The social dilemma: il docudrama sui social network che vi spaventerà

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“The social dilemma” è il docudrama, prodotto da Netflix e diretto da Jeff Orlowski, che vi aprirà gli occhi sui social network e su come influenzano subdolamente la nostra vita. Per chi utilizza questi strumenti anche per lavoro è facile capire di cosa stiamo parlando, ma non per tutti, non per i giovani sotto i diciotto/vent’anni, non per tutti gli over cinquanta e sicuramente non per chi usa questi strumenti solo per passatempo, non pensando minimamente ai molteplici meccanismi che si nascondono dietro.

Tristan Harris
Tristan Harris

Questo documentario unisce interviste a professionisti del settore a filmati recitati con attori, inserendo anche qualche animazione e con questa formula riesce a tenere incollato lo spettatore, nonostante la tematica ed i suoi numerosi risvolti diventino ogni minuto più inquietanti. Tra i protagonisti delle interviste spicca Tristan Harris, ex esperto di etica digitale di Google, che durante il suo lavoro si chiese se fosse normale essere così dipendenti dalle e-mail, dai messaggi e dalle notifiche e oggi spiega alla gente cosa si cela dietro tutto il mondo social. Nei suoi convegni Harris invita a riflettere su come il mondo intero stia impazzendo, su come chi lavora dietro queste piattaforme ci tenga perennemente sotto controllo, ci induca inconsciamente a modificare i nostri comportamenti non solo virtuali, ma soprattutto quelli della vita reale quotidiana. In questo documentario i vari ex dipendenti pentiti della Silicon Valley intervistati ci raccontano la pericolosa deriva della tecnologia, nata per scopi ben più nobili, come riunire famiglie distanti, velocizzare la sanità, condividere il sapere in tutto il mondo e, invece, si ritrova oggi ad essere un enorme invisibile burattinaio che gestisce, indirizza e controlla le nostre vite e le nostre scelte, che immagazzina i nostri dati 24 ore al giorno, lasciandoci solo l’illusione di avere ancora una privacy e una libertà di pensiero.thesocialdilemm

L’accusa mossa ai social, non è nei confronti del social in sé, quanto al modo in cui le grandi ricchissime aziende pagano per ricevere i dati degli utenti e non solo indirizzi e numeri di telefono, bensì stati d’animo e interessi, cosa odiamo e cosa ci piace, chi seguiamo sui social e chi amiamo nella vita reale, quanti secondi guardiamo una foto e a che ora e molto altro ancora, influenzando, così, i nostri pensieri, le nostre scelte ed i nostri comportamenti nella vita e invadendo completamente la nostra privacy.

Scopri il nuovo numero: #ripartItalia

Mai come ora, in questo settembre 2020, un numero come #ripartItalia sembra utile e necessario perché, mai come adesso, in questo nefasto anno bisestile, abbiamo bisogno di fare il punto sulle cose, su noi stessi, sui nostri obbiettivi e sulle nostre vite.

Tutto questo controllo avviene attraverso algoritmi creati da intelligenze artificiali che selezionano i contenuti più adatti a ciascuno utente, entrando così in un’assurda competizione per la sua attenzione e per tenerlo più tempo possibile attaccato al suo device. Facile intuire che il problema non è tanto grave verso la popolazione adulta, tanto quanto lo è, invece, verso gli adolescenti, che diventano sempre meno capaci di relazionarsi faccia a faccia, di instaurare rapporti veri e sani e soprattutto di reggere ai giudizi degli altri, il tutto aggravato dal fenomeno del bullismo e degli haters, che utilizzano proprio lo scudo dello schermo per denigrare il bersaglio di turno; assistiamo così all’aumento dei casi di depressione nei giovani, sempre più soli e fragili. Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e molti altri prendono il controllo anche dell’autostima dei bambini e dei ragazzi che, attraverso il consenso o il dissenso di estranei, costruiscono una distorta percezione della propria identità.

Un’altra importante intervista presente è quella all’informatico padre fondatore della realtà virtuale, Jaron Lanier, autore del libro “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” (qui trovate la nostra recensione), che spiega il concetto di prodotto sui social: nel momento in cui noi utenti non paghiamo per utilizzare questi siti, abbiamo l’illusione di non stare comprando nulla, che non ci sia un vero e proprio prodotto da comprare e un prezzo da pagare, ma in realtà non è così, perché il prodotto siamo noi e Lanier lo spiega con questa frase è il graduale e impercettibile cambiamento del tuo comportamento e della tua percezione ad essere il prodotto”.

Lo scenario svelato da “The social dilemma” è un preoccupante quadro quasi senza via d’uscita, fatto di un aumento delle malattie mentali, della discriminazione di varia natura e della violenza, tutti problemi che partono dai social media, ma che poi si realizzano nella vita vera, ma c’è una soluzione a tutto questo? C’è una speranza? Un modo per invertire la rotta?dieciragioni

Il punto di partenza è necessariamente obbligare l’industria tecnologica della Silicon Valley ad applicare delle norme etiche che possano rimodulare l’utilizzo dei nostri dati sensibili, attraverso leggi e sanzioni, ma c’è anche qualcosa che possiamo fare noi fruitori, come cancellarsi dai social (la scelta più estrema) o almeno provare ad essere più vigili durante l’utilizzo dei social network, cercando di non cadere nelle trappole delle fake news, dei siti clickbait, dei video consigliati e ridurre il tempo trascorso sui vari social.

Il documentario si conclude con l’invito a visitare il sito thesocialdilemma.com (https://www.thesocialdilemma.com), con la frase “Apriamo un dialogo per una soluzione” e, infatti, credo ci sia l’urgenza di far conoscere questo docudrama, soprattutto ai giovani, magari proiettandolo nelle scuole, col fine di aprire un confronto, un momento di condivisione e conversazione, nella vita vera.

Tempo di lettura: 3,83 minuti
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