica come ha utilizzato queste informazioni?

Sembrerebbe che Cambridge Analytica abbia avuto un ruolo rilevante nella vittoria di Trump alle elezioni presidenziali americane del 2016. Attraverso la loro capacità di elaborazione dei dati e l’utilizzo delle loro tecnologie avrebbero prodotto una strategia di comunicazione per veicolare messaggi di vario genere (pubblicità, ma anche fake news) contro l’altra candidata alla Casa Bianca, Hillary Clinton.
E sappiamo tutti come è andata a finire.

Ma vediamo nel dettaglio qual è la strategia capace di influenzare le nostre decisioni.

Hai messo like ad un contenuto contro l’immigrazione? Allora ti mostrerò una pubblicità/contenuto (magari anche una “bella” fake news) nella quale troverai informazioni sui reati compiuti solo dagli immigrati.

Hai poi condiviso un contenuto nel quale si parlava del mal costume della politica? Allora ti invierò messaggi contenenti gli sperperi o il mala affare solo inerenti alla fazione dell’avversario politico di turno. E via così.

Sostanzialmente quello che per noi appare un atto puramente goliardico o senza controindicazioni – il semplice like o la condivisione – si traduce invece in informazioni chiave su noi stessi delle quali gli inserzionisti, chi si occupa di marketing e chi analizza i dati, si servono per raggiungere obiettivi ben definiti.

Capita di sovente quando navigando ci accorgiamo che proprio quel prodotto che tanto desideravamo e ricercavamo (online) ci raggiunge “magicamente” sullo schermo del nostro Pc o smartphone – per mezzo di una mail o di un messaggio - nel bel mezzo della nostra “inconsapevole” navigazione, mostrandosi il tutto il suo splendore.

Quanto rappresentato, ovviamente, ripetuto per giorni, può farci propendere per un determinato acquisto o, ed è questo il punto più delicato, farci votare per uno schieramento politico piuttosto che per un altro.

Come abbiamo detto lo schema è semplice e di certo non nuovo: essere sottoposti ad un bombardamento mediatico/pubblicitario profondamente indirizzato (quelli di Cambridge Analytica sembra che lo chiamino “microtargeting comportamentale”), consolida le nostre credenze e ci spinge all’azione.

Ma possiamo realmente affermare che eravamo all’oscuro di tutto ciò?

Altra questione è ovviamente l’uso indiscriminato dei nostri dati ed il passaggio non controllato degli stessi da un attore ad un altro.
E su quest’ultimo passaggio, Mark Zuckemberg in persona, ha preso pubblicamente posizione dopo che la sua società – Facebook – è stata duramente attaccata. In parole semplici ha chiesto scusa per l’accaduto, ha ammesso la proprio responsabilità ed ha annunciato tutta una serie di azioni da mettere in campo per preservare la fiducia di tutti gli utenti iscritti al più famoso Social Network del mondo.

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