La musica rende liberi


“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.”

Queste parole, che ancora oggi fanno riflettere su rigurgiti razzisti, sono quelle contenute nell’opera di Primo Levi “Se questo è un uomo”, deportato nel campo Auschwitz-Monowitz e salvato dalle truppe dell’Armata Rossa che il 27 gennaio 1945 arrivarono ad Auschwitz scoprendo, per la prima volta e con incredulità, le atrocità perpetrate dal regime nazista in quel luogo di tortura e di morte.uid_007d6e22acc5353e33861f9c731bf1c51579536423062_width_2066_play_0_pos_0_gs_0_height_1375

I pochi sopravvissuti, come Levi, ripeteranno fino alla fine dei loro giorni quello che accadeva in quel campo ed in tutti i campi di sterminio nazista, spesso impauriti e con la voce rotta dalla commozione.

Uomini, donne e bambini privati di ogni umanità, non persone e nomi, ma soltanto numeri, come quelli che gli venivano tatuati sul braccio, numeri mandati a morire nei modi più assurdi ed atroci.

https://www.youtube.com/watch?v=frVkJCXZBLA

“Numeri da scaricare”, gli stessi, forse, della cupa canzone composta da Francesco De Gregori nel 2005, che esorta a non piegarsi alla logica dell’indifferenza.

Shoah, olocausto, sterminio, genocidio, sono parole che riecheggiano e si ripetono ogni 27 gennaio, il “giorno detto della memoria”, istituito dalle Nazioni Unite affinché non ci si dimentichi dell’orrore di quei campi e delle testimonianze di quelli uomini, scampati per miracolo ad una fine tragica.

Racconti reali, ma così assurdi e grotteschi, da sembrare il frutto del più distopico dei romanzi di fantascienza o dell’ultima accattivante serie TV, come qualcuno, di tanto in tanto, insinua.

È il caso dell’“Orchestra delle ragazze di Auschwitz” (Mädchenorchester von Auschwitz), creata dalle SS nel 1943, che assolveva gli stessi compiti dell’orchestra maschile del campo, suonare per le detenute costrette ai lavori forzati o intrattenere i loro aguzzini.

Era pratica usuale, infatti, creare orchestre utilizzando i musicisti detenuti nei campi cercando di dare parvenza di un clima disteso, che in realtà non esisteva, oppure semplicemente, per offrire svago alle truppe, ma solo nel campo di Auschwitz-Birkenau, era presente un’orchestra femminile.

Sperando di scampare alla morte, le prigioniere, tra cui erano presenti nomi illustri come Fania Fénelon e Alma Maria Rosé, la prima, cantante e pianista francese, la seconda, violinista austriaca e nipote di Gustav Mahler, erano costrette a suonare per tantissime ore al giorno, malnutrite e vessate dei loro sorveglianti ma, nonostante questo, non smisero mai di portare conforto con la loro arte, alle altre detenute.

https://www.youtube.com/watch?v=MV9ivuoljGo

Dev’essere questa storia e questo messaggio di speranza ad aver ispirato il brano del cantautore pugliese Camillo Pace, “Birkenau”.

“Birkenau” non è soltanto il racconto di un viaggio in Polonia, tragica meta turistica, ma il filo spinato dietro il quale spesso rinchiudiamo insicurezze e paure che non riusciamo a superare, la gabbia dentro la quale non c’è nessun soldato nazista ad imprigionarci, se non noi stessi e dal quale, riusciamo ad uscire soltanto grazie alla musica ed al suo potere liberatorio e terapeutico.

Quella stessa musica, asservita al potere nazista, spogliata della sua forma più pura, violentata anch’essa, in un posto dove non c’è più niente di umano, un luogo dove persino i bambini in un delirio di onnipotenza e disumanità, vengono mandati a morire nelle camere a gas e le loro polveri finiscono nell’oblio, trasportate dal vento.

https://www.youtube.com/watch?v=krsp726YPAk

Così “Auschwitz” (La canzone del bambino nel vento), la più celebre canzone sull’olocausto composta da Francesco Guccini nel 1966, racconta lo sterminio di milioni di ebrei, ammonendo su tutte le guerre che ancora devastano il mondo.

Quel delirio razzista, non risparmiò neanche gli ebrei convertiti al cattolicesimo, come la santa Edith Stein, deportata dal convento carmelitano di Echt, nei Paesi Bassi, ad Auschwitz-Birkenau, dove morì incenerita.

https://www.youtube.com/watch?v=aV_jMq4wass

A lei, nel 1991, Juri Camisasca dedica “Il Carmelo di Echt”, brano dalla forte potenza evocativa e mistica, successivamente interpretato anche da Franco Battiato.

Nel corso degli anni, molti autori hanno sentito il bisogno di raccontare l’olocausto, pur non avendolo direttamente vissuto e molti se ne potrebbero citare e ognuno a suo modo, con la sua musica, ci spinge a non abbassare la guardia, a non dimenticare, a non cadere vittima dell’indifferenza perché, come recita la definizione scritta per lo Zingarelli 2020, da Liliana Segre:

“Quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori.”




Growth Hacking e Inbound Marketing: il futuro delle imprese italiane è qui. Intervista ad Alessia Camera.


L’ancora di salvezza delle aziende italiane si chiama internet e vede in due approcci, due facce della stessa medaglia, la sua massima espressione: Growth Hacking e Inbound Marketing.

Entrati ormai nei nuovi anni ’20, è imprescindibile che le imprese che vogliano continuare a fare business, abbiano una strategia chiara su tutto quello che è il posizionamento online e sul come sfruttare le opportunità che il web offre.

Lo scenario dei consumi in cui viviamo è profondamente mutato negli ultimi 20 anni e continua a farlo sempre più velocemente grazie alla tecnologia e all’innovazione che viene sviluppata ogni giorno. Restare fermi a guardare equivale a perdere quote di mercato che regaliamo direttamente ai nostri competitor senza possibilità di ritorno.

Il consumatore e il processo d’acquisto del 2020

L’esperienza è la chiave del successo di ogni impresa perché il consumatore di oggi è profondamente cambiato:

La creazione di valore della marca si realizza attraverso una total customer experience ossia un’esperienza totalizzante, nutrita da diversi touch points con il consumatore da cui derivano il vantaggio competitivo e la difendibilità del valore stesso. Con la diffusione dei canali digitali, le opportunità di contatto con il cliente sono cresciute esponenzialmente.

Con il cambiamento e l’evoluzione del consumatore, abbiamo assistito all’inevitabile mutamento del percorso d’acquisto. L’emblema di questa rivoluzione è lo ZMOT, creato da Google e oggi usato da tutti i marketer per spiegare cosa è successo al consumatore.

Infatti l’esperienza d’acquisto offline, prima del Web e prima dei social, si suddivideva in 3 fasi:

Con l’avvento della tecnologia e il successo di massa del Web e degli strumenti digitali, secondo Google esiste un ulteriore passaggio focale: lo Zero Moment of Truth, ZMOT.

Si tratta del momento in cui il potenziale cliente costruisce le sue convinzioni e quello in cui il suo proprio personale processo d’acquisto inizia. È la possibilità, che ogni potenziale cliente ha, di cercare informazioni di ogni tipo (schede prodotto, recensioni, forum, blog dedicati, video tutorial e molto altro) online e di farsi una propria opinione sul prodotto o servizio, ancor prima di averlo visto dal vivo o provato.

Inbound Marketing, metodologia e applicazione

Lo scopo dell’Inbound Marketing è creare esperienze di valore che abbiano un impatto positivo sulle persone e sulle aziende, che siano assolutamente utili a raggiungere i loro obiettivi. Ma come si fa Inbound Marketing?

  1. Attirando prospect e clienti sul vostro sito web e sul vostro blog attraverso contenuti pertinenti e utili.
  2. Dando valore ai loro bisogni e alle loro esigenze, instaurando conversazioni 1 a 1 grazie agli strumenti di marketing come e-mail e chat.
  3. Fidelizzandoli, continuando ad essere il loro consulente ed esperto, un punto di riferimento unico.

Una strategia di Inbound Marketing prevede un piano a medio-lungo termine che individui sia le Buyer Persona di riferimento e quindi i clienti tipo ed ideali da voler attirare, coinvolgere e fidelizzare, sia il loro Buyer’s Journey ovvero il percorso d’acquisto che si divide in tre fasi (awareness-consideration-decision) e che deve guidare l’utente verso la conversione finale. Vanno poi identificati gli obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Raggiungibili, Rilevanti e a Tempo) e definiti gli strumenti per raggiungerli.

Growth Hacking, definizione e sviluppo

Il termine “Growth Hacking” viene coniato nel 2010 da Sean Ellis, consulente noto per aver risollevato le sorti di Dropbox, LogMeIn, EventBrite e Qualaroo. In una recente intervista rilasciata a Ryan Holiday, Sean Ellis ha definito il Growth Hacking come un processo per trovare le modalità più efficaci per far crescere un’azienda che comprende rapide sperimentazioni per trovare opportunità di crescita in momenti specifici.
Mentre l’Inbound Marketing si occupa di creare una strategia a lungo termine, il Growth Hacking ci permette di strutturare un processo di rapide sperimentazioni per verificare quali strumenti inseriti nella strategia possano davvero essere performanti e scalabili. Per questo motivo devono essere considerati come complementari perché insieme riescono davvero a incrementare la crescita e a farlo sul lungo periodo.

Alessia Camera, Growth Manager & Head of Digital, professionista e consulente di Marketing digitale
Alessia Camera, Growth Manager & Head of Digital, professionista e consulente di Marketing digitale

Per capire ancora meglio lo scenario attuale e futuro e come le aziende debbano evolvere per continuare a sviluppare business, abbiamo intervistato Alessia Camera, Growth Manager & Head of Digital, professionista e consulente di Marketing digitale, che ha collaborato con 15+ startup, progetti tech, PMI e multinazionali a Londra e in Italia.

D. Buongiorno Alessia, sei approdata a Londra nel 2012 quando si era da poco iniziato a parlare di Growth Hacking, come hai vissuto l’inizio di questo pensiero rivoluzionario?

R. Sono arrivata a Londra alla fine del 2012 quando la capitale inglese era molto diversa da oggi. Stavano arrivando gli entusiasti delle startup un po’ da tutta Europa, si ritrovavano i founder che avevano sviluppato app e idee a Helsinki legati all’ecosistema Nokia e Tallinn, per esempio i founder di Skype che poi hanno dato vita a Transferwise proprio allora e gli americani, che dopo gli anni d’oro delle dot.com decidevano di mettere un primo piede in Europa o di tornarci, e ovviamente sceglievano Londra.
C’era moltissima energia e anche se nessuno sapeva davvero cosa significasse lavorare in una startup oppure che sviluppare strategie di marketing per startup si chiamasse Growth Hacking, era quello che ognuno di noi faceva nel proprio lavoro quotidiano.
Ero partita dall’Italia con un contratto come social media manager per una startup che poi si è trasformato in digital marketing manager per un e-commerce di arredamento in chiave sostenibile, non vedendo l’ora di toccare con mano cosa significasse fare marketing quando il prodotto fisico era una conseguenza di un’esperienza digitale.
Mi ricordo che ci trovavamo in quei 3 coworking a Londra (ora ce ne sono più di 50) e già nei primi mesi avevo scoperto che marketing non era solamente svolgere un insieme di attività con l’obiettivo di “farsi conoscere” come avevo studiato e visto in Italia. L’approccio delle startup era totalmente pratico, “scrappy” come si dice in gergo: qualsiasi attività doveva essere tracciata in modo da analizzare i dati e capire quali fossero le conseguenze in termini di business. Nessuno aveva grandi budget e nel 2012 i social media avevano ancora un po’ di potenzialità in termini di contenuto organico: ogni giorno testavamo nuove idee per capire quale fosse quella che poteva farci raggiungere le metriche e gli obiettivi che ci eravamo prefissati e non contava se per fare ciò dovevamo stare in ufficio fino alle 9 di sera, eravamo tutti motivati al risultato. In quel primo anno ho imparato le basi operative di quello che è ancora il mio modo di operare e il mio approccio: una palestra di vita personale e professionale incredibile, che non dimenticherò mai.

D. Se dovessi spiegare a un neofita del marketing e del mondo digitale cosa vuol dire fare Growth Hacking e quali sono i suoi vantaggi?

R. Il Growth Hacking è una metodologia, un approccio di marketing che si basa sul definire degli obiettivi e sperimentare delle attività in diversi canali digitali utilizzando un approccio numerico per definire se quegli obiettivi sono stati raggiunti. Mette da parte quello che è “il branding” per ragionare in ottica performance utilizzando un metodo sperimentale che ci spinge a pensare che solo i dati ci facciano capire quale è la via corretta.
Come dicevo a un evento recentemente, il fatto di “avere esperienza” è spesso una trappola perché chi ha esperienza è “biased”, pensa infatti che una campagna su un canale non funzioni perché in passato non ha funzionato. Il Growth Hacking mette in discussione tutto ciò e ci costringe a pensare di avere ragione solo se abbiamo i dati dalla nostra parte. Si parte da un’ipotesi che viene continuamente ottimizzata in ottica di esperienza digitale e di marketing con un mercato di riferimento molto specifico.
Oggi il digitale ci fornisce un’opportunità pazzesca, possiamo misurare quasi tutto, dalle performance ai processi aziendali, alla nostra attività e a quella dei nostri clienti online. Perché non sfruttarla, quindi e mettere da parte le nostre convinzioni, cercando di sviluppare un approccio basato su ipotesi che vengono continuamente validate e ottimizzate?

D. Come hai sfruttato il Growth Hacking nella tua esperienza in startup e nel progetto di lancio europeo che hai seguito per Playstation PS4?

R. Dalla mia esperienza di 5 anni di lavoro come dipendente e consulente per startup posso dire che l’approccio non è molto diverso dalle PMI italiane: budget ristretti, necessità di avere un riscontro sulle metriche di business e poche risorse. Nelle startup il livello di difficoltà è maggiore poiché non ci sono dati storici e c’è necessità di andare molto veloci (la media europea di vita di una startup è 1-3 anni) ma al di là di questo le esigenze sono molto simili, ecco perché credo che la metodologia di Growth Hacking possa essere utile anche se applicata dalle PMI italiane.

Nelle corporate invece la situazione è diversa e dipende molto dai progetti e dal team: abbiamo utilizzato un approccio di Growth Hacking per il lancio di PS4 perché avevamo obiettivi ambiziosi, potevamo testare i pre-ordini e poco tempo. Tuttavia i budget a 6 cifre che erano stati predisposti non erano un grande incentivo all’ottimizzazione, ecco perché sei molto più tranquillo nell’adottare un processo di Growth Hacking per lanciare un brand conosciuto da tutti: non c’è praticamente nessun rischio. Vai veloce, ottimizzi le attività se il tuo team è molto appassionato al proprio lavoro, com’è successo per il lancio di PS4, ma in realtà le grandi aziende hanno così tanto budget da spendere, che spesso lo spendono in attività poco profittevoli, senza che ciò rappresenti davvero nel breve termine. Bisogna prevedere il cambiamento e accorciare le distanze con i propri utenti, capendo quali sono le attività che portano valore a loro incentivando la relazione tra esperienza digitale e utenti, si impara a lavorare in un’ottica di lungo termine che non dipende solo dai budget che si spendono in pubblicità. Ed è proprio questa la potenza di un approccio di Growth Hacking!

D. Torni spesso in Italia per la promozione dei tuoi libri dedicati all’argomento, che scenario pensi ci sia oggi nel nostro Paese e come si stanno muovendo marketer e aziende?

R. Negli ultimi 7 anni ho visto che l’Italia sta crescendo e si sta creando sempre più consapevolezza verso i temi di startup e marketing digitale. Certo, non in modo estremamente veloce, ma sta arrivando quella famosa trasformazione digitale di cui tanto abbiamo sentito parlare in questi anni. Professionisti e aziende stanno capendo che non c’è più spazio per le definizioni ed è ora di agire, di tirarsi su le maniche e iniziare a capire dove e come applicare i concetti di Growth Hacking, di marketing e di innovazione che faranno davvero bene al Paese nei prossimi anni e che permetteranno all’Italia di tornare a essere considerata un asset nel panorama internazionale. È vero, sono un’inguaribile ottimista, ma io credo davvero che in Italia ci siano le competenze e l’approccio giusto perché ciò arrivi, siamo persone abituate “a fare” con una grande creatività e capacità di risolvere problemi (cosa che per esempio in UK non sono molto bravi a fare).

I libri pubblicati da Alessia Camera editi da Hoepli: Startup marketing e Viral Marketing, quest'ultimo assieme a Michele Pagani
I libri pubblicati da Alessia Camera editi da Hoepli: Startup marketing e Viral Marketing, quest’ultimo assieme a Michele Pagani

Siamo tuttavia anche conservatori, poco bravi a cogliere la visione d’insieme delle cose e un pochino individualisti, ci aspetta una nuova trasformazione culturale spinta da una nuova ondata tecnologica: useremo la realtà aumentata, il 5G, l’Internet delle cose non solo nel nostro tempo libero ma sempre più in azienda. Ed ecco che sarà proprio nella capacità di applicare queste novità che potremo usare il Growth Hacking per capire come sperimentare e innovare non solamente in fabbrica, ma nel marketing e nella capacità di essere attrattivi per clienti e mercati internazionali. Le opportunità ci sono, dovremo “solo” essere capaci a coglierle, ed è forse nel rischiare che le nostre aziende non sono bravissime a fare, ma sono sicura che guidate e consigliate dalle persone giuste, ce la faremo.

D. Qual è il consiglio che ti senti di dare ad una startup italiana che oggi vuole entrare nel mercato ed avere successo?

R. Darei tre consigli che sono molto legati tra di loro: non innamoratevi dell’idea, ma testatela con il vostro mercato di riferimento, che non è esclusivamente quello italiano ma è anche quello estero, usando i dati per capire quale strada sia quella corretta da percorrere. Spesso chi si occupa di startup si focalizza sull’idea, con la paura che qualcuno gliela possa copiare. Nonostante siano anni che lo dico, mi trovo ancora a dover firmare degli accordi di non divulgazione (NDA) prima di fare un meeting per discutere dell’idea di un app o di una piattaforma di e-commerce. Colgo l’occasione per ribadire che nessuno vi ruba davvero l’idea, perché l’idea vale solo l’1% di un progetto imprenditoriale. Quello che davvero conta è come sviluppare quell’idea e soprattutto come ottimizzare quel prodotto digitale nel tempo, secondo i dati raccolti, le metriche di business e il mercato di riferimento, che deve crescere velocemente. Ne approfitto anche per dire che è bello parlare di blockchain o di intelligenza artificiale, ci fa sembrare più interessanti al pubblico, ma non ci garantisce scorciatoie a lungo termine. La tecnologia è solo un abilitatore di un progetto, e spesso, nella fase iniziale è importante davvero testare la nostra idea con gli strumenti che abbiamo a disposizione, e pensare che se ciò funziona, allora possiamo integrare la tecnologia per crescere in modo esponenziale. Il focus deve sempre rimanere sulla relazione tra prodotto digitale e utenti, se ciò non avviene fin dalle prime fasi, beh, ottimizzate affinché questa relazione diventi un’abitudine o lasciate perdere, perché la situazione non potrà che peggiorare.

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I 100 anni di Federico Fellini, il Re dei sognatori


Nato a Rimini da una famiglia piccolo borghese il 20 gennaio del 1920 e morto a Roma il 31 ottobre del 1993, Federico Fellini è il regista italiano (insieme a Sergio Leone) più celebre, amato, citato e studiato all’estero.

Il suo cinema, visionario e onirico, con una maniera unica di raccontare storie attingendo alla propria biografia, lo rende difficilmente collocabile in un genere ben definito; ha fatto film sempre diversi e non si è mai ripetuto, consegnando alla storia del cinema capolavori immortali.federico-fellini-1-1280x720

Scorrendo la lista dei sui film lo si capisce bene: , La dolce vita, I Vitelloni, Le notti di Cabiria, La strada, Amarcord, Il Casanova, etc., sono tutti capolavori, tutti pietre miliari del cinema mondiale, tutti imprescindibili visioni del nostro immaginario collettivo.

Niente male per un regista a cui non piaceva la definizione di “Artista” e che anzi si definiva: “un artigiano che non ha niente da dire ma sa come dirlo”.

Aveva abbandonato gli studi universitari per recarsi nella capitale per fare il giornalista, finì a lavorare in un giornale satirico, il Marc’Aurelio, come vignettista ed entrò nel mondo del cinema dalla porta di servizio, come illustratore e gagman (scrive, tra l’altro, alcune gag per Macario), per poi diventare dapprima soggettista e sceneggiatore ed infine regista.che-strano-chiamarsi-federico-scola-racconta-fellini

“La sua opera – come ci ricorda Giordano Lupi nel suo Federico Fellini (Mediane,2009) – è un mosaico composito che commuove, diverte, modifica il mondo, rende nostalgici, sognatori e fa spiccare voli pindarici di fantasia”. Il suo sguardo sul mondo è attento, infatti tutti i suoi film risentono della sua biografia, ma la sua maniera di girare film è unica. Le sue sontuose scenografie, ad esempio, erano esagerate, magniloquenti, al limite del kitsch, ma il regista aveva sempre il timore che fossero troppo autentiche, troppo vere, lui voleva che si capisse che fossero finte, artificiali, che fossero appunto delle scenografie. Lo si capisce bene nel docufilm “Intervista” del 1987, che svela diversi retroscena sulla maniera di pensare e girare il cinema propri del Maestro.

I suoi primi film, da “Luci del varietà” del 1950 fino a “La strada” del 1954, risentono della lezione neorealista (Fellini era stato fra gli sceneggiatori di Roma città aperta e Paisà, entrambi di Roberto Rossellini), ma da “La dolce vita” (1960) in poi il suo stile unico e riconoscibile diventerà il suo marchio di fabbrica, imponendo la sua cifra stilistica a livello mondiale.

Nessuno come lui ha saputo mettere in scena il mondo della fantasia, della creatività e soprattutto del sogno. Fellini era un vero appassionato del mondo onirico ed aveva letto, e ne era stato ispirato, il grande psichiatra e psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung.

Insieme a Vittorio De Sica, sarà l’unico regista italiano che vincerà 4 volte l’Oscar per il Miglior Film Straniero per “La strada” nel 1957, “Le notti di Cabiria” nel 1958, “8½” nel 1964 ed infine “Amarcord” nel 1975. Anche se, per essere precisi, De Sica aveva vinto i primi due Oscar – quello per Sciuscià (1948) e quello per “Ladri di biciclette” (1950) – nella categoria “Oscar Speciale”, perché quello per “il Miglior Film Straniero” ancora non esisteva. Infatti sarà proprio un film di Fellini, il già citato “La strada”, ad aggiudicarsi per l’Italia il primo Oscar in una categoria competitiva.federico-fellini

Ma oltre ai 4 Oscar per il Miglior Film Straniero, Fellini riceverà nel 1993 l’Oscar alla Carriera, insieme ad altri prestigiosi premi come il Leone d’Oro alla Carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985 e la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1960 e ad un’infinità di David di Donatello e Nastri d’Argento.

Insomma, siamo di fronte ad un gigante della cinematografia mondiale, inventore di uno stile, lo “stile alla Fellini”, o meglio ancora dell’aggettivo “felliniano”. I suoi film hanno ispirato generazioni di registi, fra cui Woody Allen, Matteo Garrone, Michel Gondry e tanti altri.

Nessuno come lui ha saputo indagare con il suo sguardo ambienti e personaggi surreali, onirici e magici, come il Circo, i saltimbanchi, i diversi, i matti, i sognatori.CINEMA FELLINI FEDERICO

Un maestro che quest’anno verrà celebrato dalla sua natia Rimini e da Roma, sua città d’adozione, con una serie di iniziative, mostre, proiezioni e rassegne. Ma anche la televisione farà la sua parte, non a caso il nuovo canale del gruppo Mediaset “Cine 34” inizierà le sue trasmissioni proprio il 20 Gennaio 2020, per i 100 anni dalla nascita del Maestro riminese, con una programmazione ad hoc denominata “Fellini 100”, una non-stop dalle 06.00 di mattina alle 03.30 di notte, con la proiezione di ben 8 film restaurati, che culminerà con la messa in onda in prima serata, alle 21.00, di “Amarcord” e in seconda serata, alle 23.00, de “La dolce vita”.

Cosa altro dire di questo regista e di questo importante anniversario?

Solo un’ultima cosa: questa ricorrenza potrebbe essere l’occasione giusta per gli appassionati di rivedere qualcuno dei grandi film di Fellini e per chi non lo conosce (ma ci sarà davvero qualcuno che non sappia chi sia Federico Fellini?) per imparare ad amarlo attraverso i suoi film, le mostre, le iniziative e la programmazione televisiva, perché forse non lo sappiamo, o forse lo abbiamo scordato, o forse lo abbiamo solo sognato, ma tutti noi siamo un po’ sognatori, un po’ folli, un po’ saltimbanchi, in altre parole, siamo tutti un po’ “felliniani”.

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Hammamet- Il film


“Con Hammamet Gianni Amelio affronta una pagina della Storia d’Italia sulla quale persiste una lettura contrapposta: Craxi era un “maleducato, manigoldo, malfattore, malvivente e maligno”, o un uomo dalla statura fisica e politica imponente “circondato da nani”, bersaglio di una “congiura contro la sua persona” più che contro un sistema di cui “tutti facevano parte?”
(Paola Casella)

hammamet-locandinaRaccontare gli ultimi sei mesi di Bettino Craxi è l’obiettivo, difficile e ambizioso dell’ultimo film di Gianni Amelio. Sono passati 20 anni dalla sua fine prematura in Tunisia, complesso dire se pochi o molti per cominciare a guardare con il giusto distacco il discusso leader politico socialista. Ma Gianni Amelio con la complicità di un Pierfrancesco Favino reso straordinariamente somigliante ci prova e ci riesce bene; rientrando in quel filone che negli ultimi anni ha visto alcuni dei più importanti registi italiani affrontare la difficile materia di proporre una serie di personaggi politici che hanno segnato la storia del Paese: dal dittico cinematografico Loro di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi, a Buongiorno, notte di Marco Bellocchio sul rapimento, la detenzione e l’omicidio di Aldo Moro, senza dimenticare il Giulio Andreotti de Il divo, sempre di Sorrentino.

Il film rappresenta un’operazione di mimesi straordinaria che ha portato Amelio a girare nei luoghi precisi dove si consumarono gli ultimi anni del leader politico. Tanto che uno dei set riguarda proprio la casa tunisina di Craxi. Favino è riuscito a raggiungere una straordinaria somiglianza con il suo personaggio, come per altro ci aveva abituato nell’interpretare il pentito di mafia Tommaso Buscetta nel film Il traditore di Marco Bellocchio. Per ottenere il trucco con cui l’attore è diventato Craxi c’è voluto un lavoro di mesi da parte dei truccatori che sono partiti dallo studio dei calchi per poi giungere ad un make up di incredibile realismo. Ed è innegabile come Hammamet, appartenga tanto ad Amelio quanto a Favino, che incarna un Craxi più vero del vero nella voce, nel gesto, nella postura, e soprattutto nell’essenza drammatica.hammamet-foto-di-scena

La sua non è semplicemente una metamorfosi, ma l’interpretazione magistrale di un uomo dominato da pulsioni contrapposte: egocentrismo e senso dello Stato, orgoglio (anche italico) e arroganza, pragmatismo politico e assenza di cinismo. Un uomo il cui tempo è scaduto, ma la cui discesa crepuscolare verso la fine non riesce a privarlo della sua visione dall’alto. Nessuno dei personaggi, nemmeno Craxi, è chiamato con il suo vero nome, e questo darà il via al gioco delle identificazioni: Vincenzo potrebbe essere Moroni, l’Ospite Fanfani, il Giudice è certamente Di Pietro, e così via. Ma ciò che conta è l’atmosfera crepuscolare della caduta di un uomo di potere mostrato all’inizio in uno dei punti più alti della sua ascesa, a quel 45esimo Congresso del PSI dove il suo viso era inquadrato al centro di un triangolo come l’occhio di Dio, e dove invece Amelio ci mostra già i garofani a terra, presagio del futuro di un partito che “non sopravviverà” all’egocentrismo e agli azzardi di quel capo che per primo l’ha portato alla Presidenza del Consiglio.

https://youtu.be/hKM-H0sp_28

E il commento musicale di Nicola Piovani decostruisce l’Internazionale, preannunciando i disfacimento del PSI. La pellicola non mette l’accento sull’uomo politico ma si concentra maggiormente sulla sua vita privata, concentrandosi sull’anno 1999, negli ultimi sei mesi di vita del controverso statista italiano, scomparso nei primi giorni del nuovo millennio. Anche se non mancheranno i riferimenti alla realtà dell’epoca, inestricabile con Craxi, e alle inevitabili considerazioni sulla perdita del potere. Quelli raccontati nel film sono gli ultimi giorni di una parabola umana e politica che vedrà il Presidente dibattersi fra malattia, solitudine e rancore.

“Il film è collocato esattamente nell’ultimo anno del 1900, nel 1999. Io racconto sei mesi di vita di un uomo politico importante fino alla sua morte, ma non è un arco narrativo che somiglia a una biografia, tutto il contrario. Racconto gli spasmi di un’agonia”.
(Gianni Amelio)

In odore di premi nazionali ed internazionali, vedremo quali e di che valenza, già a partire dalle nominations ai David di Donatello, che verranno rese pubbliche a marzo; Hammamet ha la forza di un kolossal storico-politico e la grazia di un film d’alta scuola, supportato da un regista esperto ed “impegnato” e da un attore protagonista monstre, ormai davvero il “top dei tops” italiani dell’ultimo ventennio.

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Cresce l’attesa per gli Oscar 2020 con l’annuncio delle nomination. Joker continua a comandare.


Annunciate il 13 gennaio le nomination per gli Oscar 2020, che si terranno il prossimo 10 febbraio.

Continua a dominare il film “Joker” con il formidabile Joaquin Phoenix, subito dopo Tarantino, Mendes e Scorsese.

Ecco le nomination:

 

MIGLIOR FILM

Le Mans ’66 – La Grande Sfida

The Irishman

Jojo Rabbit

Joker

Piccole Donne

Storia di un matrimonio

1917

C’era una volta a…Hollywood

Parasite

Joker 11 candidature
Joker 11 candidature

MIGLIOR REGIA

Martin Scorsese (The Irishman)

Todd Phillips (Joker)

Sam Mendes (1917)

Quentin Tarantino (C’era una volta a…Hollywood)

Bong Joon-ho (Parasite)
MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA

Cinthia Erivo (Harriet)

Scarlett Johansson (Storia di un matrimonio)

Saoirse Ronan (Piccole Donne)

Charlize Theron (Bombshell)

Renée Zellweger (Judy)

 

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA

Antonio Banderas (Dolor Y Gloria)

Leonardo DiCaprio (C’era una volta a…Hollywood)

Adam Driver (Storia di un Matrimonio)

Joaquin Phoenix (Joker)

Jonathan Pryce (I Due Papi)

The Irishman 10 candidature
The Irishman 10 candidature

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

Kathy Bates (Richard Jewell)

Laura Dern (Storia di un Matrimonio)

Scarlett Johansson (Jojo Rabbit)

Florence Pugh (Piccole Donne)

Margot Robbie (Bombshell)
MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA

Tom Hanks (Un amico straordinario)

Anthony Hopkins (I due papi)

Al Pacino (The Irishman)

Joe Pesci (The Irishman)

Brad Pitt (C’era una volta a…Hollywood)
MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE

Corpus Christi (Polonia)

Honeyland (Macedonia)

I Miserabili (Francia)

Dolor y Gloria (Spagna)

Parasite (Corea del Sud)

C'era una volta... a Hollywood 10 candidature
C’era una volta… a Hollywood 10 candidature

MIGLIORE COLONNA SONORA

Joker

Piccole Donne

Storia di un Matrimonio

1917

Star Wars: L’Ascesa di Skywalker

 

MIGLIORE CANZONE ORIGINALE

Toy Story 4

Rocketman

Breakthrough

Frozen 2

Harriet
MIGLIOR CORTOMETRAGGIO ANIMATO

Dcera (Daughter)

Hair Love

Kitbull

Memorable

Sister

1917 - 10 candidature
1917 – 10 candidature

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO LIVE ACTION

Brotherhood

Nefta Football Club

The Neighbors’ Window

Saria

A Sister
MIGLIOR SONORO

Le Mans ’66 – La Grande Sfida

Joker

1917

C’era una volta a…Hollywood

Star Wars: L’ascesa di Skywalker
MIGLIOR MONTAGGIO SONORO

Ad Astra

Le Mans ’66 – La Grande Sfida

Joker

1917

C’era una volta a…Hollywood

Parasite 6 candidature
Parasite 6 candidature

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE

Dragon Trainer: il mondo nascosto

Dov’è il mio corpo?

Klaus

Missing Link

Toy Story 4
MIGLIORE FOTOGRAFIA

The Irishman

Joker

The Lighthouse

1917

C’era una volta a…Hollywood

 

MIGLIORI EFFETTI VISIVI

Avengers: Endgame

The Irishman

Il Re Leone

1917

Star Wars: L’ascesa di Skywalker

JoJo Rabbit 6 candidature
JoJo Rabbit 6 candidature

MIGLIORI SCENOGRAFIE

The Irishman

Jojo Rabbit

1917

C’era una volta a…Hollywood

Parasite

 

MIGLIOR MONTAGGIO

Le Mans ’66 – La Grande Sfida

The Irishman

Jojo Rabbit

Joker

Parasite

 

MIGLIOR LUNGOMETRAGGIO DOCUMENTARIO

American Factory

The Cave

The Edge of Democracy

For Sama

Honeyland

oscar-2020

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO

In the Absence

Learning to Skateboard in a Warzone (If You’re a Girl)

Life overtakes me

St. Louis Superman

Walk Run Cha-cha

 

MIGLIORI COSTUMI

The Irishman

Jojo Rabbit

Joker

Piccole Donne

C’era una volta a…Hollywood
MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURE

Bombshell

Joker

Judy

Maleficent: Signora del Male

1917

 

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE

Cena con Delitto – Knives Out

Storia di un Matrimonio

1917

C’era una volta a…Hollywood

Parasite
MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

The Irishman

Jojo Rabbit

Joker

Piccole Donne

I Due Papi

 

E voi avete visto questi film? Qual è il vostro favorito? Siete d’accordo con le nomination?




Tolo Tolo: gli Italiani davanti allo specchio.


Nelle sale dal 1° gennaio 2020, l’ultimo film di Checco Zalone (del quale, per la prima volta, il noto attore comico è anche regista) è il campione indiscusso del Box Office, con un totale di € 39.193.464 di incasso e 5.587.955 presenze registrate all’11 gennaio. Ancora più significativo il successo se guardiamo al primo giorno di programmazione: infatti a Capodanno il film di Zalone è stato visto da 1.174.285 persone, incassando € 8.668.926 e diventando il maggior incasso di sempre nella storia del cinema nelle prime 24 ore.

Frainteso, discusso e criticato ancora prima di uscire nelle sale, complice un videoclip promozionale sibilino, “Tolo Tolo” spadroneggia anche sui social: su Twitter l’hashtag #ToloTolo è uno di quelli che fa più tendenza, mentre su Instagram e Facebook si sprecano i post che commentano, criticano od esaltano il film.

https://youtu.be/we1sS9EJt8w

Noi di Smart Marketing, da sempre appassionati di cinema, vogliamo dire la nostra su quello che al di là delle opinioni che ciascuno di noi si può (e si deve) fare rimane il fenomeno, non solo cinematografico, di quest’inizio decennio.

Per farvi sapere cosa ne pensiamo, dopo averlo visto (cosa che non tutti i commentatori hanno fatto), abbiamo scelto, in luogo della più classica recensione, la formula dei 5 buoni motivi per vedere Tolo Tolo.

Ed allora cominciamo

1) La storia (soggetto e sceneggiatura)

La sceneggiatura è nata dal sodalizio fra Checco Zalone e Paolo Virzì, che anzi, secondo indiscrezioni, ebbe l’idea iniziale del film e contattò il comico pugliese per lavorare insieme al soggetto. Lo script finale risente di entrambe le mani dei due autori, con i toni caustici ed irriverenti propri dello Zalone e con la poesia e lievità che contraddistinguono invece la cifra di Virzì. Il film parla della parabola discendente e del successivo riscatto di Pierfrancesco Zalone, strampalato imprenditore pugliese che dopo il fallimento del suo improbabile ristorante giapponese “Murgia&Sushi”, perseguitato da creditori e famigliari ridotti sul lastrico, scappa in Africa a lavorare in un lussuoso villaggio turistico in Kenya. Qui varie vicissitudini lo porteranno ad affrontare un viaggio a ritroso per tornare in occidente, durante il quale conoscerà la tragedia dei migranti che lo trasformerà, si spera, in un uomo migliore.dsc01598-checco-checco-zalone-e-oumar-souleymane-sylla-scaled-e15779596582132) Le location

Il film Tolo Tolo è girato in diverse e suggestive location sparse principalmente fra la Puglia e l’Africa. Le location italiane, con l’eccezione di Roma, Trieste e Latina, sono tutte Pugliesi, cominciando da Spinazzola (dove è ambientato la primissima parte del film), Acquaviva delle Fonti, Bari, Gravina di Puglia, Minervino Murge, Monopoli, Poggiorsini e Torre Guaceto. Per quanto concerne le location africane gran parte delle riprese si sono svolte in Kenya e in Marocco. Il film fa della celebrazione del paesaggio naturale ed architettonico uno dei punti salienti della narrazione, infatti tutta la storia si svolge on the road: la strada, ma anche il mare, diventano il percorso lungo il quale matura la consapevolezza del personaggio di Zalone. Ma lungo questo percorso anche il budget è lievitato, il film, infatti, è costato oltre 20 milioni di euro.tolo-tolo3) Il cast (gli attori, i cammei e le comparse)

Benché il film ruoti intorno alla figura di Zalone, il cast di cui si circonda l’attore/regista gira a meraviglia. Le scene in Africa sono sempre corali, girate in autentici villaggi, con gli attori presi per la maggior parte fra gli abitanti degli stessi. Fra i personaggi principali vanno ricordate le interpretazioni di Souleymane Sylla, che interpreta Oumar, l’amico di colore del protagonista appassionato di cinema e cultura italiana, quella di Manda Touré, la bellissima Idjaba, cameriera del resort dove lavora anche Zalone che ha perso la testa per lei, quella del piccolo Doudou, il giovanissimo Nassor Said Birya, molto naturale e a suo agio nelle riprese. Ma, oltre a queste vanno ricordate almeno altre due interpretazioni, quella dell’Avvocato Russo, impersonato dal sempre bravo Nicola Nocella, e quella di Luigi Gramegna, interpretato dal talentuoso Gianni D’Addario, che già avevamo apprezzato nel precedente film di Zalone “Quo Vado” e nel “Viva la sposa” di Ascanio Celestini, entrambi del 2015. Ma la vera chicca sono i cammei di alcuni volti noti e di vecchie glorie sia del piccolo che del grande schermo. Prima fra tutte la splendida Barbara Bouchet, che con i suoi 77 anni suonati è ancora un modello di stile ed eleganza, poi ci sono i due giornalisti Massimo Giletti e Enrico Mentana, nella parte di loro stessi in collegamento rispettivamente dagli studi di “Non è l’Arena” e del “TG La7”. Inoltre c’è il mitico Nicola Di Bari che interpreta l’arzillo Zio Nicola. Ma senza dubbio il più riuscito cammeo è quello di Nichi Vendola, che interpreta se stesso in un gustosissimo siparietto che non vi vogliamo svelare.

20191227_12144) L’Ironia

Diciamolo subito: dimenticatevi le grasse, e un po’ becere, risate a cui Zalone ci ha abituato con i suoi precedenti film. Certo, si ride, ma a denti stretti, e sempre con un misto di disagio e imbarazzo. Il film è pieno di trovate geniali, che prendono in giro tutto il costume dell’Italia di oggi. Dalla mania per i ristoranti fusion, alla fissazione per i marchi dell’alta moda, fino all’ossessione per i prodotti di bellezza (la ricerca di una crema per le rughe sarà il vero tormentone del film). Ancora una volta siamo posti di fronte ad uno specchio e mentre intorno a noi imperversa una crisi umanitaria, la fame, addirittura la guerra, il personaggio di Zalone è preso da faccende futili e superficiali, la sua felicità come la nostra è dettata da ciò che possiede, da ciò che indossa o da ciò che usa per idratare la sua pelle. Il contrasto con le popolazioni locali è molto forte e stridente, i poveri migranti non hanno nulla di tutto questo, eppure durante il viaggio e nelle peggiori situazioni non perdono il sorriso, la voglia di cantare e di divertirsi.

tolo-tolo-checco-zalone-25) Checco Zalone (l’attore e il regista)

Ancora una volta Luca Medici (questo il vero nome di Checco Zalone) prende in giro i peggiori vizi italiani, in questo caso il razzismo, la mancanza di legalità, il non rispetto delle regole, l’esterofilia, ma pure l’ignoranza e l’atteggiamento radical chic. Molti commentatori hanno scomodato addirittura mostri sacri come Totò a cui paragonare il Zalone di quest’ultimo film. Ma, al di là di certi improbabili paragoni, il percorso cinematografico intrapreso dall’attore pugliese, prima con il regista Gennaro Nunziante e adesso da solo, ricorda, per molti versi e con tutti i giusti distinguo, il percorso di un altro gigante del nostro cinema, tale Alberto Sordi, soprattutto se ci focalizziamo sui film girati dall’Albertone nazionale dopo il 1960. Lo so, il paragone è azzardato, ma nel comico pugliese rivedo lo stesso cinismo un po’ gigione, la stessa irriverente ironia sugli italici vizi, la prepotente presa in giro dell’ignoranza con cui Alberto Sordi ha tratteggiato i suoi personaggi più celebri ed indimenticabili.

Ricordo molto bene tutte le polemiche intorno all’italiano medio interpretato da Sordi, che fu poco amato dalla critica e dagli intellettuali quando era in vita, a differenza del pubblico che invece lo adorava.

Ebbene, lo ripeto ancora una volta, con tutte le differenze del caso, anche la parabola cinematografica di Checco Zalone mi pare stia subendo la stessa sorte. Fintanto che Zalone ha fatto il comico tutto andava bene, ma da quando ha deciso di cimentarsi con il cinema molti critici e commentatori hanno cominciato a storcere il naso, eppure nulla è cambiato nella ironia feroce o nelle imitazioni irriverenti con le quali il comico si era fatto conoscere, prima ancora che a Zelig, nei programmi comici di Telenorba (la stessa emittente, per dire, che ha lanciato le carriere di Toti e Tata, ovverosia Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo).checco_zalone_tolo_tolo_2019

Quindi in conclusione, cosa altro dirvi?

A noi di Smart Marketing il film “Tolo Tolo” è piaciuto e vi consigliamo di andarlo a vedere, e se non vi sono bastati i 5 motivi sopra elencati ve ne diamo un altro, l’ultimo. Il film di Checco Zalone va visto perché l’italiano che mette in scena attraverso le vicissitudini del protagonista rappresenta la nostra cartina tornasole, il nostro specchio segreto, il nostro lato oscuro (ma non troppo). Durante il film ridiamo poco, perché il protagonista Pierfrancesco Zalone ci somiglia troppo, con la sua mania per le griffe, il suo finto buonismo, la sua smania di seguire i trend del momento, il suo fascismo di ritorno e la sua incapacità di apprezzare la tradizione, la semplicità e la bellezza.

Checco Zalone sono io, sei tu, siamo noi, ed è per questo che quando usciamo dal cinema ci rendiamo conto che abbiamo riso meno di quanto pensavamo, che avvertiamo un certo disagio, quasi un fastidio, e che non possiamo fare a meno di dire la nostra opinione sul film, quasi a voler esorcizzare il momento catartico che stiamo vivendo.

Un film, un buon film, prima ancora che intrattenerci, divertirci ed appassionarci, dovrebbe farci riflettere, e in questo senso il film Tolo Tolo centra perfettamente l’obbiettivo. È impossibile infatti uscire dalla sala senza quella sensazione di amaro in bocca, le idee un po’ confuse e la voglia di capire perché il film inneschi questi strani effetti.




I vincitori dei Golden Globes 2020, tra impegno vegan e toccanti discorsi, con un pensiero all'Australia


Svolti il 6 gennaio scorso i Golden Globes 2020, tra i più importanti premi al mondo per il cinema e la televisione, assegnati da circa novanta giornalisti della stampa estera iscritti all’HFPA (Hollywood Foreign Press Association). L’edizione, presentata dal comico inglese Ricky Gervais, fra tante risate e discorsi impegnati, soprattutto dedicati all’ambiente e alla libertà di scelta delle donne, ha assegnato anche due premi alla carriera, rispettivamente all’attrice americana Ellen DeGeneres e al grandissimo Tom Hanks.

Ricky Gervais
Ricky Gervais

A farla da padrone nelle nomination il colosso Netflix, che però poi non ha portato a casa numerosi risultati. Questa edizione, la prima con cena totalmente vegana, ha visto come protagonista anche numerosi discorsi dei vincitori dedicati all’Australia e alla sua tremenda situazione attuale.

Qui di seguito i vincitori della Sezione CINEMA:

Miglior film drammatico
1917
The Irishman
Joker
Storia di un matrimonio
I due papi

Parte del cast ed il registta Sam Mendes del film "1917".
Parte del cast ed il registta Sam Mendes del film “1917”.

Miglior attrice in un film drammatico
Cynthia Erivo, Harriet
Scarlett Johansson, Storia di un matrimonio
Saoirse Ronan, Piccole donne
Charlize Theron, Bombshell
Renée Zellweger, Judy

Miglior attore in un film drammatico
Christian Bale, Le Mans ’66 – La grande sfida
Antonio Banderas, Dolor y Gloria
Adam Driver, Storia di un matrimonio
Joaquin Phoenix, Joker
Jonathan Pryce, I due papi

Joaquin Phoenix
Joaquin Phoenix

Miglior film commedia o musicale
C’era una volta… a Hollywood
Jojo Rabbit
Cena con delitto – Knives out
Rocketman
Dolemite Is My Name

C’era una volta… a Hollywood
C’era una volta… a Hollywood

Miglior attrice in un film comico
Awkwafina, The Farewell
Ana de Armas, Cena con delitto – Knives out
Cate Blanchett, Che fine ha fatto Bernadette?
Beanie Feldstein, La rivincita delle sfigate
Emma Thompson, E poi c’è Katherine

Miglior attore in un film comico
Daniel Craig, Cena con delitto – Knives out
Roman Griffin Davis, JoJo Rabbit
Leonardo DiCaprio, C’era una volta… a Hollywood
Taron Egerton, Rocketman
Eddie Murphy, Dolomite Is My Name

Taron Egerton
Taron Egerton

Miglior attrice non protagonista
Kathy Bates, Richard Jewell
Annette Bening, The Report
Laura Dern, Storia di un matrimonio
Jennifer Lopez, Le ragazze di Wall Street
Margot Robbie, Bombshell

Miglior attore non protagonista
Tom Hanks, Un amico straordinario
Anthony Hopkins, I due papi
Al Pacino, The Irishman
Joe Pesci, The Irishman
Brad Pitt, C’era una volta… a Hollywood

Brad Pitt
Brad Pitt

Miglior regista
Bong Joon-ho, Parasite
Sam Mendes, 1917
Todd Phillips, Joker
Martin Scorsese, The Irishman
Quentin Tarantino, C’era una volta… a Hollywood

Miglior film straniero
The Farewell (Cina)
Dolor y Gloria (Spagna)
Les Misérables (Francia)
Parasite
 (Corea del Sud)
Ritratto della giovane in fiamme (Francia)

Il regista Bong Joon-ho ritira il Golden Globe per Il miglior Film Straniero per "Parasite".
Il regista Bong Joon-ho ritira il Golden Globe per Il miglior Film Straniero per “Parasite”.

Miglior film d’animazione
Frozen 2
Dragon Trainer 3: Il mondo nascosto
Missing Link
Il Re Leone
Toy Story 4

Miglior sceneggiatura
Noah Baumbach, Storia di un matrimonio
Bong Joon Ho, Parasite
Anthony McCarten, I due papi
Quentin Tarantino, C’era una volta… a Hollywood
Steven Zaillian, The Irishman

Quentin Tarantino
Quentin Tarantino

Miglior colonna sonora
Alexandre Desplat, Piccole donne
Hildur Guðnadóttir, Joker
Randy Newman, Storia di un matrimonio
Thomas Newman, 1917
Daniel Pemberton, Motherless Brooklyn

Miglior canzone
Beautiful Ghosts (Cats)
(I’m Gonna) Love Me Again (Rocketman)
Into the Unknown (Frozen 2)
Spirit (Il Re Leone)
Stand Up (Harriet)

Qui di seguito i vincitori della Sezione SERIE TV:

Miglior serie drammatica
Big Little Lies
Killing Eve
Succession
The Crown
The Morning Show

il cast della serie TV Succession
il cast della serie TV Succession

Miglior attrice in una serie drammatica
Jennifer Aniston, The Morning Show
Olivia Colman, The Crown
Jodie Comer, Killing Eve
Nicole Kidman, Big Little Lies
Reese Witherspoon, The Morning Show

Miglior attore in una serie drammatica
Brian Cox, Succession
Kit Harington, Il Trono di Spade
Rami Malek, Mr. Robot
Tobias Menzies, The Crown
Billy Porter, Pose

Miglior serie comica
Barry
Fleabag
Il metodo Kominsky
The Marvelous Mrs. Maisel
The Politician

Miglior attrice in una serie comica
Christina Applegate, Dead to Me
Rachel Brosnahan, The Marvelous Mrs. Maisel
Kirsten Dunst, On Becoming a God in Central Florida
Natasha Lyonne, Russian Doll
Phoebe Waller-Bridge, Fleabag

Miglior Attrice in una Serie Comica, Phoebe Waller-Bridge per "Fleabag".
Miglior Attrice in una Serie Comica, Phoebe Waller-Bridge per “Fleabag”.

Miglior attore in una serie comica
Michael Douglas, Il metodo Kominsky
Bill Hader, Barry
Ben Platt, The Politician
Paul Rudd, Living with Yourself
Ramy Youssef, Ramy

Miglior miniserie o film tv
Catch-22
Chernobyl
Fosse/Verdon
The Loudest Voice
Unbelievablechernobyl

Miglior attrice in miniserie o film tv
Kaitlyn Dever, Unbelievable
Joey King, The Act
Helen Mirren, Caterina la Grande
Merritt Wever, Unbelievable
Michelle Williams, Fosse/Verdon

Miglior attore in miniserie o film tv
Christopher Abbott, Catch-22
Sacha Baron Cohen, The Spy
Russell Crowe, The Loudest Voice
Jared Harris, Chernobyl
Sam Rockwell, Fosse/Verdon

Miglior attrice non protagonista in una serie, miniserie o film tv
Patricia Arquette, The Act
Helena Bonham Carter, The Crown
Toni Collette, Unbelievable
Meryl Streep, Big Little Lies
Emily Watson, Chernobyl

Patricia Arquette
Patricia Arquette

Miglior attore non protagonista in una serie, miniserie o film tv
Alan Arkin, Il metodo Kominsky
Kieran Culkin, Succession
Andrew Scott, Fleabag
Stellan Skarsgard, Chernobyl
Henry Winkler, Barry

 

Non resta che darci appuntamento al 10 febbraio, con i prestigiosi e attesissimi premi Oscar 2020, per vedere quanto saranno in linea con gli ambiti globi appena assegnati.




La Copertina d’Artista – Simply the best 2019


Il busto di un uomo riempie totalmente lo spazio visivo della Copertina d’Artista di questo dicembre.

È una strana prospettiva quella che ci offre l’artista di questo mese, DES, al secolo Giuseppe De Simone (classe 1968), volutamente ci nasconde la testa e quindi la faccia dell’uomo, quasi a voler impedire una qualsivoglia identificazione o riconoscimento. Ma, d’altra parte, l’artista ci offre una grande quantità di indizi per provare ad azzardare qualche ipotesi, se non sull’identità del nostro protagonista, quantomeno sulla sua nazionalità.copertina-dartista-dicembre-2019-sd

Per aiutarci, o forse confonderci, o entrambe le cose, DES utilizza la tecnica dell’assemblage, componendo la sua opera con vari materiali, per lo più recuperati. Anche la scelta dei materiali non sembra casuale, il corpo del nostro soggetto è fatto di cartoni o carta pacco riciclata ed incollata su un supporto, riciclato anch’esso. Il colore e la consistenza del materiale scelto danno un effetto simile ad un collage, o meglio ad un “patchwork”. Il tutto alla fine sembra il corpo asciutto di un immigrato segnato dalla fatica, dalla fame e dalle cicatrici.

L'artista di questo numero: DES, Giuseppe De Simone.
L’artista di questo numero: DES, Giuseppe De Simone.

Ma, ancora più emblematici, anche se non chiarificatori, sono gli altri elementi che l’artista inserisce sul suo assemblage, primo fra tutti il grande cuore di pezza letteralmente graffettato sul corpo del nostro protagonista, che, non tanto per forma, ma per tipologia e materiali, ricorda in maniera impressionante le stelle gialle di pezza che i nazisti cucivano sui pigiami degli Ebrei nei campi di concentramento.

In alto, sulla sinistra del cuore (a destra per chi guarda l’opera), è attaccata la silhouette di un angioletto, un amorino forse, che suona la tromba; ed anche qui la scelta operata dall’artista è interpretabile in maniere differenti, l’angioletto può essere portatore di buone novelle, ma può anche essere l’angelo dell’apocalisse che suona la sua tromba e preannuncia la fine del Mondo.

Sul collo del soggetto è collocata una collana, anche questa fatta con materiali poveri: il ciondolo sembra una sorta di esca sintetica per la pesca e la collanina sembra quella dei tappi dei lavandini. Infine, il supporto usato dal nostro artista è una tavola sul cui sfondo risaltano i simboli internazionali del riciclo, con un omino stilizzato che butta i rifiuti ed il n° 6 all’interno di un triangolo di frecce.

La domanda, allora, come sempre, è: cosa vuole dirci l’artista???

Forse vuole dirci che non importa la nazionalità del nostro protagonista, non conta la sua identità, conta solamente la sua condizione, la sua umanità, conta solo l’amore con cui noi spettatori guardiamo quest’immagine. Sì, forse la risposta al significato dell’opera è l’amore, quell’amore universale ed incondizionato che dobbiamo ad ogni nostro simile, ad ogni essere umano. Sì, forse la risposta, l’unica possibile, alla domanda posta sopra è l’amore, quello con la “A” maiuscola, l’Amore Supremo che è anche il titolo scelto per l’opera da DES.

Forse, azzardando ancora di più la nostra interpretazione, l’opera di Giuseppe De Simone è uno specchio, o meglio uno di quei pupazzi di cartone o plastica che si trovano nei parchi divertimenti, quelli usati per farsi le fotografie e che sono il corpo di questo o quel personaggio dei cartoni animati o dei fumetti, ma senza testa, in maniera che chiunque voglia farsi una foto possa mettere la sua faccia al posto di quella del pupazzo stesso.

Scopri il nuovo numero > Simply the best

Allora chissà, il messaggio ultimo che l’opera “Amore Supremo” di DES vuole darci è che l’altro, chiunque sia, l’altro sono io, sei tu, l’altro siamo noi.

Made in italy, 2015.
Made in italy, 2015.

DES, Giuseppe De Simone nasce a Cosenza nel 1968, ma vive e opera a Taranto.

Artista autodidatta dotato di un potente talento visionario, si interessa fin da giovanissimo all’arte, di cui esplora tutti gli stili, le tecniche ed i linguaggi, passando agevolmente dalla scultura alla pittura e all’assemblage. Le sue opere manifestano il suo eclettico girovagare fra stili e forme, la sua ricerca è una sintesi armoniosa di contrasti, le sue opere che richiamano sia la Pop art, sia il Dada, sia l’Arte povera, sono filosofiche dichiarazioni dell’ambivalenza insita nell’uomo: profondità ed elevazione, luce ed ombra, movimento e immobilità, bene e male.

Per informazioni e per contattare l’artista DESGiuseppe De Simone:
redazione@smarknews.itemail umanodisumano68@gmail.com
FACEBOOK facebook.com/giuseppe de simone uomo luce
Ricordiamo agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla Copertina d’Artista scrivendo alla nostra redazione: redazione@smarknews.it
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Simply the best – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoCosa rimarrà di questo secondo decennio del nuovo secolo?

Quali sono le parole che nel 2019, e negli ultimi anni, sono diventate il bagaglio o il fardello di noi viaggiatori del terzo millennio?

Sono diverse le parole che ci hanno accompagnato, rintronato e confuso nei secondi anni ‘10 del 2000. Fra le tante: immigrazione, terrorismo, Brexit, Trump, ecosistema, riscaldamento climatico, antropocene, violenza di genere, fake news, pseudoscienza, innovazione, intelligenza artificiale, Marte, etc., etc.. Per ognuna di esse c’è una definizione, ma innumerevoli spiegazioni o cause, molte delle quali controverse e ancora dibattute.

Secondo me sono almeno tre le parole a cui prestare più attenzione: fake news, riscaldamento climatico e intelligenza artificiale; state pur certi che intorno a questi tre concetti si giocheranno le sorti del nostro futuro sia come individui che come specie.

A ben vedere tutte e tre queste parole sono legate al progresso e all’innovazione tecnologica che negli ultimi 20 anni ha fatto passi da gigante, correndo all’impazzata e lasciandoci spesso indietro ad arrancare. Inoltre, ognuno dei termini che ho scelto è collegato a molti altri della lista e di altre liste; prendete ad esempio “riscaldamento climatico”: da essa derivano parole come terrorismo, immigrazione ed ecosistema.

Foto di Free-Photos da Pixabay
Foto di Free-Photos da Pixabay

Insomma il prossimo anno ed il prossimo decennio che si stanno per aprire rappresenteranno per tutti noi abitanti della terra sia un problema che un’opportunità. Dovremo, come in ogni aspetto della vita, operare delle scelte dalle quali dipenderanno e deriveranno conseguenze più o meno gravi e profonde che adesso possiamo solo immaginare.

Scopri il nuovo numero > Simply the best

Molte di queste parole sono state l’argomento delle nostre uscite mensili, infatti dal maggio del 2014, cioè da quasi 6 anni, il nostro magazine è on line ogni fine mese con un argomento sempre diverso, che pesca sia dalle tematiche della nostra mission, come comunicazione, marketing, social media, economia, innovazione, nuove tecnologie, sia da quelle di più stringente attualità.

Permettetemi di dire che, in un mercato editoriale dove la maggior parte dei giornali chiude, anche sul web, il fatto che da 5 anni e mezzo, dopo 68 numeri e più di 1000 articoli pubblicati (all’uscita di questo numero) noi altri si guardi al futuro con speranza e coraggio è un fatto non solo positivo ma estremamente raro. Quest’anno, insieme all’amico e collega Ivan Zorico ed ad un manipolo di irriducibili collaboratori vogliamo non solo continuare a fare le cose già fatte, e che i nostri lettori hanno dimostrato di apprezzare, ma vogliamo lanciarci in nuove sfide e cogliere altre opportunità.

Foto di Arek Socha da Pixabay
Foto di Arek Socha da Pixabay

Abbiamo cominciato già da qualche mese con la prima delle novità, la rubrica video “Il sonno della Ragione, che vede impegnati da una parte il sottoscritto e il nostro storico collaboratore Armando De Vincentiis, dall’altra lo stesso Ivan Zorico che si occupa di tutti gli aspetti legati alla postproduzione, alla grafica e al montaggio. La nuova rubrica rappresenta l’occasione per il nostro magazine di intercettare nuovi “lettori” sul canale You Tube e, soprattutto, di gettare uno sguardo fresco, nuovo e sopratutto rigoroso su tutto quel mondo che va sotto il nome di “pseudoscienza”.

Ancora più impegnativa sarà la sfida che ci accingiamo a intraprendere nei prossimi mesi: dopo 5 anni e mezzo di storia il nostro magazine e l’Associazione Culturale Smart Media che lo edita hanno deciso di aprire il “settore formazione”, promuovendo attraverso il know-how dei suoi collaboratori una serie di corsi sulle tematiche più attinenti alla nostra filosofia.

Insomma, per tornare al principio di questo editoriale e per chiudere il cerchio delle mie considerazioni, cosa ci dobbiamo aspettare dal nuovo decennio?

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Credo che il futuro, il nostro “comune futuro” sia, nonostante i pericoli e le insidie, pieno di possibilità ed opportunità, credo che il nostro futuro sia quanto mai aperto, come ci ha ricordato già il secolo scorso il filosofo austriaco Karl Raimund Popper:

“Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani.
E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori.
Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.”

Buona lettura, buon anno e buona vita a tutti voi.

Raffaello Castellano
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Brand journalism: è davvero il futuro del giornalismo?


Negli ultimi anni, la necessità di saper comunicare in modo sempre più innovativo, in conseguenza del mutamento dell’atteggiamento del consumatore nei confronti del messaggio pubblicitario tradizionale, ha portato allo sviluppo di una particolare variante comunicativa, che fonde il giornalismo con il marketing.

Molti professionisti del settore sostengono che rappresenti il giornalismo del futuro perché in grado di andare oltre le attività del marketing tradizionale, in modo da differenziarsi così dal semplice storytelling, in quanto capace di produrre informazione oltre che narrazione, e di distanziarsi dal content marketing perché non punta direttamente alla vendita del brand.

Il giornalismo d’impresa, per dirlo con le parole di casa nostra, è una forma di giornalismo che si occupa della comunicazione che ruota intorno al marchio, con l’obiettivo di informare i consumatori, trasformando la pubblicità in una notizia. Prima di sbarcare sul web, il brand journalism ha avuto origine nei media tradizionali, già nel 1895, l’azienda di John Deere, pubblicò il primo numero di The Furrow, che raggiunse ben 4 milioni di lettori. Ma la prima azienda contemporanea ad aver captato il grande potenziale di questa evolutiva forma di giornalismo, è stata McDonald’s nel 2004, anno in cui, l’allora Chief Marketing Officer, Larry Light, consapevole che il marketing di massa avesse ormai smesso di funzionare, cominciò ad applicare una nuova tecnica pubblicitaria, nella quale la storia del marchio fosse il focus, “(…) il brand journalism è un modo per registrare e trasmettere quello che accade a un brand nel mondo, creando una narrazione di marca e una comunicazione che con il tempo può contribuire a raccontare l’intera storia del marchio e dell’azienda”.

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Nell’intento di realizzare una forte connessione con i consumatori, è chiaro che le imprese stanno avvertendo la necessità di produrre in proprio i contenuti della comunicazione, e il giornalismo aziendale permette di riconoscere, organizzare e produrre storie aziendali per differenziarsi dalla concorrenza. Si basa sui principi del giornalismo tradizionale, con l’obiettivo di creare delle storie basate sui fatti, documentati e verificabili, secondo il principio della trasparenza della notizia, con l’intento prioritario di creare un fatto giornalistico che integri nella narrazione aziendale notizie dell’ecosistema all’interno del quale l’azienda si muove. Il canale preferenziale, ad oggi, sono ovviamente i social media, che permettono di realizzare una comunicazione bidirezionale e interattiva, che meglio si adatta al nuovo ruolo del consumatore, più attento e soprattutto desideroso di partecipare in modo attivo.

Ma quali sono le nuove figure del settore?

Il mercato aziendale necessita di professionisti che sappiano, attraverso gli strumenti tipici del giornalismo, comunicare tutto ciò che ruota intorno al brand. Occorre essere in grado di comprendere le esigenze informative del pubblico, e il loro bisogno di chiarimenti, captare quali sono le informazioni rilevanti che permettano di creare una vera e propria notizia e non solo una pubblicità. La figura del brand journalist deve conoscere i punti salienti della catena di produzione, intercettarne la notiziabilità, da integrare all’interno dei processi di comunicazione, facendo attenzione al rispetto dell’etica e della deontologia professionale, così come nel giornalismo classico. Non sono ancora presenti corsi di studio e specializzazione specifici, ma il mercato sta già facendo la propria richiesta, quindi è bene non mostrarsi impreparati.

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5 storie vere per ispirarci al cambiamento


Il nuovo anno si avvicina e con lui anche i buoni propositi, cosa c’è di meglio allora che avere come fonte d’ispirazione il cinema? Vi proponiamo per l’occasione 5 film basati su personaggi realmente esistiti, che hanno deciso di cambiare la propria vita.

Sono persone comuni che hanno creduto in un sogno e hanno deciso di non lasciare tutto come prima, rassegnandosi al proprio destino, ma hanno accolto la sfida di cambiare le cose, la vita, il mondo circostante.

Conosciamoli meglio attraverso questi film:

https://youtu.be/kpyNeXLqJKU

 1) THE SOCIAL NETWORK: 2010, Regia di David Fincher

Primo fra tutti è sicuramente “The Social Network”, il film che racconta l’ascesa del giovane cofondatore di Facebook, Mark Zuckerberg. Il film si è aggiudicato 3 Oscar, per la sceneggiatura non originale, per la colonna sonora e per il miglior montaggio e rappresenta uno dei miglior film biografici degli ultimi anni. Facebook (con questo nome dal 2004) nacque nel 2003 come sito per gli studenti di Harvard con il nome Facemash, ispirandosi all’elenco con nomi e foto che gli studenti ricevono ad inizio anno, ideato per aiutarli a socializzare.

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Con il susseguirsi delle modifiche lo scopo di Facebook è rimasto più o meno simile, arrivando ad essere il terzo sito più visitato dopo Google e Youtube. L’attore protagonista, il bravissimo Jesse Eisenberg, interpreta magistralmente il giovane imprenditore informatico, che ormai è il quinto uomo più ricco al mondo e il film, infatti, segue la sua storia partendo dall’idea che scatena la nascita del social network fino alla causa contro Zuckerberg da 600 milioni di dollari.

https://youtu.be/sLk1g_2acgc

2) JOBS: 2013, Regia di Joshua Michael Stern

Su Steve Jobs, l’imprenditore, inventore, informatico e confondatore di Apple, sono stati girati due film molto diversi: “Jobs” del 2013 con la regia di Joshua Michael Stern, che vede protagonista l’attore Ashton Kutcher e “Steve Jobs”, del 2015, diretto da Danny Boyle, che ha come attore protagonista Michael Fassbender. Entrambe le pellicole sono molto ben realizzate, ma forse il primo risulta più leggero: “Jobs” narra la storia del visionario informatico partendo dagli anni settanta, anni in cui viene fondata l’azienda Apple a Cupertino, in California con pochi mezzi e tanta voglia di cambiare il corso degli eventi. Il film mostra anche tutto il percorso, umano e professionale di questa figura iconica del mondo dell’informatica e della tecnologia, che con i suoi prodotti e le sue innovazioni ha creato nel mondo un vero e proprio status symbol.

https://youtu.be/i0JY79_Kiww

3) THE IMITATION GAME: 2014,  Regia di Morten Tyldum

“The Imitation game”, film del 2014, narra la storia del matematico Alan Turing, nato nel 1912. Turing fu assunto per decifrare messaggi nazisti codificati dalla famosa Macchina Enigma, in quanto esperto a decifrare codici segreti. La sua figura è ancora oggi molto importante nella storia, perché grazie a lui si riuscirono a salvare numerose vite umane durante la guerra. Il matematico è considerato uno dei padri dell’informatica per il suo concetto di algoritmo e per la Macchina di Turing, una macchina ideale che può eseguire algoritmi con dati su un nastro potenzialmente infinito. Il film molto avvincente è supportato dalla bravura dell’attore protagonista Benedict Cumberbatch e si è aggiudicato anche il premio Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale.

https://youtu.be/zMn0-0gU3fM

4) JOY: 2015,  Regia di David O. Russell

E’ la storia dell’inventrice, imprenditrice italo americana Joy Mangano, interpretata dalla bravissima Jennifer Lawrence. Joy è una donna divorziata con due figli, che fatica ad andare avanti, ma con la sua determinazione riesce a dare una svolta clamorosa alla sua esistenza: inventa il Miracle Mop, il mocio autostrizzante per pulire i pavimenti e partendo da questa sua invenzione riesce a costruire un grande impero commerciale e si riscatta dalla sua vita precedente. Le storie al femminile nel cinema sono sempre troppo poche, ma questo è uno di quei film che può sicuramente essere da stimolo per non essere vittima dei pregiudizi e riuscire ad abbattere gli ostacoli e realizzare i propri sogni.

https://youtu.be/Bb5H_sh9dcc

5) IL RAGAZZO CHE CATTURÒ IL VENTO: 2019, Regia di Chiwetel Ejiofor

Questo film del 2019, scritto, diretto ed interpretato da Chiwetel Ejiofor, è basato sull’omonimo libro di memorie scritto da William Kamkwamba, inventore e scrittore malawiano. Kamkwamba a 14 anni costruì un mulino a vento con materiale di recupero per dare elettricità al suo villaggio e per questo suo impegno sociale e per tutto il suo ingegno, ha ricevuto fondi per continuare a studiare, avendo scarsi mezzi economici a disposizione. Questo giovane ragazzo africano è diventato un punto di riferimento nei convegni per parlare di green economy e di ecosostenibilità. “Il ragazzo che catturò il vento” è disponibile su Netflix ed è stato selezionato per rappresentare il Regno Unito come Miglior film in lingua straniera agli Oscar 2020.

“Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare”, diceva Sir Winston Churchill, ed allora nell’attesa del 2020, non resta che lasciarsi ispirare dalle proprie vittorie, dagli errori, dalla realtà, dagli altri, ed anche dal cinema.

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Il fenomeno del 2019: TikTok, il social della Generazione Z


Probabilmente se hai più di 18 anni ti starai chiedendo cosa sia TikTok e ti rispondo in breve: si tratta di un’app per video brevi, dai 15 ai 60 secondi, che può essere definita come il vero fenomeno social del 2019.

Grazie a questa app per smartphone gli utenti possono creare contenuti veloci e divertenti, accompagnandoli con una colonna sonora musicale e con gli effetti della realtà aumentata.tiktok

I numeri di TikTok nel 2019

Oggi TikTok è disponibile in 34 lingue e tra chi lo usa con maggiore entusiasmo troviamo soprattutto bambini e teeneger, per un totale di 500 milioni di utenti attivi già a luglio 2019. Un numero in costante crescita e sicuramente da non trascurare se pensiamo che Instagram ha un miliardo di utenti attivi e Snapchat 188 milioni, sempre su base mensile.

Eppure il grande successo di TikTok non è legato solo ai numeri, ma soprattutto al fatto che si tratta di un fenomeno sociale, che offre ai giovani uno spazio creativo in cui sono liberi di esprimersi in modo veramente semplice ed intuitivo.

Possiamo affermare, quindi, che TikTok sia più una piattaforma di intrattenimento che un social media, anche se di questo mantiene i Like (cuoricini) e le modalità di interazione, ma diventa qualcosa di totalmente coinvolgente. La mission? Dare vita alla creatività dei giovani, senza alcuna regola, mescolando musica, meme e libertà espressiva.

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Bisogna, quindi, prestare attenzione ai trend di crescita di TikTok (+144%), ma anche di Twitch e Twitter, da sempre outsider tra i social media, ma che in questo 2019 hanno dimostrato di poter diventare grandi ed aumentare il loro peso come fenomeni sociali, soprattutto tra i giovanissimi della Generazione Z. (fonte: https://www.financialounge.com/)tiktok-thumb-638x425

TikTok è il social dei giovani e della musica

Sempre parlando di trend social possiamo affermare come Facebook sia la prima app in termini di tempo trascorso online e, in generale, tutte le app social segnano un aumento di ore mensili per singolo utente. Anche in questo caso un ruolo da protagonista è giocato da TikTok, soprattutto se prendiamo in considerazione la fascia di utenti tra i 18 ed i 24 anni, con una classifica che vede ai primi tre posti YouTube, TikTok e Instagram.

In generale, inoltre, è il mondo del divertimento e dei video a far salire engagement e tempo speso sui social, come emerge da una ricerca di Comscore e TikTok, con la sua musica e i suoi video è un protagonista di questa tendenza.

Perché TikTok piace ai teenager

Possiamo dire che il successo di TikTok sia dovuto al fatto che si tratta di un social pulito, senza pubblicità e fake news e che offre quindi un senso di appartenenza ad una community molto forte e poca pubblicità. Non solo: questa app ha ad oggi il sistema di montaggio video e audio più avanzato al mondo e ospita contenuti senza tempo e barriere linguistiche.

Rispetto ad Instagram, inoltre, scompare l’ansia di apparire e rende possibile ai giovani presentare se stessi in modo più autentico, tra balli goffi e canti stonati oppure mentre fanno smorfie improbabili. Divertire e divertirsi è il segreto alla base di questa piattaforma, in cui nessuno si sente giudicato o ha l’obbligo di apparire cool come avviene su Instagram.

Loren Gray, 17 anni , è la muser più influente di TikTok con 33 milioni di follower e 2 miliardi di like.
Loren Gray, 17 anni , è la muser più influente di TikTok con 33 milioni di follower e 2 miliardi di like.

Le Muser o gli Influencer di TikTok

Gli influencer di TikTok si chiamano Muser e tra questi abbiamo ad oggi Loren Gray, di 17 anni che pubblica ogni mattina un video in cui canta in playback e con 33 milioni di follower e 2 miliardi di like ha ottenuto un contratto con la Virgin Records ed ha sei singoli all’attivo.

Segue Baby ariel di 18 anni definita dal Time come una delle persone più influenti del web con i suoi 30 milioni di fan. Il personaggio maschile più influente è, invece, Jacob Sartorius con 20 milioni di fan che realizza campagne contro il bullismo, di cui lui stesso è stato vittima. E in Italia?

Tra gli utenti più seguiti abbiamo Luciano Spinelli, che balla sulle note dei principali brani italiani e Cecilia Cantarano, 19 enne romana famosa per gli sketch comic e i lip-sync.

Siamo sicuri che TikTok continuerà a crescere anche nel 2020, ma soprattutto che vedremo anche le aziende interessarsi a questa app social per conquistare un pubblico di giovanissimi sempre più difficili da coinvolgere nella comunicazione e nel marketing.

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I migliori 15 film italiani del 2019


Il 2019 è stato un anno importante per il cinema italiano, nonostante il numero delle pellicole prodotte ed uscite nell’annata, sia calato di 3 unità (114 contro i 117 del 2018). La qualità, bisogna affermarlo è aumentata rispetto all’anno precedente, anche considerando l’attenzione che i Festival internazionali hanno avuto per la nostra cinematografia in quest’annata che sta volgendo al termine. Infatti, della bravura e originalità dei nostri registi si sono accorti i grandi festival internazionali: Berlino che ha tributato a La Paranza dei Bambini l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura e Toronto, che ha premiato con il Platform Prize quel Martin Eden che già al Festival di Venezia aveva regalato a Luca Marinelli la Coppa Volpi come miglior interprete maschile. Proviamo a stilare ora una lista dei 15 migliori film dell’annata, un elenco probabilmente personale, come tutti i giudizi critici di ogni forma ed arte; ma certamente esaustivo su quello che è stato il meglio del cinema italiano del 2019. Da una prima analisi, noterete molte sorprese (Bangla o  A Tor Bella Monaca non piove mai), gradite conferme (Il traditore di Marco Bellocchio o L’uomo del labirinto di Donato Carrisi), grandi ritorni (Roberto Benigni con il Pinocchio di Matteo Garrone, Ficarra e Picone con la loro nuova commedia intelligente dal titolo Il primo Natale) e la presenza come attori protagonisti dei volti più amati del nostro cinema popolare (Pierfrancesco Favino, Luca Marinelli, Rocco Papaleo, Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alessandro Gassman, Gianmarco Tognazzi, Edoardo Leo, Fabio De Luigi, Sergio Rubini…e possiamo ancora continuare. Tutto questo per dire cosa? Che un gruppo di autori importanti tiene in vita il nostro glorioso cinema, aiutato da attori-artisti di indubbio talento, che danno viso, forma e voce alle loro idee. L’elenco è realizzato in puro ordine alfabetico, proprio perché questa non vuol essere una mera classifica dal campionato di serie A; bensì un consiglio ed un invito ad ammirare le migliori pellicole dell’annata che spaziano, senza soluzione di continuità, dalla commedia brillante all’horror, dal film impegnato al giallo con ambizioni psicologiche, dal documentario al fantastico.

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A Tor bella Monaca non piove mai

A Tor Bella Monaca Non Piove Mai, di Marco Bocci è diventato prima un libro e poi un film, e il film ha il pregio di raccontare una periferia dove non tutti sono dei criminali e si può resistere alla tentazione di infrangere la legge diventando un po’ perdenti ma conservando la dignità. Bocci sceglie bene i suoi attori (Andrea Sartoretti, Libero De Rienzo e Antonia Liskova) e chiede loro realismo. La sua regia è invece esplosiva, pop se non addirittura rock, e ogni inquadratura è un piccolo capolavoro. Infine c’è un Giorgio Colangeli che quando si arrabbia – e qui si infuria fin quasi a scoppiare – diventa davvero irresistibile, oltre che temibile.

https://youtu.be/twI1p6JKzoI

Bangla

La vera sorpresa cinematografica italiana dell’anno, quella del giovane e vivace Phaim Bhuiyan, che racconta la sua storia di italiano di seconda generazioni di origine bengalese in una commedia sia sentimentale che sociale. Bangla è forse l’unico film degli ultimi anni in cui un’onnipresente voce fuori-campo non è invadente e fastidiosa. Funziona piuttosto da contrappunto e commento alle azioni del protagonista, il quale, a mo’ di un novello Virgilio, ci conduce fra le strade vivaci di Torpignattara, crogiuolo di razze e mestieri, quartiere di chiese e moschee, di baretti e di street art. Il film esalta la diversità e dà una stoccatina alla falange razzista del nostro paese.

https://youtu.be/a68qCUHc71Y

La dea fortuna

La dea fortuna, ennesimo capolavoro di Ferzan Ozpetek, parla di quanto sia difficile e meraviglioso innamorarsi di nuovo di chi hai vicino, e fa della demenza una virtù che ci aiuta a dimenticare i torti subiti e a guardare ogni giorno il nostro partner come se fosse la prima volta. Parla di come non si debba avere paura di rompere le cose perché si possono (quasi sempre) aggiustare, di come nessuno “la racconta giusta”, principalmente a se stesso, e siamo tutti “nati inguaiati” (anche se sono gli altri ad interpretare la diversità come un guaio). Un universo dove lo spavento esistenziale è dietro l’angolo, ma se restiamo insieme fa meno paura, e ritroviamo luce, aria, respiro. Splendidi i due protagonisti maschili, Edoardo Leo e Stefano Accorsi, coppia omosessuale che si troverà a dover accudire, per un certo periodo, due adolescenti, figli dell’ex compagna del primo.

https://youtu.be/JTg4-5kdKvY

10 giorni senza mamma

Commedia brillante, sorretta da un grande Fabio De Luigi, padre di famiglia, con una moglie e tre figli sotto i 10 anni. Ad un certo punto “mamma”(Valentina Lodovini, bellissima) decide di partire per 10 giorni con la propria sorella, lasciando i tre figli con un papà praticamente assente, per lavoro e per pigrizia: guai a catena. E ancora una volta il volto di “gomma” di Fabio De Luigi si presta a meraviglia ad una tragicommedia familiare. Sebbene sia innegabile infatti che alcune delle vicende in cui si ritrova invischiato il suo personaggio siano esilaranti, dietro nascondono la forte malinconia di un padre che ha trascurato i propri figli. Ed ancora più importante, di un padre che non comprende a pieno il ruolo di una madre full time. Si nota la forte volontà di portare sul grande schermo tematiche attuali quali la frustrazione di una donna nell’essere “solo” una madre o il difficile connubio famiglia/lavoro. E specialmente nell’affrontare la prima, è lodevole il modo con cui è stato scritto il personaggio interpretato da Valentina Lodovini, un ruolo femminile dal sapore (finalmente) contemporaneo.

https://youtu.be/66qCt-0TkF8

Domani è un altro giorno

Una commedia toccante sull’esistenza umana e sul senso più profondo dell’amicizia, sorretta dalle prove di Marco Giallini e Valerio Mastandrea, semplicemente monumentali. Il tema è amaro, ma il regista Simone Spada ha il privilegio di consegnarlo a due professionisti capaci di reggere tra le mani senza mai bruciarsi il magma di una storia che ha molto di disperante, eppure alla disperazione nera non cede mai. È un dialogo a due voci malinconico e scanzonato, Domani è un altro giorno, un valzer degli addii che si basa sulla perfetta alchimia della consolidata coppia di amici e colleghi Valerio Mastandrea / Marco Giallini. Quest’ultimo è senza dubbio alla sua miglior prova di attore: dà sfoggio a tutta la sua abilità incredibile – ma sullo schermo credibilissima – nel cambiare continuamente tono ed espressione, passando nel giro di pochi attimi dal riso al pianto, dall’angoscia all’ironia più graffiante.

https://youtu.be/5hyIsUnmJhU

Il grande spirito

Sergio Rubini e Rocco Papaleo non avevano mai recitato insieme, però insieme sono letteralmente perfetti nei panni di un delinquente mezza tacca e un folle che si crede un sioux e si fa chiamare Cervo Nero. La loro storia si svolge sui tetti, vicino al cielo, un cielo inquinato dalle ciminiere di un mostro di ferro, ovvero l’Ilva di Taranto. Il grande spirito, è un film complesso, poeticamente stralunato e avvolto da un realismo magico, cifre distintive del cinema di Sergio Rubini e di Rocco Papaleo, attore comico “lunare”, un po’ alla Macario. Sempre in bilico fra materia e spirito, fra concretezza anche gretta e allucinazione sempre nobile, Il grande spirito è una storia di miseria e nobiltà, un piccolo gioiello, partito quasi nell’ombra, ma che ben presto ha assorbito ammiratori come una spugna assorbe l’acqua. Surreale e a tratti bizzarro, ma anche profondamente calato nella realtà locale: il film è girato a Taranto, ma nella parte industriale, quella avvelenata dai veleni dell’industria siderurgica, la quale però, saggiamente, rimane sempre sullo sfondo. I due personaggi principali creano una sinergia magistrale che dà forza e propulsione alla storia.

https://youtu.be/Rg6t-Lkb_gE

Lucania: Terra di sangue e magia

Lucania è uno di quei piccoli grandi film che hanno avuto fortuna all’estero e che in Italia sono stati apprezzati ma che la legge implacabile delle sale cinematografiche ha dimenticato. Un film stupendo che ci porta per mano in una terra aspra, selvaggia e forte e ci racconta una storia di disperazioni e visioni, colpe reiterate e meschini boss locali nella quale all’improvviso si apre uno spiraglio di luce: una ragazza che ha perso la parola e che ritrova la voglia di sorridere. Gigi Roccati è un regista attento, che si permette campi lunghi e che cerca la verità dei luoghi e delle emozioni. Bravissima Angela Fontana, una delle due gemelle di Indivisibili.

https://youtu.be/Tweehtmxp34

 Martin Eden

Che Luca Marinelli fosse un grande attore lo sapevamo tutti, ma qui lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot si supera davvero ed è un meraviglioso Martin Eden, marinaio inquieto con il desiderio di diventare scrittore. La reinterpretazione di Pietro Marcello del romanzo di Jack London è interessante e necessaria. Ci sono tutte le contraddizioni del ‘900 nel film. Ci sono le lotte sindacali di inizio secolo, i roghi dei libri della Germania nazista, il fascismo, la tv e i telefoni grigi. E c’è una commistione di linguaggi e di stili, con immagini di repertorio inserite qua e là a dare epicità alla storia raccontata. Martin Eden è come una barca che ci trascina fra i decenni, celebrando il valore della cultura e denunciando l’incapacità di accogliere e le ingiustizie sociali.

https://youtu.be/uXGFGTf6sfg

Non ci resta che il crimine

Un trio di protagonisti davvero d’eccezione: Marco Giallini, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi, affiancati da un Edoardo Leo di indolente ironia nei panni di Renatino De Pedis, capo della famigerata Banda della Magliana. NON CI RESTA CHE IL CRIMINE è un mix volutamente dichiarato tra NON CI RESTA CHE PIANGERE e SMETTO QUANDO VOGLIO. Il titolo è un omaggio all’ironia del primo leggendario film, il crimine fa parte del plot. E’ la storia di uno sfaccendato trio di amici che mostra ai turisti i luoghi dove aveva operato la Banda della Magliana. Un giorno i tre si trovano catapultati, tramite un cunicolo spaziotemporale, esattamente nel 1982 durante i Mondiali di calcio, in un salto nel tempo curioso e ricco di interesse spettacolare.

https://youtu.be/r0pNcnBXgIE

5 è il numero perfetto

E’ un’opera prima 5 è il numero perfetto, ma non si direbbe, perché Igort (nome d’arte del regista Igor Tuveri), che trae il film da una sua graphic novel, ha le idee molto chiare su come “costruire” un’inquadratura e addirittura coreografare, all’interno di essa, i suoi attori. C’è un’estrema stilizzazione nelle sue scene, che sembrano quasi tableau, e c’è una Napoli anni ’70 che è un universo squisitamente noir, con le strade buie e il cinismo dei personaggi. 5 è il numero perfetto non somiglia nemmeno un po’ a un cinecomic Marvel, piuttosto guarda al cinema di Hong Kong quando le pistole sparano. C’è Valeria Golino dolce e bellissima, c’è Toni Servillo che ha un nasone meraviglioso e c’è Carlo Buccirosso fenomenale e duttile come sempre.

https://youtu.be/kMa8CXTn2TA

Pinocchio

Il Pinocchio di Matteo Garrone, è l’ennesima versione cinematografica dell’omonima fiaba di Carlo Collodi. Nei panni che furono di Nino Manfredi, nel Pinocchio di Luigi Comencini, troveremo Roberto Benigni, che interpreta Geppetto. Il Gatto e la Volpe sono invece rispettivamente Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini. C’è anche Gigi Proietti che interpreta Mangiafuoco. Quello di Garrone è un film d’autore a grandezza di bambino, adatto a tutte le età. La classe non è acqua, e dunque una menzione speciale merita il grande Roberto Benigni: il suo Geppetto è la personificazione dell’amore paterno, e ricorda i “poveri” di Charlie Chaplin, dignitosi e teneri.

https://youtu.be/gmwwrfzFDNs

Il primo Natale

Ficarra e Picone dinanzi al loro primo (film di) Natale dovevano cercare la formula giusta per portare nelle sale un’opera che raggiungesse il target familiare. Di soluzioni facili e di esempi ne avrebbero avuti a disposizione tantissimi (potremmo dire: troppi). Ma la loro comicità ha da sempre rifiutato la risata grassa e le loro sono sempre commedie intelligenti con…una marcia in più. In questa occasione dalla loro collaborazione è nato un film che si rivolge al pubblico più ampio possibile (bambini compresi che troveranno sullo schermo dei loro coetanei) senza però rinunciare a far pensare. Perché la nascita di Gesù è un elemento narrativo perfetto per farci riflettere sulla condizione degli ultimi, di quelli per i quali non c’è posto, dei perseguitati costretti a lasciare la propria terra. Ecco allora che la fulminante sequenza iniziale acquista sempre più valore di monito nel progredire dell’azione. Fin quando si guarda da fuori è facile emettere giudizi anche cinici ma quando si sperimentano le situazioni sulla propria pelle il mutamento di prospettiva fa mutare anche le valutazioni. Tutto questo (e anche una riflessione sul rapporto tra preghiera e azione) ci viene proposto in un contesto scenografico di qualità ma, soprattutto, senza mai dimenticare l’intrattenimento. L’elemento narrativo del salto temporale è stato ampiamente proposto dalla letteratura e dal cinema ma può funzionare solo quando non si trasforma in uno schematico gioco di asimmetrie in cui c’è chi arriva dal futuro e ‘sa’ di più di chi il passato lo sta vivendo come presente. Grazie a gag ed equivoci e al collaudato gioco di coppia Ficarra e Picone (insieme a un Massimo Popolizio che è un Erode dalla perfidia perfetta) hanno evitato anche questo rischio festeggiando, con intelligenza e misura, il loro ‘primo Natale’ al cinema.

https://youtu.be/xpNyu_dUeV4

Il traditore

Il film italiano dell’anno, porta la firma di Marco Bellocchio, il quale torna a occuparsi della storia del nostro paese e ammette la sua fascinazione per un personaggio a cui in passato non aveva minimamente pensato. Il Traditore non è un’apologia di Tommaso Buscetta, ma ne riconosce le doti di grande comunicatore e il suo essere un uomo d’onore rispetto a tanti altri mafiosi. Pierfrancesco Favino, con il suo naturale trasformismo, aderisce perfettamente al personaggio, in cui riconosce quasi un eroe romantico. Il lavoro dell’attore sulla voce e sul portamento del pentito è incredibile, e nelle sua arringhe svela la natura “teatrale” della politica e si issa come il più grande e completo attore italiano da quando è iniziato il nuovo millennio, ovvero da 20 anni. Il Traditore è anche un grande film di comprimari, a cominciare da Luigi Lo Cascio che fa Totuccio Contorno e Fabrizio Feraccane che interpreta Pippo Calò.

https://youtu.be/7nvYMRpKzak

Tutto il mio folle amore

Dopo l’incursione nel fantasy e nel genere cinecomic con Il Ragazzo Invisibile e Il Ragazzo Invisibile: Seconda generazione, Gabriele Salvatores ritorna alle sue radici, alle strade che sa percorrere nel migliore dei modi: il rock e il road movie. Il film, che racconta una storia vera diventata poi un romanzo, è un viaggio che ricorda un po’ Marrakech Express e un po’ Turné, dove la gioia si mescola alla malinconia. Forse qui c’è più amore, che poi è l’amore fra un padre e un figlio, interpretati da un Claudio Santamaria in stato di grazia che canta Modugno e dall’esordiente Giulio Pranno, che ha raccolto la sfida di interpretare un ragazzo autistico e ha vinto. Il regista pensa a Pasolini e a Van Gogh, scegliendo come canzone del film “Vincent” di Don McLean. Come si fa a non struggersi ascoltandola e osservando Willi e Vincent fare un pezzetto di strada insieme nei Balcani, fra atmosfere alla Kusturica e da western?

https://youtu.be/_DKtsKIevvo

L’uomo del labirinto

Dopo l’esordio con La ragazza nella nebbia Donato Carrisi torna dietro la cinepresa per portare sul grande schermo un altro suo best seller, L’uomo del labirinto. Questa volta la regia è più disinvolta, così come è più sicura la direzione degli attori: Toni Servillo, coprotagonista nel ruolo di Genko come lo era ne La ragazza nella nebbia, è qui più controllato e meno gigione, e Dustin Hoffman nei panni del dottor Green mette a frutto la sua lunga esperienza di interprete raffinato. Carrisi attinge ancora una volta a piene mani da tutto il cinema (e la serialità televisiva) di genere, in particolare quello di Dario Argento, campiona Morricone, e assembla doviziosamente tutto l’immaginario pop che il grande pubblico apprezza. Il coniglio cattivo, costume con il quale va in giro lo psicopatico/serial killer, poi è un ovvio riferimento a Donnie Darko, anche se qui ha gli occhi a forma di cuore.

https://youtu.be/eLYeXFfD0yQ

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Il primo Natale – Il film


Che la coppia composta dai siciliani Salvatore Ficarra e Valentino Picone, fosse la più completa dell’ultimo ventennio, non c’erano dubbi già da almeno dieci anni. Il penultimo film, quello del 2017, L’ora legale, aveva alzato l’asticella della loro commedia comica intelligente, con un pizzico di amarezza di fondo, in puro stile da “grande” commedia all’italiana. Quella di Ficarra & Picone, non è una comicità semplice e fine a se stessa. E’ piuttosto una comicità amara, che si basa e raccoglie linfa vitale dalla realtà che viviamo. In questo, non solo si porgono come eredi di Franco & Ciccio, ma anche di tanta riuscita commedia all’italiana degli anni ’60, perché si pongono, con ottimi risultati, l’ambizione di descrivere la società italiana di oggi, con i falsi miti, le poche certezze e le tante amarezze, in primis la dilagante corruzione.il-primo-natale-locandina

Funzionano, funzionano senza dubbio e dimostrano anche un’intelligenza cinematografica fuori dal comune, che fuoriesce proprio nel non spremersi per forza ogni anno, alla ricerca di un effimero successo. Piuttosto aspettano, talvolta anche svariati anni, l’idea giusta, che possa non solo divertire il pubblico, ma possa farlo riflettere sulla deriva dei tempi attuali. Ficarra & Picone sono dunque comici da film “intelligenti”, non da cinepanettoni. Con loro si ride e si riflette. E si esce dalla sala pienamente soddisfatti…ma con un pizzico di amarezza di fondo. E proprio questa loro lentezza ponderatrice è alla base del successo e degli apprezzamenti del loro ultimo film, uscito in sala poco prima del Natale 2019. Con Il primo Natale, l’asticella cinematografica della coppia continua a crescere. Già, perché stavolta Ficarra e Picone si cimentano per la prima volta, con un film in costume, scegliendo l’anno 0 come punto focale del loro racconto, regalandoci anche una precisa descrizione della società al tempo della nascita di Gesù Cristo. La trama è semplice, chiara, lineare, avvolta da un ritmo frenetico che prende ed appassiona lo spettatore, soprattutto quando i due, assorbiti in un vortice spazio-temporale che li catapulta nell’anno 0, in Palestina, dovranno aiutare Giuseppe, la Madonna e il neonato Gesù, a salvarli dalle grinfie del perfido Erode, re di Giudea, pronto a massacrare tutti i bambini sotto i due anni nel tentativo di uccidere proprio il figlio di Dio. L’ira sanguinaria di Erode, nasce storicamente, come sancito dal Vangelo secondo Matteo, dall’incontro dei Magi con Erode, i quali giunsero a Gerusalemme chiedendo dove si trovasse il re dei Giudei, appena nato. Erode si turbò alla notizia e chiese ai sommi sacerdoti e agli scribi del popolo il luogo dove sarebbe dovuto nascere il Messia e, avuta risposta che le profezie indicavano Betlemme, ordinò la cosiddetta Strage degli innocenti. Il punto centrale della vicenda, in cui si trovano catapultati il ladro Salvo e il sacerdote Valentino è proprio questo; e la loro bravura sta soprattutto nella precisa descrizione dell’episodio, frutto di studio approfondito, sia con il loro sceneggiatore Nicola Guaglione, che sulla scelta dei costumi, delle scenografie e delle tradizioni culinarie dell’epoca.

Così ne è uscito un film precisissimo sull’epoca storica descritta, girato in esterni, in quel Marocco rurale, che sembra davvero la Giudea di oltre 2000 anni fa. Certo in questi ruoli tecnici, che nei film in costume assumono ancora più importanza, Ficarra e Picone si sono serviti delle gesta di assoluti professionisti del mestiere come Daniele Ciprì alla Fotografia; Cristina Francioni ai Costumi; e Francesco Frigeri alla scenografia. I due comici palermitani hanno raccontato che l’idea che sta alla base di questo film è venuta loro prima di girare L’ora legale ma, tra una cosa e l’altra, sono riusciti a realizzare materialmente Il primo Natale solo nel 2019, anche perché storicamente un film in costume richiede un dispiego di mezzi e di strutture e di manodopera decisamente più elevati rispetto ad un film ambientato nel presente. Ficarra e Picone dinanzi al loro primo (film di) Natale dovevano cercare la formula giusta per portare nelle sale un’opera che raggiungesse il target familiare. Di soluzioni facili e di esempi ne avrebbero avuti a disposizione tantissimi (potremmo dire: troppi). Ma la loro comicità ha da sempre rifiutato la risata grassa e, con la partecipazione alle sceneggiature di Nicola Guaglianone il processo si è sempre più affinato. In questa occasione dalla loro collaborazione è nato un film che si rivolge al pubblico più ampio possibile (bambini compresi che troveranno sullo schermo dei loro coetanei) senza però rinunciare a far pensare. Perché la nascita di Gesù è un elemento narrativo perfetto per farci riflettere sulla condizione degli ultimi, di quelli per i quali non c’è posto, dei perseguitati costretti a lasciare la propria terra.foto-di-scena-il-primo-natale

Ecco allora che la fulminante sequenza iniziale acquista sempre più valore di monito nel progredire dell’azione. Fin quando si guarda da fuori è facile emettere giudizi anche cinici ma quando si sperimentano le situazioni sulla propria pelle il mutamento di prospettiva fa mutare anche le valutazioni. Tutto questo (e anche una riflessione sul rapporto tra preghiera e azione) ci viene proposto in un contesto scenografico di qualità ma, soprattutto, senza mai dimenticare l’intrattenimento. L’elemento narrativo del salto temporale è stato ampiamente proposto dalla letteratura e dal cinema ma può funzionare solo quando non si trasforma in uno schematico gioco di asimmetrie in cui c’è chi arriva dal futuro e ‘sa’ di più di chi il passato lo sta vivendo come presente. Grazie a gag ed equivoci e al collaudato gioco di coppia Ficarra e Picone (insieme a un Massimo Popolizio che è un Erode dalla perfidia perfetta) hanno evitato anche questo rischio festeggiando, con intelligenza e misura, il loro ‘primo Natale’ al cinema.ficarra-e-picone-in-una-scena-del-loro-nuovo-film-il-primo-natale-696x418

Simbolico, infine, il finale, in cui il vortice spazio temporale che aveva catapultato Ficarra e Picone, indietro di 2019 anni, si apre inglobando Gesù, Giuseppe, Maria, tutti i genitori e i bambini scampati dall’atroce delitto di Erode, con i più i nostri due eroi; trasportando tutti nell’Italia del Natale 2019. Tutti parteciperanno all’enorme presepe vivente, organizzato da Don Valentino, interpretando se stessi. Certo, questo finale è senz’altro una stortura spazio-temporale, che possiamo concedere come licenza poetica, anche perché il simbolismo voluto dai due attori-registi è chiaro e davvero azzeccato. In un’epoca come oggi, travolti da problemi e malignità di ogni tipo, con la perdita dei valori cristiani e di accoglienza cui, purtroppo stiamo vivendo, ci vorrebbe proprio una seconda venuta di Gesù Cristo, per aprirci le coscienze e per capire, prima che sia troppo tardi, quanto ci stiamo facendo del male e quanto stiamo rovinando quell’Eden, unico nell’intero Universo.




Gli imperdibili: i 5 film di Natale che dovete assolutamente vedere


Come molti sanno il Natale è il periodo più importante per l’industria cinematografica: tutta la filiera è in fermento, dai produttori ai distributori, dagli esercenti fino agli spettatori finali.

Infatti le uscite e le anteprime più importanti, sia italiane che mondiali, vengono programmate proprio in questo magico periodo.

Anche i network televisivi ripropongono grandi classici e prime visioni a tema natalizio da metà novembre ai primi di gennaio; i dati di ascolto infatti hanno un’impennata proprio in questo periodo, in virtù del fatto che il freddo e la voglia di riunirsi con la famiglia e/o gli amici per serate di gioco e cene porta molta gente a rimanere a casa, dove i televisori rimangono sempre accesi.

Negli anni molte pellicole sono diventate degli autentici tormentoni natalizi, e risulta alquanto difficile stilare una lista dei migliori 5 film da vedere assolutamente, nondimeno vogliamo provarci lo stesso, spaziando fra quelli che a noi di Smart Marketing sono rimasti nel cuore e cercando di prendere in considerazione quanti più generi possibili, nonostante sia la commedia a farla da padrona.

Cominciamo allora!

1°) Una poltrona per due (di John Landis, USA, 1983)

Per chi ha tra i trenta è i quarantacinque anni è senza dubbio questo il film natalizio più famoso e atteso di sempre. Il film narra le vicende di due personaggi agli antipodi nell’America reaganiana, il ricco agente di borsa Louis Winthorpe III, dai modi altezzosi, e Billie Ray Valentine, un senzatetto, imbroglione ed insolente, che a seguito di una scommessa dei fratelli Mortimer e Randolph Duke (datori di lavoro di Winthorpe) si vedranno scambiate le loro vite con risvolti, come si può intuire, davvero esilaranti. Nei ruoli dei due protagonisti troviamo i due brillanti attori Dan Aykroyd (Louis Winthorpe III) e Eddie Murphy (Billie Ray Valentine) perfettamente calati nelle parti e in piena sintonia.

In principio i due protagonisti dovevano essere rispettivamente Gene Wilder e Richard Pryor, con quest’ultimo che dovette rifiutare per un serio incidente. Fu allora che gli sceneggiatori e il regista presero in considerazione l’astro nascente Eddie Murphy che, ottenuta la parte, fece pressione affinché il ruolo di Winthorpe fosse dato ad un altro attore per non essere considerato il rimpiazzo di Pryor, in quel sodalizio artistico che si andava consolidando fra la coppia Wilder-Pryor. Si ride molto, ma il film è in controluce una critica abbastanza caustica, per non dire feroce, all’America degli yuppies, arrivista, cinica e spietata sotto la presidenza di Ronald Reagan.

Il film è diventato un classico natalizio soprattutto in Italia, complice sia l’ambientazione della pellicola stessa, sia soprattutto a causa della consuetudine di inserire il film nei palinsesti delle feste natalizie fin dal 1989. Dal 1997 “Una poltrona per due”, viene trasmesso regolarmente su Italia1 la sera della vigilia. Se volete sapere altre curiosità qui trovate la nostra recensione.

2) The Family Man (di Brett Ratner, USA, 2000)

Il film racconta le vicende di Jack Campbell, uno squalo di Wall Street che vive in un attico a New York, frequenta bellissime modelle e guida una Ferrari. Il giorno di Natale, dopo aver sventato una sorta di rapina in un negozio di alimentari la sera della vigilia, a Jack viene offerta la possibilità di vedere cosa sarebbe stata la sua vita se, 13 anni prima, invece di andare a studiare economia a Londra fosse rimasto con la sua fidanzata Kate Reynolds. Il 25 dicembre, in effetti, Jack Campbell si risveglia nel letto, in una casa della periferia nel New Jersey, con affianco la moglie Kate e due figli. Jack scoprirà che il suo gesto altruistico della vigilia gli ha permesso di dare un’occhiatina a come sarebbe stata la sua vita se non avesse sacrificato tutto per il successo ed il potere.

Il film da una parte rilegge e riscrive il classico “Canto di Natale” di Charles Dickens e dall’altra si ispira per atmosfere e tematica di fondo al superclassico “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, che dal 1946 è il vero capostipite dei tormentoni di Natale. Perfetti i due attori protagonisti, con un Nicolas Cage che interpreta un Jack Campbell prima cinico e poi stralunato e un po’ goffo e la splendida Téa Leoni che interpreta una Kate Reynolds forte ed appassionata.

Sì, il film è una favola un po’ melensa e buonista, ma in realtà parla di seconde occasioni e dei bivi che incontriamo sul percorso delle nostre vite. Seconde occasioni e strade che non sempre cogliamo e percorriamo, e allora ben venga un film come questo, che a Natale ci ricorda che una famiglia è meglio di una Ferrari e che l’amore è l’unico traguardo a cui dovremmo ambire. Se volete sapere altre curiosità qui trovate la nostra recensione.

3) La Vita è meravigliosa (di Frank Capra, USA, 1946)

Lo abbiamo appena citato, ed eccolo qui il più classico fra i classici di Natale: La Vita è meravigliosa racconta di George Bailey, un uomo generoso ed altruista, che per aiutare gli altri, famigliari, amici e comunità, ha rinunciato ai suoi sogni e che la sera della vigilia di Natale, in previsione del fallimento della sua piccola società per debiti non onorati, decide di farla finita gettandosi da un ponte. Nevica copiosamente, fa molto freddo e George è ubriaco e disperato, ma proprio mentre si sta per gettare nel fiume un uomo, un certo Clarence, si butta in acqua prima di lui, costringendo il nostro protagonista a gettarsi a sua volta per salvarlo. Una volta scampato il pericolo si scoprirà che Clarence è un angelo custode di 2° classe (ancora senza ali) che è stato inviato sulla terra per impedire a George di suicidarsi e mostragli che cosa sarebbe stata la vita delle persone a lui care se lui non fosse mai esistito.

Insomma, Clarence offre a George una sbirciatina in un mondo alternativo, dove il nostro protagonista scopre come le sue innumerevoli buone azioni e i suoi sacrifici per gli altri hanno plasmato la vita delle persone a lui care, rendendole esseri umani migliori. Insomma, si rende conto di come tutti e tutto siano collegati ed interdipendenti e quanto la sua vita sia stata significativa.

Il film è diretto da uno dei massimi registi della Hollywood dei tempi d’oro, Frank Capra, che con i suoi film ispiratori ha plasmato, più di qualunque altro regista, quell’american way of life fatto di ottimismo, fiducia, speranza e voglia di riscatto, in un periodo fra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso in cui l’America cercava di riprendersi dalla grande depressione. I protagonisti sono una delle coppie d’oro del cinema classico, James Stewart (nei panni di George Bailey) e Donna Reed (nei panni di Mary Hatch Bailey), con l’angelo di seconda classe Clarence interpretato da un Henry Travers, neanche a dirlo, in stato di grazia.

Il film riceverà 5 candidature agli Oscar e il suo impatto culturale sarà immenso. Due esempi fra i tanti possibili: l’Enciclopedia Britannica ha inserito questo film fra i sinonimi della parola Natale; nel 1987 un giudice della Florida ordinò la visione del film, come parte della pena, ad un imputato che aveva ucciso la moglie gravemente malata e aveva tentato poi il suicidio. Un film da vedere e rivedere, che pone al centro del suo sguardo la sacralità dell’individuo.

4) Babbo bastardo (di Terry Zwigoff, USA-Germania, 2003)

Qui siamo di fronte ad un film sul Natale sui generis e politicamente scorretto. La pellicola narra della coppia di ladri specializzati nel derubare centri commerciali il giorno di Natale, facendosi assumere come Babbo Natale ed elfo. Marcus (l’attore Tony Cox) è affetto da nanismo ed è il basista della squadra e naturalmente l’elfo; Willie (uno straordinario Billy Bob Thornton) invece interpreta un Babbo Natale con gravi problemi di alcolismo.

Decisi a svaligiare l’ennesimo centro commerciale, i due balordi, fattisi assumere, cominciano a studiare planimetrie, orari e abitudini degli altri impiegati. Le cose prendono una piega diversa quando un giorno, fra i bambini venuti ad incontrare Babbo Natale, arriva Thurman Merman (l’attore Brett Kelly), ingenuo, credulone e con problemi di obesità, che instaurerà con Babbo Natale (credendolo vero) un rapporto che piano piano diverrà autentico e trasformerà, in meglio, entrambi i protagonisti. Il film dapprima prende in giro il buonismo tipicamente natalizio, ma poi mette in scena la trasformazione, anzi l’evoluzione dei due protagonisti, che imparano ad affrontare le sfide della vita o i propri demoni interiori attraverso una vera amicizia.

All’inizio il ruolo di Babbo Natale doveva essere affidato a Bill Murray, che non poté accettare perché aveva firmato il contratto per Lost in Translation. Il ruolo da protagonista fu poi offerto a Jack Nicholson che, benché interessato, dovette rifiutare sempre per problemi di lavoro. Billy Bob Thornton regalerà al personaggio un carattere cinico, disincantato e perfido al punto giusto, che farà la fortuna del film e darà una decisa impennata alla sua carriera. Il lungometraggio merita una visione proprio in virtù della sua originalità, una commedia nera che rappresenta quasi un unicum nel settore delle pellicole natalizie: si ride tanto e si riflette abbastanza, cosa volere di più da un film?

5) Nightmare Before Christmas (di Henry Selick e Tim Burton, USA, 1993)

Anche qui siamo di fronte ad un grande classico. Questo film di animazione in stop motion è nato dalla mente geniale di Tim Burton quando ancora lavorava come animatore per la Disney. Burton disse che l’idea per il soggetto gli venne un giorno, quando vide un negoziante, all’approssimarsi delle festività natalizie, che rimuoveva le decorazioni di Halloween per fare spazio a quelle di Natale. Fu in quel momento che prese forma il soggetto di un film che combinasse entrambe le festività. All’inizio la storia divenne una poesia illustrata che l’autore propose alla Disney, che la rifiutò a causa dei temi e dei toni decisamente dark che non si ritennero adatti ad un pubblico di bambini. Dopo il successo di pellicole come Edward mani di forbice (1990) e Batman – Il ritorno (1992), Burton rimise mani al progetto di Nightmare Before Christmas, affidando la regia al suo amico e socio Henry Selick, che girò il film con l’intento di realizzare un classico di Natale.

La storia narrata è quella del paese immaginario di Halloween, dove risiedono tutti i mostri della festività. Questo paese è governato dal re delle zucche, Jack Skeletron, uno scheletro alto due metri con la testa a forma di zucca trapuntata, il cui compito principale è organizzare ogni anno la festa di Halloween. Negli ultimi tempi però Jack è stanco ed annoiato di organizzare sempre la stessa festa e di seguire lo stesso copione ed un giorno si imbatte per caso in un portale che lo trasporta in un altro mondo, il nostro, dove vede gli esseri umani intenti ai preparativi per le feste di Natale. Jack rimane folgorato dal clima e dallo spirito natalizio e, tornato nel suo mondo, decide di organizzare insieme a tutti i suoi abitanti la prima festa di Natale nel paese di Halloween. Ovviamente i risultati saranno comici e del tutto imprevedibili.

Il film fu un ottimo successo di botteghino sia nel mercato statunitense che nel resto del mondo e, da allora, è diventato un classico dei palinsesti natalizi, registrando sempre ottimi indici d’ascolto ad ogni passaggio televisivo. Il film merita di essere visto perché miscela grottesco e poesia, toni dark e buoni sentimenti, in perfetto stile burtoniano.slider-articolo-hd

Questi 5 sono secondo noi i film natalizi che dovete assolutamente vedere: certo nella lista mancano tanti altri classici del Natale, ma, si sa, ogni lista è, per forza di cose, una sintesi e qualche volta rimangono fuori grandi capolavori.

Noi di Smart Marketing vi abbiamo proposto un elenco che contiene: l’immancabile tormentone (Una poltrona per due); la storia natalizia che mette in scena il dualismo avere o essere (The Family Man); il classico di Natale per antonomasia (La vita è meravigliosa); la storia più politicamente scorretta e sui generis sul Natale (Babbo bastardo); uno dei più originali e magici film di animazione a tema natalizio (Nightmare Before Christmas).

E voi? Quale è la vostra top 5? Quale è il film di Natale che vi ha fatto sognare, tornare bambini e divertito? Fatecelo sapere.




Il Natale che verrà - L'editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minIl Natale arriva il 25 di dicembre.
In televisione il Natale arriva circa un mese prima.
Per chi si occupa di comunicazione e marketing, soprattutto in ambito digitale, il Natale arriva (o almeno dovrebbe) a settembre.

Mi spiego.

Il Natale, oltre ad essere ovviamente un evento dalla forte spiritualità, è anche il momento dell’anno nel quale si concentrano i maggiori sforzi commerciali da parte delle aziende e dei brand.

Le strade e i balconi delle nostre case sono illuminate a festa, le vetrine dei negozi vengono allestite con impeccabile cura ed anche sui luoghi di lavoro non si parla d’altro. In questi giorni tutto viene ricondotto ad un grande conto alla rovescia e tutti i principali mass e new media ne scandiscono il tempo. Da un lato si sogna l’arrivo dell’agognata tredicesima, e dall’altro, giorno dopo giorno, scatta la corsa per l’acquisto dei regali.

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Le condizioni per fare delle efficaci campagne di comunicazione e promozionali sembrerebbero esserci tutte: il contesto mediatico, la pressione sociale e la disponibilità a spendere. Dico sembrerebbero perché partire oggi, a pochi giorni dal Natale, con la nostra bella campagna promozionale potrebbe essere se non troppo tardi, certamente molto difficile. Infatti l’efficacia della nostra campagna è condizionata anche da altri fattori: il tempo e il costo.

Il tempo.

Riuscire a convertire un contatto in breve tempo non è proprio così scontato e non è proprio alla portata di tutte le aziende. Occorre infatti pianificare una campagna e delle azioni capaci di farci arrivare ad un mese dal Natale con dati utili e contatti sensibilizzati alla nostra proposta commerciale ed alla nostra azienda. Partendo prima, a settembre appunto, ci ritroveremo a lavorare in questo periodo su contatti di qualità e maggiormente interessati alle nostre comunicazioni.

Il costo.

Una campagna di advertising su Facebook in questo periodo costa mediamente il 20% in più rispetto ad un altro mese dell’anno; situazione tra l’altro analoga più o meno a tutti gli altri media per il più classico dei principi della domanda e dell’offerta. Questo è un dato da non sottovalutare soprattutto se non si hanno grandissimi budget di spesa.
Ancora una volta, pianificare per tempo delle campagne di comunicazione tematiche, anche solo in organico, ci consentirà di ottimizzare gli sforzi a dicembre.

Lavorare tanto prima, per lavorare meglio poi.

Bene, il Natale è ormai alle porte.

Il mio regalo è più che altro un consiglio (per gli acquisti): l’anno prossimo ricordatevi che noi uomini e donne di marketing dobbiamo iniziare a pianificare una strategia per il Natale di ritorno dalle ferie estive. Cosicché, quando tutti gli altri si ritroveranno al centro del turbinio natalizio, noi saremo lì, pronti, a goderne i frutti.

 Buona lettura.

Ivan Zorico

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Il Natale che verrà – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoCon il 29 novembre, e l’arrivo del Black Friday, possiamo dire anche noi che il Natale 2019 è veramente iniziato.

Anche se, a dire il vero, sono settimane che, sulla scia delle grandi compagnie di e-commerce, molte catene di supermercati, abbigliamento, elettronica, etc., ci bombardano con campagne promozionali incentrate sul Black Friday.

Insomma, una ricorrenza tutta americana, che segue il Giorno del Ringraziamento (l’ultimo giovedì di novembre), che ha attecchito nel nostro paese da poco più di 10 anni ed è diventata popolare da meno di 4, sta trasformando la ricorrenza del Natale in un appuntamento sempre più connotato dal consumismo più sfrenato. Il tutto a scapito di quella ricerca di spiritualità, vicinanza, comunione, condivisione e amore che il Natale dovrebbe innescare e favorire in tutti noi.

Allora, cosa vuol dire? Che la nostra vita è oramai segnata, che anche queste feste natalizie 2019 saranno l’occasione per riempire le nostre pance senza ritegno, stordirci con brindisi pantagruelici, svuotare i nostri portafogli e riempire i conti in banca delle solite multinazionali?

Purtroppo ho paura di si! E credo, onestamente, che a nulla serviranno i consigli alla moderazione, gli inviti ad uno stile di vita più austero o gli appelli alla ricerca di spiritualità, comunione e condivisione.

Infatti, se volete vedere la vittoria più schiacciante che il consumismo più sfrenato ottiene sui valori più autentici dell’uomo, allora dovete volgere lo sguardo proprio al periodo natalizio.

Foto di Виктория Бородинова da Pixabay
Foto di Виктория Бородинова da Pixabay

Mai come in questo periodo dell’anno la pubblicità, i negozi, i brand, le vetrine, le luci e tutto il resto della scenografia operano per dimostraci che la “felicità” non sia qualcosa che vada ricercato, attratto, scoperto o costruito; no, la felicità è qualcosa che posso acquistare alla modica cifra che le mie finanze mi possono consentire. La felicità un tanto al chilo insomma, più o meno cara, a seconda delle mie disponibilità finanziarie, una felicità prêt à porter, d’alta gamma o super lusso, tutto comodamente a portata del mio smartphone e del mio conto in banca.

Inutile dire che questa felicità è effimera, illusoria e, quando non è amara, quantomeno di sicuro è salatissima.

Ma chi mi conosce sa bene quanto sia testardo, quindi io non mi arrendo e, benché sia consapevole che i miei consigli rimarranno per lo più inascoltati, ve li voglio dare lo stesso. Saranno pochi e semplici, ma come tutte le cose semplici saranno i più difficili da mettere in pratica.

Consiglio n°1: approfittate del Natale per riunirvi con la vostra famiglia, quella di sangue, quella nucleare, quella allargata, quella degli amici o quella della vostra comunità, non importa, ma circondatevi delle persone che amate, sono loro il regalo più grande che farete quest’anno e il più grande che riceverete.
Consiglio n°2: fate i vostri regali con il cuore, non con i vostri portafogli, cercate di ricordare quanto era bello quando eravate bambini e confezionavate i regali per la mamma e il papà a scuola con le maestre. Si, sto parlando di quegli orribili centrotavola o svuota tasche fatti con le mollette o le stecche dei gelati. Erano bruttini, ma per i vostri genitori, e per voi, erano la misura più grande che il vostro amore poteva colmare, erano strutture fragili, ma contenevano tutto il vostro cuore.

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay
Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Consiglio n° 3: se proprio dovete acquistare degli oggetti, fatelo con attenzione, non comprate d’impulso ma con la testa, ricordate che il vostro cervello contiene, con buona pace di Google, ancora l’algoritmo più complesso del Mondo. E soprattutto ricordate che le commesse ed i commessi dei negozi sono esseri umani come voi, rispettateli e trattateli con gentilezza; questo mese di shopping sfrenato esaurisce non solo i vostri conti ma anche la loro pazienza.
Consiglio n°4: approfittate delle feste per miglioravi umanamente, fate esperienze nuove, la settimana bianca è out, impegnatevi in una qualche opera sociale: servire il pasto ad una mensa dei poveri potrebbe essere l’esperienza più significativa e trascendentale della vostra vita. Insomma, se donerete voi stessi quello sì che sarà un regalo vero ed originale.
Consiglio n°5: in ultimo, le feste natalizie possono essere l’occasione per accrescere i propri orizzonti culturali, approfittate di film, libri, teatro e musica a più non posso, e osate, non battete sempre gli stessi sentieri, non abbiate paura, il viaggio di scoperta, quello vero, comincia quando vi siete persi e cercate la strada per tornare a casa. Perché ciò che in definitiva vi fa crescere, maturare, migliorare ed evolvere è il viaggio stesso.

Cosa altro dirvi, se non augurarvi buona lettura con i nostri articoli e Buone Feste di vero cuore?

Raffaello Castellano



Sono solo fantasmi - Il Film


Sono solo fantasmi di Christian e Brando De Sica, è una curiosa contaminazione tra horror e commedia brillante, un po’ sulla falsariga di alcuni esempi ibridi tipo Tempi duri per i vampiri (1959), dove il comico nostrano Renato Rascel era inserito in una bizzarra parodia degli horror movies della Hammers con Christopher Lee nel ruolo di Dracula. Ma ancora di più Sono solo fantasmi guarda a Ghostbusters (1983) di Ivan Reitman, per gli effetti speciali e agli zoombie movies. Ma ancora di più è debitore, nella leggerezza e nello stile, allo splendido Fantasmi a Roma (1961), di Antonio Pietrangeli. Ma è ancora di più un omaggio di Christian De Sica alla figura del padre Vittorio; ma non passi inosservato neanche che il personaggio interpretato da Gianmarco Tognazzi si chiami Ugo.sono-solo-fantasmi-locandina

La sequenza finale, in bianco e nero, con Christian De Sica che assume le sembianze del padre, è da pelle d’oca, mentre sulla discesa del palazzo del Giudizio Universale, saluta il pubblico nella classica posa del padre.

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La trama è presto detta. E’ la storia di tre fratelli: Thomas (Christian De Sica), Carlo (Carlo Buccirosso) e Ugo (Gianmarco Tognazzi), i quali alla morte del padre, Vittorio De Paola (!!! neanche questo un caso), scoprono che lui aveva sperperato al gioco tutte le sue ricchezze. Per salvare l’antico palazzo di famiglia, scelgono quindi di sfruttare la superstizione popolare degli abitanti di Napoli per mettere in piedi una redditizia attività di acchiappafantasmi.

Molto scettici in principio, strane apparizioni e voci convincono presto i fratelli a prendere molto più sul serio l’intera faccenda, arrivando a intuire che la profezia del risveglio di una terribile strega – la janara del folklore locale – arsa viva secoli prima e pronta a scatenare la sua furia su Napoli, sia tutt’altro che da prendere sotto gamba. Saranno aiutati dal fantasma del loro padre (sempre Christian De Sica), sconfiggeranno la maledizione e salveranno la città partenopea dalla distruzione. Un film insolitamente serio: potrebbe essere definito un black-umor, che in alcuni casi addirittura sorprende, sia per l’ambientazione, sia quando il film si fa serio. Ma anche quando il film verte sul più classico lato “comedy”, sembra azzeccato, soprattutto nel connubio dell’insolito trio composto dallo stesso Christian De Sica nei suo soliti ruoli da fanfarone; da Carlo Buccirosso, il fratello trapiantato a Milano, che vive all’ombra del ricco suocero; e da Gianmarco Tognazzi, il fratello “ritrovato”, tontolotto e perennemente in bilico tra il grottesco e il tragicomico.sono-solo-fantasmi-foto

Per tutte queste ragioni il film è da vedere, impreziosito dallo squarcio di poesia finale, che dà davvero l’impressione che quello sullo schermo sia Vittorio, cui De Sica-figlio dà il corpo, la somiglianza, le movenze e la voce, quasi come se fossimo di fronte ad un Ghost di casa nostra. A chi ha amato e ama De Sica-padre, forse una lacrimuccia ci scapperà, riscattando magari il giudizio sul film, che, per la verità, anche avulso da questo commovente omaggio, non è affatto deprecabile.

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E se fosse un Natale, questo, all’insegna delle emozioni?


E anche quest’anno volge al termine e mentre luci sfavillanti e addobbi di ogni genere compaiono ad ogni angolo della città e la gente comincia la corsa ai regali partendo da un black friday alla ricerca dello sconto, mi guardo intorno.

Una donna esce dal negozio con l’ultimo acquisto tra le mani, di corsa verso la macchina dopo una intensa giornata di lavoro, un uomo corre indaffarato nel suo abito scuro con la sua 24 ore per sparire all’angolo della strada, un bambino attende sull’uscio della scuola una mamma imbottigliata nel traffico, da una finestra del centro storico una nonna è al tavolo da pranzo da sola con un piatto fumante.

Sono qui alla fermata del tram con il mio smartphone a farmi compagnia e mi fermo un istante a pensare: è il tempo il regalo più bello che ci possiamo fare!

Foto di Jill Wellington da Pixabay
Foto di Jill Wellington da Pixabay

Nel tram-tram quotidiano dell’era del digitale dove tutto è di corsa, all’epoca delle chat e delle intelligenze artificiali dove si cerca con le macchine di rispondere ad ogni necessità, mi chiedo se non sia necessario riscoprire i due valori più importanti che rischiamo di perdere: il tempo e le emozioni.

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Una massima sul tempo mi ricorda che è la cosa più preziosa che l’uomo può spendere alla quale, forse, non diamo la giusta importanza. Pensiamo di averne in quantità infinita e solo quando ne abbiamo gli ultimi istanti a disposizione vorremmo, invece, che fosse per sempre.

E prendo in prestito pensieri profondi da FOTORICORDO (brano dei Gemelli Diversi)

“… Cerco su ogni volto, un ricordo,

E sembra che il tempo non sia mai trascorso

E un brivido chiude lo stomaco rimango incredulo e so

Che le emozioni non muoiono mai…”

E mi ritrovo qui, nella solitudine di una affollata città metropolitana, ad immaginare le storie di ciascuno di noi; se invece delle consuete priorità giornaliere, che ci lasciano sempre un po’ più soli, il tempo e le emozioni avessero il primo posto nella scala delle priorità?

Quella donna abbraccia il suo bambino all’uscita della scuola felice di ricevere un dono per il suo compleanno, quella nonna divide la sua minestra con il nipote nel suo abito scuro che ha preso un’ora di permesso per godere entrambi della reciproca compagnia.

Ed io sono ancora qui nella solitudine di una affollata città metropolitana addobbata a festa ma, questa volta mi sono fermata, respirando le sue emozioni tutto intorno… ed è il momento di ascoltarle tutte vivendo appieno il mio tempo!

Poso lo smartphone e cammino… in compagnia soltanto di me!

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I film italiani in sala a Natale 2019


Ogni fine anno ritorna implacabilmente il Natale, e con esso, tutto un movimento collaterale che si muove intorno. Consumismo, viaggi, corsa all’ultimo regalo, magari alle 20 del 24 dicembre: frenesie che rendono qui 20 giorni che viaggiano intorno al Natale, un piccolo agosto in salsa invernale. Anche il cinema partecipa a questa frenesia collettiva, questa ubriacatura “magica” quale è il Natale. Il periodo che va dalla metà di novembre alla metà di gennaio è quello più amato dal pubblico del cinematografo e perciò quello più frequentato dalle grosse produzioni popolari del cinema italiano. Il cinema è, in fondo, un’occasione per uscire di casa, per riunirsi con vecchi amici, per appassionarsi con la propria compagna, e vivere per qualche ora un’atmosfera magica e sognante.

Non vedremo in sala, il classico “cinepanettone”, sepolto dai mutati gusti del pubblico, in quanto ormai è una formula abusata e non più proponibile oggi. Certamente, c’è chi ne ha fatto parte e chi, in qualche modo, ha saputo riciclarsi in prodotti ben più centrati. E’ il caso di Christian De Sica, che con la morte di Carlo Croccolo, è diventato l’attore italiano in vita ad aver interpretato più film: 140, probabilmente il primo, in questa speciale classifica, anche a livello mondiale. Christian De Sica, infatti, è stato in sala, a partire dal 14 novembre con il suo “Sono solo fantasmi”, una curiosa contaminazione tra horror e commedia brillante. Un film insolitamente serio: potrebbe essere definito un black-umor, che in alcuni casi addirittura sorprende, sia per l’ambientazione, sia quando il film si fa serio. Ma è ancora di più un omaggio di Christian De Sica alla figura del padre Vittorio.

La sequenza finale, in bianco e nero, con Christian De Sica che assume le sembianze del padre, è da pelle d’oca, mentre sulla discesa del palazzo del “Giudizio Universale”, saluta il pubblico nella classica posa del padre. La trama è presto detta. E’ la storia di tre fratelli: Thomas (Christian De Sica), Carlo (Carlo Buccirosso) e Ugo (Gianmarco Tognazzi), i quali alla morte del padre, Vittorio De Paola (!!! neanche questo un caso), scoprono che lui aveva sperperato al gioco tutte le sue ricchezze. Per salvare l’antico palazzo di famiglia, scelgono quindi di sfruttare la superstizione popolare degli abitanti di Napoli per mettere in piedi una redditizia attività di acchiappafantasmi.

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Molto scettici in principio, strane apparizioni e voci convincono presto i fratelli a prendere molto più sul serio l’intera faccenda, arrivando a intuire che la profezia del risveglio di una terribile strega- la janara del folklore locale- arsa viva secoli prima e pronta a scatenare la sua furia su Napoli, sia tutt’altro che da prendere sotto gamba.

Saranno aiutati dal fantasma del loro padre (sempre Christian De Sica), sconfiggeranno la maledizione e salveranno la città partenopea dalla distruzione. Qualche giorno prima era uscito l’ennesimo tentativo cinematografico di Alessandro Siani, ancora una volta con la snaturata convinzione di essere il nuovo Massimo Troisi, con la pellicola Il giorno più bello del mondo”. E allora appare più azzeccato il terzo capitolo (“Cetto c’è, senzadubbiamente”) targato Giulio Manfredonia-Antonio Albanese, sulle avventure del corrotto e bigotto politico calabrese Cetto LaQualunque, maschera terrificante nel suo “verismo” aberrante. Nel mese di dicembre saranno attesissimi tre film, molto diversi tra loro, ma già parecchio chiacchierati. Il 12 dicembre esce in sala “Il primo Natale”, sesta fatica da registi e attori della coppia composta da Salvatore Ficarra e Valentino Picone. Il loro ultimo lavoro esce esattamente due anni dopo “L’ora legale”, film dotato di una comicità intelligente e dissacrante, arricchito da un grande successo di pubblico e critica.

Anche “Il primo Natale” però, promette bene, raccontando la storia di Salvo e Valentino, rispettivamente un ladro ed un prete. I due si ritrovano a viaggiare indietro nel tempo di 2000 anni, proprio all’epoca della nascita di Gesù. Facile immaginare la quantità di gag e risate che una simile situazione, nelle mani dei due comici, può scatenare. Il 19 dicembre esce nelle sale il “Pinocchio” di Matteo Garrone, ennesima versione cinematografica dell’omonima fiaba di Carlo Collodi. Nei panni che furono di Nino Manfredi, nel “Pinocchio” di Luigi Comencini, troveremo Roberto Benigni, che interpreta Geppetto. Il Gatto e la Volpe sono invece rispettivamente Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini. C’è anche Gigi Proietti che interpreta Mangiafuoco. Quello di Garrone sarà un film d’autore a grandezza di bambino, adatto a tutte le età.

Il primo gennaio 2020, allo scoccare del nuovo anno, uscirà in sala quello che si preannuncia come un vero e proprio evento, ovvero il nuovo film di Checco Zalone, dal titolo “Tolo tolo”. Il ritorno al cinema dell’attore pugliese, dopo quattro anni di assenza, fa presagire un nuovo boom al botteghino. Si racconta la storia di un comico minacciato da un boss criminale, che fugge in Africa e dovrà affrontare varie disavventure. Come al solito nel cinema di Zalone, non è la sceneggiatura il suo punto di forza; ma piuttosto la sua istrionica verve comica, capace di calamitare il pubblico alla stregua dei più grandi comici della storia del cinema italiano. A gennaio sarà poi molto atteso il ritorno cinematografico del trio composto da Aldo, Giovanni & Giacomo, anche loro dopo ben 4 anni di assenza dalle sale. Il titolo del film è “Odio l’estate”, girato interamente sulle assolate spiagge di Puglia.

Più in là (data ancora non ufficializzata) uscirà un film che, presentato in concorso in anteprima assoluta al Torino Film Festival, ha già ottenuto scroscianti applausi, fino a consentire a Stefano Fresi e Giuseppe Battiston di aggiudicarsi il premio ex-aequo come migliori interpreti maschili della prestigiosa kermesse internazionale. Il titolo è Il grande passo”, una strepitosa commedia lunare, opera seconda del regista veneto Antonio Padovan, che si serve della classe interpretativa di Stefano Fresi e Giuseppe Battiston e della loro incredibile somiglianza fisica. Un film ricco di ingredienti, situazioni e personaggi fuori dal comune che ruota, però, attorno ad un unico grande sogno: raggiungere la luna solo con le proprie forze. Un fratello ostinato, tanto da costruire un vero e proprio razzo spaziale nella sua cascina di campagna; ed un altro, bonario, accomodante, comprensivo, che ha a cuore le sorti del fratello, che ha visto pochissimo nella sua vita, ma che è l’unico in grado di comprendere il suo malessere. Battiston e Fresi spaziano perfettamente tra il toccante e l’esilarante, tra il grottesco e il surrealismo, regalandoci scampoli di quella che può essere definita la “nuova” coppia del cinema impegnato. Già perché la pellicola è davvero una spanna sopra la media delle commedie all’italiana attuali. Il sogno dello spazio e dalla vita extraterrestre sono ben descritti, così come la capacità di questo film, di far sognare il pubblico, ed infondere positività, strappando risate amare, ma intelligenti. Il talento dei suoi due protagonisti e un finale davvero sorprendente ed azzeccato, rendono la pellicola, per chi ama davvero il cinema italiano d’autore, una gemma preziosa, che all’uscita nelle sale, meriterebbe ampi apprezzamenti e riconoscimenti unanimi. Provare per credere!

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