Ok, va bene, siamo un’Italia quasi tutta bianca, il caldo è già afoso, l’estate sembra cominciata da almeno due settimane, ed invece, mentre scrivo questo articolo (20 giugno), manca ancora un giorno. Insomma, la voglia di tornare alla normalità pre-pandemia è potente e irrefrenabile, ma, diciamoci la verità, non sarà facile riprendere una vita “normale”.

Le abitudini che abbiamo acquisito in questo anno e 4 mesi di aperture e chiusure, distanziamento sociale e mascherine, focolai e vaccini, non le dimenticheremo molto presto, così come non dimenticheremo tutte quelle nuove abitudini fatte di videochat, ascolto di podcast, e le ore ed ore passate davanti ad uno schermo a guardare l’ennesima e fichissima serie targata Netflix, Amazon Prime Video, Disney + o Sky.

Ed è proprio per facilitare la transizione fra un tempo fatto di restrizioni e una ritrovata e nuova normalità che voglio segnalarvi tre serie recenti uscite su Amazon Prime Video, anche perché ne ho diffusamente parlato in una recente puntata di “Incontri ravvicinati”, dedicata proprio alla serialità on-demand, con l’immancabile Ivan Zorico e la nostra esperta di serialità (TV ed on-demand) Simona De Bartolomeo.

Allora cominciamo da quella uscita prima.

Si tratta di “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, di Philipp Kadelbac, la cui prima stagione di 8 episodi è stata pubblicata sulla piattaforma il 19 febbraio scorso e che vi consiglio di recuperare.

A chi comincia ad avere qualche capello bianco, come il sottoscritto, questa serie ricorda sia il libro omonimo del 1978 dei giornalisti K. Hermann e H. Rieck che il film “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” (Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo) del 1981, diretto da Uli Edel, entrambi censuratissimi e criticati all’epoca per la loro estrema crudezza, ma che fotografavano magistralmente una generazione perduta che scopriva l’eroina e l’abisso nel quale essa risucchiava i suoi consumatori. Dopo il primo choc e sconcerto, fu soprattutto il film, che si trainava dietro il libro, a diventare quasi una sorta di video educativo da far vedere nelle scuole superiori per spiegare i rischi e le umiliazioni a cui si sottoponevano i “tossici” pur di procurarsi una nuova dose.

Ma veniamo alla serie diretta da Philipp Kadelbac, perché dovremmo vederla?

Credo innanzitutto perché le questioni ed i problemi che denunciava sono ancora attuali: sì, sono cambiate le droghe e sono passati gli anni, ma la tossicodipendenza è sempre un problema; poi perché, come spesso accade per le serie tratte o ispirate a vecchi film o libri, esse offrono la scusa per esercitarsi in quell’esercizio di raffronti e comparazioni che alla fine portano a vedere anche il film e magari a leggere il libro per meglio capire quale sia il media più adatto a raccontare questa storia.

Personalmente è proprio quello che sto facendo io, che dopo la visione della serie ho recuperato il film e sto per acquistare il libro.

La serie mantiene gran parte della storia originale, ispirandosi sia al film che al libro, ma decide di sfumare una precisa collocazione temporale, che noi spettatori intuiamo più dall’assenza di determinati oggetti che dalle ambientazioni e scenografie che inneggiano a quello stile tardo anni ’70 buono per tutte le epoche. Diciamola tutta, la serie non ha avuto un grande successo ed è stata criticata perché a differenza del libro e del film fa crescere l’età dei protagonisti e perché, con il fine di raggiungere un vasto pubblico, annacqua gran parte delle scene crude e scioccanti che tanto avevano contribuito al clamore ed all’interesse per gli altri due media.

La serie però ha il suo appeal, gli attori sono tutti giovanissimi e bravi, i costumi e la fotografia in perfetto stile fine anni ’70 e poi, come detto, ci spinge a recuperare sia il film che il libro attivando un circolo culturale virtuoso, che tra le altre cose ci permette di riascoltare le musiche e le canzoni della famosa trilogia berlinese di David Bowie, che era parte integrante sia del libro che del film come di questa serie.

La seconda serie di cui voglio parlarvi è “Panic”, la cui prima stagione (10 episodi) è stata pubblicata, sempre su Amazon Prime Video, il 28 maggio scorso.

Si tratta di un teen drama basato sul romanzo bestseller omonimo di Lauren Oliver, autrice del New York Times, e pubblicato per la prima volta nel marzo del 2014.

Ci troviamo nella piccola cittadina di Crap, in Texas, dove l’unico desiderio dei giovani è quello, una volta diplomati, di poter fuggire da una realtà provinciale, oppressiva, senza futuro né prospettive.

È per questo che tutti gli studenti del locale liceo si sono autotassati di 1 dollaro al giorno fin dal primo anno di superiori per mettere insieme il montepremi di 50.000 dollari del gioco “Panic”, un vero e proprio survivors game con prove di coraggio ed abilità fisiche di difficoltà sempre crescenti. Al termine di Panic, cui partecipano gli studenti diplomati, al vincitore andrà tutta la somma e la possibilità di lasciare Crap per un futuro migliore. Il gioco si svolge in modalità segreta perché gli adulti della cittadina non vogliono che abbia luogo, ancor di più da quando nella edizione precedente ha causato, a quanto pare, la morte di due partecipanti.

La serie è intrigante, ben recitata, con delle belle location e un’ottima fotografia, ma, a mio avviso, la cosa che la rende oltremodo interessante è che si inserisce in quel filone di film (ma non solo) che “ragionano” sulle implicazioni sociali e filosofiche di una competizione, alla luce dell’esplosione della cultura di massa e del fenomeno dei reality show, che da oltre 20 anni imperversano nei palinsesti televisivi del mondo.

Il primo esempio cinematografico di cui ho trovato traccia è italiano, e si tratta di un misconosciuto film del 1965 diretto da Elio Petri, “La decima vittima”, tratto dal breve racconto di fantascienza La settima vittima (The Seventh Victim) di Robert Sheckley, interpretato da Marcello Mastroianni (per l’occasione biondo ossigenato), Ursula Andress ed Elsa Martinelli. Un film che vedeva una coppia di sceneggiatori doc come Ennio Flaiano e Tonino Guerra e che vi consiglio di recuperare.

Anche questa serie, come la precedente, ci invita a quel gioco di ricerca delle fonti ed ispirazioni letterarie e cinematografiche che, oltre ad innescare un circolo virtuoso di conoscenza, ci può tornare utile anche in altri campi.

Terza ed ultima serie di cui voglio parlavi è “Veleno”, una docu-serie televisiva, pubblicata il 25 Maggio 2021, in cinque episodi, diretta da Hugo Berkeley, ispirata all’inchiesta di Pablo Trincia e diventata un celebre e premiatissimo podcast e poi anche un libro pubblicato da Einaudi.

Siamo nella Bassa modenese, nei paesi di Mirandola e Massa Finalese, nei quali fra il 1997 e il 1998 scoppia lo scandalo ed il caso dei Diavoli della Bassa modenese, o pedofili della Bassa modenese.

In seguito alle segnalazioni di alcuni assistenti sociali, emersero elementi giudiziari che dimostravano l’esistenza di una setta dedita a riti satanici nei quali sarebbero stati molestati e assassinati bambini.

Dalla denuncia di uno dei bambini seguì una vasta indagine e il definitivo allontanamento di sedici minorenni dalle proprie famiglie, con i genitori macchiati dalla peggiore delle infamie e con le loro vite distrutte per sempre.

Anni dopo la verità processuale stabilì che non ci furono né riti satanici né tanto meno omicidi e venne inoltre ipotizzato che le tecniche di interrogatorio dei bambini, fatte da psicologi e assistenti sociali, avessero portato a far emergere e credere veritieri dei falsi ricordi.

Un caso giudiziario e psicologico esemplare che dovrebbe metterci in guardia dalle possibili alterazioni dei ricordi, ancora di più in soggetti suggestionabili come i bambini, quando a condurre gli interrogatori e le interviste cognitive non sono professionisti consapevoli e preparati sulle trappole linguistiche e sul potere di suggestione delle parole.

Anche in questo caso siamo di fronte ad una serie nata come podcast, diventata libro ed infine serie on-demand, un prodotto che il prof. Henry Jenkins, autore del fondamentale saggio “Cultura Convergente” (2006), avrebbe definito “media franchise”, ossia un contenuto che una volta elaborato passa da un media ad un altro cambiando natura, tempi e modalità di fruizione.

Queste sono le tre serie Amazon Prime Video che secondo me andrebbero viste, sia per le storie che raccontano, sia per le scoperte che ci consentono di fare, sia per quelle interessanti connessioni che ci permettono di sperimentare, recuperando il film, il podcast o il libro da cui sono tratte, accrescendo, in tal modo, la nostra esperienza e la nostra cultura, tutto in una divertente modalità multipiattaforma.

 

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