TENET: ovvero l’estrema e contorta sintesi del Nolan pensiero


Immaginate un film prodotto da David Lynch (Fuoco cammina con me, Strade perdute, Mulholland Drive), con il soggetto di Michel Gondry (Se mi lasci ti cancello, L’arte del sogno), sceneggiato da Spike Jonze (Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee), girato da Alejandro Jodorowsky (El Topo, La montagna sacra) e montato da David Cronenberg (Videodrome, Crash, eXistenZ), ed adesso immaginate di essere in sala a guardarlo e di “cercare” di capirci qualcosa.

Bene, quello spaesamento, le vertigini, la confusione ed il senso di inadeguatezza che state sperimentando sono comuni ad altre migliaia di persone che, come voi, sono andate a vedere l’ultimo “capolavoro” di Christopher Nolan: TENET.

Partiamo dal titolo: TENET, una parola palindroma, ossia che si può leggere da sinistra a destra e viceversa. Ebbene, Christopher Nolan si è ispirato al famoso “Quadrato del SATOR”, un’iscrizione latina ricorrente su molte strutture e rovine dell’antichità che rappresenta ancora un enigma per archeologi e studiosi, tanto che perfino Martin Mystère, il famoso indagatore del mistero creato da Alfredo Castelli per gli albi a fumetti della Sergio Bonelli, ne ha parlato in un vecchio numero. Sator tra l’altro è anche il nome di uno dei principali protagonisti della pellicola.

Quindi, già dal titolo il regista angloamericano mette subito le carte in tavola, dichiarandoci che questo film sarà un mistero difficile da risolvere.

Il Qudrato del SATOR
Il Qudrato del SATOR

Ma ciò che Nolan non ci dice è che questo film non è solo difficile, ma quasi impossibile da comprendere, questo perché, anche se hai un ottimo spunto, scene spettacolari girate in 35mm, 70mm ed addirittura in formato IMAX ed un cast di attori molto bravi, alla fine ciò che fa grande un film è la storia, la sceneggiatura; come si ripete negli studi di Hollywood: “The star is the story”.

E la storia di Tenet è davvero arzigogolata, complicata, cerebrale, intellettualmente complessa, e richiede allo spettatore, oltre a buone nozioni di fisica, anche una concentrazione eccessiva per cercare di capire almeno in parte lo svolgersi della vicenda, che in realtà non si “svolge”, ma si rivolge, contorce ed aggroviglia di continuo.

Passiamo alla trama, anche se parlare di trama in questo film significa saltare a conclusioni affrettate: sulla carta è semplice, si tratta di una spy story in stile James Bond dove il protagonista, un agente della CIA senza nome, il Protagonista (il talentuoso figlio d’arte John David Washington), viene reclutato per una missione difficilissima di cui non si sa quasi nulla, tranne che servirà a scongiurare la terza guerra mondiale. In pratica si tratta di fermare un miliardario terrorista che è venuto in possesso di una tecnologia del futuro che permette di “invertire” l’entropia degli oggetti e delle persone e che potenzialmente può distruggere il mondo.

Ad aiutare il protagonista ci sarà un altro agente della CIA, Neil (interpretato da un rinato Robert Pattinson, già scalpitante per il nuovo Batman) e un distinto uomo a conoscenza dei fatti, tale Sir Michael Crosby (il sempre bravo ed all’altezza, oltre che attore feticcio di Nolan, Michael Caine), mentre a contrastarlo troveremo un villain davvero cinico e risoluto, ma anche tormentato, Andrei Sator (interpretato da un credibile Kenneth Branagh) con una splendida moglie, vittima terrorizzata dai piani di dominio del marito ma anche doppiogiochista, Kat Sator (perfettamente impersonata da una splendida e felina Elizabeth Debicki). Le missioni, gli obbiettivi e le vite di questi individui si scontreranno, si intersecheranno e si confonderanno come in un quadro di Escher, complicando a dismisura una storia a cui avrebbe sicuramente giovato una maggiore semplicità.

https://www.youtube.com/watch?v=xH463AYuYQE

Non che Nolan non ci avesse, come dire, già “educato” ed “addestrato” ad un cinema eccessivamente complicato ed intellettualoide. Tutta la sua filmografia, con rare eccezioni, esplora e mette in scena i paradossi e le teorie scientifiche più estreme e specialistiche. Nel suo primo lungometraggio, “Memento”, il regista ragiona sulla perdita di memoria e la fondamentale necessità di ricordare, nel celebrato “Inception” riflette sul mondo onirico e sull’impossibilità per il cervello di distinguere la realtà da un sogno, in “Interstellar” ci parla di wormhole, viaggi nello spazio-tempo ed universi a più dimensioni.

Ma tutti e tre i film presi ad esempio avevano ancora una sceneggiatura che procedeva in maniera lineare, con un inizio ed una fine insomma, mentre Tenet salta a pie’ pari quest’ultimo tributo al cinema tradizionale per approdare ad una storia che non ha né un reale inizio, né una reale fine, ma rappresenta un gigantesco loop che confonde ad ogni scena il prima con il dopo, l’inizio con la fine e il fondamentale paradigma scientifico di causa ed effetto.

In questo film Nolan getta definitivamente via la maschera e si presenta per quello che è sempre stato: un nerd, anzi un inguaribile geek, che gira i suoi film non per il pubblico, gli spettatori, il successo, la notorietà, ma innanzitutto per se stesso, per esplorare attraverso di essi i paradossi più oscuri ed intricati dell’universo in cui, come essere umano, anche lui vive ed opera.

Questo atteggiamento, attenzione, non è un male, il mondo è pieno di superbi registi sperimentali e videoartisti che hanno abbandonato da tempo e “radicalmente” il cinema narrativo; la differenza è che questi autori lo hanno dichiarato chiaramente e, a differenza di Nolan, non aspirano ad essere dei registi mainstream e si “accontentano” di rimanere riferimento per un pubblico interessato, specialistico e preparato, che frequenta più musei, cineforum e festival che sale cinematografiche.

Robert Pattinson e John David Washington in una scena del film
Robert Pattinson e John David Washington in una scena del film

Mi spiego meglio: se vado ad un festival di cinema sperimentale so che film mi devo aspettare, so che il cinema che vedrò sarà un cinema di visioni, suggestioni e sensazioni. Ma, se vado al cinema, magari dopo i quattro mesi e passa di chiusura da lockdown, con pochissimi titoli che “scommettono” sulla riapertura delle sale, quello che, probabilmente, mi aspetto di trovare è, se non proprio storie leggere e confortanti, almeno “storie” propriamente dette.

E forse a sfavore di Tenet, gioca proprio il momento storico che stiamo vivendo. Diciamoci la verità, finalmente possiamo tornare in sala a guardare un film sul grande schermo, affamati come non mai di storie che ci facciano sognare, e Nolan è lì a giocarci questo brutto tiro con un film così complicato e celebrale, perché?

Che fine ha fatto il regista della mitica trilogia del Cavaliere Oscuro, del bellissimo The Prestige o dei complicati, ma ancora comprensibili e abbastanza lineari, film già citati?

Pensate che stia esagerando?
Non credete che questo film sia così contorto?

Allora vi propongo un semplice test: andate a vederlo, o, se lo avete già fatto, cercate di spoilerarlo a qualcuno dei vostri amici che non lo hanno ancora visto.

Ci siete riusciti?

Ecco, forse questa impossibilità di raccontare un film irraccontabile è il più grande risultato di questa strana pellicola. Ciò che fino ad oggi era appannaggio unicamente di film sperimentali, film d’artista e della videoarte, da adesso, grazie a Christopher Nolan, potrebbe aprirsi al consumo di massa.

Ma ne siamo proprio sicuri?

Personalmente ho un’altra opinione a riguardo: sono un cinefilo appassionato, oltre che assiduo frequentatore di rassegne e festival di cinema sperimentale e videoarte; spesso, scherzando con gli amici, dico loro che ho visto film che neanche i registi che li hanno girati sono riusciti a vedere; sono altresì uno spettatore onnivoro che guarda davvero di tutto e scrivo e recensisco film da oltre 15 anni, fin da quando ero praticante giornalista per un settimanale di provincia. Avrò visto fino ad ora, a 47 anni suonati, almeno 5000 film (non tutti in sala ovviamente) dei più disparati generi, quindi non mi ritengo uno spettatore di “primo pelo” ma, quantomeno, se non uno spettatore esperto, almeno uno smaliziato, e nonostante questa confidenza con il mezzo ed il linguaggio cinematografico ho avuto molte, troppe difficoltà a seguire l’intricata trama di questo film.mv5byzg0ngm2njatnmixoc00mdjmltg5zmytyzm0mte4nwe2nzlhxkeyxkfqcgdeqxvymta4nje0njey-_v1_

Allora, mi chiedo, cosa avranno capito la maggior parte degli spettatori con una conoscenza cinematografica meno allenata e smaliziata della mia andando a vedere questo film?

La risposta, o meglio le risposte, possono essere varie: magari in molti avranno rimpianto la trilogia di Ritorno al Futuro di Zemeckis, che pure parlava di paradossi spazio temporali con grande rigore scientifico, senza complicare eccessivamente la trama del film, anzi alleggerendo il tutto con i toni della commedia brillante.

Altri avranno rimpianto la visionarietà, la messa in scena magistrale e la non linearità narrativa di autori come Orson Welles di “Quarto potere” e di Stanley Kubrick di “2001 Odissea nello spazio”.

Infine, altri ancora avranno pensato di tracciare delle similitudini con le notevoli, cervellotiche, complesse ma irresistibili pellicole di registi come David Lynch, Michel Gondry e Spike Jonze, concludendo però che essere confusi non vuole dire diventare artisti surreali, essere eccessivamente complicati non vuol dire diventare autori geniali ed essere arzigogolati non ti fa diventare per forza un regista visionario.

Insomma Tenet, come molti altri film di Nolan, attinge a piene mani al patrimonio cinematografico preesistente, saccheggia grandi classici del cinema e imita, alle volte pedissequamente, grandi autori e maestri insuperati della settima arte, restituendoci un frankenstein cinematografico incompleto, abnorme e mostruoso, e probabilmente l’autore avrebbe dovuto pensarci bene prima di infondergli la vita.

Elizabeth Debicki in una scena del film
Elizabeth Debicki in una scena del film

Perché, se è vero che Nolan ammette con grande onestà intellettuale i suoi intenti all’inizio del film, quando Neil spiega il funzionamento dell’inversione dell’entropia al Protagonista, dicendogli: “Non cercare di capirlo, sentilo”, noi comuni spettatori, uscendo dalla sala sbigottiti, confusi ed anche un poco arrabbiati ci chiediamo: “Ok, va bene, non ho capito granché e forse è colpa mia, ma come mai, anche se mi sto sforzando, non riesco a sentire assolutamente nulla?”, e, tornando a casa, l’unica cosa che vogliamo davvero, l’unico desiderio, è recuperare, magari con una provvidenziale inversione dell’entropia, le 2 ore e mezza di tempo che abbiamo speso cercando di comprendere il senso di un film impossibile.

Peccato che noi, comuni mortali, non abbiamo 200 milioni di dollari di budget (il più alto mai avuto dal regista) e una troupe di 250 persone a disposizione con cui giocare al “creatore di mondi alternativi”, e dobbiamo accontentarci di un tempo che scorre solo in avanti e della forse banale, ma consolidata certezza della causa a cui segue l’effetto.

Con questa amara consapevolezza e con buona pace di Tenet, dell’inversione temporale e del Nolan pensiero, tristemente dobbiamo concludere che niente e nessuno ci ridarà le 2 ore e mezza che abbiamo irrimediabilmente perduto.

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Il podcast che ti fa scoprire l’A.I. - Il futuro? Vivremo dentro un robot. Con Daniele Mazzei


Il futuro sta arrivando!

Anzi il futuro è già qui!

Presto robot umanoidi vivranno nelle nostre città, abiteranno nelle nostre case e interagiranno con noi…

Ma siamo sicuri che il futuro “prossimo” sarà come il film “Io, Robot” del 2004, di Alex Proyas, con Will Smith, tratto dall’antologia “Io, robot”, scritta dall’autore di fantascienza Isaac Asimov nel lontano 1950?

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È indubbio che gran parte delle nostre convinzioni sull’intelligenza artificiale e i robot sia stata plasmata dall’immaginario fantascientifico di fumetti, cartoni animati, romanzi e, soprattutto, film. Il cinema, attraverso la sua spettacolarità, ci ha convinto che in un futuro prossimo venturo robot dall’aspetto umanoide interagiranno con noi e, se non stiamo attenti, in barba alle “3 leggi della robotica”, potrebbero rappresentare un reale pericolo per noi.

Ma, come spesso accade, immaginario cinematografico e progresso tecnologico non sono esattamente la stessa cosa. Infatti dovremmo abituarci all’idea che nell’immediato futuro (in alcuni casi già adesso, nel nostro presente), non solo i robot esisteranno già, ma interagiranno con noi in maniere che neanche la fantascienza più estrema ha saputo prevedere.

Il potagonista del 6° podcast, il professore e ricercatore dell’Università di Pisa Daniele Mazzei.
Il potagonista del 6° podcast, il professore e ricercatore dell’Università di Pisa Daniele Mazzei.

Ce lo spiega molto bene il 6° episodio del podcast “Alla scoperta dell’Intelligenza Artificiale”, che parte proprio dalla nostra errata concezione di cosa siano i robot e di come interagiranno con noi. È molto probabile infatti che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotica stia andando verso una frammentazione delle competenze e capacità “intelligenti” piuttosto che verso la creazione di robot generalisti. In pratica, piuttosto che creare un super robot umanoide, utilizzeremo tutta una serie di oggetti intelligenti capaci di funzionalità specifiche ed estremamente dedicate a risolvere e/o semplificarci un compito o un lavoro.

La domotica, l’internet delle cose, i wearable device e gli assistenti vocali sono degli ottimi esempi per spiegare questo “progresso alternativo”: un assistente vocale rappresenta, in pratica, sia la bocca che le orecchie di un robot, così come il termostato smart ed il sistema di videosorveglianza attiva della nostra casa intelligente rappresentano la capacità di regolare la temperatura e la vista del nostro robot, e via discorrendo.

In pratica, la ricerca tecnologica si muove verso la creazione di un robot diffuso piuttosto che di un robot generalista dall’aspetto umanoide. Noi non creeremo un nostro simile di metallo e silicio, ma piuttosto, in un futuro imminente, vivremo dentro un robot e trasferiremo molte delle nostre incombenze “materiali” a tutta una serie di assistenti robotici e virtuali estremamente specializzati e dedicati.

A spiegarci questa “fantascienza alternativa” ma estremante “concreta” sarà il protagonista del 6° episodio del podcast “Alla scoperta dell’Intelligenza Artificiale”, ideato e promosso dall’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale e Radio IT (il primo podcast network italiano sull’information tecnology), il professore e ricercatore dell’Università di Pisa Daniele Mazzei, a dialogo con il giornalista Igor Principe di Radio IT.

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La Copertina d’Artista - Turista per Covid


Una vivace immagine ci osserva dalla copertina di agosto del nostro mensile, ad una prima e fugace vista sembra un omaggio alle serigrafie pop di Andy Wahrol, con i suoi colori accesi, quasi solari, da cui è composta. Ma, ad una osservazione solo un pochino più attenta, ci accorgiamo che non si tratta di una serigrafia, ma più di un’immagine termica come quelle che vengono realizzate attraverso quelle telecamere ad infrarosso e che ci sono diventate familiari grazie ai film polizieschi americani oppure ai termometri scanner a cui ci siamo da tempo abituati.

La seconda cosa che salta subito all’occhio dopo questa osservazione più attenta è il soggetto, uno strano individuo con cappello, mantello ed una strana maschera con un grosso becco ricurvo e un paio di occhiali. Tutto l’insieme, ne siamo sicuri, ha qualcosa di familiare, e, ne siamo certi, anche il significato “nascosto” dell’opera avrà a che fare con noi e la nostra contemporaneità.copertina-dartista-agosto-2020

Come sempre ci accade con l’arte contemporanea, forse sarà il titolo a soccorrere quelli meno perspicaci tra noi a dipanare il significato di quest’opera. Il titolo, “The dress code for summer holidays”, di questo intervento è quanto mai chiarificatore delle intenzioni dell’artista, che ci propone appunto un codice d’abbigliamento per le vacanze estive 2020.

Quello che osserviamo sulla copertina è, quasi certamente, l’immagine termica di uno degli innumerevoli termometri scanner che oramai troviamo a centinaia nelle nostre città e, cosa ancora più interessante, il soggetto ci pare una di quelle maschere del Carnevale di Venezia, sì, quella del Medico della Peste, divenuta tristemente famosa dal XIV secolo in poi, quando la peste bubbonica, la famigerata Morte Nera, giunse in Italia dall’Asia e in capo a poco più di 30 anni falcidiò metà della popolazione Europea.

Quindi, l’artista di questo mese, lo sfuggente POP Invader, gioca con noi, amalgamando, ma meglio sarebbe dire confondendo, simboli, iconografie, storia antica, cronaca contemporanea, e ci confeziona, letteralmente, un vero e proprio “codice d’abbigliamento per l’estate 2020”, come recita ironicamente la traduzione del titolo in inglese della stessa.

Dovremo tutti tornare a vestirci come i medici della peste per poter convivere con la pandemia da Coronavirus?

La risposta dell’artista pare dire di sì, se è vero ciò che ogni giorno osserviamo nelle nostre città, dove la mascherina è diventata un accessorio non solo obbligatorio per legge e necessario per la salute, ma anche il nuovo terreno di sperimentazione di brand e case di moda,che cominciano a proporci mascherine griffate, adatte ad ogni occasione: dalla cena galante alla serata informale, dalla nottata sexy all’avventura metropolitana.

Ed allora, cosa ci suggerisce POP Inavder?

Forse, attraverso il suo irriverente intervento, ci dice che le pandemie, come le mode, sono cicliche e transitorie?

Oppure che non importa quanto siamo evoluti e tecnologici, perché saranno mascherine e distanziamento sociale a debellare questa nuova peste?

Od ancora che probabilmente, in un prossimo futuro, i nostri pronipoti, osservando le immagini di questa epoca, crederanno che la mascherina chirurgica sia una maschera della tradizione carnevalesca o della commedia dell’arte?

Forse vuole dirci una o tutte e tre queste cose, noi non possiamo saperlo con certezza, una cosa però l’avvertiamo con estrema sicurezza: quest’immagine non è stata creata solo per stupirci e farci sorridere, guardando la copertina di POP Invader avvertiamo una strisciante inquietudine che, come un brivido, risale la nostra spina dorsale e arriva alla base del nostro collo, e da lì si insinua nel nostro cervello, quello che vediamo in questa opera è la nostra immagine riflessa, fintamente bardata in una apparente sicurezza, con un insieme di elementi (il cappello, la maschera, gli occhiali ed il mantello) che dovrebbero spaventare il “male oscuro”, la nuova “morte nera”, ma che in realtà finiscono per spaventare solo i nostri interlocutori e noi stessi che ci  specchiamo in essa.

Il logo, alter ego di Pop Invader, il misterioso artista di questo numero.
Il logo, alter ego di Pop Invader, il misterioso artista di questo numero.

POP Invader è uno pseudonimo, un nickname dietro cui si nasconde un artista di cui non sappiamo sesso, età e provenienza, un artista, ma potrebbe essere anche un collettivo, che fa delle vere e proprie sortite artistiche all’interno del web, sottraendo, rubando alle volte, delle immagine esistenti che poi elabora in maniera creativa e sorprendente.

“The dress code for summer holidays”, l’ironica, e al tempo stesso drammatica, Copertina d’Artista di questo mese di Agosto 2020, è la seconda prova di questo artista per il nostro mensile, dopo la bella copertina di un anno fa, dedicata alla moda.

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Turista per Covid - L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoMentre sto scrivendo questo editoriale, 29 agosto, il bollettino dei contagi ci dice che in Italia ci sono 1444 nuovi contagi a fronte di una cifra record di tamponi effettuati, quasi 100 mila, 99.108 per la precisione. Molti di questi casi sono riconducibili a persone che rientrano da zone a rischio come la Spagna, la Francia, ma pure la Sardegna, dimostrando ancora una volta che il virus continua a circolare sia dentro che fuori le nostre mura.

Questa strana estate italiana, spaccata in due sia dal meteo che dai contagi, si appresta a finire, fra oggi e domani ci saranno la maggior parte dei rientri dalle vacanze e questo weekend di fine agosto sarà l’ultimo da bollino rosso.

Ma che estate è stata, o sarà per chi andrà in vacanza a settembre???

Difficile dirlo, come al solito la politica italiana si è distinta per la confusione normativa, complicata dal rischio per la salute da una parte e dalle esigenze economiche dall’altra, gettando gran parte degli Italiani nell’incertezza più totale sulle norme da rispettare.

Stato centrale, Regioni e Comuni hanno litigato quasi su tutto, cercando con le elezioni regionali ed il referendum alle porte di “accontentare” tutti, ma, come sappiamo bene, questo non è possibile, men che meno in un regime di emergenza come quello in cui viviamo.

Foto di Anna Shvets da Pexels
Foto di Anna Shvets da Pexels

Insomma, Covid-19 a parte, potremmo dire che è la solita Italia???

Beh, forse no, questa per me è stata un’estate di lavoro “atipica”, e voglio dirvi perché: con l’associazione di cui faccio parte abbiamo vinto un bando comunale per la gestione ed organizzazione dei campi scuola estivi, per bambini e ragazzi dai 3 ai 14 anni. La qual cosa mi ha costretto, oltre che a lavorare tutta l’estate, ad analisi preliminari, test sierologici, triage sanitario quotidiano e al rispetto delle norme anti-contagio più restrittive. Eppure, nonostante tutte queste limitazioni, il campo scuola è stato un successo, innanzitutto per i bambini che vi hanno partecipato, costretti a mesi di internamento forzato durante il lockdown, e desiderosi di divertimento ed attività, ma lo è stato anche per i genitori, anch’essi reduci da mesi di confinamento obbligato e stress dovuto alla mole di lavoro che la presenza dei bambini, sempre a casa, richiedevano, fra lezioni, compiti, cure e attenzioni continue.

Il campo scuola a cui ho partecipato e che finirà entro metà settembre è stata l’occasione di vedere in azione quella che sarà la nuova normalità di cui tutti parlano, quella capacità di convivere e sopravvivere con il virus onde evitare altri lockdown, che sarebbero devastanti per la nostra economia. La mia particolare esperienza, con soggetti delicati e a rischio per definizione, mi insegna che è sempre possibile mutare rotta, imparare nuove abitudini, acquisire nuove competenze, in una parola “cambiare”.

Foto di @thiszun (follow me on IG, FB) da Pexels
Foto di @thiszun (follow me on IG, FB) da Pexels

Perché è inutile, che ce lo diciamo o meno, l’unica maniera per continuare le nostre vite post-Covid19 sarà quella di imparare a rispettare le norme anti-contagio, perché questo spillover del Coronavirus, ci dicono gli esperti, sarà solo il primo di una lunga serie di casi che in futuro potranno accadere.

Quindi le vacanze appena trascorse, quelle che alcuni faranno a settembre, o la ripartenza del lavoro e della scuola saranno possibili solo e unicamente se saremo disposti tutti quanti a fare dei sacrifici, rispettando le regole e imparando giocoforza a convivere con il virus.

Ce lo dice anche un famoso proverbio: “Se non puoi batterli, alleati con loro”, e lo ribadisce, in un certo senso, una bellissima massima di Nietzsche: “Ciò che non ci uccide ci rende più forti”, due suggerimenti, o auspici se volete, con cui vi voglio augurare buon rientro, buone vacanze o buona scuola a seconda dei casi.

Raffaello Castellano

 

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Turismo 5.0: come cambiano le vacanze post-Covid


Questa estate chi è partito o chi sta per partire a settembre lo fa con qualche preoccupazione in più e con il portafoglio più leggero. Tanti non partiranno nemmeno e la gran parte di chi lo farà resterà in Italia prediligendo, magari, la montagna con i suoi spazi aperti e i minori rischi di assembramento e COVID-19. Bastano queste poche parole a raccontare il Turismo 5.0 post-COVID degli italiani come emerge dallo speciale di italiani.coop per Robintur Travel Group.

Come saranno le vacanze degli italiani?

Per fortuna è stata archiviata la folle idea di installare gabbie in plexiglass e divisori trasparenti sui tavoli del ristorante e la stagione turistica si pronostica meno drammatica del previsto. Nonostante questo, dopo tre anni di crescita il numero di italiano che andranno in vacanza nel 2020 segna una battuta d’arresto e solo il 70% pensa di concedersi una pausa nei prossimi mesi. Un dato che, seppur alto, fa riflettere a confronto con l’89% del 2019 e anche chi parte pensa di puntare su soggiorni più brevi rispetto al 2019 e di spendere anche il 20% in meno.

Solo il 24% ha pensato, invece, di ricorrere al Bonus Vacanze previsto dal Governo per incentivare il turismo post COVID. Il 17% di chi ha rinunciato alla vacanza lo ha fatto proprio a causa della pandemia, che crea caos e incertezza.00-turismo-dataviz

Come cambia la valigia del turista 5.0

Nel Turismo 5.0 non mancheranno in valigia disinfettanti e mascherine e il 93% dei vacanzieri ha dichiarato di usare igienizzanti e protezioni per il viso in vacanza, con l’84% che porterà con sé addirittura disinfettanti per superfici. Sei italiani su 10 usano la app di tracciamento dei contagi, Immuni, e l’88% è d’accordo con l’uso di mascherine al chiuso. L’80% degli intervistati apprezza, infine, ingressi scaglionati e obbligo di prenotazioni.

Convince meno, invece, il passaporto sanitario con cui sono d’accordo solo il 47% degli intervistati e l’uso di dispositivi di protezione all’aperto, che incontra il favore del 50% dei vacanzieri.

Le mete delle vacanze post COVID-19

Il 77% degli intervistati dichiara che il COVID-19 lo ha portato a cambiare destinazione, rinunciando al viaggio all’estero per preferire una meta tutta italiana, al mare, al lago o in montagna e il 91% di chi andrà in vacanza o è andato in vacanza nel 2020 è rimasto in Italia. Solo il 71%, inoltre, afferma di spostarsi in un’altra Regione e un italiano su tre non cambierà meta rispetto agli anni passati.

Questa estate tutta italiana si caratterizza anche per la riscoperta della montagna, soprattutto da parte dei più giovani: viene scelta dal 25% dei 23-35enni contro l’11% del 2019. Nonostante questo il mare resta la meta più gettonata, scelto dal 60% dei vacanzieri, anche se con maggiore timore dato che le spiagge prese d’assalto da migliaia di persone danno la sensazione di una minore sicurezza sanitaria.

Non ci resta, dunque, che goderci il meritato riposo al mare o in montagna e cominciare a tirare i bilanci di quella che sarà ricordata anche negli anni a venire come l’estate del COVID-19.

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Turista per caso - Il film


Macon Leary è un uomo che ha regolato la sua vita come un orologio svizzero, le sue giornate sono scandite da rituali precisi e dalla routine più esasperata. Nulla sembra possa turbare le sue abitudini, persino il suo lavoro rappresenta uno spot pubblicitario alla vita tranquilla, calma e senza scossoni. Macon Leary infatti è uno scrittore di guide turistiche per uomini d’affari che vogliono viaggiare senza sorprese e ritrovare ovunque vadano le comodità e i cibi a cui sono abituati. Queste guide hanno l’emblematico titolo di “Il turista per caso”, o, meglio, “Il turista accidentale” (dall’originale inglese “The accidental tourist” che dà il titolo al film).

Insomma, la vita di Macon Leary (interpretato dal sempre all’altezza William Hurt) scorre senza scossoni e con placida ripetitività, ma in realtà, come scopriamo dai primi minuti del film, la sua esistenza è stata scossa da un vero terremoto, anzi da due. Il primo risale ad un anno fa e riguarda la morte violenta del figlio dodicenne, avvenuta durante una rapina in un fast food; la seconda avviene davanti ai nostri occhi di spettatori, a poche scene dall’inizio, e rappresenta il plot da cui si sviluppa il film: rientrato a casa dal suo ennesimo viaggio di lavoro, la moglie Sara Leary (una sempre brava ed intensa Kathleen Turner), che ancora non ha elaborato il lutto del figlio, gli dice che non riesce più a stare con lui e che ha deciso di lasciarlo.turista-per-caso-manifesto

Rimasto solo, Macon inizialmente decide di continuare la sua vita come se niente fosse, ma la necessità di affidare temporaneamente il suo simpatico cane ad una pensione per animali in vista della partenza per un altro viaggio di lavoro gli fa conoscere Muriel Pritchett (la carismatica Geena Davis, che vincerà per questo ruolo il Premio Oscar come Attrice Non Protagonista), un’addestratrice di cani creativa, spumeggiante e disordinata che, invaghitasi di lui, rappresenterà un vero e proprio uragano nella routine di Macon.

Inizialmente Macon cerca di resistere alla corte di Muriel ma, complice i frequenti incontri per addestrare il suo cane, piano piano Macon decide di andare a vivere con lei a casa sua, dove conosce il figlio di dieci anni della donna, che farà riaffiorare il suo istinto paterno.

Insomma, tutto sembra andare per il meglio, ma al matrimonio di sua sorella Rose (l’attrice Amy Wright) Macon rivede sua moglie Sara che, ripresasi in parte dal lutto, decide di provare a salvare il suo matrimonio, e qui la storia del film avrà degli sviluppi inattesi e del tutto imprevisti che non vi vogliamo svelare, per lasciarvi il gusto di recuperare questa pellicola che merita sicuramente una visione.

https://www.youtube.com/watch?v=zZeqnHEVciQ

Ma qual è il messaggio che il film vuole trasmettere?

Il regista, oltre che co-sceneggiatore e produttore del film, grande specialista del genere commedia con risvolti psicologici, è Lawrence Kasdan (Brivido caldo, Il Grande freddo, French Kiss), che ha tratto il soggetto dall’omonimo romanzo di Anne Tyler, ci racconta che tanto la vita che i viaggi, per quanto ci sforziamo di programmarli e pianificarli, ci riservano sempre delle sorprese, degli imprevisti, delle complessità che sì, possono turbarci ed arrestare il nostro cammino (come un lutto o la fine di un matrimonio, la perdita di un aereo e quella del bagaglio), ma, assieme al dolore, in essi troviamo pure i grumi di una nuova esistenza, i semi della speranza e, persino, il senso della vita.

La placida e monotona vita di Macon, soprattutto il suo lavoro, diventano il suo rifugio, la sua zona sicura, prima dopo la morte del figlio, poi, ancor di più, dalla fine del suo matrimonio, ma la convinzione che possiamo risolvere i problemi, i cambiamenti e le tragedie delle nostre esistenze semplicemente non affrontandole è una pia illusione. Turista per caso ci insegna che in una maniera o nell’altra dobbiamo venire a patti con la nostra vita, dobbiamo elaborare i nostri lutti, risolvere i nostri problemi e, soprattutto, non avere paura dei cambiamenti, che rappresentano forse le strategie che la Natura mette in campo per consentirci di evolverci, migliorarci e diventare più maturi e consapevoli delle nostre potenzialità.

Il protagonista del film Macon Leary interpretato dall'attore William Hurt.
Il protagonista del film Macon Leary interpretato dall’attore William Hurt.

Il film si apre “iconicamente” con la valigia del protagonista che viene riempita meticolosamente dello stretto necessario per il viaggio dell’uomo d’affari e dalla stessa valigia che Macon abbandona lungo una strada di Parigi per inseguire la donna della sua vita, una metafora perfetta per rappresentare “l’imprevisto”, il caos e l’imprevedibilità delle nostre esistenze, che dobbiamo sì pianificare e programmare, ma che dobbiamo anche vivere con quel desiderio di incertezza e amore per il pericolo che rappresentano il sale e il pepe di una vita davvero piena e compiuta.

Ultima menzione la merita la colonna sonora del film, minimale e discreta, quasi austera, ma perfettamente in sincrono con la trama e le personalità dei protagonisti, e non poteva essere altrimenti, visto che l’autore è il pluripremiato compositore americano John Williams.

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Intervista agli organizzatori della Festa di Cinema del reale: un esempio positivo di turismo culturale in Puglia


Sul turismo ai tempi del Covid se ne sono dette tante, forse troppe. Errori, passi falsi, strategie, tempi e metodi che sicuramente potevano essere pianificati meglio, ma anche tanti esempi virtuosi ed eventi organizzati in modo impeccabile. Da qualsiasi angolazione vogliamo guardare la situazione, è indubbio che la Puglia è stata una delle mete più ambite di questa difficile estate 2020. Per parlare di questo, ho scelto un esempio di quelli positivi, la Festa di Cinema del reale – Gold Edition, e per raccontarla al meglio, ho lasciato la parola a Francesco Maggiore che ha curato il coordinamento creativo e a Paolo Pisanelli, direttore artistico:

Foto di Alessandra Tommasi
Foto di Alessandra Tommasi

La Festa di Cinema del reale, ideata da Big Sur, Officina Visioni, Archivio del reale, con la direzione artistica di Paolo Pisanelli e il coordinamento creativo a cura di Francesco Maggiore, svolta dal 28 al 31 luglio nel Castello Volante di Corigliano d’Otranto, nonostante il difficile periodo, ha visto la luce ed è stata essa stessa una luce per tanti pugliesi (e non), che cercavano nella cultura un bagliore di felicità, di ripartenza, di normalità. Una Gold Edition piena di appuntamenti e suggestioni. Come siete riusciti ad organizzare un evento così ricco e ben riuscito in un momento così particolare per il paese e la cultura?

Ci vuole sempre un po’ di follia per dare vita a imprese culturali come la nostra Festa di Cinema del reale. È quello che ci ha permesso di spingerci ‘oltre’ di sconfinare dagli ambiti prettamente cinematografici per dare vita a un format originale che ogni anno ha il coraggio di reinventarsi e sente la necessità di innovarsi. Siamo anche convinti che il cinema si fa in sala e da subito abbiamo escluso la possibilità di rinunciare alla magia che solo un’esperienza collettiva può dare optando per una edizione online. In particolare il nostro festival è basato sull’incontro tra pubblico, autori, artisti e la comunità del borgo che ci ospita. È un’esperienza che si confronta con la fisicità dei luoghi, la luce e le visioni che li abitano. Sono spazi da attraversare, da esplorare, in cui sostare e condividere la dimensione emotiva del festival. La nostra forza è lo staff, un team di persone competenti, appassionate, creative e con una grande capacità di ‘resistenza’. Ognuno nel suo ambito partecipa all’invenzione e alla realizzazione del festival che prende così la forma di una creazione collettiva che, come accade nel cinema del reale o nelle jam session, lascia sempre uno spazio per un’improvvisazione o un fuoriprogramma. Altro elemento fondamentale è stato l’apporto di Regione Puglia, e in particolare dell’assessorato alla cultura, di Apulia Film Commission e del Comune di Corigliano d’Otranto, che ci hanno dato fiducia e ci hanno supportati in questa inedita avventura.

Foto di Alessandra Tommasi
Foto di Alessandra Tommasi

Durante la fase di pianificazione e promozione c’è stato un momento in cui avete pensato che probabilmente la gente non fosse predisposta a tornare a partecipare ad un evento come il vostro festival, basato sulla partecipazione, sulla condivisione?

Abbiamo un rapporto fiduciario con il nostro pubblico. Da un’indagine che abbiamo realizzato qualche anno fa è emerso che il nostro è un pubblico ‘di ritorno’. L’80% di persone intervistate ha dichiarato di aver già partecipato alle precedenti edizioni e questo ci ha portato a definirci come una grande comunità che ogni anno si ritrova e si riconosce intorno alle tante visioni che abitano i luoghi della Festa di Cinema del reale. È un dialogo che non si interrompe durante l’anno e anche durante i mesi del lockdown abbiamo dato vita ad una rassegna online ‘Cose (in)visibili’, attivando una sezione dedicata su cinemadelreale.it, un palinsesto di titoli tratti dal suo archivio e altri film presenti nella rete. Nonostante i ritardi nella comunicazione dovuti alle difficoltà organizzative, non avevamo dubbi sul fatto che avremo avuto una risposta dal nostro pubblico che ha dato maggior valore all’esperienza di partecipazione dopo il vuoto culturale causato dalla sospensione di eventi e proiezioni cinematografiche dal vivo. 

Foto di Alessandra Tommasi
Foto di Alessandra Tommasi

Ho assistito il 30 luglio alla sonorizzazione dal vivo del film muto “Il Fuoco”, eseguita dai Giardini di Mirò, un evento in collaborazione con il SEI Festival, ed è stato un momento davvero emozionante e coinvolgente, grazie anche alla professionalità con cui avete creato un evento in totale sicurezza e nel rispetto delle norme, aspetto per nulla scontato all’interno del panorama dell’organizzazione di eventi. Come è stato far coesistere i numerosi eventi presenti in programma con il nuovo modo in cui siamo chiamati ad interagire oggi?

Per quanto riguarda la collaborazione con il SEI Sud Est Indipendente possiamo dire di aver ‘giocato in casa’. CoolClub, la cooperativa che organizza il festival, è nostra partner nel progetto Castello Volante, che da sempre si è posto come obiettivo quello di creare sinergie e contaminazioni tra i diversi linguaggi. Da tre anni insieme a CoolClub e a Multiservice Eco abbiamo in gestione il Castello di Corigliano d’Otranto, con l’idea di accogliere immagini, suoni, visioni e sapori e di dare vita a un laboratorio multidisciplinare aperto al territorio, che mette in dialogo storia, architettura, fotografia, scrittura, creazioni musicali, cibo e artigianato, riletti in chiave contemporanea. Vincitore del bando della Regione Puglia per la valorizzazione degli attrattori culturali attraverso il sostegno alle imprese della filiera dello spettacolo dal vivo, il progetto è diventato l’occasione per avviare un nuovo corso del Castello De Monti improntato alla riscoperta e alla tutela dei beni immateriali, al nutrimento del pensiero, alla filosofia e ai pensieri “che volano” , attraverso un calendario di appuntamenti che abita lo spazio per tutto l’anno. Conosciamo molto bene il castello, i suoi spazi, gli aspetti tecnici e tutte le cooperative si occupano da più di 15 anni di produzioni culturali. L’esperienza e la conoscenza del luogo sono stati il nostro punto di forza per affrontare la gestione del festival, e di altri numerosi eventi ospitati nel Castello Volante, in questo contesto di emergenza sanitaria.

Foto di Joana Ferreira
Foto di Joana Ferreira

Accanto alla mostra fotografica “Fellini in scena!”, di uno dei più importanti fotografi italiani, Franco Pinna, che ha regalato suggestive foto dai set del maestro Federico Fellini, è presente al Castello di Corigliano d’Otranto, anche la mostra “Osserva le distanze. Esercita il pensiero”, a cura dell’AIAP (Associazione italiana design della comunicazione visiva), composta da 30 manifesti, realizzati durante il lockdown da designer della comunicazione visiva, ognuno con un messaggio legato all’attuale situazione mondiale. Come e con quale obiettivo è nata questa collaborazione?

La mostra ‘Osserva le distanze. Esercita il pensiero’ è una selezione di manifesti prodotti in occasione di una call promossa da AIAP nel mese del lockdown e rivolta ai designer della comunicazione visiva, che invitava a riflettere, progettare, condividere idee e proposte sulle nostre nuove necessità. Le proposte sono state raccolte e selezionate dal gruppo di lavoro dedicato all’iniziativa, parte di un cantiere aperto da AIAP per affrontare la straordinaria crisi che stiamo vivendo, per stimolare idee, proposte e supportare la comunità dei progettisti della comunicazione visiva. Questa collaborazione con AIAP nasce oltre dieci anni fa, quando come Big Sur ci siamo associati a questa realtà che è il punto di riferimento per i professionisti della comunicazione visiva in Italia. Da quest’anno abbiamo il ruolo di Ambasciatori AIAP per la Puglia e la mostra rappresenta un’occasione per promuovere la cultura del progetto e far riflettere, attraverso le ‘scritture visive’ in forma di manifesto, su temi che riguardano tutti noi e la realtà con la quale siamo tenuti a confrontarci. Cito il contributo del presidente AIAP, Marco Tortoioli Ricci, che esprime bene un concetto che anche noi condividiamo, la necessità di ‘osservare la giusta distanza’: “La questione sta tutta in quel ridursi delle distanze che ci proteggono dalla frenesia e dalla paura, ‘mantenere le distanze’ non è solo una pratica che ci protegge dall’infezione, dallo ‘spillover’, la distanza che ci tocca difendere è quella del pensiero, della possibilità di salvare uno spazio indipendente di riflessione e autodeterminazione che ci permetta di non essere risucchiati dal flusso dell’urgenza collettiva”.

La grande regista Cecilia Mangini, decana dei documentaristi italiani, fotografata da Joana Ferreira
La grande regista Cecilia Mangini, decana dei documentaristi italiani, fotografata da Joana Ferreira

Dopo le incertezze dei mesi scorsi, la Puglia sta puntando sul turismo per ripartire, assumendosi anche dei rischi, ma cercando di muoversi nel miglior modo possibile. Il bisogno pratico di tornare a lavorare deve conciliarsi col bisogno emotivo di godere ancora della bellezza della nostra regione e dei suoi eventi culturali. Secondo voi quali scenari sarebbe necessario creare in Puglia dal punto di vista turistico e culturale?

La differenza è nella qualità dei luoghi e dell’offerta culturale. Per il futuro sarà importante sviluppare delle reti collaborative tra pubbliche amministrazioni, associazioni e cittadini, a livello locale e interregionale, creando dei circuiti di interesse, non solo per gli abitanti ma anche per gli ospiti della nostra regione. A questo dovrà affiancarsi anche l’impegno a potenziare i collegamenti di trasporto pubblico, soprattutto nelle fasce serali, che restano drammaticamente scoperte. Questo per noi è uno scenario percorribile e interessante, che permetterebbe ottimi risultati anche in termini di ricaduta sul turismo e non solo.

Un’esperienza di cui si sentiva l’esigenza, quella della Festa di Cinema del reale, che ha contribuito al successo del turismo estivo in Puglia, esempio di come la passione ed il buon senso possano aiutarci a convivere con l’attuale situazione, senza rinunciare all’arricchimento personale e ai momenti di svago che la cultura può offrire.

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Il grande passo - Il film


Più di qualche mese fa, proprio in un articolo pubblicato su questa rivista, elogiavo un film che di lì a qualche mese (si parlava di marzo 2020) sarebbe apparso nelle sale. Come per tutte le altre pellicole, che sarebbero uscite tra il tardo inverno e la “prima” primavera, questo film è stato bloccato dall’emergenza sanitaria del Covid-19, che ha scosso il mondo. Tante di queste pellicole ci riproveranno ad uscire in sala a settembre e ottobre; e altre ancora hanno già tentato di “risalire la corrente”, nel mese di agosto. Quel film di cui parlo sopra è Il grande passo, il quale lo scorso ottobre al prestigioso Torino Film Festival, ottenne scroscianti applausi, fino a consentire a Stefano Fresi e Giuseppe Battiston di aggiudicarsi il premio ex-aequo come migliori interpreti maschili.il-grande-passo-locandina

Che dire del film. Che è una strepitosa commedia lunare, opera seconda del regista veneto Antonio Padovan; che si serve della classe interpretativa di Stefano Fresi e Giuseppe Battiston e della loro incredibile somiglianza fisica; che è un film ricco di ingredienti, situazioni e personaggi fuori dal comune. Il tutto ruota, però, attorno ad un unico grande sogno: raggiungere la luna solo con le proprie forze. Un fratello ostinato, tanto da costruire un vero e proprio razzo spaziale nella sua cascina di campagna; ed un altro, bonario, accomodante, comprensivo, che ha a cuore le sorti del fratello, che ha visto pochissimo nella sua vita, ma che è l’unico in grado di comprendere il suo malessere.

Battiston e Fresi spaziano perfettamente tra il toccante e l’esilarante, tra il grottesco e il surrealismo, regalandoci scampoli di quella che può essere definita la “nuova” coppia del cinema impegnato. Già perché la pellicola è davvero una spanna sopra la media delle commedie all’italiana attuali. Il sogno dello spazio e dalla vita extraterrestre sono ben descritti, così come la capacità di questo film, di far sognare il pubblico, ed infondere positività, strappando risate amare, ma intelligenti. Il talento dei suoi due protagonisti e un finale davvero sorprendente ed azzeccato, rendono la pellicola, per chi ama davvero il cinema italiano d’autore, una gemma preziosa.il-grande-passo-foto

Insomma, Il grande passo è un film generoso. Generoso con i suoi personaggi e generoso nel suo elogio ai ‘sognatori’ che appena si mettono a parlare della Luna innalzano la prosa del quotidiano a un grado di rarefazione lirica toccante. Padovan non dimentica di mostrare il biasimo di cui sono bersaglio i visionari senza pigiare mai sul tasto della ‘cattiveria’, donandoci uno squarcio di poetica surreale, di magnetica attrazione. Un film impegnato che per la prima volta, mette insieme due artisti che hanno fatto la gavetta e che sanno quanto il successo può essere effimero senza talento e che sanno che in fondo ogni artista guarda alla “Luna”, come fonte di sogni e di speranze.

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L’energia di Diodato al Cinzella Festival per l’unica tappa pugliese del suo tour


Ci sono luoghi la cui energia esula da chi li abita in un determinato momento, luoghi in cui la bellezza è talmente rara ed incontaminata che non si possono descrivere, bisogna viverli.

È così per le Cave di Fantiano, roccia tufacea scavata dalle mani degli uomini che inconsapevolmente hanno restituito alla natura uno scenario inconsueto e mozzafiato, un luogo quasi mistico, dove musica ed arte non possono che fondersi con il fascino dei monoliti calcarei.

Siamo nell’agro di Grottaglie, a due passi da Taranto, eppure la gran parte dei residenti ignora questo paradiso che, se non fosse per pochi eventi come il Cinzella Festival, quasi verrebbe dimenticato.

 Le foto dell'articolo, sono di Maurizio Greco, per gentile concessione del Cinzella Festival.
Le foto dell’articolo, sono di Maurizio Greco, per gentile concessione del Cinzella Festival.

Basterebbe prendersi del tempo, un attimo di silenzio per farsi suggestionare dalla particolarità di un teatro incastonato nella roccia per capire che non ci troviamo davanti ad una location comune ed un evento come tanti altri: sul palco, circondato da ulivi secolari e macchia mediterranea, sta per salire Diodato per l’unica tappa pugliese del suo tour.

È la serata conclusiva della quarta edizione del Cinzella Festival 2020, che si è svolto dal 12 al 15 agosto e che anche quest’anno, come ogni anno, ha portato alle Cave di Fantiano artisti prestigiosi, musica e proiezioni.

Quest’anno anche il famoso logo dell’evento, la pecora, simbolo ormai della lotta contro il siderurgico di Taranto e la contaminazione da diossina che costrinse le autorità sanitarie ad abbattere oltre 600 ovini, indossa la mascherina, a ricordarci che non è un anno come gli altri: una subdola pandemia pone l’attenzione nazionale sulla dicotomia tra il diritto alla salute e la necessità del lavoro, temi sui quali i cittadini tarantini si interrogano da anni ed ai quali nessuna istituzione è riuscita a dare una risposta certa e definitiva.

Le foto dell'articolo, sono di Maurizio Greco, per gentile concessione del Cinzella Festival.
Le foto dell’articolo, sono di Maurizio Greco, per gentile concessione del Cinzella Festival.

Lo sa bene Diodato, direttore artistico del 1° maggio a Taranto, che non ha smesso mai di pensare alla sua città, nemmeno nel momento più bello e più alto della carriera di un musicista, la vittoria al Festiva di Sanremo, vittoria dedicata a Taranto ed ai suoi cittadini che costantemente vivono in condizioni di degrado ambientale ed emergenza occupazionale e che lo hanno saputo ripagare anche al Cinzella Festival, con un affetto smisurato, seppur distanziati, con la mascherina indosso e nel rispetto di tutte le norme del caso.

Di fronte al pubblico non c’è il cantautore Diodato, pluripremiato tra Sanremo, David di Donatello e Nastro d’Argento, c’è Antonio, l’amico, il vicino di casa, il fratello partito a cercare fortuna, per inseguire un sogno e tornato per ricordarci che, quando c’è il talento, i sogni si possono realizzare.

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Si resta incantati scoprendo con quale naturalezza, con quale energia, ma, allo stesso tempo, con quale garbo e senza frenesia alcuna racconta di sé, solca il palco e canta le sue canzoni, lasciando che il pubblico assapori il momento.

Sul palco del Cinzella Festival, insieme a Diodato, anche l’estro di Rodrigo D’Erasmo e la bellissima voce di Greta Zuccoli, a dare ancora più forza alla sua poesia, in un tour fortemente voluto dal cantautore tarantino, convinto che, in questo tempo incerto, la musica sia d’aiuto e conforto più che in altri periodi.

Le foto dell'articolo, sono di Maurizio Greco, per gentile concessione del Cinzella Festival.
Le foto dell’articolo, sono di Maurizio Greco, per gentile concessione del Cinzella Festival.

Lo si dice di tutti gli eventi ai quali si è partecipato, che sono unici, rari o particolari, soprattutto, come in questo caso, quando la musica non è solo intrattenimento ma scava nell’anima, graffiando sul fondo per far emergere qualcosa di noi che fino a quel momento non avevamo considerato, oppure avevamo solo ignorato, ma credo che in questa circostanza siamo davvero davanti ad un concerto unico ed irripetibile.

Forse perché mai più ci troveremo nel mezzo di una pandemia con alle spalle un lockdown che ha scosso gli animi di tutti, forse perché quel luogo così incantato domani muterà, restituendoci un altro paesaggio, forse perché ci sarà un’energia diversa a smuovere le coscienze o semplicemente perché sarà un momento passato di cui conserveremo un bel ricordo e torneremo a casa con il cuore pieno di bellezza e l’anima in pace, sicuri di aver viaggiato tra “Alveari”, “Ubriaco”, “Solo”, “Il commerciante”, “Essere semplice”, “Adesso”, solo per citare alcune delle canzoni più belle, perdendosi in “Mi si scioglie la bocca”, “Babilonia”, “Che vita meravigliosa” e “Fai rumore”.

Un racconto autentico e contemporaneo di una società spesso distratta e che non è più in grado di apprezzare le piccole cose, ma anche un viaggio insondabile ed introspettivo alla ricerca di sé stessi tra la felicità e le crisi di ogni esperienza amorosa, un racconto fatto di parole semplici ma, proprio per questo, mai banali o scontate, che arrivano a tutti e di cui tutti si possono vestire per cambiare il mondo che li circonda con la forza della gentilezza.

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Antonio Diodato ci lascia un insegnamento tanto prezioso quanto forse involontario, alzare la voce non è l’unico modo di protestare contro le ingiustizie, lo si può fare anche con pacatezza, con l’inequivocabilità e l’inamovibilità dei fatti; Antonio ci dimostra con la sua arte che sognare un futuro diverso per Taranto è possibile e l’unico modo per ottenerlo è non smettere mai di pensare che, prima o poi, possa accadere, e prodigarsi affinché accada.

Lasciamo le Cave di Fantiano con un grande senso di gratitudine nel cuore che forse non si può spiegare a chi non ha vissuto e condiviso questo autentico momento di bellezza, portando con noi il paesaggio che toglie il fiato, la voce, il sorriso e l’energia che Antonio ci ha donato senza risparmiarsi, l’appagamento, ma anche l’inquietudine che chi vive questa terra conosce bene, tra voglia di riscatto ed estrema incertezza per il futuro, ma ci portiamo anche un’emozione intima ed insondabile che le parole non riescono a mostrare, che serve a “ricordarsi di nuovo dell’essenziale invisibile”.

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Il podcast che ti fa scoprire l’A.I. - L’intelligenza artificiale cambia il nostro modo di fare acquisti? Con Marco Scialdone


Il GDPR (General Data Protection Regulation), ossia il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, è un regolamento dell’Unione Europea in materia di trattamento dei dati personali e di privacy adottato dall’aprile 2016, entrato in vigore dal 24 maggio del 2016 e pienamente operativo dal 25 maggio 2018.immagine2

Il GDPR è un quadro normativo quasi unico nel panorama legislativo mondiale, che tutela i cittadini europei dagli abusi delle aziende in fatto in trattamento dei dati e privacy meglio dei cittadini di altri paesi industrializzati, come gli USA o il Canada.

Questo 5° episodio del podcast “Alla scoperta dell’Intelligenza Artificiale” parte proprio da questo regolamento e, nello specifico, dall’Articolo 22, che norma:

Articolo 22.

Processo decisionale automatizzato relativo alle persone fisiche, compresa la profilazione

1 L’interessato ha il diritto di non essere sottoposto a una decisione basata unicamente sul trattamento automatizzato, compresa la profilazione, che produca effetti giuridici che lo riguardano o che incida in modo analogo significativamente sulla sua persona.

In pratica questo articolo cerca di limitare i problemi che gli algoritmi di A.I. potrebbero arrecare agli utenti in base a specifici parametri di profilazione e consente, fra le altre cose, agli stessi di richiedere la verifica umana alla decisione automatica generata dall’A.I..

Infatti, nonostante le tecnologie dell’Intelligenza Artificiale siano sempre più evolute e performanti, questo non tutela gli utenti da abusi, dall’istituzione di veri e propri cartelli automatizzati di monopoli e, nei casi più gravi, da vere e proprie truffe, come successo con il celebre caso del 2012 che interessò il noto sito di prenotazioni alberghi online Orbitz e gli utenti Mac.

Il potagonista del 5° podcast, il dott. Marco Scialdone, avvocato e docente di Diritto e Gestione dei contenuti e servizi digitali all’Università Europea di Roma.
Il potagonista del 5° podcast, il dott. Marco Scialdone, avvocato e docente di Diritto e Gestione dei contenuti e servizi digitali all’Università Europea di Roma.

In quel caso, il sito di prenotazioni Orbitz, attraverso algoritmi di A.I., forniva agli utenti che utilizzavano un Mac le camere d’albergo più costose rispetto agli utenti che invece prenotavano attraverso un PC.

Quindi il rischio che gli algoritmi di A.I. possano condizionare e/o modificare le nostre scelte di acquisto è non solo molto concreto, ma anche molto alto.

L’Intelligenza Artificiale ci schiude sicuramente le porte del futuro e renderà la nostra vita più semplice, ma il progredire della tecnologia dovrebbe prevedere il progredire del quadro legalistico che tutela i diritti del consumatore e la privacy dei cittadini da processi di machine learning che, di fatto, possono limitare le nostre scelte d’acquisto e la nostra generale libertà di navigatori della rete.

Il 5° episodio del podcast “Alla scoperta dell’Intelligenza Artificiale”, ideato e promosso dall’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale (AIxIA) e Radio IT (il primo podcast network italiano sull’information tecnology), ci spiega quali e quanti rischi l’AI possa innescare nelle nostre esistenze, sia online che offline.

A dialogare con il giornalista Igor Principe di Radio IT questa volta è il dott. Marco Scialdone, avvocato e docente di Diritto e Gestione dei contenuti e servizi digitali all’Università Europea di Roma.

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Addio a Franca Valeri: l’attrice che ha innovato il ruolo della “Donna” nella storia del cinema italiano


Il 2020 è un anno, ormai, che sarà tristemente legato alla pandemia del Coronavirus; ma artisticamente nel nostro Paese, sarà per sempre ricordato per il centenario di due “grandissimi” assoluti del cinema mondiale, ovvero Alberto Sordi e Federico Fellini. Loro coetanea è stata anche l’altrettanto immortale FRANCA VALERI, ritornata alla ribalta quest’anno, in tre distinte date destinate a rimanere negli annali.

La prima delle due date, è l’8 maggio, quando l’attrice è stata insignita, alla veneranda età di quasi 100 anni, del David di Donatello alla carriera, pieno riconoscimento ad una donna e artista, come poche al mondo. Peccato, che la Valeri, non abbia potuto ricevere una standing-ovation, fisica, ma solamente verbale, data la pandemia e la susseguente cerimonia “inusuale” dei David di Donatello.182509562-13609ddd-29a1-4bff-ac76-687ac3c5fcb2

La seconda data, affonda le sue radici nel lontano 31 luglio 1920, quando a Milano nacque una bambina destinata ad innovare la figura della donna nella storia del cinema italiano. Ovviamente parliamo di Franca Valeri, alla quale esattamente cento anni dopo, sono stati dedicati speciali, omaggi e film, per festeggiare adeguatamente una donna che ha dato tanto al nostro Paese.

La terza data è il 9 agosto 2020, esattamente 9 giorni dopo il compimento dei 100 anni da parte di Franca. Riguarda il suo triste addio alla vita, così, in maniera discreta. Sembra quasi, come se l’attrice, abbia in qualche modo voluto questo simbolico traguardo e poi se ne sia andata ad obiettivo raggiunto, quasi come se fosse contenta così e dalla vita non avesse da chiedere più nulla.

Una definizione di Morando Morandini, è rimasta nella storia:

 “Franca Valeri fu l’unica attrice, che con la sua bravura, riuscì a relegare Sordi al ruolo di spalla, raggiungendo la sua apoteosi con il ruolo della ricca moglie del film “Il vedovo”(1959)”.

Tale definizione, basterebbe da sola a definire quello che è stato il talento interpretativo della grande Franca Valeri. Non bella, almeno non quanto le varie Sophia Loren, Gina Lollobrigida, ma dotata di una presenza scenica insuperabile, nonché di una grande duttilità interpretativa. Lei è stata una delle protagoniste indiscusse della commedia all’italiana e ha al suo attivo numerosi film in cui descrive i vizi e le virtù degli italiani, visti però attraverso il pungente occhio delle donne, una specie di alter-ego al femminile di Alberto Sordi, con il quale ha recitato in ben sette film. Sposata con l’attore e regista Vittorio Caprioli, Franca Valeri arriva al grande successo cinematografico a metà degli anni ’50. Quello di Franca Valeri è infatti, il primo caso in cui un’attrice comica non agisce più da comprimaria, ma intorno ad essa si imbastisce tutto un film. Dopo di lei verranno Sophia Loren, Tina Pica, Marisa Allasio, Virna Lisi e tutto il resto delle grandi attrici italiane. Insomma, Franca Valeri dimostrò che con la bravura e la padronanza del palcoscenico si potesse arrivare al livello degli interpreti maschili, sempre più affermati delle donne, in un mondo quale quello del cinema, altamente maschilista. E dire che non faceva neanche dell’aspetto fisico il suo cavallo di battaglia, quindi doppiamente brava. Puntava viceversa tutto sulla sua pungente e amara comicità e sulla capacità di improvvisazione degna dei più grandi attori.franca-valeri-foto-1

Ad un certo punto, il cinema si arrese davanti alla sua straordinaria bravura, soprattutto quando l’attrice si dimostrò perfettamente in grado di tener testa sul suo terreno a fenomeni come Alberto Sordi, Peppino De Filippo e Vittorio De Sica, proprio accanto ai quali ella diede alcuni dei suoi risultati più brillanti. Fioccano i film importanti, su tutti Il segno di Venere(1955), dove posta al fianco di attori come Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Vittorio De Sica e Sophia Loren, è lei il centro del film, la vera ragion d’essere della pellicola. E’ lei che attraversa tutto il film e si accompagna a tutti i personaggi facendo esplodere la sua intelligente e pungente comicità, pervasa di un’amabile malinconia ben dosata. Una specie di charlot al femminile, a cui in amore non ne va mai bene una, ma che non perde la fiducia che un giorno vi possa essere un “segno di Venere” anche per lei. E poi venne Piccola posta(1955), deliziosa commedia all’italiana dove la satira di costume si unisce ai primi realistici ritratti di preoccupanti italiani tipo. La commedia prende spunto dal successo delle rubriche di lettere sui rotocalchi femminili, in voga in quegli anni. La Valeri è però eccezionale, soprattutto nella sequenza in cui si trasforma nella Sabrina di Audrey Hepburn, in una mirabolante parodia da applausi. E poi che dire, vennero tanti altri film Il bigamo(1956), al fianco di Marcello Mastroianni e Vittorio De Sica; Mariti in città(1957) , con Nino Taranto e Renato Salvatori; Il vedovo(1959), con Alberto Sordi; Crimen(1960), al fianco di Nino Manfredi, Vittorio Gassman e ancora Alberto Sordi; Leoni al sole(1961) e Parigi, o cara(1962), diretti dal marito Vittorio Caprioli; Gli Onorevoli(1963), con Totò e Peppino De Filippo. In tutto le pellicole interpretate da Franca Valeri saranno 40 e tutte di ottimo livello, grazie soprattutto alla sua presenza.franca-valeri-anni-60

Ma soprattutto, degli anni ’60 saranno memorabili i due film diretti dal marito, ritratti di donna davvero sublimi. Parigi o cara, considerato un autentico cult movie e uno dei film maggiormente kitsch della commedia all’italiana è il film preferito di Franca Valeri. La stessa Franca è strepitosa nel disegnare un personaggio indimenticabile, vero figlio del boom economico, con le sue manie di rispettabilità e di ordine piccolo-borghese. E’ la storia di una prostituta romana che si trasferisce da Roma a Parigi, descritta da Vittorio Caprioli con un tono di affetto e acuta ironia, evitando sia il grottesco spinto, sia il patetismo moralista. Ma se dà spazio alle capacità di mattatrice di quella che all’epoca era sua moglie, possiede un occhio straordinario nel descrivere due città, viste sempre dalla prospettiva di chi è condannato alla periferia. Un piccolo ritratto di donna, davvero memorabile. Esattamente come lo sarà il successivo Leoni al sole. Un film molto riuscito, una specie di Vitelloni ambientato nel Golfo di Napoli, con un’ironica e quasi nostalgica descrizione della fauna vacanziera a Positano. Senza attori di grande richiamo, tranne la Valeri che inebria la pellicola, il film è stato inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare.

Ho qui citato, solo alcuni dei capolavori che hanno visto Franca Valeri, sempre perfetta protagonista, senza però scordarci dell’importanza che ella ha rivestito anche nello sviluppo della nostra televisione verso il varietà. Da metà degli anni ’60 infatti, il volto della Valeri, diventa uno dei più utilizzati dalla Rai, non solo in varietà storici come Studio Uno e Sabato sera; ma anche partecipando alla fertile stagione degli sceneggiati televisivi degli anni ’70. Nel 1974 scrive e interpreta la miniserie in quattro puntate Sì, vendetta…, diretta da Marco Ferrero. La vicenda è una riflessione sul mondo degli anni settanta, sui cambiamenti avvenuti in seno alla società italiana in conseguenza alla rivoluzione sessuale, vissuta attraverso gli occhi di una signora borghese e della di lei figlia hippy. Ogni episodio infatti affronta un argomento diverso (l’emancipazione dei ragazzi italiani, il femminismo, il rapporto della borghesia con le mode dei giovani, ecc.), attraverso personaggi femminili, in parte già affrontati precedentemente da Franca Valeri nei suoi sketch recitati in teatro. Franca Valeri insomma piaceva, perché rappresentava la normalità delle donne italiane, in fondo le varie Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Marisa Allasio, erano bellone da copertina, perciò lontane anni luce da quella che era la normalità delle donne italiche. Franca era specializzata nelle parti di zitella irrecuperabile o moglie opprimente, strepitosa ad esempio come moglie petulante di Manfredi in Crimen. Proveniva dalla scuola del gruppo teatrale detto dei Gobbi, con Vittorio Caprioli, Alberto Bonucci e Luciano Salce, e lì aveva imparato l’arte dell’improvvisazione, nonché la capacità di scrivere testi e sceneggiature di grande interesse.

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La Copertina d’Artista - Just Working


Una ragazza bellissima ci osserva dalla copertina di questo mese. Sembra uscita da una rivista patinata di moda, il trucco è perfetto, l’espressione intensa, tutto concorre a farci capire che questa è una modella di esperienza, ma questa è solo una parte della storia, la copertina di questo numero ha molte più storie da raccontarci.

Innanzitutto la cosa più evidente, metà viso della ragazza è coperto da una vecchia finestra spalancata da cui è affacciata un’altra donna, questa senza volto. D’un tratto e quasi senza preavviso l’artista ci trasporta in un mondo etereo e surreale.

E c’è di più, lo sfondo è rarefatto e indefinito e due pesci rossi svolazzano intorno alla testa della ragazza.copertina-luglio-2020-sd

Non c’è che dire, quest’opera è davvero un colpo basso alle nostre “prime impressioni”, ai nostri preconcetti, fors’anche alle nostre più radicate convinzioni in fatto di arte.

Come siamo passati dalla più classica delle immagini da copertina di moda alla Vanity Fair alle suggestive ed un po’ inquietanti opere alla Magritte o alla De Chirico?

Cosa ci sta “raccontando” l’artista di questo numero?

Perché mai per rappresentare il nostro rapporto con lo “smart working” ha scelto un’immagine comune, commerciale quasi, e al tempo stesso così surreale che ricorda anche le celebri fotografie dell’artista tedesca Loretta Lux?

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Proviamo come sempre ad azzardare qualche spiegazione, forse la ragazza senza volto alla finestra rappresenta la progressiva perdita di identità alla quale il lavoro in remoto ci sta portando. Lavoriamo, ci incontriamo, facciamo riunioni, addirittura aperitivi filtrati dai pixel di uno schermo, le nostre facce sono sempre in bassa risoluzione, i nostri dialoghi metallici, le nostre connessioni e conversazioni piene di interruzioni e ritardi.

Scopri il nuovo numero: Just Working

La pandemia è stato un fortissimo shock che ha interessato tutti gli aspetti della nostra vita e il mondo del lavoro è certamente tra questi. Dal telelavoro allo smart working, passando per il south working, vedremo come sta velocemente cambiando il concetto di lavoro.

Forse l’artista di questo mese, Grace Green, al secolo Natascia De Nigris, vuole dirci che anche con tutte le nostre connessioni veloci, la fibra, gli smartphone ultimo modello e i mega schermi HD, le nostre interazioni sociali stanno diventando sgranate, tremolanti ed a bassa definizione?

Stiamo diventando più efficienti sul lavoro, ci spostiamo meno ed inquiniamo meno, risparmiamo soldi e tempo, ma forse stiamo perdendo un po’ di concretezza e con essa un poco di verità?fb_img_15949088923635866

Forse, spingendo un po’ più in là la nostra interpretazione, potremmo pensare che la finestra dell’opera richiama quella del più celebre sistema operativo del pianeta, quel Windows, pubblicizzato da sempre come una finestra sul mondo, ma che oggi, dopo due mesi di lockdown, ed altri due di Fase 2 e 3, rischia di diventare la nostra unica veduta sulla realtà?

“Non mi riconosco più”, è questo il titolo scelto per quest’opera e dissipa ogni nostro residuo dubbio sulle intenzioni dell’artista. Grace Green ci dice, senza mezzi termini, che ci siamo persi, non sappiamo dove andare, né da dove veniamo, viviamo sospesi in un limbo, affacciati alla finestra, cercando inutilmente un punto di riferimento, un panorama familiare, ma è tutto tempo perso perché, la verità, è che noi non sappiamo più chi siamo.

Noi non possiamo che raccogliere il sagace ed irriverente ammonimento dell’artista, sperando di imparare a dosare vecchio e nuovo, smart working e lavoro tradizionale, virtuale e reale, per non perdere alcune delle cose che ci rendono autentici esseri umani.

Sia quello che sia, Grace Green ci ricorda ancora una volta che l’arte ci costringe a riflettere ad un grado di profondità maggiore, ci esorta a pensare e in ultima istanza, ed è la cosa più importante, ci addestra al cambiamento.

img_20200716_161225Natascia De Nigris, in arte Grace Green, è una visual artist di origini leccesi nata nel 1984. Ecclettici e variegati la sua produzione ed i suoi interessi, che spaziano dal restyling di mobili antichi alla musica (dove si è distinta come producer), dalla creazione di una linea di accessori alla fotomapilazione, sino ad arrivare ad una linea di t-shirt dedicata alla natura, all’amore e all’universo. Il suo stile estremamente personale è connotato da un surrealismo che mischia abilmente antico e moderno, classico e pop, innovazione e tradizione.

Dal 2017 sino ad oggi ha collaborato con vari artisti di tutto il mondo creando per loro delle cover art per cd, vinile e libri, qualche nome: Bonbooze, Cafiero, P.Savant, Aaron b. Able, No Finger Nails, Kiriku e molti altri.

Per contattare l’artista Natascia De Nigris, in arte Grace Green: natashadenigris@gmail.com

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Just Working - L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoNon so se vi ricordate un episodio dei Simpson della 7 stagione, “Maxi Homer”, andato in onda in Italia per la prima volta il 4 maggio 1996.

Ebbene, nell’episodio in questione Homer è stanco di andare a lavorare alla Centrale Nucleare a causa degli esercizi ginnici che il il sig. Burns ha deciso di far fare ai suoi dipendenti ogni mattina; allora con l’aiuto di suo figlio Bart decide di ingrassare fino a 130 chili per poter essere dichiarato invalido e poter lavorare da casa in modalità remota con un video terminale.

A rivederlo oggi, questo episodio non dimostra affatto di avere 25 anni suonati, sembra anzi attualismo e pensato e disegnato non più di 2 anni fa. Ma l’attualità dei Simpson, più volte rimarcata da insigni studiosi e critici, è, se possibile, in questo caso ancora più significativa, visto che lo smart working è, dall’inizio della pandemia di Coronavirus, a febbraio di quest’anno, uno degli argomenti più caldi e dibattuti non solo dal circo mediatico e politico, ma anche dai comuni cittadini.

La domanda ineludibile è: “Lavorare da casa è solo un vantaggio, oppure nasconde anche delle insidie?”

Come sapete, mi piace essere controcorrente e su questo tema ho già ampiamente discusso con l’amico Ivan, che invece è pienamente a favore dello smart working; io voglio invitare voi lettori ad una riflessione più ampia ed articolata.

Credo che per taluni lavori prettamente “impiegatizi” e che prevedano l’uso principale del computer il lavoro a distanza, il tele lavoro, lo smart working, siano in effetti un grande vantaggio. Pensiamo alle ore risparmiate per recarsi in ufficio, al traffico, ai mezzi pubblici, al problema del parcheggio, all’inquinamento ed allo stress derivante dal dover essere sempre di corsa ed affannati.

Detto questo però, pensiamo all’altro lato della medaglia: da sempre il posto di lavoro e la nostra abitazione sono stati due posti separati, gli antropologi ci hanno spiegato che sono state le battute di caccia dell’uomo delle caverne ad essersi poi evolute nei vari lavori. Certo, potrete dirmi che questo vale soprattutto per una società maschilista come la nostra: la donna delle caverne in effetti rimaneva “a casa” per sistemare giaciglio e focolare, ma questa concezione è ovviamente ampiamente superata, oggi le donne che lavorano sono tantissime e, benché non abbiano ancora i diritti e gli stipendi dei colleghi maschi, molto si sta facendo per annullare queste differenze di genere.8df3b9372b549180a94584aa747b7f1e

Ma il tema che ci interessa qui è quello del lavoro: per centinaia, migliaia di anni, il posto in cui esso era svolto e la casa sono stati separati da distanze più o meno ampie, l’ufficio e la casa erano due luoghi distinti e diversissimi fra loro.

Allora forse dovremmo chiederci: “Quali vantaggi offriva, ed offre, questa separazione geografica?”

Innanzitutto i vantaggi sono di tipo psicologico e neurologico: il nostro cervello si è evoluto per campionare ed interpretare una miriade di impulsi, la ripetività di un compito o di uno stimolo, alla lunga annoia il nostro cervello e di conseguenza la nostra concentrazione. In pratica vedere sempre lo stesso ambiente impigrisce la nostra attenzione, e cosa c’è di più noioso che lavorare sempre nello stesso ambiente, che per giunta non ho fatto alcuna fatica a raggiungere?

Se il mio smart working si svolge nello studio o nella cucina di casa mia, e per raggiungerlo ho dovuto fare solo pochi metri, quanto tempo ci metterà il mio cervello ad annoiarsi?

In secondo luogo, pensiamo alle interazioni che il lavoro in ufficio ci offre, il caffè e le chiacchiere con i colleghi, le interazioni sociali, gli stimoli visuali, olfattivi ed uditivi sempre nuovi che il posto di lavoro ci trasmette.

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La pandemia è stato un fortissimo shock che ha interessato tutti gli aspetti della nostra vita e il mondo del lavoro è certamente tra questi. Dal telelavoro allo smart working, passando per il south working, vedremo come sta velocemente cambiando il concetto di lavoro.

A tal proposito mi viene in mente un’altra serie tv. Vi ricordate la sitcom Camera Cafè? Il suo successo fu immediato e strepitoso, non solo perché Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu erano bravissimi a circondarsi di attori e caratteristi strepitosi, ma perché le vicende che raccontavano, benché esagerate e grottesche, erano vere o quantomeno verosimili. Camera Cafè metteva in scena il micro-cosmo dell’ufficio, con le sue gelosie, cattiverie, ipocrisie, scherzi, amori e drammi, concentrandoli e distillandoli in un piccolo e circoscritto “non luogo”, come appunto la camera che ospita la macchinetta del caffè, il punto ristoro dell’ufficio.

https://youtu.be/M9TGSjaczF4

Ed ancora, uno dei problemi che anche i fedeli adepti dello smart working ammettono è che lavorando a casa diviene molto difficile gestire gli orari del lavoro stesso. Molti dei lavoratori che hanno optato per lo smart working hanno dichiarato, a più riprese, che le ore di attività erano molte di più di quelle svolte in ufficio. Certo, questo ha aumentato la produttività, e le aziende ne sono più che soddisfatte, ma la “qualità della vita” degli impiegati è molto peggiorata. Il riposo, lo svago, gli orari certi e cadenzati del lavoro e del tempo libero sono anche questi molto radicati nel nostro cervello, cambiare orari è difficile; pensate a quello che vi succede durante i primi giorni di ferie o al ritorno dalle stesse. Cosa ancora più significativa, il maggior impegno lavorativo era messo in pratica dagli impiegati stessi, senza imposizioni aziendali e in maniera quasi inconscia, il che dimostra la necessità di divisione geografica, fisica e temporale che il posto di lavoro e la casa dovrebbero mantenere.

Infine, ci sono da considerare il problema degli spazi condivisi, dei figli, delle connessioni e dell’accesso ai videoterminali, non tutte le case infatti hanno abbastanza stanze, la banda larga o più di un computer per lavorare; molte famiglie magari hanno uno o più figli che rivendicano spazi ed attenzione. Lavorare da casa ha, quindi, anche i suoi lati negativi, come diversi analisti e giornalisti hanno rilevato, tra i quali ci piace l’ironica sintesi di Francesco Specchia che ne parla in un recente TgPOP (e che noi abbiamo intervistato nello scorso numero sulla comunicazione).

Allora, veniamo alla mia tesi, tra l’altro supportata dagli psicologi del lavoro: siamo sicuri che rinunciare al micro-cosmo dell’ufficio, con le sue interazioni, anche quelle più frivole, sia dal punto di vista della nostra “ecologia mentale” conveniente?

Beh, io penso proprio di no!

Ed ancora, lavorando da casa, non corriamo il rischio di aumentare eccessivamente i nostri orari di lavoro, andando a scapito della nostra qualità della vita?

La risposta non può essere che si!

Ed infine, il lavoro da casa è facilmente realizzabile da tutti e non presenta limitazioni?

La risposta a questa domanda è negativa!

Va bene, qualcuno (e forse anche l’amico Ivan) obbietterà che la mia visione è troppo cupa, che i vantaggi dello smart working in termini di traffico scongiurato, carburante risparmiato, spostamenti azzerati, inquinamento evitato e stress contenuto siano molto più importanti e rilevanti dei problemi che lo stesso comporta.

Allora, vi rispondo con una ricerca scientifica, commissionata dalla nota piattaforma di ricerca del lavoro DirectlyApply, che ha creato una simulazione grafica dello smart worker del futuro. Lei si chiama Susan ed è una figura davvero inquietante, che mostra gli effetti a lungo termine del lavoro telematico da remoto. Ebbene, Susan è obesa, presenta una vistosa gobba, ha gli occhi arrossati per le troppe ore passate davanti allo schermo del pc, i polsi sono doloranti a causa dell’utilizzo continuo della tastiera, i capelli sono radi e sfibrati, a causa della mancata esposizione al sole che ha diminuito l’assorbimento nel corpo della Vitamina D. Secondo gli esperti che hanno creato questa simulazione computerizzata, se continuiamo a lavorare prettamente in modalità smart working rispetto ad una modalità normale o mista, entro 25 anni rischiamo di diventare tutti come Susan o, se vi piace di più, come il “Maxi” Homer Simpson.

La simulazione grafica "Susan" realizzata dlla piattaforma DirectlyApply per illustrare i rischi dello smart working.
La simulazione grafica “Susan” realizzata dlla piattaforma DirectlyApply per illustrare i rischi dello smart working.

Ma allora che atteggiamento dobbiamo avere nei confronti dello smart working?

Certamente lo smart working presenta molti vantaggi se, ad esempio, ci fa evitare uno spostamento di quattro ore in macchina o due in aereo per partecipare ad una riunione di un’oretta; in questo caso le piattaforme tipo Zoom o Stream Yard sono una scelta più pratica, economica, ecologica, conveniente e soprattutto intelligente (smart, appunto). Senza dubbio anche la formazione, non tutta, ma quella ordinaria, si può giovare della modalità remota, ma per altre tipologie di formazione come quelle delle convention, dei seminari aziendali, dei grossi eventi, la modalità smart non può reggere il confronto con la modalità in presenza; infatti in questi grossi incontri la formazione pura è solo una parte dell’evento, sono le interazioni sociali, al tavolo da buffet, durante la pausa caffè o a cena che permettono di instaurare collaborazioni ed offrono nuove, ed autentiche, opportunità di crescita professionale, e questo lo posso confermare anche io, da esperto di pubbliche relazioni con 20 anni di esperienza.

Inoltre, non andrebbero dimenticati i rischi per la salute di un ricorso massiccio allo smart working, come gli esempi di Susan e Homer Simpson dimostrano.

Insomma, il mio parere è che una “modalità mista” fra lavoro tradizionale e smart working sia la vera strada da percorrere, perché se è vero che il progresso non si può arrestare, è pur vero che le esperienze positive e “funzionali” del passato non vanno semplicemente buttate alle ortiche.

Come sempre la parola magica è “equilibrio”: imparare a gestire modernità e tradizione, virtuale e reale, lavoro in presenza e in remoto, formazione online e convention aziendale, spostamenti inutili e spostamenti necessari, interazioni sociali dal vero e interazioni sociali virtuali, tutto questo rappresenta la “competenza trasversale” che contraddistingue il vero manager da quello che si atteggia solamente.

Perché “smart” nel suo significato più autentico e vero significa intelligente, e l’intelligenza, fra le altre cose, è la capacità di un organismo di adattarsi ad una nuova condizione facendo leva, e tesoro, sulle sue esperienze pregresse.

In parole povere essere intelligenti, smart, non vuol dire avere una sfilza di idee e/o essere solo super creativi o iper-adattabili, ma significa pure imparare dai propri errori (leggi esperienze) a superare le nuove sfide con quel mix esplosivo di tradizione ed innovazione che contraddistingue i veri vincenti dai semplici fortunati.

Buona lettura e buon lavoro, di qualunque tipo esso sia, a tutti voi.

 

Raffaello Castellano

 

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Smart working – south working - well working! La pandemia distrugge il falso mito della scrivania


Non sono solita scrivere articoli molto personali, preferisco più dare un mio punto di vista su dati e fatti, ma questo periodo di lockdown è stato così impattante da vari punti di vista che ha visto necessario in più occasioni che mi leggessi dentro per esprimere stati d’animo e pensieri. Ne è stato un esempio il pezzo “Mentre il mondo si ferma, la rete corre veloce!”, che ha messo a nudo sensazioni di quel momento.

Oggi ci ritroviamo alla fase tre, quella delle mascherine e guanti nei luoghi chiusi e dell’irresponsabilità delle persone nei luoghi aperti, quella che dovrebbe permetterci a breve di ripartire ma che non si sa quanto durerà, quella che il passato ce lo siamo già dimenticato e che il rischio che ritorni è un attimo.

Ma ciascuno di noi la ripresa se la sente dentro, rivedere i congiunti, gli amici, i colleghi, uscire e visitare luoghi; le vacanze sono vicine e ci si appresta a non far trascorrere questa estate inosservata, anche se con le dovute cautele.

Non si può non ammettere che qualcosa è cambiato, ci si incontra e non ci si abbraccia, la mano non la si stringe più, si scherza sul darsi il gomito, il sorriso è nascosto e si tiene il disinfettante a portata di mano, sempre.work-5071617_1920

Abbiamo cambiato le nostre abitudini, è strano ma è così, ma ce ne è una che modificandola ci fa sentire tutti più leggeri, sarà perché trascorriamo meno ore nel traffico, perché abbiamo un migliore work life balance e possiamo lavorare da ogni dove facendo emergere quel desiderio di libertà intrinseco in ognuno di noi, ma lo #smartworking ci sta rendendo persone migliori.

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La pandemia è stato un fortissimo shock che ha interessato tutti gli aspetti della nostra vita e il mondo del lavoro è certamente tra questi. Dal telelavoro allo smart working, passando per il south working, vedremo come sta velocemente cambiando il concetto di lavoro.

Sono fermamente convinta che vivere di qualità e lavorare di qualità sono opportunità che con lo smart working possono convivere!

La pandemia lo ha dimostrato, ma non sarebbero necessari eventi straordinari se si avesse una mentalità più orientata al risultato che al controllo. Il falso mito della scrivania, delle ore in ufficio sono da sfatare, abbiamo dimostrato in questi mesi che volere è potere e (per alcune tipologie di lavori) lavorare in smart working è la giusta modalità!

Risparmiando le ore di traffico A/R verso l’ufficio in una città metropolitana impazzita all’orario di punta mi hanno permesso di organizzarmi meglio il lavoro, ho lavorato di più, è vero, più ore connessa, ma con soglie di stress ridotte al minimo, mantenendo i consueti standard di qualità.

Lavorare in modo fluido senza una sede fisica è una questione di mentalità, chi di norma lavora bene in ufficio può farlo da ogni dove, perché maggiormente organizzato e capace di un work life balance di alto livello.

Sicuramente le relazioni ci hanno un po’ rimesso, è l’altro lato della medaglia, ma dove la relazione c’è ed è radicata, anche una video call può permettere il dialogo senza incomprensioni.

Un team agile che lavora da remoto è abituato a lavorare per obiettivi, è in grado di condividere la vision aziendale e lavorare bene a distanza senza aver bisogno del controllo. Il grande sforzo dovrebbe essere quello di entrare in empatia con le persone, ma ci dovrebbe essere a prescindere.

Ritengo che come tutte le modalità di comunicazione l’integrazione tra canali on-line e off-line è l’approccio maggiormente funzionale, alternare momenti di smart working con momenti di discussione F2F ci porterebbero ad una giusta modalità di lavoro fluido, con un pranzo e un caffè con il collega nel mezzo, che fa sempre piacere.

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E’ un tema caldo e Linkedin Notizie ha pubblicato un post- survey che in un solo giorno ha raggiunto oltre 300 interazioni, circa 700 commenti e 5000 voti.

Se fosse possibile lasceresti la grande città per lavorare da remoto da un altro posto?

Il popolo della rete si è sbizzarrito. Vince il sì assolutamente!

Il #southworking emerge come la grande novità del 2020, ma come soprattutto una grande esigenza per riprendersi in mano le proprie vite, rivivere le proprie città natali e gli affetti, continuando a produrre, ma non necessariamente al nord o in città. La nuova meta del lavoro da remoto alternativo sono antichi borghi, scrivanie con vista mare, tavoli in campagna all’ombra di una quercia. Già solo immaginarselo dà serenità. Si aprono scenari di vivibilità tutti da approfondire.

Per i più avventurosi sarebbe un’opportunità la proposta delle Barbados, dove l’ente del turismo invita a richiedere il visto valido 12 mesi per vivere e lavorare da remoto. Soggiornando sull’isola da veri autoctoni dopo il periodo difficile della pandemia anziché trascorrervi le classiche vacanze di una, due o tre settimane, i viaggiatori ora possono pianificare la loro intera attività lavorativa, per tutto l’anno.

Come sarebbe lavorare circondati da sole, splendido mare, stare al pc con i piedi nella sabbia? Non è un’occasione da cogliere al volo? Ecco, con lo smart working si può!

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Intervista a Massimo Cantini Parrini, il pluripremiato costumista italiano


I costumi dei film italiani più apprezzati del momento portano tutti la sua firma. La sua professionalità è motivo di orgoglio per il nostro paese, un artista che permette di tenere alto il nostro nome in tutto il mondo. Parliamo del costumista Massimo Cantini Parrini, reduce dal David di Donatello per “Pinocchio” e il Nastro d’Argento per “Favolacce” e “Pinocchio”. La sua arte, la sua creatività ed il suo talento partono da lontano, dall’infanzia, e con tanto studio e accesa passione, arrivano a raggiungere importanti traguardi. In questo periodo così delicato per il cinema italiano, abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistarlo.

Foto di Paolo Galletta
Foto di Paolo Galletta

Come è nata la sua passione, che le ha permesso di diventare oggi ciò che è, un professionista nel suo settore?

“La mia passione è nata con la frequentazione della sartoria dove lavorava mia nonna, così ho iniziato a scoprire vecchi abiti presenti in casa e ho iniziato a chiedere il motivo per cui li avessero conservati. Il fascino per il costume è iniziato da qui, nel momento in cui scovavo un abito, ne chiedevo sempre la storia, così, attraverso i racconti, ho conosciuto tutto quel mondo pieno di magia. In seguito ho deciso di proseguire i miei studi con l’Istituto d’Arte a Firenze, il Polimoda, il Centro sperimentale, concentrandomi soprattutto sulla storia del costume, che è diventato il centro del mio mestiere.”

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La pandemia è stato un fortissimo shock che ha interessato tutti gli aspetti della nostra vita e il mondo del lavoro è certamente tra questi. Dal telelavoro allo smart working, passando per il south working, vedremo come sta velocemente cambiando il concetto di lavoro.

Nella sua vita c’è stata una particolare fonte d’ispirazione o un professionista che l’abbia ispirata o guidata in questo percorso?

“Ci sono stati i miei maestri: la prima è stata Cristina Giorgetti, grandissima storica del costume, che ho incontrato al Polimoda ed è stata la prima volta che incontravo qualcuno con cui poter parlare della mia passione e con lei ho potuto trascorrere giornate intere a parlare di costume; in seguito c’è stato l’incontro con Piero Tosi al Centro sperimentale di Cinematografia, che è stato il mio maestro a tutti gli effetti e sono rimasto con lui per venticinque anni, fino alla sua morte lo scorso anno, e con lui si è instaurato un rapporto che è andato al di là dello studio, è diventato amicizia; poi c’è stata Gabriella Pescucci, di cui sono stato assistente per dieci anni e con lei ho potuto mettere in pratica tutti gli insegnamenti ricevuti sia da Cristina Giorgetti, che da Piero Tosi.”

Foto di Greta De Lazzaris
Foto di Greta De Lazzaris

E’ di pochi giorni fa la notizia che è diventato un membro dell’Academy Awards, quindi, il suo talento, il suo percorso e i numerosi premi le hanno permesso di raggiungere questo ambito riconoscimento, immagino che per arrivare a questi alti livelli, credo che debba dedicare al suo lavoro tanto tempo.

“È la passione che ti spinge a dare sempre il meglio; i premi sono un bellissimo riconoscimento, ma non lavoro per raggiungere questi obiettivi. Solo l’amore per il mio mestiere mi spinge a pretendere sempre tanto da me stesso e quando viene riconosciuto non solo dagli addetti ai lavori è una felicità immensa, vuol dire che il mio messaggio è universale.”

Durante questo periodo difficile che tutto il mondo sta attraversando sotto tanti punti di vista e in particolare anche nel mondo del lavoro e soprattutto in Italia nel mondo del cinema, come continua a svolgere il suo lavoro, come affronta le difficoltà del momento?

“Nel nostro mestiere si lavora anche tre, quattro, cinque mesi di fila e poi può capitare di stare fermi per altrettanti mesi. Può succedere, però questa volta nasceva da un motivo molto diverso. Il lockdown è stato per me anche occasione di riflessione e di studio. Adesso stiamo lavorando nuovamente, con tutte le precauzioni necessarie.”

Foto di Greta De Lazzaris
Foto di Greta De Lazzaris

Cosa pensa della situazione generale del cinema in Italia, cosa si augura che possa accadere nel mondo del cinema nel nostro paese?

“Io credo che il mondo del cinema già da prima non navigasse in buone acque, il covid poi ha accentuato questa sorta di tragedia, quindi mi auguro che tutto torni meglio di prima.”

In quale prossimo film vedremo le sue creazioni?

“Al momento ci sono dei lavori, di cui, però, per contratto non posso parlare, quindi presto ci saranno delle novità.”

Quando inizia il suo processo creativo, quando comincia a ideare e disegnare un abito, inizia dalla sceneggiatura, dalla storia, dalla personalità del personaggio, qual è il punto di partenza? Delinea anche il tratto psicologico del personaggio che lo indurrà poi ad indossare quell’abito?

“Nel mio lavoro inizia tutto dalla sceneggiatura. Quando veniamo contattati per un film, da un regista o da una produzione, la prima cosa che chiedo è quella di leggere, leggere la storia che dovrò affrontare. La leggo generalmente tre volte, prima da spettatore poi da costumista. Tradurre il pensiero del regista per me è la cosa più difficile, come tracciare il profilo psicologico dei personaggi attraverso il costume. Appena si accende la lampadina parte tutto. L’idea è il mio motore.”

Foto di Greta De Lazzaris
Foto di Greta De Lazzaris

In questo periodo così difficile, in cui il mondo del lavoro e del cinema devono affrontare inedite ed ardue sfide, leggere le parole di un artista che, con cuore ed impegno, porta avanti il suo lavoro e lo fa anche toccando alte vette, è sicuramente una scintilla che possiamo utilizzare quando guardiamo al momento attuale con preoccupazione, perché anche la peggiore delle crisi può rivelarsi un momento di grande cambiamento.

Foto di Pamela Gori
Foto di Pamela Gori

Massimo Cantini Parrini

Nato a Firenze, da bambino subisce il fascino del costume grazie alla nonna, sarta fiorentina. Consegue il diploma di Perito di costume e moda presso l’Istituto d’Arte di Firenze, prosegue gli studi al Polimoda per poi conseguire la laurea in Cultura e Stilismo della Moda presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Firenze; frequenta il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma, dove diventa allievo del costumista Piero Tosi. Entra poi nella Sartoria Tirelli come assistente costumista e accanto alla costumista premio Oscar Gabriella Pescucci, collabora per grandi produzioni quali “Sogno di una notte di mezza estate” e “La fabbrica di cioccolato”.

Premi Massimo Cantini Parrini:

European Film Awards per i Migliori costumi per “Dogman”;

David di Donatello per “Il Racconto dei Racconti”, “Indivisibili”, “Riccardo va all’inferno” e “Pinocchio”;

Nastro d’Argento per “Il Racconto dei Racconti”, “Indivisibili”, “Pinocchio” e “Favolacce”;

Ciak d’Oro per “Il Racconto dei Racconti” e “Indivisibili”;

Numerosi altri premi nazionali ed internazionali.

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Il primo film girato interamente in Smart Working: l’inizio di una nuova era?


In questi mesi di emergenza Covid-19 che ha stravolto completamente le nostre vite, abbiamo imparato che è possibile lavorare completamente in smart working. Almeno per alcuni settori, quelli che non necessitano di una imprescindibile presenza fisica. Nel nostro Paese, sempre molto conservatore e poco avvezzo a farsi da promotore di cambiamenti tecnologici, si è scoperta questa particolare forma di lavoro, proprio a causa del lockdown che ci ha costretti a ripararci tra le nostre mura domestiche. La direzione e insieme la sfida futura del mondo del lavoro dovrà necessariamente, nei prossimi mesi e nei prossimi anni, fare i conti sempre più con una vera e propria rivoluzione dei modelli organizzativi e aziendali. E come al solito però, è nel campo dell’Arte e in questo caso del Cinema, che il nostro Paese dimostra, ancora una volta, di essere in grado di “fare scuola” nel mondo. E’ tutto italiano infatti, il primo film girato completamente in smart working. Il padre del primo “smart film” è Daniele Vicari, regista di “Diaz”, che ha terminato di girare il suo “Il Giorno e la Notte” con l’aiuto soltanto della tecnologia a 360 gradi.

https://www.youtube.com/watch?v=Fq3qcFAj6Is

Le riprese sono cominciate nella Fase 2 e sono state rese possibili dal fatto che gli attori – in alcuni casi si tratta di coppie nella vita oltre che sulla scena – si riprendono da soli da casa propria, grazie alla propria attrezzatura tecnica. L’idea non è solo quella di fare un esperimento cinematografico ma anche quella di tradurre, dal punto di vista creativo, questo particolare momento storico, caratterizzato da isolamento e restrizioni della libertà, con tutte le conseguenze del caso, nel bene e nel male. Vicari porta con sé un cast d’eccellenza: Vinicio Marchioni e Milena Mancini (coppia nella vita, in quarantena insieme alla famiglia), Dario Aita, Elena Gigliotti, Barbara Esposito. Francesco Acquaroli, Isabella Ragonese, Matteo Martari. Giordano De Plano. Tutti comunicano tra di loro in video attraverso le varie piattaforme online, così come gli attori anche il regista è a casa sua e dirige il cast a distanza.

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La trama si avvicina molto a quello che abbiamo vissuto, quasi in maniera profetica, e come ha assicurato lo stesso regista, la stesura della sceneggiatura è antecedente al lockdown di metà marzo e che certamente le scene, riprese tramite le piattaforme online, sarebbero state una parte preponderante del film, ma non certo esclusiva. Il lockdown ha dunque cambiato le carte in tavola, e il regista insieme agli sceneggiatori ha deciso di portare alle estreme conseguenze quel senso “claustrofobico” della quarantena del film.

La trama è praticamente la storia di quello che abbiamo passato dal 10 marzo ai primi giorni di maggio, con un attentato chimico, che nella finzione del film ha sostituito la pandemia da coronavirus; e con la sola Roma, che ha sostituito la nazione intera.

I destini di alcune coppie si intrecciano quando improvvisamente il telegiornale dà la notizia che a Roma è in corso un misterioso attentato chimico. Tutti sono obbligati a chiudersi in casa. Nessuno può più uscire. Le strade si svuotano. Che sta succedendo? Intanto le coppie asserragliate dentro le mura domestiche si trovano messe alle strette, in un confronto intimo e inesorabile che spesso è scontro ma anche incontro, e soprattutto porta a riflessioni e nuove consapevolezze.

Il regista Daniele Vicari, mentre dirige il suo "smart film" Il Giorno e la Notte.
Il regista Daniele Vicari, mentre dirige il suo “smart film” Il Giorno e la Notte.

Nella nuova frontiera, dunque, che non si può sapere al momento quanto percorribile, poiché comunque ora le produzioni cinematografiche hanno ripreso a lavorare in “presenza”, questo lavoro di Vicari, rappresenta comunque una sperimentazione, che potrebbe diventare un vero e proprio genere in futuro, magari parallelo, fioriero però di idee capaci di innovare il cinema mondiale. Dal punto di vista tecnico, con questo film siamo però sempre di fronte, alla prerogativa tutta italiana, che da De Sica, Rossellini e Visconti, ci accompagna, ovvero quella di rappresentare quello che siamo, quello che stiamo vivendo, insomma il cinema ancora una volta funge da “specchio della nostra società”. La trama del film di Vicari, non è forse una tragica “commedia all’italiana”? Rappresenta un po’, quello che abbiamo vissuto qualche mese fa, rappresenta le nostre angosce, le nostre paure, i nostri cambiamenti psichici che in lockdown abbiamo vissuto e che ci ha portati ad essere “diversi” una volta ritornati ad una vita “quasi” normale.

E poi c’è l’ultimo punto di questo “cambiamento” cinematografico, che il lockdown ha velocizzato. Ovvero la fruizione dei film in prima assoluta, che non passano più dal cinema, ma vengono direttamente caricati sulle piattaforme televisive a pagamento, del tipo di Netflix e altre equipollenti. Speriamo davvero, che questo sia stato soltanto un esperimento di “emergenza”, perché un film che non passa più dalla “SALA” non è più film; e se le SALE saranno destinate a chiudere sarà la morte del CINEMA, almeno nella visione romantica, quali noi cultori siamo stati abituati a pensarlo. Insomma che l’evoluzione, che esiste in tutte le cose, non solo nell’Arte, non porti alla rovina del CINEMA, perché in futuro ce ne pentiremmo, considerato che il CINEMA, rimane una delle pochissime cose pure, che ancora riescono a far vibrare i sentimenti, ed è meglio farlo in una SALA, che dal divano di casa.

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I Love My Radio: a 45 anni dalla prima radio libera, la radio rimane il mezzo di comunicazione di massa per eccellenza


Chissà se Heinrich Hertz, il primo a dimostrare l’esistenza delle onde radio e che nominiamo involontariamente ogni volta che impostiamo la frequenza della nostra trasmissione preferita, e Guglielmo Marconi, padre della telegrafia senza fili, la cui evoluzione portò allo sviluppo della radio, avrebbero mai immaginato che i loro studi avrebbero dato vita ad uno strumento di comunicazione di massa ancora così molto utilizzato.

Le trasmissioni radiofoniche hanno saputo attraversare il tempo, raccontandolo meglio di qualsiasi altro mezzo, ed in alcuni casi facendone la storia. Così, da strumento di alfabetizzazione, aggregazione e propaganda, nell’epoca fascista la radio diventa mezzo di lotta e resistenza grazie alle trasmissioni di Radio Londra a cura della BBC, fino a diventare persino strumento di liberazione; famoso è il messaggio radiofonico, ad esempio, che annuncia la fine della seconda guerra mondiale.

Nel dopoguerra c’è una radio quasi in ogni casa e la RAI (Radio Audizioni Italiane), assume l’egemonia delle trasmissioni; la prima edizione del Festival di Sanremo è trasmessa in radio, nel 1951, così come l’imparziale radio-giornale, che diventa un appuntamento fisso con l’informazione per milioni di italiani.

https://youtu.be/GHsydt2urWM

Le trasmissioni radiofoniche, fin dagli esordi regolate e codificate da concessioni statali in regime di monopolio dalla RAI, poi negli anni ’70 vengono liberalizzate, dando vita ed alimentando le tante radio pirata già esistenti, che da questo momento in poi saranno chiamate “Radio Libere”.

Alle Radio Libere si deve la diffusione di musica indipendente, di programmi di approfondimento culturale di carattere locale, delle idee politiche e persino di quelle religiose: libera era Radio Out di Peppino Impastato, libera era la militante Radio Alice, e libera era persino la religiosa Radio Maria.

Ma alle radio libere si deve anche lo sviluppo della comunicazione pubblicitaria come mezzo per finanziare le trasmissioni, da un lato, e come strumento per aumentare la Brand awareness aziendale, dall’altro.

La possibilità di raggiungere in modo capillare il proprio target, soprattutto i giovani, spinge le aziende ad investire sempre più sulla comunicazione pubblicitaria radiofonica, trasformandole spesso da strumento di protesta a mezzo di puro intrattenimento, dove lo spazio dedicato alla pubblicità diventa sempre più preponderante.

Grazie anche a questi capitali, le radio da libere diventano private, da locali a nazionali, spesso da generaliste a radio tematiche, con un numero sempre crescente di ascolti, anche quando la predominanza della televisione e l’avvento di internet ne avevano prefigurato il declino.

La radio è invece il media che più di tutti ha saputo reggere il passo con i tempi, anche quelli destabilizzanti ed incerti che stiamo vivendo.

https://youtu.be/_FTtXlbYW2Q

Paradossalmente, nel bel mezzo di una pandemia mondiale, in cui la quarantena ed il distanziamento sociale hanno prefigurato situazioni di isolamento ed in cui imperversavano la caccia allo scoop ed alla notizia roboante (sempre condite dalle immancabili fake news da parte di tutti i mezzi di comunicazione, da quelli alternativi come i social a quelli più tradizionali come la televisione), le emittenti radiofoniche, invece di innescare concorrenza spietata all’ultimo ascoltatore, per la prima volta hanno deciso di unirsi per trasmettere all’unisono un messaggio che fosse, al tempo stesso, rassicurante e propositivo.

Ve lo abbiamo raccontato in pieno lockdown con “Fratelli d’Italia: le radio, i balconi e le altre storie di un paese blindato”, ma mai avremmo immaginato che l’esperienza delle emittenti radiofoniche, nazionali e locali, che trasmettono contemporaneamente lo stesso palinsesto, si sarebbe potuta ripetere, questa volta, per eleggere la canzone più amata degli ultimi 45 anni.

45 canzoni italiane, una per ogni anno, da “Sabato pomeriggio” di Claudio Baglioni del 1975, a “Soldi” di Mahmood, vincitrice, nel 2019, del Festival di Sanremo; 45 brani indimenticabili, che, entro il 31 luglio, decreteranno la canzone migliore, la più amata, grazie ai voti congiunti degli ascoltatori e delle direzioni artistiche delle Radio Unite per l’Italia.

Impossibile scegliere tra successi come “Una donna per amico” di Battisti, “La donna Cannone” di Francesco De Gregori, “Senza una donna” di Zucchero, “Mare mare” di Luca Carboni, “Domani” degli Articolo 31, “Luce” di Elisa, “Estate” dei Negramaro, “Albachiara” di Vasco Rossi, “Notte prima degli esami” di Venditti, “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri e “Sei nell’anima” della Nannini, solo per citarne alcuni.

L’iniziativa, che non ha precedenti nella storia della radio italiana, non ha lasciato indifferenti neanche grandi big, che devono la propria popolarità anche alla radio, e che hanno deciso di incidere delle cover inedite di alcune canzoni in gara, come, ad esempio, Biagio Antonacci che ha reinterpretato “Centro di gravità permanente” di Battiato, e “Caruso” di Lucio Dalla, nella versione di Jovanotti.

https://youtu.be/GldSfNrF-V4

La gara vedrà poi un evento conclusivo in ottobre, anch’esso unico e senza precedenti, che verrà trasmesso in contemporanea, in diretta via radio, tv e in streaming sui canali social di tutte le emittenti, a ribadirne nuovamente il senso di unità.

La capacità di rinnovarsi, unirsi, trovare nuovi modi di comunicare e stare insieme, essere un mezzo vicino alla gente, capillare e familiare, fa della radio uno dei mass-media più amati dal pubblico, che continua a preferirla ad altri più moderni e sofisticati; sarà perché, come diceva Eugenio Finardi, ne “La Radio”, del 1976, “Con la radio si può scrivere, Leggere o cucinare, Non c’è da stare immobili, Seduti lì a guardare, E forse è proprio quello Che me la fa preferire, È che con la radio non si smette di pensare”.

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Il podcast che ti fa scoprire l’A.I. - Ecco come l’Intelligenza Artificiale sta rivoluzionando il marketing, con Lorenzo Luce


Il marketing è probabilmente il settore in cui gli algoritmi dell’A.I. sono maggiormente utilizzati.

Le grandi telco e le big tech del web sono state le prime aziende ad utilizzare questi strumenti; gli algoritmi di A.I. di oggi sono già in grado non solo di analizzare in tempo reale una infinità di dati, ma pure di stilare strategie “predittive” sul comportamento e propensione all’acquisto di singoli utenti, così come di cluster o categorie di individui.immagine2

Dall’avvento di internet prima, del web 2.0 poi, ed infine dell’intelligenza artificiale, il marketing è profondamente cambiato. Oggi, infatti, la possibilità di monitorare, registrare e profilare i comportamenti online degli utenti consente agli algoritmi di A.I., sempre più performanti e raffinati, di confezionare campagne pubblicitarie “ad personam” che, contemporaneamente, una volta addestrati a farlo, tengono conto del mutare del mercato, dei comportamenti d’acquisto dei singoli utenti e perfino dell’eventuale concorrenza di altri competitor commerciali.

Tutto questo lo fanno velocemente, efficientemente e costantemente, rendendo estremamente efficaci le campagne marketing di oggi rispetto al passato.

Lavorando sul dato puro ed essendo privi di pregiudizi, bias di conferma, errori di ragionamento tipici degli analisti umani, gli algoritmi di A.I. spesso sembrano funzionare in maniera contro intuitiva, eppure le loro performance sono nettamente superiori a quelle degli umani.

Il protagonista del 4° podcast , il dott. Lorenzo Luce, amministratore delegato di BigProfiles e membro del Group of High Level Experts on Artificial Intelligence del MiSE.
Il protagonista del 4° podcast , il dott. Lorenzo Luce, amministratore delegato di BigProfiles e membro del Group of High Level Experts on Artificial Intelligence del MiSE.

In pratica, quando accettiamo i contratti di utilizzo di app o servizi in internet e firmiamo per il consenso al trattamento dei dati personali, per le campagne promozionali, per la targhetizzazione e la profilazione, contribuiamo ad addestrare i vari algoritmi di A.I., che imparano a conoscerci e cominciano a “suggerirci” le cose che potrebbero interessarci e i prodotti che vorremo comprare.

Certo, qualcuno potrebbe obbiettare, gli algoritmi di A.I., come già quelli dei social network, proponendoci solo ciò che ci piace e che desideriamo acquistare, rafforzano e radicalizzano la nostra visione del mondo, il pensiero unico e ci confinano nei cosiddetti cluster o silos sociali, ma questa è un’altra storia.

Tuttavia, sapere come, attraverso il marketing, le tecnologie dell’intelligenza artificiale funzionino e lavorino nella nostra vita di tutti i giorni è non solo utile, ma fondamentale per comprendere quanto il futuro che attendiamo sia già il presente che viviamo.

Il 4° episodio del podcast “Alla scoperta dell’Intelligenza Artificiale”, ideato e promosso dall’Associazione Italiana per l’intelligenza Artificiale (AIxIA) e Radio IT (il primo podcast network italiano sull’information tecnology), ci spiega come l’AI abbia rivoluzionato il marketing, la pubblicità e, in pratica, le nostre esistenze sia online che offline.

A dialogare con il giornalista Igor Principe di Radio IT questa volta è il dott. Lorenzo Luce, amministratore delegato di BigProfiles, la prima azienda italiana specializzata in predizioni per il teleselling e il telemarketing e membro del Group of High Level Experts on Artificial Intelligence del MiSE (Ministero per lo Sviluppo Economico).

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Ecco i vincitori dei Nastri d'Argento 2020


Si è svolta il 6 luglio, presso il Museo MAXXI di Roma, la cerimonia dei Nastri d’Argento, il premio del cinema italiano assegnato dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani (SNGCI), un’edizione all’insegna del ricordo del grande maestro compositore e musicista Ennio Morricone, scomparso lo stesso giorno.

Molti artisti presenti hanno dedicato un pensiero all’icona della musica da film, che ha lasciato nel mondo colonne sonore di sconfinata bellezza e che ha permesso al nostro paese di avere numerosi importanti riconoscimenti.morricone

Ci aspettavamo una cerimonia nel rispetto delle norme di sicurezza e così è stato, non ci aspettavamo però una cerimonia molto poco coinvolgente: il periodo non è dei migliori e la ripresa è difficile, ma proprio per questo motivo, quel che era possibile fare si sarebbe dovuto fare con molto più trasporto ed emozione. Paradossalmente la cerimonia dei David di Donatello dell’8 maggio scorso, svolta in piena pandemia e alla presenza del solo presentatore, si è rivelata essere molto più sentita e brillante. Scenografia e musica quasi inesistenti, sembrava tutto molto improvvisato e preparato con superficialità; fuori luogo sarebbero stati sicuramente i lustrini delle scorse edizioni, ma dell’emozione avevamo davvero bisogno e qualche piccola attenzione in più avrebbe decisamente aiutato. La situazione è stata aggravata dallo spoiler già dalla mattina di tutti i vincitori, su numerose testate giornalistiche e su profili social, che sicuramente ha smontato il brivido dell’attesa, rendendo ancor più piatta la serata.

Mettendo da parte la cerimonia in sé, per fortuna ci hanno pensato i vincitori e il valore delle opere a trasmetterci l’arte e la bellezza che tanto serve al nostro paese in un momento decisivo come questo.

Di seguito i vincitori:

Miglior film
Favolacce

Migliore regia
Matteo Garrone – Pinocchio

Miglior regista esordiente
Marco D’Amore – L’Immortale

Miglior commedia
Figli di Giuseppe Bonito

Miglior produttore
Agostino, Giuseppe e Mariagrazia Saccà – Favolacce e Hammamet

Miglior attore protagonista
Pierfrancesco Favino – Hammamet

Miglior attrice protagonista
Jasmine Trinca – La Dea Fortuna

Miglior attore non protagonista
Roberto Benigni – Pinocchio

Miglior attrice non protagonista
Valeria Golino – 5 è il numero perfetto, Ritratto della giovane in fiamme

Miglior attore di commedia
Valerio Mastandrea – Figli

Miglior attrice di commedia
Paola Cortellesi – Figli

Miglior soggetto
Il Signor Diavolo di Pupi, Antonio e Tommaso Avati

Miglior sceneggiatura
Favolacce – Damiano e Fabio D’Innocenzo

Migliore fotografia
Paolo Carnera – Favolacce

Migliore scenografia
Dimitri Capuani – Pinocchio

Miglior montaggio
Marco Spoletini – Pinocchio, Villetta con ospiti

Migliori costumi
Massimo Cantini Parrini – Pinocchio, Favolacce

Miglior sonoro
Maricetta Lombardo – Pinocchio

Migliore colonna sonora
(ex aequo)
Brunori Sas – Odio l’estate

Pasquale Catalano – La Dea Fortuna

Miglior canzone originale
Che vita meravigliosa di Diodato – La Dea Fortuna

Oltre a questi, una lunga lista di premi speciali, assegnati dal Direttivo con il Consiglio Nazionale:

Film dell’anno a “Volevo nascondermi” del regista Giorgio Diritti; Nastro alla carriera all’attore Toni Servillo; Nastro europeo al regista Pedro Almodovar per il film “Dolor y Gloria”; Nastro d’oro al direttore della fotografia Vittorio Storaro per “Un giorno di pioggia a New York”; Premio speciale a “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” del regista e illustratore Lorenzo Mattotti; Nastro della legalità al film “Aspromonte” di Mimmo Calopresti; Miglior casting director a Davide Zurolo per “L’Immortale”; Premi Guglielmo Biraghi all’attore Giulio Pranno per “Tutto il mio folle amore” e Menzione speciale all’attore Federico Ielapi per “Pinocchio”; Premio Graziella Bonacchi all’attrice Barbara Chichiarelli per “Favolacce”; Miglior cameo dell’anno alla scrittrice Barbara Alberti per il ruolo nel film “La Dea Fortuna”; Premio Nino Manfredi all’attore Claudio Santamaria per il ruolo di padre in “Tutto il mio folle amore” e “Gli anni più belli”; Premio Nastri SIAE per la sceneggiatura del film “Buio” ad Emanuela Rossi; Premio Nuovo IMAIE per il doppiaggio a Stefano De Sando, Claudia Catani ed Emanuela Rossi.diodato

Vincitori indiscussi risultano così essere i film “Favolacce” dei fratelli D’Innocenzo e “Pinocchio” di Matteo Garrone, che pare non abbiano però esaltato tutto il pubblico, come magari ha fatto “La Dea Fortuna” di Ferzan Ozpetek, che qui ha trionfato con il Nastro alla Miglior attrice protagonista per Jasmine Trinca, il Miglior cameo, la Miglior colonna sonora e il terzo importante premio dell’anno al cantautore Diodato che, dopo il Festival di Sanremo, si è aggiudicato grazie al brano “Che vita meravigliosa”, anche il David di Donatello ed il Nastro d’Argento come Miglior canzone originale.

Poche sono state le parole durante la serata, dedicate alle maestranze del cinema in estrema difficoltà, agli esercenti e a tutti gli operatori del cinema e del teatro, ma restiamo convinti che, in questa estate strana, il cinema (all’aperto e in sicurezza) possa essere una delle valide alternative per trascorrere il tempo in modo rilassante e costruttivo e per questo motivo speriamo che in Italia si punti sempre più, anche economicamente, su prodotti di qualità, su giovani talenti, sulla sperimentazione e la creatività per poter adoperare il meraviglioso strumento del cinema per creare un futuro sempre più splendente e fruttuoso.




La Copertina d’Artista - Tutto è comunicazione 2020


Una donna ci fissa diritto negli occhi, ha un megafono e delle strane extension applicate ai capelli, sicuramente è una manifestante, impegnata in una delle innumerevoli proteste esplose in questa fase post lockdown da coronavirus.

È strano, ma il megafono copre la sua bocca e parte del suo naso e, in un periodo di distanziamento sociale e dispositivi di protezione individuale, come quello che viviamo, quest’immagine non può non ricordarci che anche le mascherine coprono la stessa porzione di viso. Quindi, questa “anonima manifestante”, che potrebbe essere chiunque, e protestare per qualunque cosa, in una maniera sibillina e curiosa ci immerge nell’attualità più stringente.

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Credo che questa voglia di celare l’identità della protagonista dell’opera sia stata una scelta non casuale da parte dell’artista. Gli occhi di questa manifestante ci fissano, ci scrutano, quasi ci sfidano, eppure noi non possiamo distogliere lo sguardo, siamo calamitati, catturati, forsanche sedotti ed inquietati da questa donna che ci trafigge con i suoi occhi e che sembrano scavare nella nostra più recondita intimità.

Fra tutte le domande che si affollano nella nostra testa, una prende il sopravvento su tutte le altre, ed è: “quale sarà mai la protesta a cui prende parte questa manifestante?”.

Incuriositi e smaniosi di scoprirlo, ci concentriamo sulla scena, che però non ci aiuta più di tanto a capire la causa per cui si batte questa giovane donna. L’artista, e lo capiamo proprio dallo sfondo, ha utilizzato la tecnica del collage, ed infatti la scenografia, le strane extention dei capelli, il viso e addirittura il megafono sono formati da piccole strisce di carta accuratamente selezionate e tagliate per comporre un meta-racconto, un racconto nel racconto.

Bond Mes Bond, 2020.
Bond Mes Bond, 2020.

Queste strisce di carta, tagliate così fini da sembrare gli sfilacci di una distruggi documenti come quelle presenti negli uffici, sono il definitivo colpo di coda che l’artista di questo mese, Paola Montanaro (classe 1969), ci assesta. Come in una di quelle word-cloud che troviamo nelle immagini di Google, l’opera addensa e stratifica altri significati, come nella migliore tradizione Pop, è insieme immediata e complicata, semplice ma pure complessa, chiara ma anche difficile.

Ma capire la tecnica non ci aiuta ancora a capire la natura della protesta, potrebbe essere una contro il razzismo, oppure contro l’ennesimo monumento ritenuto politicamente scorretto, od ancora la protesta di una qualunque di quelle categorie di lavoratori e commercianti ridotte sul lastrico da più di due mesi circa di chiusura e lockdown?

Scopri il nuovo numero: Tutto è Comunicazione

La comunicazione è diventata centrale nella vita di tutti noi ed è cambiata molto nell’ultimo periodo a causa dell’epidemia. Abbiamo assistito all’esplosione di nuove piattaforme digitali come Zoom, alla comparsa degli scienziati nei talk show televisivi e ad una comunicazione di brand incentrata su valori diversi rispetto al recente passato.

Forse il titolo può trarci d’impaccio, ed aiutarci a collocare correttamente manifestante, causa e protesta; l’opera si intitola “Urlo”, e d’un tratto un’illuminazione ci abbaglia, le nostre lezioni di storia dell’arte durante le scuole superiori ci ricordano lo sconvolgente “Urlo” (o Grido) di Edvard Munch, il geniale pittore norvegese che nel 1895, sul finire del secolo, dipinse una serie di quadri dai colori pastosi e tinte fosche che ritraevano un uomo in primo piano che, guardando in faccia lo spettatore, si contorceva in un urlo di disperazione. Munch dava sfogo alle angosce esistenziali di fine secolo, tecnologia e scienza galoppavano velocemente, il capitalismo si affermava in tutto il mondo, il divario fra ricchi e poveri aumentava e all’orizzonte si addensavano le nubi del primo conflitto mondiale. Insomma, il quadro dell’artista norvegese era un ritratto della condizione dell’uomo di fronte al progresso ed alla tecnologia ed insieme il presagio di una catastrofe che stava per arrivare.

Sepulveda, 2020.
Sepulveda, 2020.

E la nostra artista Paola Montanaro cosa vuole presagire?

Forse che in un mondo iperconnesso e virtualizzato come il nostro, dove abbiamo più informazioni di quelle che riusciamo ad analizzare, più foto di quelle che riusciremmo mai a guardare e un autentico surplus di comunicazione, comunque alla fine non riusciamo a dare priorità ed importanza o quantomeno a scegliere le informazioni corrette, importanti o quanto meno più utili per noi?

Oppure, l’Urlo della nostra artista ci racconta che per fare emergere una protesta, un messaggio, dal confuso rumore di fondo della comunicazione odierna, abbiamo bisogno necessariamente di un megafono?

O, infine, che dobbiamo rassegnarci al fatto che i poteri forti hanno compreso che, nel mondo virtuale e non, la censura non deve più oscurare o rimuovere una giusta causa o un messaggio, ma basta che lo sommerga, anzi lo affoghi, in una marea indistinta e confusa di altre informazioni perché, di fatto, non sia più visibile?

Marlene Dietrich, 2016.
Marlene Dietrich, 2016.

Credo che lo scopo, sotteso a questa bellissima opera, consapevole o inconscio che sia, è quello di farci capire l’importanza dei concetti di “attenzione” e “concentrazione”, qualità che i neurologi ci dicono siano drasticamente diminuite negli ultimi 10 anni, passando dai 10 secondi circa a meno di 5; l’opera densa, stratificata e magnetica della Montanaro ci esorta a fermarci, a riflettere, a concentraci, e così facendo ci aiuta a districarci ed orientarci nel mondo d’oggi.

L’arte contemporanea quindi, come mappa e bussola, o se preferite come navigatore, strumento privilegiato per indicarci il cammino, accompagnare i nostri viaggi, e, perché no, anche le nostre cause e le nostre proteste. Un tool, uno strumento, quello dell’arte, che spesso dimentichiamo di utilizzare, ma che può essere quello più importante che abbiamo nella nostra cassetta degli attrezzi, qualunque sia la nostra professione. La bellezza forse non salverà il mondo, ma di sicuro può aiutarci a vivere meglio e più “consapevolmente” le nostre vite, e quindi, alla fine, un poco ci salva.

foto-profiloPaola Montanaro classe 1969, originaria di Massafra, ma residente a Lecce, dove vive ed opera. Appassionata fin da giovane di disegno e fotografia, intraprende studi prettamente scientifici che però le forniranno una base essenziale ed originale per la sua ricerca artistica. All’inizio è la grafica che l’avvicina all’arte, ed un materiale che più di tutti caratterizzerà la sua cifra stilistica: la carta. Utilizzata dapprima come supporto, diverrà in seguito, sminuzzata, tagliata e frammentata, materia e mezzo privilegiato per comporre le suo opere artistiche, che vedranno nel collage di carta l’approdo definitivo dell’artista.

Composizioni meticce sospese fra grafic art, illustrazione e pop art, i lavori della sua ultima produzione si concentrano sulle tematiche sociali, politiche e dell’attualità che diventano, in virtù della tecnica usata, vere meta-opere, con un significato palese ed uno, o molti, nascosti nelle scritte delle strisce di carta che l’artista ritaglia dalle riviste. Una sfida posta alla nostra capacità di fermarci, concentrarci e scoprire tutti i significati dell’opera.

Per informazioni e per contattare l’artista Paola Montanaro: paolamontanaroart@gmail.comwww.paolamontanaro.com – Instagram: paolacollageart

Ultime mostre

2019

ARTE MUSA, 1ª edizione Concorso Letterario Germinazioni Arte – Scrivi un quadro d’autore, Lecce;

2018

I Collage di carta, in collaborazione con GeoArk // Arte e Arredo e Antonio Palma ph;

Lecce Bene Comune Incontro di lettura de #ilpaneelerose “Per raccontare la realtà con le immagini” – “Dall’autoritratto alle foto di una irrecuperabile ribelle”;

Collettiva a tema libero in occasione dell’inaugurazione della nuova sede di Labirinti Artistici, Lecce;

2017

Lecce Fashion Night, Partecipazione, con Madmood, alla serata targata “Confindustria Lecce Fashion Night”;

MUST Museo Storico della città di Lecce – Esposizione di un’opera, omaggio al fotografo Steve McCurry, in occasione della serata inaugurale della mostra fotografica e incontri a tema, a cura della Pro Loco di Lecce;

Itinerari Rosa Pro Loco in Puglia tra cielo e… mare, Open Space Palazzo Carafa, Lecce.

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della sesta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it

 

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