Capricorn One – Il Film


Siamo a Capo Kennedy, ad Houston, nel Texas: dopo 15 anni di lavoro, di calcoli e un grande dispendio di mezzi tecnici ed economici, sta per prendere il via la missione spaziale Capricorn One, diretta sul pianeta Marte.

L’equipaggio è composto dal comandante di missione Charles Brubaker (l’attore James Brolin) e dai due ufficiali in seconda, Peter Willis (l’attore Sam Waterston) e John Walker (l’attore e atleta O. J. Simpson).locandina

Alla fase di lancio sono radunate le autorità, anche se il disinteresse della politica per l’epica impresa è sottolineato dal fatto che il Presidente americano non è presente ed è sostituito dal suo vice. Il responsabile di tutta la missione, il dottor James Kelloway (l’attore Hal Holbrook), che insegue da anni questo sogno, è frustrato e preoccupato. Infatti egli e pochi altri fedelissimi dell’ente spaziale sono a conoscenza del fatto che un difetto di fabbricazione di un componente essenziale della navetta può mettere a rischio l’intera missione e addirittura la vita dei tre astronauti.

Ma cosa fare adesso che gli occhi e le telecamere del mondo intero sono puntati sull’imminente partenza?

L’idea del dottor James Kelloway è quella di inscenare un falso decollo, un falso viaggio e un falso atterraggio su Marte, trasportando i tre astronauti in una località segreta dalla quale trasmettere i collegamenti radio fasulli e il finto ammartaggio.

Sembra che la grande cospirazione sia perfetta e che vada tutto liscio, ma un incidente nella fase di rientro della capsula “vuota” sulla Terra e lo zelante ed intuitivo giornalista Robert Caulfield (l’ottimo attore Elliott Gould) porteranno, dopo lunghe peripezie, la verità a galla.

Il film, Capricorn One, per la regia del sempre bravo regista Peter Hyams (che firma pure soggetto e sceneggiatura) riprende la teoria cospirazionista sul finto allunaggio dell’Apollo 11, che sostiene che la missione relativa al primo sbarco sulla Luna, scientificamente e tecnologicamente impossibile nel 1969, sarebbe un gigantesco inganno orchestrato dalla NASA per contrastare tutti i successi spaziali dell’URSS in quel periodo storico, contraddistinto dalla Guerra Fredda. Secondo questa teoria le scene del finto allunaggio erano state girate dal regista Stanley Kubrick, che aveva dato una grande prova delle sue abilità nel film “2001: Odissea nello spazio”, uscito nelle sale di tutto il mondo l’anno prima dello sbarco lunare, nel 1968.

Una scena del film Capricorn One con i tre astronauti da sx Peter Willis (l’attore Sam Waterston) Charles Brubaker (l’attore James Brolin) e John Walker (l’attore e atleta O. J. Simpson).
Una scena del film Capricorn One con i tre astronauti da sx Peter Willis (l’attore Sam Waterston) Charles Brubaker (l’attore James Brolin) e John Walker (l’attore e atleta O. J. Simpson).

Il film finisce per confermare e coadiuvare le teorie complottistiche, ed ancora oggi, a 50 anni dalla missione dell’Apollo 11, viene spesso citato come esempio dai negazionisti.

Benché sia un tipico thriller anni settanta, Capricorn One (1978) è un film solido e ben girato che dimostra la bravura del regista Peter Hyams nel dirigere gli attori e il suo stile discreto ma curato, coadiuvato dalla splendida fotografia di Bill Butler (che aveva vinto l’Oscar nel 1976). Ricordiamo che Peter Hyams, un regista amante del genere, girerà nel 1984 il primo e più riuscito sequel di “2001: Odissea nello spazio”, l’onesto e tutto sommato gradevole “2010: L’anno del contatto”.

Il film vede un cast di grandi attori che girano molto bene, fra i quali, oltre ai protagonisti già citati, vanno ricordati almeno Telly Savalas, Karen Black e David Huddleston.

Una scena del film Capricorn One con il set cinematografico allestito per le riprese del finto ammartaggio.
Una scena del film Capricorn One con il set cinematografico allestito per le riprese del finto ammartaggio.

Il film merita di essere recuperato e visto, in primo luogo perché è una di quelle pellicole che svelano, almeno in parte, il funzionamento della macchina cinematografica e poi perché rappresenta il potere e l’influenza che la disinformazione (oggi diremmo fake news) e una strampalata teoria complottistica possono raggiungere, condizionando addirittura le grandi major cinematografiche.

Per chi lo volesse recuperare, questa sera il film verrà trasmesso da Focus al canale 35 del digitale terrestre alle ore 21:15.




La Copertina d’Artista – Spazio: ultima frontiera


Dinanzi ai nostri occhi quelli che sembrano due pianeti composti di sola luce si lambiscono in un rendez vous spaziale. Uno è sui toni del grigio e del ghiaccio, l’altro formato da una grande sfumatura di rosso fuoco; a sancire quest’unione siderale una cascata di comete squarcia il firmamento, e due silhouette distinte ma, allo stesso tempo, evanescenti sono i muti testimoni di questa storia d’amore stellare. La prima figura è un astronauta che regge in mano una bandiera della quale non riusciamo a scoprire la nazionalità, la seconda, sopra di lui, è una navicella spaziale, forse uno shuttle, in orbita, ammantata in una nube verdastra.spazio-ultima-frontiera-luglio-2019-sd

La copertina di questo numero di Smart Marketing, dal tema “Spazio: ultima frontiera”, ci affascina oltre ogni immaginazione: tutti i riferimenti sono presenti, tutti i colori sono armonizzati, tutti gli elementi sono equilibrati e bilanciati e la cosa più entusiasmante è che l’opera stessa sembra costituita di pura luce. L’artista, Keirart, pare aver colto appieno l’argomento del mese ed ha realizzato un’immagine iconica forte e potente, c’è tutto: l’astronauta con la bandiera che rappresenta lo spirito indomito e la voglia di scoperta dell’essere umano; la navicella che rappresenta le conquiste tecnologiche e l’ingegno umano; il pianeta grigio ghiaccio che probabilmente rappresenta la nostra Luna a 50 anni della sua conquista; il pianeta rosso, forse Marte, che è la prossima meta delle nostre esplorazioni spaziali; infine c’è lo Spazio, solcato, come direbbe Shakespeare, da maestosi fuochi d’oro e d’argento. Tutto in questa immagine, pianeti, astronauta, navicella e comete, paiono aprire un tunnel dimensionale, uno stargate, fra noi spettatori e l’insondabile, il mistero, l’ignoto.

L'artista di questo numero Keirart al secolo Ilaria Toscano.
L’artista di questo numero Keirart al secolo Ilaria Toscano.

L’immagine, in particolare i due pianeti di luce e la cascata di comete, sembra ispirata agli straordinari effetti speciali del film “2001: Odissea nella spazio” di Stanley Kubrick, nella scena finale dove l’astronauta David Bowman (l’attore Keir Dullea) intraprende il viaggio siderale che lo porterà oltre il pianeta Giove immerso in un tunnel di luce. Come il protagonista della pellicola kubrickiana, anche noi sperimentiamo uno psichedelico viaggio nel tempo: dinanzi a noi si manifestano il passato, il presente ed il futuro, non solo dell’umanità, ma dei viaggi spaziali.

KidNap
KidNap

L’artista Keirart, al secolo Ilaria Toscano (classe 1992), ha realizzato l’opera utilizzando la tecnica fotografica, l’immagine è il risultato di un singolo scatto settato con una lunga esposizione, senza alcun fotoritocco. Gli effetti di luce sono realizzati direttamente in camera, con l’artista che, davanti all’obbiettivo, dipinge nel buio, utilizzando strumenti luminosi, che le consentono di creare quello che la sua mente le suggerisce. Le sue opere nascono così e rappresentano visioni personalissime, magnificamente sospese fra realtà e astrattismo.

Giovanissima artista romana, Ilaria Toscano è una Graphic Designer, Fotografa e Visual Designer, ma la sua voglia di innovazione e sperimentazione ne fanno un’artista poliedrica e versatile.

Drummers Fury
Drummers Fury

Negli ultimi anni sperimenta principalmente con la fotografia e la tecnica del Light Painting, tecnica, quest’ultima, che l’ha folgorata dopo la visione delle foto “Disegni di Luce di Picasso” di Gjon Mili.

Ultime mostre:

2019

Exhibition personale e Performance Luminosa, Galleria “La Dolce Vita”, Roma.

2018

Giornata Internazionale della luce, UNESCO, Parigi;

Art Gallery “The Art Company”, Casablanca, Marocco.

 

Per contattare l’artista Keirart (Ilaria Toscano):
www.keirart.it
info@keirart.it



Spazio: ultima frontiera – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoCinquanta anni sono passati dal viaggio più lungo che l’umanità abbia mai intrapreso.

Cinquanta anni dall’impresa scientifica più difficile di sempre.

Cinquanta anni dalla corsa alla conquista dell’ambiente più ostile che si possa immaginare.

Sì, sono 50 anni dallo sbarco del primo uomo sulla Luna, avvenuto nella notte del 20 luglio 1969.

Ma come raccontare quello che forse è il più grande successo scientifico dell’umanità?

Come rendere a parole quella che è stata la più grande ed emozionante scossa tellurica che l’umanità tutta abbia mai sperimentato?

Dieci anni fa, mentre ero corrispondente di un piccolo settimanale di provincia, chiesi all’editore di poter scrivere un articolo sugli allora 40 anni dello sbarco sulla Luna; ho ritrovato e riletto quel pezzo e sinceramente non so se oggi, con qualche anno in più di esperienza, potrei scrivere un articolo migliore o quantomeno diverso da quello di dieci anni fa.

Certo ci posso provare, ma non sempre l’esperienza può competere con la freschezza e l’incoscienza dei primi articoli, e credo che questo valga per tutte le esperienze.Footprint of astronaut on the moon

Allora, per iniziare, facciamo un po’ di ordine: come tutte le grandi storie, anche questa dello sbarco sulla Luna ha qualche antefatto, vediamoli insieme.

Siamo in pieno clima di Guerra fredda, su due fronti le due superpotenze, USA ed URSS, si sfidano sia sul piano militare (con una corsa agli armamenti senza precedenti), sia su quello tecnologico (miglior tecnologia vuol dire migliori armamenti), sia su quello sociale ed intellettuale (meglio il regime comunista o la democrazia occidentale?), il tutto per raggiungere la supremazia, l’egemonia, il potere assoluto.

Nella corsa allo spazio sarà però l’URSS ad assestare i primi colpi che manderanno letteralmente KO l’America, che per quasi un decennio stenterà a rialzarsi.

Il primo satellite artificiale della storia lo Sputnik 1
Il primo satellite artificiale della storia lo Sputnik 1

Il 4 ottobre del 1957 l’Unione Sovietica, infatti, mette in orbita il primo satellite artificiale: lo Sputnik 1.

È un durissimo schiaffo all’Occidente: l’America si rende conto che gli scienziati sovietici sono molto più avanti di loro nelle tecnologie aerospaziali, ma come si è detto non è finita qui.

A distanza di neanche un mese, il 3 novembre, sono sempre i Sovietici a lanciare il primo essere vivente nello spazio, la cagnolina Lajka, a bordo dello Sputnik 2. Saranno due eventi scientifici senza precedenti che l’URSS saprà utilizzare a scopi propagandistici per dimostrare la supremazia del sistema comunista.

La cagnolina Laika, primo essere vivente nello spazio.
La cagnolina Laika, primo essere vivente nello spazio.

A fine ottobre del 1957, per correre ai ripari e riguadagnare credibilità a livello mondiale, il presidente americano in carica, David Dwight Eisenhower, istituisce la NASA (National Aeronautics and Space Administration), l’ente che da quel momento sarà responsabile per la ricerca, la tecnologia, la gestione ed il controllo di tutte le attività in campo aerospaziale (fino ad allora, infatti, la Marina e l’Aeronautica Militare Americane avevano dei propri e differenti programmi spaziali).

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Ma l’istituzione della NASA, per quanto necessaria e programmatica, non basta, perché sarà sempre l’Unione Sovietica ad inviare il primo uomo nello spazio, Jurij A. Gagarin, il 12 aprile del 1961, a bordo della Vostok 1.

Il primo uomo nello spazio, il cosmonauta JuriJ A, Gagarin.
Il primo uomo nello spazio, il cosmonauta JuriJ A, Gagarin.

A distanza di poco più di due anni, il 16 giugno 1963, è la volta di Valentina Tereskova, prima donna nello spazio e di nuovo una sovietica.

Pare oramai evidente che l’URSS non solo sta vincendo le singole sfide, ma l’intera guerra della corsa allo spazio e della conseguente egemonia scientifica, tecnologica e sociale che ne deriva.

L’America è all’angolo, ed il neo eletto Presidente John Fitzgerald Kennedy, sbalordito dalla prova muscolare dell’Unione Sovietica, decide di stanziare nuovi fondi alla NASA e, in uno storico discorso al Congresso degli Stati Uniti il 25 maggio del 1961, promette che entro la fine del decennio l’uomo sarebbe arrivato sulla Luna e che quell’uomo sarebbe stato un Americano.

La prima donna nello spazio, la cosmonauta Volentina Tereskova.
La prima donna nello spazio, la cosmonauta Volentina Tereskova.

La corsa al nostro satellite era ufficialmente cominciata ed avrebbe coinvolto le menti più brillanti della generazione: da parte sovietica l’ingegnere e capo progettista Sergej Pavlovič Korolëv, dall’altra Wernher von Braun, lo scienziato ed ingegnere tedesco naturalizzato statunitense, ex membro del Partito Nazista durante la Seconda Guerra Mondiale e sviluppatore delle micidiali bombe a razzo V2 che, rifugiatosi in America, nel 1960 fu messo a capo delle operazioni di sviluppo al George C. Marshall Space Flight Center (NASA), dove fu sviluppato il gigantesco (110 metri di altezza) razzo vettore Saturno V che porterà tutte le missioni Apollo in orbita e l’Apollo 11 sulla Luna.

Finalmente, la notte del 20 luglio del 1969, un equipaggio di 3 uomini, composto da Neil Amstrong, Edwin E. Aldrin e Michael Collins (quest’ultimo in realtà rimarrà sul modulo di comando Columbia in orbita lunare), partito quattro giorni prima, riesce a mettere piede sulla Luna riscattando l’orgoglio, non solo degli Stati Uniti, ma del Mondo Occidentale intero, ponendo la parola fine a questa esaltante corsa tecnologica.

Lo scienziato Wernher von Braun che sviluppo il razzo vettore Saturno V, che portò le missioni Apollo nello spazio e sulla  Luna.
Lo scienziato Wernher von Braun che sviluppo il razzo vettore Saturno V, che portò le missioni Apollo nello spazio e sulla Luna.

Quindi, così come già era successo per l’invenzione della bomba atomica, la voglia di supremazia dell’uomo aveva prodotto, in capo ad un decennio, una rivoluzione scientifica epocale, questa volta, per fortuna, meno funesta del Progetto Manhattan.

Lo sbarco sulla Luna fu anche il primo grande evento mediatico globale, trasmesso in diretta in quasi tutto il mondo: circa 600 milioni di persone videro quella notte le operazioni di sbarco, in Italia bar e osterie furono presi d’assalto (la televisione era ancora poco diffusa nelle abitazioni private) da quanti non volevano perdersi l’evento.

La missione Apollo 11, che portò i primi uomini sulla Luna.
La missione Apollo 11, che portò i primi uomini sulla Luna.

La Rai, che ancora trasmetteva in bianco e nero, organizzò una trasmissione diretta fiume di 28 ore, condotta in studio dal mitico Tito Stagno e che vedeva inviato ad Houston il grande giornalista Ruggero Orlando, autori entrambi di una gustosa e divertente diatriba sul momento “esatto” dell’allunaggio, con il primo che, preso dall’emozione, anticipò di qualche secondo l’effettivo atterraggio del modulo lunare “Aquila” nel Mare della Tranquillità.

Sicché quella calda, caldissima estate entrò diritta nella storia; l’uomo si scoprì all’altezza di imprese memorabili, mentre tanti, tantissimi, si sentirono figli delle stelle. Altri figli, questi dei fiori, trasformarono un mese dopo (il 15, 16 e 17 agosto), un festival qualunque della musica a Woodstock, nello stato di New York, nel più grande raduno, nonché manifesto hippy, del mondo: più di 400.000 giovani si riunirono per innalzare il canto di pace ed amore della contro cultura e per viaggiare a bordo della fantasia, aiutati dalla musica rock e dalle droghe psichedeliche.

Il concerto simbolo della controcultura Hippie: Woodstock.
Il concerto simbolo della controcultura Hippie: Woodstock.

Ma questa è un’altra storia, un’altra commemorazione, un altro anniversario che prima o poi vi racconteremo.

Sia come sia, per noi di Smart Marketing, come per il resto dei media nazionali e mondiali, questo anniversario dell’allunaggio rappresenta l’occasione per fare il punto sullo stato attuale della ricerca scientifica, con la Luna che, dopo 50 anni da quella magica notte, torna prepotentemente sulla scena mediatica per una serie di ottime ragioni, prima fra tutte l’intenzione, confermata dalla NASA, di utilizzare proprio il nostro satellite come base intermedia per portare il primo equipaggio umano su Marte entro i prossimi 15/20 anni.

Ma noi abbiamo una ragione in più per commemorare questo anniversario: il titolo di questo numero, “Spazio: ultima frontiera”, echeggia spiritualmente sia l’incipit della famosa serie tv “Star Trek” che il leitmotiv del nostro primo numero, uscito nel maggio del 2014 e dedicato proprio a “L’Italia aerospaziale”. Anche per noi quello fu un piccolo passo editoriale che sarebbe diventato, dopo 5 anni, un grande balzo per noi, i nostri collaboratori e i tanti lettori che ci seguono.

La Copertina del 1° numero di Smart Marketing del maggio 2014.
La Copertina del 1° numero di Smart Marketing del maggio 2014.

Ci volle un grande coraggio, per me e l’amico Ivan, per gettare il nostro sguardo oltre i problemi del comparto editoriale, oltre le ristrettezze del budget, oltre le nostre conoscenze e raccogliere la sfida di un nuovo magazine che fosse al contempo specialistico ma con un taglio divulgativo; a noi sembrò una sfida ardua, e in un certo senso lo è ancora, e cominciare dall’argomento “spazio” ci ricordava costantemente di cosa l’uomo è capace se solo decide di raccogliere la sfida.

Vi auguro grandi sfide e buona lettura a tutti.

Raffaello Castellano
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La folle estate del cinema in Puglia


Una volta era “Cinecittà” la capitale del cinema italiano; oggi possiamo definire la Puglia, la regina incontrastata della settima arte. Set naturale, come pochi altri nel mondo, la Puglia è ormai da anni oggetto delle attenzioni delle più grosse produzioni cinematografiche nazionali ed internazionali. Ma mai come in questa estate, la nostra regione è stata presa d’assalto dal jet set cinematografico. E’ in Puglia infatti, il meglio del cinema brillante nazionale, con produzioni che vedremo tra televisione e cinema, tra l’autunno e il Natale prossimi.set-pugliesi-carlo-verdone-sul-set-del-suo-nuovo-film-con-anna-foglietta-max-tortora-e-rocco-papaleo

E’ vero, il revival della Puglia come set cinematografico è un fenomeno avviato da anni e sempre in costante crescita, ma quello che sta accadendo in questi giorni nella nostra regione, è qualcosa di visto solamente a Roma e Napoli, in quelli che erano gli anni d’oro della commedia all’italiana (n.d.r. anni ’60 e ’70). Sul Gargano e nei dintorni si registra in questo momento un sovraffollamento di set.set-pugliesi-sophia-loren-e-il-figlio-edoardo-ponti

Carlo Verdone è impegnato tra Salento e bassa costa barese con le riprese di Si vive una volta sola, con Max Tortora, Rocco Papaleo e Anna Foglietta; mentre Sophia Loren è impegnata a Trani per La vita davanti a sé, film diretto dal suo secondogenito Edoardo Ponti. Intanto Checco Zalone, sta terminando le riprese della sua ultima chilometrica fatica, dal titolo Tolo Tolo, girato tra Africa e Puglia: Massafra, Monopoli e Salento interno, le zone geografiche più toccate dall’attore barese. Sono in Puglia anche Aldo, Giovanni e Giacomo, che hanno scelto la regione pugliese per tornare insieme, dopo tre anni di assenza dai set cinematografici: le riprese del loro 12esimo film in trio, dal titolo Odio l’estate, diretto da Massimo Venier, sono cominciate ad Otranto a metà giugno e dureranno per circa due mesi. Fino al 29 giugno tra Nardò, Galatina, Acaya e San Vito dei Normanni, con Claudio Bisio, Stefania Rocca, Pietro Sermonti e Dino Abbrescia si è girata la serie Cops, prodotta da Dry Media per Sky e diretta da Luca Miniero, che racconta la vicenda di una piccola cittadina di provincia nella quale da anni non si commettono reati e il cui commissariato è diventato quindi una spesa superflua.set pugliesi- le riprese di Tolo Tolo, ultima fatica di Checco Zalone

A Taranto fino al 20 luglio tengono banco i ciak della fiction Rai Il commissario Ricciardi diretto da Alessandro D’Alatri, con Lino Guanciale nei panni del commissario inventato dallo scrittore napoletano Maurizio De Giovanni. Dall’inizio di giugno e fino al 6 luglio, tra Bari, Spinazzola e Pulsano, c’è Salvatore Esposito, il Genny Savastano di Gomorra per le riprese del film drammatico Spaccapietre di Gianluca e Massimiliano De Serio, prodotto da La Sarraz Pictures, Shellac Sud e Rai. E in agosto, sbarca in Puglia anche una grossa e storica produzione hollywoodiana: James Bond Daniel Craig con la sua nuova avventura farà tappa tra gli uliveti e le spiagge pugliesi, con Taranto sede principale della maggior parte delle scene.set-pugliesi-aldo-giovanni-e-giacomo-ad-otranto-durante-una-pausa-delle-riprese-del-loro-nuovo-film

Insomma per la Puglia, per anni tagliata fuori dalle grosse produzioni nazionali e riscoperta praticamente dalla commedia sexy all’italiana in poi (metà anni ’70), cinematograficamente è un periodo d’oro, che sembra non avere fine. L’estate poi, dona alla regione, grazie alla bontà del suo clima e ai colori paesaggistici unici al mondo, la luce naturale perfetta per essere invasa dalle grandi produzioni cinematografiche. Qualcuno già anni fa si era accorto della grandezza cinematografica della nostra Puglia, qualcuno che si chiamava Pier Paolo Pasolini, che diceva questo a proposito di Taranto, la quale tra tanti problemi sociali, è pur sempre la seconda città della regione:

“Taranto brilla sui due mari come un gigantesco diamante in frantumi. Viverci è come vivere all’interno di una conchiglia, di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari e i lungomari. Per i lungomari, nell’acqua ch’è tutto uno squillo, con in fondo delle navi da guerra, inglesi, italiane, americane, sono aggrappati agli splendidi scogli, gli stabilimenti.”

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La Luna e il Cinema


Fin dall’antichità la Luna, il nostro fedele satellite, ha ispirato poeti e artisti, e come tale il Cinema non poteva rimanere insensibile di fronte al fascino, alla magia, al sogno e al mistero che la avvolge. La Luna ha un ascendente enorme sulla nostra fantasia e come tale ha avuto le sue esperienze cinematografiche. Già dagli albori, il cinema si è interessato ad essa, e ben presto il rapporto Luna-Cinema è diventato epocale. L’immagine del volto della Luna con una smorfia di dolore per la navicella spaziale conficcata nell’occhio destro è da tempo diventata iconica, utilizzata per pubblicità, copertine, manifesti eccetera. Si tratta in realtà di un fotogramma di un celebre film, Il viaggio nella Luna di Georges Méliès del 1902, che possiamo considerare il primo film di fantascienza della storia. Se i fratelli Lumière, gli inventori “ufficiali” del cinema, filmavano quasi solo scene di vita reale fu il citato Méliès, uomo di teatro che si appassionò alla novità, a intuire che il cinematografo poteva servire anche per una narrazione. Méliès è ricordato come “il creatore della spettacolo cinematografico”. Tra le tante pellicole da lui dirette e interpretate, tutte di argomento fantastico, Le voyage dans la Lune è il più importante e celebrato: fu un grande successo internazionale, tanto che sembra persino che le sale cinematografiche siano nate proprio per poterlo proiettare, mentre in precedenza si utilizzavano i teatri di prosa. E’ chiaramente ispirato al romanzo Dalla Terra alla luna di Jules Verne in tutta la prima parte, quella relativa alla progettazione, alla costruzione e al lancio della navicella, mentre la seconda parte è dovuta all’immaginazione del regista. Ricordiamo infatti che nel romanzo di Verne, e nel suo seguito Attorno alla Luna, i terrestri non arrivano sul nostro satellite, mentre nel film di Méliès vi atterrano, si scontrano con i sui abitanti che non sono amichevoli ma per fortuna possono essere sconfitti a colpi di ombrello, poi tornano indietro semplicemente lasciando che la capsula spaziale “cada” verso la Terra, dove sono accolti con grandi onori. Per l’epoca il film può considerarsi un kolossal: vi erano una quantità di comparse, tra cui le ballerine del corpo di ballo dello Châtelet e gli acrobati delle Folies-Bergère, e la sua durata, che pare in origine fosse di ventuno minuti mentre le copie oggi rimaste sono di quindici, era notevole; alcune copie furono colorate a mano (oggi ne sopravvive solo una). In effetti è un tripudio di inventiva, effetti speciali, costumi sfarzosi.

Questo successo diede ovviamente impulso alla cinematografia lunare e già nel 1908 vi fu un secondo viaggio con Excursions dans la Lune dovuto a Segundo de Chomon, altro cineasta famoso all’epoca e che aveva lavorato con Méliès, che per la verità è un vero e proprio plagio del film precedente – anche se allora il concetto di plagio non esisteva – perché ne segue pedissequamente tutta la messa in scena, differenziandosi solo per gli effetti speciali, forse un po’ più tecnici ma meno immaginifici. Lungo tuttavia solo 7 minuti, ha qualche piccola differenza: la navicella spaziale non colpisce l’occhio della Luna ma vi entra in bocca, e i terrestri sono ben accolti dai seleniti con un balletto e lasciati ripartire tranquillamente. Dopo un altro film dallo stesso titolo, ma in inglese: A Trip to the Moon, nel 1914, del quale non si sa niente perché è perduto, è la volta del romanzo di Herbert George Wells I primi uomini sulla Luna a essere trasposto per il cinema nel 1919 dagli inglesi Bruce Gordon e J.L.V. Leigh. Anche questo The First Men in the Moon è oggi perduto ma ne sono sopravvissuti alcuni fotogrammi e rimane una recensione dalla quale si capisce che è abbastanza fedele al romanzo, sia pure con l’aggiunta di una storia sentimentale e di un lieto fine. La Luna di queste opere è descritta come dotata di atmosfera anche se molto rarefatta, di acqua e di rare piante, e abitata da una popolazione molto evoluta che vive nel sottosuolo. Di tutt’altro avviso è Fritz Lang, che dieci anni più tardi descrive una Luna deserta e inospitale ma ricca di oro, che è il motivo per il quale viene organizzata la spedizione. Tratto da un romanzo dell’anno prima di Thea von Harbou, sceneggiatrice allora moglie del regista, Una donna sulla Luna è l’ultimo film muto di Lang e probabilmente anche il più brutto di un regista che con I Nibelunghi e Metropolis aveva filmato due assoluti capolavori. Al di là della risicata trama, è invece azzeccata l’accuratezza scientifica dei dettagli del volo, per i quali il regista si era rivolto a due pionieri della missilistica, Willy Ley e Hermann Oberth, i cui calcoli furono così accurati e talmente simili ai progetti reali dei razzi V1 e V2 che la Gestapo alla fine della Seconda Guerra Mondiale li fece sparire. Altro particolare curioso è che fu in occasione di questo film che venne inventato il “conto alla rovescia” poi divenuto abituale in occasioni di lanci spaziali e in tante altre.

Con questo film si chiude il periodo del cinema muto e per avere un altro film “lunare” si dovrà aspettare il dopoguerra, esattamente il 1947, quando si gira un film messicano, Buster Keaton va sulla Luna. In realtà si racconta di un poveraccio che finisce per sbaglio in un razzo ed è convinto di essere atterrato sul nostro satellite, dove trova degli esseri identici a noi ma dal comportamento molto bizzarro: il razzo ha fatto solo un breve volo ed è rimasto sulla Terra, per cui la conclusione di questa commedia satirica, non molto ben riuscita e con il celebre attore ormai decaduto, è che i veri “alieni” siamo noi stessi. Una vera – sempre in senso cinematografico, dove intanto è arrivato l’uso regolare del colore – spedizione sulla Luna si ebbe poi nel 1950 con Uomini sulla Luna, film dallo stile quasi documentaristico e molto accurato dal punto di vista tecnologico: non a caso i consulenti sono gli stessi di Die Frau im Mond, ossia gli ingegneri spaziali Hermann Oberth e Willy Ley, dopo la guerra emigrati in America. La storia è tutta concentrata sull’impresa del viaggio extraplanetario, dell’esplorazione del nostro satellite e del problematico ritorno sulla Terra, senza avventure strane e persino con l’assenza di qualsiasi storia personale o sentimentale che coinvolga gli astronauti (per una volta Hollywood fa a meno di mogli preoccupate o di fidanzate trepidanti). Sarà un successo che aprirà la strada ai kolossal fantascientifici. Dimenticabile il successivo Quei fantastici razzi volanti di Arthur Hilton del 1953, forse meglio conosciuto anche in Italia con il titolo originale Cat Women of the Moon, che racconta di una spedizione che raggiunge il nostro satellite, dove trova atmosfera respirabile e gravità pari a quella terrestre, e una popolazione femminile dotata di poteri telepatici (ma solo nei confronti delle donne) che minaccia di invadere la Terra.

Poco dopo, nella vita reale, si ha il primo satellite artificiale messo in orbita attorno alla Terra, lo Sputnik 1 del 1957, ed è già cominciata la “corsa allo spazio” che vede contendere USA e URSS, e anche la letteratura e il cinema di fantascienza hanno incrementato la loro produzione, quindi non è strano trovare delle opere che satireggiano la situazione. Il grande Antonio de Curtis nel 1958 gira per la regia di Steno Totò nella Luna, una farsa tipica dell’epoca, una commedia degli equivoci che vedrà il Principe della risata, ben coadiuvato da Ugo Tognazzi, Sylva Koscina, Luciano Salce, Sandra Milo e altri bravi caratteristi, arrivare per errore sul nostro satellite. Totò è un tipografo e dirige una rivista scandalistica, sulla quale il suo fattorino Achille (Tognazzi) riesce a pubblicare un racconto di fantascienza, provocando le ire del proprietario; tra i due scoppia una lite e Achille viene ricoverato, ma si scopre che il suo sangue è ricco di “glumonio”, una sostanza che lo rende adatto ai viaggi spaziali. Per questo viene contattato da Cape Canaveral, ma per una serie di equivoci alla missione spaziale parteciperà Totò, che si ritroverà sulla Luna dove incontrerà una copia femminile di Achille… Per quanto non sia tra i migliori di Totò si tratta di una divertente parodia della fantascienza, sia cinematografica che letteraria, in particolare di La morte viene dallo spazio dello stesso 1958, primo film italiano di fantascienza, e di L’invasione degli ultracorpi (1956), i cui celebri “baccelloni” diventano qui “cosoni”. L’anno successivo troviamo il mediocre Missili sulla Luna di Richard Cunha, remake sexy dell’altrettanto non memorabile Cat Women of the Moon, nel quale due delinquenti si nascondono in un razzo che arriva sul nostro satellite per scoprire che è abitato da una popolazione di fanciulle che vivono nel sottosuolo perennemente minacciate da ragni giganti. Nonostante l’ambientazione sotterranea è ben visibile il paesaggio del Red Rock Canyon in California – dove il film fu girato – con le sue piante e il cielo terso: un habitat decisamente molto poco lunare! Altro film dall’intento satirico è Mani sulla Luna di Richard Lester (1962), ambientato nel minuscolo e inesistente Ducato di Gran Fenwick che era già stato teatro delle vicende raccontate ne Il ruggito del topo (1959). Questa volta si scopre che il pregiato vino prodotto nel Ducato è adattissimo come propellente e quindi viene chiesto l’aiuto di USA e URSS per poter finanziare l’impresa di una spedizione sulla Luna; le due potenze sospettano che sia un trucco – come in effetti è – per poter avere aiuti finanziari, ma non possono tirarsi indietro: finirà che la spedizione riesce davvero e sulla Luna verrà innalzato il vessillo di Gran Fenwick. Il film, nato per satireggiare la mania spaziale delle due superpotenze finisce per essere più comico che satirico, ma è una serie di gag molto divertenti, di puro humour britannico (il “conto alla rovescia” viene interrotto per non saltare il tradizionale tè delle cinque!), con situazioni ben congegnate rette da attori di razza quali Terry Tomas e “miss Marple” Margaret Rutherford. Uno dei personaggi minori, lo scienziato tedesco emigrato in America che inneggia a Hitler, deve aver ispirato Stanley Kubrick per il suo Dottor Stranamore.

Segue un’altra gustosa parodia “made in Italy”, dal titolo 00-2 Operazione Luna, film del 1965 con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia protagonisti. Il soggetto è una parodia del cinema di fantascienza, irridendo a dei temi di forte attualità, quale la corsa allo spazio, la competizione tra le Superpotenze e la stessa Guerra Fredda. In questo film, il duo appare in un ruolo duplice, quello noto al pubblico ed uno serio, dove danno una piccola ma importante prova di estrema bravura, in una trama fantascientifica di grande divertimento. E’ la storia di Cacace e Messina, due ladruncoli siciliani, che vengono rapiti dai servizi segreti russi, allo scopo di sostituire una coppia di cosmonauti perduti nello Spazio, al fine di coprire l’insuccesso e salvare il prestigio della superpotenza sovietica. Nonostante la perfetta somiglianza, i due malcapitati si troveranno nei guai non appena i veri piloti spaziali, sopravvissuti, faranno ritorno sulla Terra.  Nel 1967 è la volta di un grande regista, Robert Altman, di occuparsi di una spedizione lunare in Conto alla rovescia, film modesto, valido dal punto di vista tecnico grazie al ricorso a materiale documentario, con Robert Duval e James Caan che esprimono ottimamente le esigenze autoriali di Altman.

Sebbene la trama sia molto più estesa e non concentrata sulla Luna non si può qui non ricordare 2001: Odissea nello spazio, immortale pellicola di Stanley Kubrick, perché alcune scene importanti sono ambientate proprio sul nostro satellite, nel cratere Clavius dove c’è la base statunitense e soprattutto nel cratere Tycho dove viene ritrovato il celebre “monolito” che è alla base del film. Ma siamo arrivati al 1968: appena un anno dopo l’uomo metterà davvero i piedi sulla Luna e l’epoca del sogno sarà finita perché ne comincia un’altra. Infatti proprio in occasione dell’allunaggio molti sostennero la fine della fantascienza (dimenticando tra l’altro che questo genere letterario non era limitato all’esplorazione spaziale ma anzi la sua parte più importante era quella che specula sul futuro, non solo dal punto di vista tecnologico ma soprattutto da quello sociale e politico) e in effetti la Luna viene messa da parte, ma solo perché l’orizzonte si amplia, ora si pensa a Marte e ancora più lontano. Non è quindi un caso che la successiva cinematografia lunare non si occupi più dei tentativi di esplorazione del nostro satellite ma, proprio a partire da 2001, lo consideri già colonizzato. Infatti nel film successivo, il modestissimo Luna Zero Due del 1969, la Luna del 2021 è già parzialmente abitata e vista come la “nuova frontiera” da conquistare; la pellicola fu pubblicizzata come il primo “western spaziale” e del genere western segue gli stilemi più banali, dal cavaliere (nel caso un pilota di astronavi) intrepido alla donzella in pericolo, dalla caccia al tesoro (un asteroide interamente di smeraldo) al possidente avido e spietato, dalle scazzottate nel bar alle sparatorie (ovviamente con pistole laser). Prodotto dalla Hammer, giustamente famosa per la sua produzione horror e che non riuscì mai a sfondare davvero nella fantascienza, il film è mediocre in tutto, dalla scenografia ai costumi (troppo simili a quelli della coeva serie televisiva U.F.O.), dalla trama alla recitazione.

Dovranno passare venti anni perché la Luna si riaffacci nella cinematografia, e, appunto, si tratterà solo di apparizioni sporadiche, senza nessun prodotto che la metta al centro della narrazione. In Moontrap – Destinazione Terra (Robert Dyke, 1989), che mescola civiltà perdute, extraterrestri, esplorazione spaziale, cyborg e scene horror in un pasticcio inenarrabile, due astronauti a bordo di una navicella Apollo trovano sulla Luna i resti di una civiltà terrestre nonché una bella fanciulla in animazione sospesa che si rivela una aliena. Nell’altrettanto dimenticabile LunarCop – Poliziotto dello spazio (Boaz Davidson, 1994), ambientato nel 2050, le colonie lunari offrono una sistemazione migliore rispetto alla Terra, ormai desertificata a causa del buco nell’ozono, ma la trama di tipo spionistico per il possesso di una scoperta che potrebbe migliorare la situazione atmosferica si svolge per lo più sulla Terra, con un agente selenita mandato a impadronirsi della formula che finisce per aderire a un gruppo di ribelli che contrasta le mire espansionistiche dell’imperatore della Luna. Ancora minori gli accenni che troviamo in altri film: Star Trek: Primo contatto (Jonathan Frakes, 1996); Starship Troopers – Fanteria dello spazio (Paul Verhoeven, 1997); Austin Powers – La spia che ci provava (Jay Roach, 1999).

Caso a parte quello di Capricorn One (Peter Hyams, 1978), ispirato dalle teorie negazioniste che peraltro finisce per alimentare: dopo la conquista lunare si progetta quella marziana ma un guasto impedisce la partenza, così la NASA per non perdere la faccia e i finanziamenti inscena un falso “ammartaggio”, che viene però scoperto da un giornalista dando così l’avvio a una vicenda thriller molto ben congegnata. Vi sono anche alcuni film in cui la Luna è scomparsa, distrutta dagli uomini (Il pianeta delle scimmie, 1968, di Franklin J. SchaffnerThe Time Machine, 2002, di Simon Wells) o dagli extraterrestri come in Guida galattica per autostoppisti (Garth Jennings, 2006), dove viene comunque “ricostruita”.

Nel frattempo era però uscito, nel 2009, un film importante e che rientra nel binomio tra Luna e Cinema: Moon di Duncan Jones, talentuoso figlio di David Bowie già regista di videoclip e qui alla sua prima opera lunga. Il protagonista Sam Bell, ben interpretato da Sam Rockwell, lavora alla stazione mineraria Selene (nell’originale Sarang) dove gestisce l’estrazione di rocce dalle quali si estrae l’elio-3 utilizzato su Terra come carburante; è da solo, coadiuvato dalle macchine e ha come unica compagnia una intelligenza artificiale chiamata Gerty. Il suo contratto triennale sta per finire ma proprio un paio di settimane prima del suo previsto ritorno sul nostro Pianeta scopre una copia di se stesso, che ritiene esse un suo clone salvo poi accorgersi di essere un clone egli stesso. Da questo momento in poi la narrazione assume toni drammatici, i rapporti tra lui e l’altro Sam si fanno sempre più problematici e soprattutto egli – e con lui lo spettatore – si chiede cosa ci sia dietro, se esistano altri cloni, chi gestisce il software che permette a Gerty di agire a sua insaputa (infatti gli impedisce di comunicare con la base terrestre), dov’è il Sam Bell originale. Un riuscito ibrido tra cinema di fantascienza e thriller psicologico. Un piccolo gioiello, giustamente lodato, problematico senza essere intellettuale, ottimamente diretto e sceneggiato.

Insomma, appare chiaro e lampante come il dualismo Luna-Cinema abbia avuto molta fortuna nell’ambito del cinematografo, solleticando la fantasia di registi e sceneggiatori e suscitando l’interesse del pubblico di tutte le generazioni.




The Boys: supereroi, ma anche no


È senza dubbio significativo che la serie “The Boys”, ideata da Eric Kripke (già regista della serie Supernatural), prodotta da Amazon Prime Video, ispirata all’omonima serie a fumetti scritta da Garth Ennis e disegnata da Darick Robertson, pubblicata in USA per la prima volta nel 2006, esca proprio adesso, in questo infuocato fine luglio 2019.

Siamo ancora scossi e portiamo il lutto per la morte di Iron Man, e la – quasi fine – con il film “Avengers: Endgame”, della Terza Fase del Marvel Cinematic Universe, andata in scena nei nostri cinema a fine aprile, e Amazon rilascia sulla sua piattaforma video questa interessante e al tempo disturbante serie che indaga il mondo degli eroi da un punto di vista decisamente diverso rispetto a quello della Marvel.the-bo1

L’assunto di partenza è interessante: che cosa fanno i supereroi quando non proteggono i deboli e salvano il mondo?
Ed ancora: ma davvero i supereroi sono solamente esempi di levatura morale e civica?
E se invece i supereroi avessero i nostri stessi difetti?
Se fossero capricciosi, insicuri, vanitosi, cinici, sessualmente deviati e vendicativi?
Cosa potrebbe fare un individuo dotato di superpoteri se fosse stato contestato, offeso, umiliato e fosse deciso a vendicarsi?

L’assunto in realtà non è del tutto originale, avevamo visto, sui fumetti ed al cinema, gli effetti “dell’umanità” dei supereroi già nella celebrata trilogia del “Cavaliere Oscuro” (2005, 2008, 2012) di Christopher Nolan, nella divertente e dissacrante commedia “La mia super ex-ragazza” (2006) di Ivan Reitman, nel cupo e disilluso “Watchmen” (2009) di Zack Snyder, e nel crudissimo e sconvolgente “L’Angelo del male – Brightburn” (2019) di David Yarovesky, uscito un paio di mesi fa, che riscrive in salsa horror l’infanzia di un piccolo Superman sociopatico.

Ma la novità di “The Boys” sta nel mostrarci le perversioni dei supereroi senza insistere sugli aspetti più orrifici e splatter, ma piuttosto nel farci vedere il male quotidiano, quello fatto di interessi, gelosie, meschinità, insomma, quella banalità del male, di cui ha anche parlato la filosofa Hannah Arendt.

Una scena della serie con Patriota (magistralmente impersonato da Antony Starr).
Una scena della serie con Patriota (magistralmente impersonato da Antony Starr).

Infatti, al netto di alcuni comportamenti davvero deviati e criminali di alcuni dei discutibili supereroi della serie come il Patriota (magistralmente impersonato da Antony Starr) e A-Train (interpretato da Jessie Usher), potremmo concludere che solo in virtù della natura sovrannaturale dei protagonisti tutti quei comportamenti tanto vituperati ma sicuramente “umani” assumono una connotazione decisamente sinistra.

Molti critici hanno visto nella serie “The Boys”, soprattutto in alcuni personaggi come “Patriota”, la cartina di tornasole dell’America di oggi, dell’intolleranza, estremismo e guerrafondaismo che, soprattutto dall’elezione di Donald Trump, sta caratterizzando gran parte dello spirito e del carattere degli Americani.

Ma veniamo alla trama della serie: i “Boys” non sono i supereroi, come qualcuno potrebbe erroneamente pensare, ma una squadra di uomini comuni, quasi tutti ex combattenti, uniti dal comune intento di fermare lo strapotere dei super che si sono macchiati di orribili atti. A comandare questo plotone troviamo Billy Butcher (il sempre bravo Karl Urban), che scopriamo avere un conto in sospeso soprattutto con Patriota, il giovanissimo Hughie Campbell (interpretato da un brillante Jack Quaid), che nell’incipit della serie perde la sua ragazza in un incidente provocato da A-Train, il granitico Marvin Milk (l’attore Laz Alonso), il risoluto Frenchie (interpretato da Tomer Kapon) e la letale e misteriosa Kimiko Miyashiro, soprannominata “Femmina” (interpretata da Karen Fukuhara).

https://www.youtube.com/watch?v=06rueu_fh30

Dall’altra parte abbiamo la multinazionale Vought Iternational, guidata dalla cinica, risoluta e manipolatrice Madelyn Stillwell (nella straordinaria caratterizzazione di Elisabeth Shue), che detiene i diritti sui tutti i supereroi del mondo, fra i quali il gruppo più importante è costituito da quello dei “Sette” capitanati da Patriota, e di cui fa parte anche il già citato A-Train, ma dove spiccano anche altri membri come “Abisso” (ottimamente interpretato da Chace Crawford) un erotomane, cinico, e complessato eroe, parodia surreale di Aquaman, “Starlight”, ossia Annie January (interpretata da Erin Moriarty), giovane eroina idealista ultima arrivata nel gruppo, e Queen Maeve (magistralmente interpretata da Dominique McElligott), una Wonder Woman disillusa e affranta,  terrorizzata dal crescente delirio di onnipotenza di Patriota.

Lo scontro fra queste due fazioni è raccontato senza il ricorso ad una banale retorica buonista che antepone i cattivi “Sette” ai buoni “Boys”; in questa serie non si salva nessuno, né i supereroi, che scendono dal loro piedistallo dorato mostrandosi non più paladini senza macchia e dalla condotta morale incrollabile, ma semplici esseri umani pieni di difetti, insicurezze e miserie, né i Boys, che nel loro ruolo di vigilanti non si fanno problemi a tradire amici, calpestare diritti e divengono spesso e volentieri spietati.

Una scena della serie con, da sinistra, Hughie Campbell (Jack Quaid) e Billy Butcher (Karl Urban).
Una scena della serie con, da sinistra, Hughie Campbell (Jack Quaid) e Billy Butcher (Karl Urban).

La serie, come il fumetto, rappresenta una vera satira nei confronti dei supereroi, una satira feroce, piena di scene al limite della censura, connotate da note splatter, morbosità sessuale e un sano e crudele umorismo, e ci mostra tutta l’ambiguità morale di cui è capace l’uomo. Ma la critica più aspra che emerge dalla scrittura dei personaggi e della storia sembra quella all’America contemporanea. L’ideatore e showrunner della serie Eric Kripke si sofferma soprattutto sugli aspetti capitalistici della società americana, con le ingerenze nella politica delle lobby delle multinazionali, la manipolazione dell’informazione, il culto dell’immagine e l’ossessione e strumentalizzazione della religione.

La prima stagione della serie è composta da 8 episodi, tutti pubblicati, come già detto, sulla piattaforma Prime Video il 26 luglio scorso, ma, a dimostrazione di quanto Amazon creda nel progetto, il 19 luglio, una settimana prima della messa in onda, è stata annunciata una seconda stagione.

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La Copertina d’Artista – Tutto è Comunicazione


Un mondo alieno si schiude davanti ai nostri occhi. È un pianeta popolato da strane creature tentacolate, il cielo è sormontato da pianeti e satelliti artificiali, sullo sfondo riconosciamo le sagome di costruzioni ed edifici dalle forme geometriche. La forza immaginativa e la visionarietà della scena sembrano scaturite delle fervide fantasie di grandi scrittori della fantascienza come Philip José Farmer o Fritz Leiber, tradotti in immagini da artisti visionari come Moebius o Karel Thole.

Ma, a ben vedere, non siamo proprio sicuri che si tratti di un mondo alieno, i satelliti artificiali sembrano terrestri, le costruzioni e i tralicci fabbricati umani, quello che continua a sembrarci profondamente alieno sono gli strani abitanti che di umano hanno ben poco. Sono creature simili a enormi e grassi polipi, con quelli che sembrano essere i loro cuori che paiono avvizziti e con strane ed enormi teste, dove spiccano occhi e bocche che sono state entrambi cuciti. Ma la cosa più strana di tutte che ci fa capire che anche questi strani mostri sono, alla fine, umani è che dalle sommità delle loro teste spunta una sim card come quella dei cellullari che, una volta riconosciuta, dà un senso tutto nuovo alla nostra interpretazione.

La Copertina d'Artista - Tutto è Comunicazione
La Copertina d’Artista – Tutto è Comunicazione

Quello che l’artista di questo mese, al secolo Vincenzo Maraglino, ci mostra è una possibile evoluzione del genere umano. Siamo diventati pingui molluschi con bocche ed occhi cuciti, quindi non vediamo né comunichiamo più direttamente con l’altro, abbiamo sviluppato dei tentacoli perché oramai non sentivamo più il bisogno di una mano con cinque dita, visto che l’attività principale che svolgiamo è quella di sfiorare le icone dei nostri smartphone. Inoltre, come in un film di David Cronenberg, abbiamo inglobato totalmente i nostri device elettronici, i post umani dipinti dal Maraglino si sono fusi con la tecnologia che tanto amavano diventando di fatto degli organismi bio-tecnologici; anche se i cuori rinsecchiti stanno lì a dirci che sono (e siamo) sempre più macchine che uomini. Insomma, il futuro prospettatoci dal nostro artista appare cupo, orrifico e allucinante, ed il titolo scelto, “Atrofizzati”, spazza via ogni nostro residuo dubbio.

Ma allora è davvero questo il nostro futuro? Davvero diventeremo dei mostri incapaci di comunicare se non attraverso i nostri apparecchi elettronici? La profezia del Maraglino si sta già, in parte, avverando ma, conoscendo l’artista, il suo stile e la sua ricerca, credo che l’immagine sia più un monito che una sentenza. Il nostro arista vuole scuoterci e per farlo ci ha dipinto un’immagine forte e disturbante, concentrandola in una forma potente e ammantandola in una luce brillante.

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Guardando l’opera di Vincenzo Maraglino dobbiamo concordare con il famoso writer Banksy quando scrisse: “L’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo”.

Vincenzo Maraglino, classe 1982, pugliese, nato a Massafra in provincia di Taranto, artista, scenografo e grafico, ha già illustrato una copertina del nostro magazine nel novembre del 2015. La sua ricerca artistica parte dalle tradizioni folcloristiche e popolari della sua terra che cerca di tradurre in opere, grafiche ed istallazioni dal forte impatto cromatico. Il suo stile mischia con leggerezza e maestria il pop, il fumetto, il figurativo e l’astratto, confezionando opere originali e fortemente riconoscibili. La sua è un’arte dalle sane valenze etiche e sociali, i suoi interventi sono quasi sempre delle dichiarazioni e delle denunce delle storture e delle aberrazioni del mondo, come anche questa copertina sta a dimostrare.

 

Ultime mostre:

2017

XXXII Trofeo Città di Lecce Fondazione Palmieri, Lecce;

2015/2016

Rassegna d’arte contemporanea itinerante – News-Cover. “Immagini, notizie  e   visioni  ai tempi dell’ lnfotainment”, a cura dell’Associazione Culturale “Smart Media” – Taranto, Momart Gallery – Matera, Auditorium Sant’Andrea degli armeni -Taranto, Laboratorio Urbano Mediterraneo – San Giorgio Jonico (TA), Laboratorio Urbano – San Marzano di S.G. (TA), Catalogo: News Cover 2016;

2015

Esposizione Collezione Privata “Smart in the City”, a cura di Barter srl, ex Chiesa San Carpoforo, Milano;

Mostra personale “Martyrium”, Pro Loco Città di Massafra, Galleria della Società Operaia di Mutuo soccorso”, Massafra (TA);

Esposizione di opere digitali “Book – Una lettura per immagini”, Assessorato alla Cultura e Associazionismo- Massafra (TA);

5°Rassegna d’Arte Contemporanea, a cura di Daniel Buso, Cà dei Carraresi, Treviso;

4° Rassegna d’Arte Contemporanea, a cura di Matteo Favaro, Comdata S.p.a. Lecce (Le), Catalogo: Comd’arte 2015.

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Tutto è comunicazione - L’Editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoQuali sono oggi i lavoratori che si collocano al gradino più basso della rivoluzione digitale? Mi spiego meglio, quali sono o potrebbero essere i raccoglitori di pomodori della cosiddetta Gig Economy? E soprattutto cosa c’entrano con il tema di questo numero di Smart Marketing che, come sapete, è “Tutto è comunicazione”?

Procediamo con ordine.

Qualcuno di voi ha mai sentito l’espressione “sharecropper”?

Forse si, oppure no, comunque si tratta di un sottoproletariato creato dalla rivoluzione digitale. Sono quei milioni di lavoratori che arrotondano uno stipendio principale, prestando il loro tempo libero a grosse aziende del settore informatico (ne ha parlato recentemente Massimo Gaggi sulle pagine de La Lettura n°391 del 26 maggio 2019).

Ma cosa fanno di concreto?

Qualcuno starà pensando ai fattorini di Deliveroo o agli autisti di Uber (sono anch’essi un prodotto della rivoluzione digitale), ma è fuori strada, il lavoratore più umile e sottopagato, nonché il più richiesto della rivoluzione digitale, è il cosiddetto “etichettatore”.1_hinv8c5xhb0_ncjv1pcvgq-990x510

Ma cosa fa un etichettatore?

Bella domanda, in pratica è lui che istruisce attraverso l’etichettatura di milioni di foto tutte le intelligenze artificiali che cominciano ad invadere ogni aspetto delle nostre vite. Sono loro, ad esempio, che insegnano ai computer che guideranno le moderne auto a guida automatica a riconoscere e distinguere la foto di un gatto da quella di un pedone o da quella di un semaforo. Sono, potremmo dire, il gradino più basso, e più elementare, della programmazione informatica. Per il momento sono localizzati prevalentemente nelle nazioni più popolose e povere del mondo, o almeno in quelle con le più marcate disparità sociali, come Kenya e Malaysia; ma ha fatto notizia recentemente un’azienda del Texas, la Alegion, che dà lavoro ai veterani di guerra disabili che istruiscono l’intelligenza artificiale a riconoscere nelle foto aeree le differenze fra un pick up ed un autobus, un minivan ed un’auto. Per il proprietario dell’azienda, Nathaniel Gates, questo lavoro ha anche importanti risvolti sociali.

Comunque, chi pensava che le intelligenze artificiali facessero tutto da sole era fuori strada, ora sappiamo che vanno istruite, informate, potremmo dire che vanno addestrate, da un esercito di invisibili programmatori elementari che etichettano foto nelle loro ore libere (ma, in alcuni casi, anche a tempo pieno) e che vanno ad ingrossare le file di tutti quei lavoratori invisibili di cui recentemente hanno parlato i due ricercatori Mary L. Gray e Siddharth Suri, antropologa la prima e computer scientist il secondo, nel loro libro “Gosth Work” (non ancora tradotto in italiano). Ma non sono solo gli etichettatori a far parte di questa categoria di lavoratori fantasma, come spiega Mary L. Gray: “Fanno parte di questa categoria anche molti altri addetti invisibili, come le decine di migliaia di operatori che individuano contenuti inappropriati sulle reti sociali e li rimuovono, i cosiddetti content moderator, ma anche il personale che si occupa della sottotitolazione di molti video o della rifinitura delle traduzioni automatizzate. L’elenco può essere infinito: comprende tutti i casi in cui un mestiere complesso, in genere affidato ad un dipendente a tempo pieno, può essere smantellato e spezzettato in una serie di funzioni più elementari”.

La copertina del libro "Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass" (Ghost Work: come fermare la Silicon Valley dalla costruzione di un nuovo sottoproletariato globale)
La copertina del libro “Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass” (Ghost Work: come fermare la Silicon Valley dalla costruzione di un nuovo sottoproletariato globale)

Viene da pensare che questa categoria di lavoratori sia un’altra maniera della rivoluzione digitale per aggirare e/o non riconoscere le competenze e gli studi di professionisti che costerebbero molto di più di un “sharecropper”, ma noi non vogliamo essere maligni e ci limitiamo a dire che se non fosse per questo esercito di lavoratori invisibili, il nostro mondo sarebbe molto meno “smart” di quello che effettivamente è.

Ma, dopo aver risposto alla prima delle domande posteci all’inizio di questo editoriale, veniamo alla seconda: “cosa c’entrano i sharecropper con il tema del nostro magazine che è “Tutto è comunicazione”?

Beh, io penso tutto, in fondo questo esercito di coltivatori altri non è che una categoria sui generis di comunicatori ed informatori che addestrano il computer e le intelligenze artificiali disseminate nel mondo a parlare e tradurre il linguaggio umano in linguaggio macchina. Ovvero trasformano miliardi di immagini, del tutto indecifrabili dalle macchine, attraverso l’etichettatura, in qualcosa che le intelligenze artificiali possono tradurre e memorizzare con più facilità. I “sharecropper” sono i puericultori e i pedagogisti dei cervelli elettronici e delle intelligenze artificiali, fra i più sottopagati al mondo e della storia.call_center

Il grande psicologo costruttivista autore del fondamentale “Pragmatica della Comunicazione Umana”, Paul Watzlawick, ha detto che l’interazione comunicativa fra due umani avviene su due piani distinti: quello del contenuto (che chiamiamo informazione) e quello della relazione (che rappresenta tutto il resto), inoltre ci ha detto che quanto più il livello della relazione è disteso e sereno tanto più velocemente e profondamente percepiamo quello del contenuto. Ma i computer e le I.A. non elaborano l’informazione in questo modo, la loro forza sta nella potenza di calcolo bruta e cruda, non sono in grado, ancora, di percepire né classificare le implicazioni e le sfumature emotive di un discorso, né ad esempio di cogliere l’ironia di una frase; quello che possono fare è comparare informazioni, e sulla base di questi confronti stilare classifiche, statistiche e riconoscere schemi. Attenzione però, queste cose le sanno fare molto bene e sempre più velocemente grazie ai big data e grazie anche a quella miriade di “sharecropper” che li istruiscono e li addestrano a comprendere, o quantomeno tradurre, il complesso linguaggio umano.

Scopri il numero: “Tutto è Comunicazione”

D’altronde, lo aveva detto pure il linguista Steven Pinker, noi umani siamo fatti di parole, e noi possiamo dire che le macchine sono fatte di numeri, e, almeno per adesso, ci vorrà sempre un umano che traduca le immagini di cui è fatto il mondo in numeri che i nostri computer e le intelligenze artificiali possano comprendere.

Tutto questo alla faccia della fantascienza più estremista che ci immagina succubi o schiavi delle macchine e dei device elettronici che affollano le nostre vite.

Quindi, tornando a noi, possiamo concludere due cose: la prima è che “Tutto è comunicazione”, la seconda è che la “comunicazione” è ancora una faccenda maledettamente umana.

Buona lettura a tutti, umani e non.

Raffaello Castellano
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21.000 presenze per la 7^ edizione del Web Marketing Festival


Formazione, business, networking, musica e spettacolo: il Web Marketing Festival esplora a fondo l’universo dell’innovazione digitale e sociale grazie a oltre 70 eventi realizzati all’interno delle sale formative, nell’Area Espositiva e sul Mainstage. Sul palco principale ospiti speciali come Roberto Saviano, Domenico Lucano e Alessandro Di Gregorio, Diletta Leotta – nel ruolo di madrina e conduttrice – e tante eccellenze della ricerca made in Italy: dall’Istituto Italiano di Tecnologia a Chiara Cocchiara, passando per Pietro Milillo, Bibop G. Gresta e i rappresentanti dei maggiori brand leader dell’innovazione a livello mondiale.

WMFWe Make Future”: le porte della 7^ edizione del Web Marketing Festival, il più grande Festival sull’innovazione digitale e sociale, si chiudono con un claim divenuto il simbolo della tre giorni e con numeri da record.

Oltre 21.000 presenze registrate in tre giorni, 500 tra sponsor e partner italiani e internazionali, più di 70 eventi di formazione, business e networking e un Mainstage che ha accolto concerti live, panel dedicati a importanti temi di attualità e ospiti prestigiosi tra cui Roberto Saviano, Domenico Lucano, Diletta Leotta – in qualità di madrina e co-conduttrice – Alessandro Benetton, Bibop G. Gresta, Paolo Cevoli e molti altri.

21.000 presenze per la 7^ edizione del Web Marketing Festival

È proprio il palco principale ad evocare e a rappresentare al meglio la doppia anima del WMF: un acceleratore di formazione, di educazione e di cultura in grado di connettere e integrare il mondo dell’innovazione digitale con quello dell’innovazione sociale: “Abbiamo preso posizione: le 21.000 presenze nei tre giorni del WMF dicono che siamo stati in tanti a prendere posizione. Ci siamo schierati per un presente e un futuro all’insegna dell’occupazione, del lavoro, della formazione e dell’innovazione nel senso più ampio del termine. Abbiamo preso posizione: ogni azione e attività deve mettere al centro la costruzione della società.” spiega all’ampia platea Cosmano Lombardo, Ideatore del Festival e CEO e Founder di Search On Media Group. “Siamo stanchi di applicazioni personalistiche del web, di utilizzi errati della tecnologia, dello sfruttamento degli strumenti di comunicazione per la diffusione di informazioni false, dell’avanzamento delle mafie, di azioni e attività che vadano contro la crescita e lo sviluppo del nostro Paese. Abbiamo visto e toccato con mano quanto le imprese italiane, la ricerca italiana, il genio e la creatività italiana stiano facendo la differenza. Grazie a chi sta credendo in questo acceleratore di innovazione digitale e sociale e sta lavorando insieme a noi per la costruzione del futuro: WMF significa anche We Make Future”.

La formazione al centro del Web Marketing Festival

L’agenda che ha scandito i lavori del 20, 21 e 22 giugno al Palacongressi di Rimini, mostra un’offerta formativa e tematica mai così ampia, grazie al contributo di oltre 500 speaker esperti provenienti da tutto il mondo e a più di 55 sale formative, ognuna realizzata per dettagliare ed esplorare i più recenti trend dell’universo dell’innovazione.

Tra queste, le sale Robotica, Influencer Marketing, eSports and Gaming, Design, Digital Transformation, Sostenibilità, Urban Tech, Energia e Terzo Settore hanno rappresentato le principali novità del programma formativo, aggiungendosi alle sale “canoniche” del Festival – come la Sala Content Marketing, SEO, Social Media Strategies, E-Commerce, Startup e a 5 eventi formativi che prendono il nome dalle realtà che li hanno realizzati: Salesforce, SEOZoom, CNA, Architecta e la Sala Video Strategy, realizzata da Mediaset e Infinity. Dei veri e propri eventi verticali, dunque, che questi brand hanno dedicato alle rispettive business area attraverso interventi formativi incentrati su case studies, tool e sulle più recenti novità dei singoli ambiti di competenza.

All’interno delle sale formative i partecipanti hanno assistito agli interventi formativi di relatori come David Puente (Open), Alessandro Gallo (Linkedin), Lisa Di Sevo (PranaVentures), Andrea Fontana (Storyfactory), Luisella Giani (Oracle), Simone Tomassetti (Twitter), Larry Kim (MobileMonkey), Federica Brancale (inTarget), Monica Orsino (Microsoft) e i rappresentanti di brand leader come Alitalia, Barilla, Benetton, Booking.com, Burger King, Cisco, Enel, Gameloft, Intel, Lenovo, L’Oréal, Microsoft, Nielsen, Oracle, Reply, Porche Italia, Zalando e molti altri.

Il Mainstage, tra digital e social innovation: gli eventi della giornata di apertura

È stato il concerto dei The Dark Machine, tribute band dei Pink Floyd, a dare il benvenuto alle migliaia di partecipanti la mattina del 20 giugno, giornata di apertura del Festival. Il concerto è stato l’occasione per ricordare il 30° anniversario della caduta del Muro di Berlino, ripercorsa in un video evocativo e simbolo, come ha spiegato Cosmano Lombardo, “di un necessario abbattimento di barriere, spesso mentali, che creano le divisioni tra le persone in un’epoca in cui, invece, paradossalmente siamo tutti connessi”.

Conclusa la cerimonia di apertura del Festival, Cosmano Lombardo ha invitato a salire sul palco Roberto Saviano, autore di un intervento sul tema della disinformazione e delle Fake News: “Dobbiamo smettere di essere neutrali, perché esserlo di fronte alle bugie significa essere complici. Dobbiamo smettere di credere alle balle. Ognuno di noi può cambiare le cose, non temendo di prendere parte”. Al termine del talk, Saviano si è poi confrontato con Cosmano Lombardo sul rapporto tra comunicazione digitale e cultura della legalità – da sempre tema di interesse del Festival – e su come il web possa avvicinare il grande pubblico a questi temi, creando una memoria collettiva. La sfida più grande – è stato ricordato sul Mainstage – è quella di generare un’informazione online curata e di far diventare virali i contenuti di valore, non le Fake News.

All’intervento di Saviano è seguito quello di Alessandro Di Gregorio, regista e sceneggiatore vincitore del David di Donatello 2019 per miglior cortometraggio italiano grazie al suo “Frontiera”: “Il pubblico ammutolisce quando vede ‘Frontiera’, rimane spiazzato. Il silenzio che si genera è in netto contrasto con il brusio con cui veniamo quotidianamente bombardati dai media.”

Poi, dopo il momento musicale con la Human Beatbox di Giuseppe “Azel” Cuna, sul Mainstage è salito Andrea Buffoni di Salesforce Marketing Cloud, che ha approfondito i trend del marketing con un focus sull’intelligenza artificiale.

Nel pomeriggio, il programma ha offerto la performance di virtual painting di Anna Zhilyaeva, prima di lasciare spazio ad un documentario inedito firmato dal Web Marketing Festival sui luoghi dell’integrazione – Riace e Castelnuovo di Porto – e alla testimonianza di Domenico Lucano, ex sindaco di Riace, che è stato intervistato sul palco da Cosmano Lombardo e ha raccontato la sua esperienza e il suo punto di vista sul tema dell’integrazione e dell’innovazione sociale in quella che è stata la giornata internazionale dedicata ai rifugiati.

Il programma pomeridiano del Mainstage è proseguito con Alessandro Benetton (presidente e fondatore di 21 Invest) che ha parlato di imprenditorialità e innovazione, e con Daniele Pucci, ricercatore dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) che ha presentato il progetto iCub, il robot umanoide più diffuso al mondo, e quelle che sono le prospettive future della robotica umanoide.

La seconda giornata: Diletta Leotta madrina nel giorno dedicato a tecnologia ed eccellenze femminili

Il secondo giorno del Web Marketing Festival si è aperto con il concerto live dei Queen Mania, considerato il miglior tributo europeo alla band britannica. L’energia dei brani dei Queen ha travolto il palco del Mainstage e coinvolto il numeroso pubblico che ha riempito la sala. Ad affiancare Cosmano Lombardo nella conduzione della giornata dedicata alla tecnologia, alla robotica e alle eccellenze femminili del settore è stata Diletta Leotta, madrina del WMF19.

Il primo panel della giornata ha visto l’intervento di Paolo Ciotti (HP) che ha illustrato i Megatrends del 2019. Il Country Marketing Manager di HP si è soffermato sulle tendenze del futuro con un focus particolare sulla salvaguardia dell’ecosistema: “Lo sviluppo porterà al raddoppiamento delle emissioni di anidride carbonica e del consumo di energia portando ad un impatto devastante sull’ecosistema del nostro Pianeta. La nostra responsabilità è quella di prendere in considerazione ed attuare un intero ciclo di produzione che sia il meno impattante possibile sul nostro ecosistema. Si tratta di un fatto morale, abbiamo il dovere di preservare l’ambiente in cui viviamo” ha concluso.

La parola è poi andata a Lorenzo De Michieli dell’IIT – direttore del Rehab Technologies Lab – che ha presentato l’esclusivo esoscheletro robotico, un dispositivo che permette a pazienti con problemi motori di tornare a camminare. Attualmente in fase di sperimentazione, l’esoscheletro – un progetto di ricerca interamente italiano – potrà presto cambiare per sempre il concetto di disabilità e il futuro delle persone con mobilità ridotta: “Vogliamo consentire a persone che non hanno più mobilità agli arti inferiori e lesioni spinali di riacquistare parte della mobilità perduta”.

Il programma mattutino del Mainstage è proseguito con il panel Women in Tech, un approfondimento sul mondo dell’innovazione tecnologica che ha visto le donne assolute protagoniste. A tenere il loro speech eccellenze del mondo tech come la ricercatrice italiana inserita da Forbes dai 30 under 30 più influenti al mondo Chiara Cocchiara (EUMETSAT), Melanie Rieback (Radically Open Security) e Luisa Rizzo, 16enne disabile campionessa di drone racing.

La Cocchiara, unica europea che ha partecipato al progetto di simulazione dello sbarco dell’uomo su Marte, ha spiegato i dettagli della sua esperienza e degli studi che porteranno l’essere umano sul Pianeta Rosso. La Rieback, dall’alto della sua esperienza nella sicurezza dei dati informatici, ha parlato di Cybersecurity e Data Management affrontando tutte le criticità che oggi, nel mondo dove i dati sensibili sono il “nuovo petrolio”, tutti noi affrontiamo per tutelare la nostra privacy. Luisa Rizzo infine ha dato dimostrazione della sua enorme tenacia e forza di volontà che l’ha portata, nonostante sia affetta da atrofia muscolare spinale, a diventare campionessa di drone racing e a detenere un primato nel Guinness World Record. La 16enne è stata premiata con il WMF Awards 2019 – Zero Barriere.

Nel pomeriggio spazio al tema della sostenibilità ambientale con lo show di apertura dei “The Silent Beat”, un gruppo di ballerini sordi che hanno dedicato la loro esibizione alla salvaguardia del pianeta; al termine dello spettacolo Pietro Milillo (NASA) è intervenuto raccontando del profondo legame tra le nuove tecnologie e la tutela dell’ecosistema.  Il ricercatore italiano ha parlato della preoccupazione degli scienziati riguardo lo scioglimento dei ghiacciai: in Antartide infatti – sotto il ghiacciaio Thwaites – il suo team di ricerca ha scoperto una fonte di calore radioattiva che sta provocando lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento dei mari.

A concludere il panel sull’ambiente l’intervento di Bibop G. Gresta, co-founder di Hyperloop Transportation Technologies, l’azienda che sta reinventando il sistema di trasporto a livello globale: “Si tratta di una infrastruttura sostenibile, che non ingombra il terreno, che si adatta a diversi climi e morfologie del territorio e che grazie a pannelli solari, energia cinetica, geotermica ed eolica produce più energia di quanta ne viene consumata”.

Successivamente il palco del Mainstage è stato il teatro della fase finale della Startup Competition, la competizione per Startup più grande d’Italia: i 6 progetti finalisti hanno presentato il loro pitch in 3 minuti e hanno risposto alle domande della giuria di esperti. La vittoria del premio del pubblico – 10.000€ corrisposti in consulenza da parte della Search On Media Group – è andata a Ventur, startup prodotta dalla The Edge Company, un flight safety system per la prevenzione del bird strike ed intrusioni di droni nel perimetro aeroportuale. Il premio della giuria Unicredit StartLab – del valore di 75.000€ non corrisposti in denaro – è stato invece assegnato a Patch AI, una piattaforma di e-Health per studi di sperimentazione sui farmaci dotata di intelligenza artificiale.

A concludere la seconda giornata del Web Marketing Festival uno show tutto da ridere condotto da Cristiano Pasca, che ha presentato la cerimonia dei WMF AwardsI premi del Web Marketing. Riconoscimenti per Lorenzo Tugnoli, fotoreporter vincitore del premio Pulitzer per i suoi reportage nelle zone di conflitto che ha vinto il WMF Award Visual, e Cristian Zaccardo, che si è aggiudicato il premio Sport. Durante la consegna dei premi tanta ironia con gli sketch dei ragazzi di Casa Surace, I Sansoni e I Soldi Spicci.

Nella giornata di chiusura attenzione rivolta ad accessibilità, legalità e robotica

Nella terza e ultima giornata del WMF il Mainstage ha ospitato alcuni panel e approfondimenti tematici legati al mondo della legalità, della robotica e dell’accessibilità. La mattinata è stata aperta dall’esibizione della Sand Art di Erica Abelardo per poi proseguire con gli ospiti del Premio Nazionale Borsellino – consegnato a Valentino Giampaoli e Eleonora Magno, rispettivamente artista e preside dell’istituto che hanno creato e promosso l’opera “Il sorriso”, un monumento scolpito in pietra dedicato a Falcone e Borsellino rimasto in esposizione durante il WMF.

Sul tema accessibilità digitale è intervenuta Serena Rosaria Conte, donna sorda che, a nome dell’ENS – Ente Nazionale Sordi – ha tenuto un intervento sull’inclusione sociale dei sordi in riferimento alle nuove tecnologie. L’accessibilità è da sempre uno dei temi di riferimento del WMF: in occasione della 7^ edizione inoltre tutti gli interventi che si sono tenuti sul Mainstage sono stati tradotti in LIS, la lingua dei segni italiana.

L’ultimo panel del WMF si è concentrato sul rapporto tra uomo, spazio e robotica: Luca Rossettini di D-Orbit ha presentato il primo progetto orbitale al mondo in grado di organizzare e gestire la logistica dei satelliti, Gianmarco Veruggio (CNR e Scuola di Robotica) ha parlato di roboetica, ovvero dei problemi etici e sociali conseguenti alla rivoluzione robotica. A concludere il panel l’emozionante talk ispirazionale di Roberto Zanda, atleta paralimpico che oggi, grazie ai suoi arti robotici, è tornato a correre.
Al comico Paolo Cevoli l’ultimo atto prima dei saluti.

La strada è tracciata da un solco inconfondibile: quello dell’Innovazione, intesa come processo sociale rivolto a tutti.
We Make Future – “creiamo il futuro” – è un claim che il Web Marketing Festival, anche nel 2020 e in piena continuità con quanto realizzato fino ad oggi, tradurrà in realtà continuando a mettere al centro la formazione e il miglioramento della società a 360°. Senza timori di sorta e cercando, anno dopo anno, di abbracciare e coinvolgere un numero sempre crescente di persone.

Lo ha ricordato ancora una volta Cosmano Lombardo, affiancato da tutto il team del WMF, nel ringraziare tutti gli sponsor, i partner e i partecipanti e chiudendo il sipario di un’edizione 2019 da record.
L’appuntamento è già lanciato: l’Innovazione non si ferma.

Noi di Smart Marketing siamo stati felici di essere stati media partner della 7^ edizione del Web Marketing Festival: a Rimini 21.000 presenze, più di 70 eventi e ospiti di fama internazionale.

 

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Addio a Franco Zeffirelli, un regista che ha segnato la mia infanzia di giovane spettatore cinematografico


Ho un ricordo della mia infanzia molto forte legato ad un film di Franco Zeffirelli, era verso la fine degli anni ’70, ero molto piccolo, forse 3, 4 anni e come spesso accade i ricordi legati all’infanzia sono quelli che, non solo definiscono chi siamo diventati, ma sono la parte più indelebile della nostra memoria. Il film era Romeo e Giulietta del 1968, che ho visto in televisione con i miei genitori un po’ di anni dopo l’uscita in sala.

Ovviamente ero troppo piccolo per capire l’intreccio della storia d’amore per eccellenza, troppo piccolo per comprendere elementi come la regia, il montaggio, etc., ma ero abbastanza grande e curioso da porre domande e da ricordare alcuni elementi del film, primo fra tutti la bellezza degli interni in cui era ambientata la pellicola, non sapevo si chiamasse scenografia, poi i costumi buffi e colorati e soprattutto la musica che accompagnava lo scorrere delle immagini. Era tutto bello, meraviglioso ed esagerato, oggi per dirlo userei termini come: ricercato, abbagliante e sontuoso.

Più di tutto mi sono rimasti nella memoria le immagini degli interni accompagnate dalla struggente musica, una musica che, quando la risento oggi, ancora riesce a suscitare in me sentimenti di nostalgia e malinconia.

La colonna sonora del film, come scoprì solo da adulto, era stata scritta e diretta dal famoso compositore Nino Rota. Ma era il tema del film, la famosa “What Is a Youth”, con testo di Eugene Walter, interpretata da Glen Weston, ad aver segnato profondamente il mio immaginario. Il brano nella versione italiana del film si intitolava “Ai giochi addio”, con il testo di Elsa Morante (scrittrice Premio Strega), che venne affidato al cantante Bruno Filippini, che nel film interpreta il menestrello (e che aveva vinto il Festival di Castrocaro insieme a Gigliola Cinquetti).

I due protagonisti del film Romeo e Giulietta erano molto vicini all'età dei personaggi originali; infatti, durante le riprese Leonard Whiting (Romeo) aveva diciassette anni, Olivia Hussey (Giulietta) sedici.
I due protagonisti del film Romeo e Giulietta erano molto vicini all’età dei personaggi originali; infatti, durante le riprese Leonard Whiting (Romeo) aveva diciassette anni, Olivia Hussey (Giulietta) sedici.

Va da sé che a 4 anni, non capii niente della trama, della storia, delle vite tragiche di Romeo e Giulietta, ma quando lo rividi da ragazzo 6, 7 anni dopo, con una consapevolezza e maturità diverse, il film mi impressionò e commosse oltre ogni dire e così è stato negli anni successivi, in cui l’ho rivisto, sempre con emozione e trasporto. Sicuramente il film di Zeffirelli è fra quelli che ho visto più spesso, almeno una quindicina di volte.

Mi è tornato in mente questo ricordo proprio sabato scorso (15 giugno ’19) quando, davanti alla TV guardando l’edizione principale del TG1, ho appreso della morte del grande regista, scenografo e sceneggiatore italiano.

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Mi sono tornati in mente altri suoi film che hanno segnato la mia giovinezza di appassionato di cinema e la mia vita adulta di cinefilo incallito: Gesù di Nazareth (1976), forse la trasposizione cinematografica più riuscita della vita di Gesù; Amleto (1990), con uno straordinario Mel Gibson nei panni del principe danese e con un cast stellare, tra cui spiccavano Glenn Close, Alan Bates e Helena Bonham Carter, un film incredibile per le scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, per le musiche di Ennio Morricone e per i ricercati (e storicamente attendibili) set allestiti fra la Scozia, l’Inghilterra e la Francia.

Franco Zeffirelli se n’è andato, nella sua casa di Roma, all’età di 96 anni, dopo una lunga malattia, lasciando un vuoto immenso nel mondo del cinema. Un regista amatissimo in Italia, ed ancora di più all’estero, che aveva cominciato la sua carriera come aiuto regista di Luchino Visconti per film come La terra trema e Senso, dopo aver frequentato prima il collegio del Convento di San Marco a Firenze, dove ebbe come istitutore Giorgio La Pira, e poi l’Accademia di Belle Arti della stessa città, dove aveva conseguito una laurea in scenografia.

Si divise sempre fra cinema e teatro, ci lascia tanti capolavori cinematografici e un numero incredibile di regie di opere teatrali e liriche, che sono sempre state accompagnate da un grandissimo successo di critica e pubblico. Curò la regia di importanti eventi televisivi come l’apertura dell’Anno Santo nel 1974 e nel 1999 e collaborò con i più importanti teatri dell’opera del mondo fra cui La Scala di Milano, il Metropolitan Opera House e l’Opéra National de Paris.

È stato un vero ambasciatore della cultura italiana nel mondo e per questo fu insignito di diverse onorificenze fra le quali: Grand’Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana nel 1977, Medaglia ai benemeriti della cultura e dell’arte nel 2003 e addirittura nel 2004 la Regina Elisabetta lo nominò Cavaliere Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico.

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Fu un grande regista, un vero Maestro, come si è detto, non solo italiano ma mondiale, fin dalle sue prime regie lavora con grandi produzioni internazionali. Cominciò giovanissimo nel dopoguerra prima al teatro e poi al cinema ed ha avuto una carriera lunga oltre 70 anni.

Il lavoro di Franco Zeffirelli come regista cinematografico è stato sempre caratterizzato dall’estrema eleganza formale e la predilezione per il melodramma e le storie d’amore, messe in scena con senso dello spettacolo e gusto figurativo ricercato e prezioso. Furono senza dubbio i suoi studi all’Accademia ed i primi anni di apprendistato, svolti sotto l’ala protettiva di Luchino Visconti (con il quale ebbe anche un lungo e travagliato rapporto, molto chiacchierato dalla stampa, a metà degli anni ’50), ad influenzare il suo stile registico.

Fu dichiaratamente omosessuale e cattolico, oltre che politicamente anticomunista, vicino al centro-destra, per il quale fu senatore nelle file di Forza Italia dal 1994 al 2001.

Non vinse mai un Oscar, per il quale ricevette solo due nomination, una nel 1969 come Miglior Regista per Romeo e Giulietta, l’altra nel 1983 per la Miglior Scenografia per La Traviata. Vinse 5 David di Donatello e solo un Nastro d’Argento nel 1969 come Regista del Miglior Film per Romeo e Giulietta (tra l’altro il suo film più premiato).franco-zafrelli

Sicuramente avrebbe meritato qualche riconoscimento in più sia all’estero che in patria, ma il pubblico non gli fece mancare mai il suo affetto e le attestazioni di stima; un pubblico che ha affollato in migliaia la camera ardente allestita a Palazzo Vecchio nella sua amata Firenze, nei due giorni successivi alla morte.

Ci lascia oltre ai film e alle opere teatrali e liriche, uno sterminato patrimonio composto da disegni, bozzetti, copioni, sceneggiature, libretti d’opera, fotografie, filmati e una biblioteca di oltre 10mila volumi, raccolti nei settant’anni di carriera del maestro, che verranno custoditi in un apposito museo nella Fondazione Franco Zeffirelli, a due passi da Piazza della Signoria, sempre a Firenze. Un patrimonio immenso, stimabile in 180 milioni di euro.

Insomma un vero e proprio gigante non solo del cinema ma della cultura, uno che un tempo si sarebbe chiamato intellettuale e/o Maestro, ma che oggi, sommersi come siamo dalla società liquida, sbrigativamente ci limitiamo a definire “solo” regista.

A me mancherà tantissimo l’eleganza formale delle sue inquadrature, la bellezza delle sue scenografie e, soprattutto, il suo sguardo sul mondo; fortuna che ci rimarranno sempre le sue opere che potremo rivedere ancora ed ancora.

Addio Maestro.




La Copertina d’Artista – Eco-Sistema


Una grande palla di materiale composito galleggia in un mare plumbeo. A guardarlo sembra un pianeta perso in uno spazio siderale. Ma non c’è niente di stellare o alieno in questo agglomerato, il materiale che lo compone sono rifiuti di varia natura, qui e là riconosciamo i segni del consumismo e le icone del capitalismo: il logo di McDonald, un fusto con il simbolo radioattivo, un pacchetto di sigarette, etc.copertina-dartista-maggio-2019-sd

Insomma questa palla di rifiuti che galleggia nel mare è lo scarto ultimo del progresso umano, è un monumento al consumismo, un vero e proprio simulacro innalzato al principale e più diffuso prodotto della modernità: il rifiuto.

A nulla serve la cornice fumettistica in cui l’artista l’ha inserita, inutili risultano i colori brillanti, superflua l’atmosfera pop che l’opera ci restituisce; nonostante gli sforzi per renderci più digeribile l’immagine, quello che davvero ci colpisce e atterrisce è il soggetto che l’artista, al secolo Comaviba, ha scelto di rappresentare.

L'artista Comaviba al lavoro nel suo atelier.
L’artista Comaviba al lavoro nel suo atelier.

Anzi gli sforzi fatti per ammorbidirci la rappresentazione hanno l’effetto contrario, lo stile fumettistico e scintillante, alla Moebius, dona al soggetto sostanza, profondità e pregnanza; benché l’opera ci attragga e seduca con la sua bellezza, quando capiamo di cosa è fatta indietreggiamo inorriditi e quasi ci vergogniamo della nostra iniziale impressione.

Ha per titolo “Palla di immanenza” l’opera di Comaviba, che gioca anche con l’etimologia della parola per sottolineare ancora di più la “consistenza” della verità rappresentata. Già, perché questa gigantesca isola di rifiuti alla deriva nel mare esiste veramente, anzi ne esistono due: una, la più grande, il Pacific Trash Vortex, nell’Oceano Pacifico, l’altra, il North Atlantic Garbage Patch, nell’Atlantico.

Tower
Tower

Comaviba ci ricorda che il nostro stile di vita produce più di ogni altra cosa scarti, rifiuti, immondizia, ogni nostro gesto aumenta l’impatto sull’ecosistema, ogni nostra decisione, se presa alla leggera, ha ripercussioni importanti sul clima e l’ambiente. Insomma, come spettatori, davanti all’opera di Comaviba, dobbiamo dare ragione alla dichiarazione di Leo Loganesi quando disse: “L’arte è un incidente dal quale non si esce mai illesi”. L’opera di Comaviba ci ghermisce, ci percuote e ci schiaffeggia e la cosa peggiore è che lo fa ammantata in una bellezza splendente.

Usciamo dall’incontro con l’artista di questo numero ancora ammaccati e lividi, ma noi sappiamo che ce lo siamo meritati, noi sappiamo che siamo responsabili, noi sappiamo di essere colpevoli.

Onfire
Onfire

Comaviba nasce a Taranto nel 1982; sin da bambina sviluppa una spiccata sensibilità per l’arte e il disegno, cominciando in tenera età a disegnare su tutte le superfici a portata di sguardo, compresi muri di casa, porte e sotto i tavoli. Si laurea in scenografia all’Accademia di Belle Arti e consegue anche un master in Graphic & Visual Design. Appassionata lettrice di fumetti e racconti di fantascienza, è insegnante di grafica nelle scuole superiori oltre che fra le principali animatrici e grafiche della serigrafia “Ammostro”. Adora dilettarsi con illustrazioni oniriche e sfregi artistici sui manifesti elettorali.

Per informazioni e per contattare l’artista Comaviba:

silviacomaviba@gmail.com

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it

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Eco-Sistema – L’Editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoLa bella stagione quest’anno stenta a partire, complice un clima imprevedibile e birichino. Questo del 2019, almeno in Europa, è il maggio più freddo e piovoso degli ultimi 30 anni. Ma prima di addentrarci nei motivi che hanno portato ad un clima impazzito, noi di Smart Marketing vogliamo portarci avanti con il lavoro e proporvi una meta, poco conosciuta, per l’estate che prima o poi comunque arriverà.

A largo fra la costa americana e quella asiatica, in pieno Oceano Pacifico, fra i 135° e il 155° meridiano Ovest e il 35° e il 42° parallelo Nord, si trova un’isola di recente formazione, ma non si tratta di un’isola vulcanica o di origine calcarea, ma di un’isola formata da un’enorme chiazza galleggiante di spazzatura, prevalentemente plastica, che a causa di favorevoli correnti marine si è cominciata a formare dagli anni ’80 del secolo scorso.

Il Pacific Trash Vortex, questo è il suo nome ufficiale, si stima abbia un’estensione che va da un minimo di 700.000 km2 (grande quanto la Spagna) a oltre 10 milioni di km2 (più grande degli Stati Uniti) e che sia composto da un minimo di 3 milioni di tonnellate di plastica ad un massimo di 100 milioni di tonnellate di detriti.lapresse - barbieri -

Questo monumento alla pazzia e noncuranza umana ha effetti profondi sull’ecosistema più esteso che si trovi sulla Terra, l’oceano Pacifico, e di conseguenza su tutti gli anelli della catena alimentare che dal plancton portano, su, su, fino all’uomo, effetti che ancora non sono stati studiati con la dovuta attenzione.

Quest’isola di rifiuti e la sua gemella dell’Atlantico, la North Atlantic garbage patch, sono anche il soggetto della Copertina d’Artista di questo numero affidata all’estro ed alla sensibilità di Comaviba, un’artista e graphic & visual designer tarantina che, con la sua “Palla di Immanenza”, ci regala un’immagine potente ed allarmante.

La Copertina d'Artista di questo numero dell'artista Comaviba.
La Copertina d’Artista di questo numero dell’artista Comaviba.

Insomma, basterebbero questi due esempi, quello del maggio più piovoso e freddo degli ultimi 30 anni e quello della grande isola di plastica, per spingerci a modificare profondamente il nostro modo di rapportarci al nostro pianeta. Ma se non dovesse bastare, ci viene in aiuto una sedicenne svedese che, dall’agosto del 2018, sta sensibilizzando il Mondo intero sulle tematiche ambientali e climatiche attraverso i suoi scioperi scolastici denominati FridaysForFuture (Venerdì per il futuro): sto parlando di Greta Thunberg. Recentemente questa giovane attivista ha dato alle stampe un libro che raccoglie il suo pensiero, dal titolo emblematico: La nostra casa è in fiamme – La nostra battaglia contro il cambiamento climatico.978880471718hig-343x480

Ma di cosa altro abbiamo bisogno per sapere che la situazione ambientale e climatica è drammatica?

Quanti altri disastri ambientali dobbiamo vedere? Quanti uomini e donne devono morire? Quanti raccolti devono andare perduti? Quanti nuovi migranti climatici devono partire dalle loro nazioni devastate, quanti di questi devono morire lungo il tragitto? Quanti ghiacciai devono sciogliersi, quante terre diventare deserti? Quante isole vere devono scomparire sotto il livello del mare e quante isole di plastica devono sorgere in giro per il Mondo?

E quando anche la realtà delle risposte a queste domande sarà dura ed acuminata come un coltello, noi saremo soddisfatti? O piuttosto ci comporteremo come quel Presidente americano che, lo scorso 21 novembre, sorpreso da un inverno particolarmente freddo, ha ironizzato sui social con la battuta: “Folata di aria fredda brutale ed estesa che potrebbe battere tutti i record. Cosa è successo al riscaldamento globale?”trump-1200x724

Insomma, il problema vero è: siamo pronti ad accettare la verità nuda e cruda? O piuttosto, come gli struzzi, preferiamo mettere la testa sotto la sabbia mentre un branco di leoni ci sta sbranando?

Inutile dire quale sia l’atteggiamento più saggio e razionale, ma qualora doveste avere qualche dubbio leggete questo numero di Smart Marketing, dedicato alla marea green ed ambientalista che sta coinvolgendo anche imprese e social, dal titolo “Eco-Sistema”; come al solito troverete gli originali contributi dei nostri autori.

Voglio lasciarvi, come d’abitudine, con una massima, e questa volta prenderò in prestito un passaggio tratto proprio dal libro di Greta Thunberg:

“Ci troviamo di fronte a una catastrofe. Voglio che proviate la paura che provo io ogni giorno. Voglio che agiate come fareste in una situazione di crisi. Come se la vostra casa fosse in fiamme. Perché è quello che sta succedendo.”




Anniversari – L’Editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minSpesso, quando intraprendiamo qualcosa di nuovo, non abbiamo bene in mente quello che ci aspetterà dopo 1, 3 o 5 anni.

Magari conosciamo bene le motivazioni che ci spingono ad iniziare qualcosa, forse abbiamo bene in mente cosa vorremmo sviluppare o raggiungere, ma quasi mai quello che abbiamo pensato in quei momenti si realizza per come ce lo siamo immaginati.

Progetti, iniziative e obiettivi nascono sì da un’idea, ma poi prendono realmente forma con il passare del tempo. Opportunità a cui non avevamo pensato, sviluppi che danno benefici superiori (o inferiori) alle aspettative o feedback che ci indicano di seguire una strada diversa, tutto contribuisce alla costruzione e alla realizzazione del nostro progetto.

Sia che si parli di un progetto personale o di vita e sia che si parli di un progetto professionale, credo sia davvero difficile trovare qualcuno in grado di affermare che quanto pensato inizialmente sia stato poi rispettato fedelmente a distanza di anni o che sia restato completamente immutato.

Passando dalla teoria alla pratica, penso a quanti ad esempio avevano in mente di laurearsi in una data disciplina per poi accorgersi che magari la propria passione li spingeva altrove, o a chi pensava di svolgere una professione e prima di riuscirci si è trovato a fare percorsi alternativi e così via.

Se puntiamo lo sguardo al mondo delle imprese, penso a quelle “piccole” storie di successo di chi, ad esempio, aprendo una singola pizzeria (o un negozio in generale), si è ritrovato poi a gestire una propria catena (piccola o grande che sia) dopo qualche anno dall’inizio dell’attività. Probabilmente non aveva considerato questa opzione, ma opportunità in itinere hanno consentito di sviluppare un business diverso da quello progettato.

Se invece penso a storie di successo più eclatanti, come ad esempio Facebook o YouTube, faccio fatica a pensare che nelle menti dei fondatori, seppur geniali, fosse già tutto ben chiaro: successi, problemi ed evoluzioni. A testimonianza di quanto detto basta infatti leggere le loro storie aziendali per trovarne riscontro.

Vediamole brevemente.

Facebook nasceva per fornire un servizio riservato ad alcuni college americani ed è diventato, a distanza di 15 anni, una piattaforma multiservizi con oltre 2 miliardi di utenti mensili attivi al mondo. Per quanto riguarda YouTube, sono tante le storie in circolazione sull’idea primordiale: c’è chi dice che doveva essere un servizio di dating, chi una sorta di sito per vacanze e viaggi e chi un modo per mostrare video ad amici e parenti; a distanza di anni oggi è stabilmente tra i siti più visitati al mondo e la Generazione Z lo utilizza come un vero e proprio motore di ricerca.

Quello che appare chiaro quindi è che pur partendo da un’idea, si deve poi lasciare spazio alla capacità di ognuno di noi di saper cogliere i segnali ed agire di conseguenza.

Nel nostro piccolo anche noi di Smart Marketing ci siamo trovati a fare i conti con questa semplice legge sintetizzata lucidamente da Albert Einstein (che quest’anno spegnerebbe 140 candeline): “Continua a piantare i tuoi semi, perché non saprai mai quali cresceranno – forse lo faranno tutti”.

Ormai lo sapete (e se non lo sapete cliccate questo link), quando siamo partiti ormai 5 anni fa con la prima pubblicazione, avevamo sì in mente cosa avremmo voluto fare ma di certo non ci aspettavamo tutto quanto è accaduto.

Non avevamo grandissime pretese, tutto quello che volevamo fare era dar “sfogo” ad una passione, il marketing e la comunicazione, e di parlarne con un linguaggio giornalistico capace di comunicare non solo agli addetti ai lavori ma anche a chi si approcciava per la prima volta a questa materia. Tutto qui.

Volevamo creare contenuti che fossero utili e di valore. Non avevamo grandi pretese. Non avevamo (e non abbiamo alle spalle) grandi gruppi editoriali e né potevamo contare (come tutt’ora) su grandi investimenti. Per questo motivo ci siamo focalizzati sull’unica cosa che poteva dipendere realmente da noi: la qualità dei contenuti.

Però, come detto, i progetti prendono corpo con il passare del tempo. E quello che era un progetto un po’ scanzonato nato in un bar, dall’idea di due amici, è diventato una realtà affermata. Ce lo dice Google (se cercate le parole chiave “giornale”, “mensile” o “rivista” di “marketing”, “comunicazione” o “social media”, il nostro sito appare stabilmente nelle prime posizioni) ma anche i tanti eventi di settore in cui siamo invitati in qualità di media partner. E soprattutto ce lo dite voi lettori che mostrate sempre una grande attenzione per i nostri contenuti.Smart Marketing, smarknews, mensile, rivista, giornale, notizie, marketing, comunicazione, social media

Pertanto se all’inizio, anche ricorrendo a tutte le analisi e i ragionamenti del caso, non possiamo determinare con certezza cosa sarà della nostra idea, quello che invece possiamo e dobbiamo fare è prendere nota della strada fatta e riscrivere la nostra idea alla luce di quanto realizzato.

Gli anniversari (da cui il titolo di questo numero) servono proprio a questo.

Per noi di Smart Marketing, ad esempio, può essere stato quando abbiamo cambiato 2 anni fa il layout del nostro sito internet o il raggiungimento proprio in questo mese della pubblicazione di 60 numeri in 5 anni di attività, per Facebook invece il 1° milione di iscritti o l’entrata in borsa. Ovviamente non importa la grandezza assoluta ma quella relativa.

Ed anche su questo punto – la relatività – credo che Einstein avrebbe qualcosa di interessante da dire.

Ivan Zorico




Anniversari – L’Editoriale di Raffaello Castellano


Ci siamo! Il 2019 è arrivato, in questo anno fatidico ricorrono una serie interminabile di Anniversari. Alcuni sono epocali, come lo sbarco, 50 anni fa, dell’uomo sulla Luna o la caduta, 30 anni fa, del muro di Berlino; altri ancora sono paradigmatici come l’elezione, 40anni fa, di Margaret Thatcher alla carica di Primo Ministro inglese o quella del giuramento a Washington, 10 anni fa, di Barack Obama come primo Presidente nero degli Stati Uniti d’America; altri ancora sono stati eventi passati un po’ in sordina, ma dagli effetti profondi sulla nostra società globale, come la pubblicazione, 30 anni fa, del documento “World Wide Web: Summary”, da parte di Tim Berners-Lee o la nascita dell’Euro, la moneta unica dell’Unione Europea.Buzz Aldrin Poses next To The U.S. flag On Moon

Ma quest’anno ricorrono pure gli anniversari della scomparsa di uomini illustri, primo fra tutti sono passati 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci e 140 anni dalla nascita di Albert Einstein e per rimanere in un ambito a me molto congeniale, nel mondo del cinema sono passati 90 anni dalla nascita e 30 anni dalla scomparsa di Sergio Leone e 20 anni dalla scomparsa di Stanley Kubrick.ss-091102-berlin-wall-22-nbcnews-ux-1024-900-1024x550

Insomma un anno pieno, pieno di anniversari che, come al solito, abbiamo voluto affrontare dal nostro personale punto di vista, con contributi che affrontano tematiche legate ai film che hanno segnato i decenni passati (Simona), ad altri che attraversano gli ultimi 50 anni della musica soffermandosi su brani epocali (Maddalena), fino ad arrivare all’originale articolo di Stefania, che prova ad immaginare come sarebbe stato lo sbarco sulla Luna nella nostra epoca social. Personalmente, ho voluto parlare di un film che è stato un autentico spartiacque nella storia del cinema ed anche dell’informatica, sto parlando di Matrix, pellicola del 1999 realizzato dai fratelli Andy e Larry Wachowski (prima di diventare le sorelle Lana e Lilly), film che ha segnato l’immaginario tecnologico dei trentenni e quarantenni di oggi.leonardo-da-vinci-fvg

Fra i tanti anniversari, anche il nostro magazine, compie i 5 anni di vita, un traguardo al quale, né io né l’amico Ivan, avremmo scommesso nel marzo del 2014, quando decidemmo di dare vita a questo progetto istituendo innanzitutto l’associazione culturale Smart Media, che in campo a due mesi avrebbe dato vita al 1° numero di Smart Marketing, del maggio 2014, dedicato alla Puglia aerospaziale. Da allora abbiamo pubblicato 60 numeri mensili, 880 articoli, 52 Copertine d’Artista, realizzato 2 mostre con le prime 24 copertine d’artista denominata “News Cover. Notizie, immagini e visioni ai tempi dell’Infotainment”, che hanno girato due regioni, tre provincie, 5 città. Oltre a tutto ciò, abbiamo coinvolto 50 artisti e una dozzina di collaboratori, tutti professionisti nel proprio settore e, infatti, voglio ringraziare tutti quelli che ancora ci seguono dopo 5 anni, che sono Christian, Armando, Simona, Maddalena, Domenico, Stefania, Cristina, Alessandra, Anna Carla, Luca Guerrasio, Luca Battista, perché l’anniversario del nostro magazine è soprattutto merito loro. Grazie!

Cosa altro dirvi, solo una cosa: gli anniversari sono importanti, sono sempre stati importanti, ma oggi, in questo mondo ultra-connesso, iper-informato ed super-informatizzato, dove le notizie, le immagini, i video, i pettegolezzi, ci fanno vivere, di fatto, in un continuo presente, ricordare la storia nazionale e mondiale grazie agli anniversari, ci scuote e ci sprona ad uscire da questo “eterno presente” che, prima di ogni cosa, è pericoloso, perché come disse il poeta e filosofo spagnolo George Santayana:

“Chi non conosce (o ha dimenticato) la storia è condannato a ripeterla.”

 

Raffaello Castellano



50 anni fa ci fu lo sbarco lunare, oggi sarebbe un evento cross-mediale.


“That’s one small step for a man, but one giant leap for mankind!”

Era il 1969 e per seguire lo sbarco c’erano esclusivamente un televisore e un sistema audio e anche ben diversi da quelli super-tecnologici di oggi.

Quando Armstrong pronunciò la famosa frase (che in inglese è «That’s one small step for a man, but one giant leap for mankind»), la trasmissione era disturbata e non si sentì distintamente la “a” (“un” in italiano) prima di “man” (uomo). Il significato sarebbe stato dunque: «Un piccolo passo per l’uomo, ma un balzo gigantesco per l’umanità». Ai giornalisti sembrava che la frase suonasse meglio se ci fosse stata la “a”, diventando così: «Un piccolo passo per un uomo, ma un balzo gigantesco per l’umanità» (radiomontecarlo.net)

Quella trasmissione disturbata che si sentiva a tratti tenne con il fiato sospeso il mondo per 5 giorni di trasmissioni radiofoniche e televisive. La discesa di Armstrong e Aldrin sulla Luna trasmessa in diretta televisiva fu un evento mediatico di enorme portata, con seicento milioni di televisori intenti a seguire quelle immagini, in un tempo in cui la TV era ancora diffusa quasi soltanto nei paesi sviluppati, essenzialmente Nord America ed Europa. La diretta tv (condotta per l’Italia da Tito Stagno e Ruggero Orlando) fu il culmine di un forte interesse giornalistico che accompagnò la preparazione dell’impresa dal discorso programmatico del presidente Kennedy fino allo sbarco (attraverso le cronache dei programmi Mercury e Gemini).

Un evento così imponente oggi, 50 anni dopo, sarebbe stato raccontato sicuramente in maniera diversa, cross mediale ed accessibile a tutti: avremmo avuto, forse, una maratona Mentana o un Porta a Porta senza fine in TV, uno speciale di SKY eventi, una serie a puntate su Netflix, i maggiori telegiornali ne avrebbero fatto uno speciale e di sicuro ci sarebbe stata l’opportunità di seguire il tutto in diretta facebook sulla fan page dell’evento ed un account twitter dedicato che avrebbe raccontato l’esperienza  minuto per minuto regalando a noi tutti una diretta streaming spettacolare,  senza omettere nessuna parola, vivendo con Armstrong l’altro lato della luna…quella raccontata al mondo anche in digitale!

L’esperienza multi-mediale sarebbe cominciata in anticipo rispetto alla data fatidica del 16 luglio alle ore 13:32 UTC, quando l’Apollo 11 fu lanciato verso la luna. La pagina Facebook avrebbe raccontato l’attesa attraverso videointerviste, immagini e dirette, raccogliendo l’ansia degli astronauti, le perplessità dei civili, la soddisfazione dei politici, la gioia dell’umanità che da lì a poco avrebbe fatto una nuova scoperta e firmato una nuova pagina di storia.

La diretta sui social sarebbe stata seguita da milioni di utenti, commentandola e condividendo momenti di comune follia e, quando Armstrong sarebbe diventato il primo uomo a mettere piede sul suolo lunare, sei ore più tardi dell’allunaggio – il 21 luglio alle ore 02:56 UTC – un applauso virtuale sarebbe stato simultaneo sui diversi media: la tv, la radio, i giornali, i magazine on-line, i social avrebbero raccontato tutti all’unisono  “un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità”, i selfie di Armostrong e Aldrin avrebbero fatto sapere al mondo di avercela fatta.  Avremmo in qualche modo un po’tutti fatto con loro la passeggiata lunare di circa due ore e un quarto al di fuori della navicella commentando in diretta i 21,5 kg di materiale lunare raccolto che avrebbero poi riportato a Terra.

Non sarebbe stato solo un ruolo da passivo spettatore ma attivamente ci saremmo sentiti parte di quel viaggio perché la grande onda mediatica pre e durante l’evento ci avrebbe fatto vivere un’attesa talmente intensa da viverla con loro.

Flash di agenzie di stampa e tweet dall’account ufficiale si sarebbe susseguiti e con loro messaggi diversi di congratulazioni dei Presidenti da ogni dove, mentre la pagina di Instagram si sarebbe arricchita di foto spettacolari scattate dalla navicella e in ogni dove nel mondo merchandising “Lunare” avrebbe spopolato e il gaming contest virtuale su “Qual è stato il tuo primo passo? Prova a raccontarcelo!” sarebbe diventato virale.

La missione terminò il 24 luglio, con l’ammaraggio nell’Oceano Pacifico e con essa si sarebbe spenta tutta l’attenzione mediatica multicanale sull’evento già pronta a raccontare un evento successivo… il 15 agosto ci sarebbe stato lo storico concerto di Woodstock un fenomeno sociale e di costume che ha segnato una generazione, social e new media ne sarebbero andati pazzi!

Quale sarebbe stato l’# più seguito? Non è dato sapersi ma possiamo immaginarlo facendo un “balzo” indietro e pensando a come la comunicazione sia cambiata in questi anni; alla fine si tratta solo di mezzo secolo ma anni di fondamentale importanza che hanno radicalmente modificato il nostro modo di interagire, fruire di contenuti, comunicare.

Con lo sbarco sulla Luna l’uomo usciva per la prima volta dal proprio pianeta. Un evento epocale. Il viaggio della popolazione su Marte sarebbe di nuovo una prima assoluta, carica di significati simbolici e culturali probabilmente con un impatto mediatico ed emotivo che non eguaglierà quello dello sbarco lunare ma certamente potrà essere raccontato e seguito in un modo nuovo e totalmente diverso e direttamente da chi lo sta vivendo. Non ci resta che aspettare.

Keep calm & look forward to going to Mars #marsexperience




I 10 anni di Archiproducts: archivio virtuale punto di riferimento del design. Ne parliamo con Simonetta Salinari


Per questo numero sul design ho deciso di parlare della piattaforma Archipassport, il network internazionale del design e dell’architettura, nato per aiutare i professionisti del settore ad orientarsi in questo mondo. In questo contesto si inserisce Archiproducts, il più grande archivio internazionale di prodotti legati a questo universo in continua espansione. Un’esposizione virtuale permanente, nata nel 2009, divenuta ormai punto di riferimento per la pubblicazione di cataloghi, non solo immagini e descrizioni di prodotti, ma anche prodotti già inseriti all’interno di progetti. Per parlare di questo progetto ho intervistato l’architetto Simonetta Salinari, team leader del catalogo online.

Foto  Archiproducts.
Foto Archiproducts.

DOMANDA: Parlaci delle motivazioni alla base della nascita di Archiproducts.

RISPOSTA: Quest’anno Archiproducts (www.archiproducts.com) compie 10 anni e per me, che vi lavoro fin dalla sua nascita, poterne parlare è un po’ come festeggiarne il compleanno ripercorrendo un po’ il percorso fatto insieme. E’ necessario però premettere un po’ di storia. Son 10 anni che la piattaforma Archiproducts, il catalogo online internazionale dei prodotti del design, che contempla e ingloba anche prodotti di edilizia e architettura, è ormai una consolidata realtà quale database completo per il mondo della progettazione. Il vero punto di partenza, però, è Edilportale, il portale dell’edilizia italiano nato nel 1999, dall’idea pionieristica di quattro neolaureati in Ingegneria edile, che hanno immaginato in maniera innovativa il futuro della comunicazione del mondo delle costruzioni e delle relative discipline tecniche, scommettendo, in tempi non sospetti e addirittura prima della nascita di Google, su una comunicazione di tipo digitale. I 4 soci fondatori – Ferdinando Napoli, Vincenzo Maiorano, Maurizio Alfieri e Marilde Longo – hanno immaginato quindi un marketplace dell’edilizia con Edilportale.com, primo portale del network, da cui prende il nome anche la società per azioni a cui afferiscono tutte le realtà di Archipassport e per cui io stessa lavoro ormai da 15 anni. Plusvalore dell’azienda pugliese è un mood unico, riconosciuto anche dai clienti, al contempo molto professionale ma anche smart, accogliente e versatile. Edilportale è subito divenuto punto di riferimento imprescindibile per i professionisti italiani del settore edilizia e costruzioni. Dopo qualche anno, nel 2005, si è reso necessario differenziare dei contenuti per un target più specifico, cioè il mondo italiano dell’architettura e del design, con Archiportale (www.archiportale.com), primo punto di svolta, quale magazine online di architettura e design, con aggiornamenti su avvenimenti, eventi, concorsi, fiere, mostre e curiosità in architettura. Così finalmente nel 2009 è arrivato Archiproducts, “esposizione virtuale permanente” dell’architettura e del design, piattaforma internazionale nata dall’Archivio Prodotti di Edilportale e Archiportale e riferimento di tutti i portali del network per la pubblicazione dei cataloghi prodotti. Si rispondeva quindi al contempo sia alla necessità di trasferire su un portale dedicato il solo mondo ‘catalogo prodotti’, ormai cresciuto esponenzialmente, sia alla volontà di internazionalizzare il business iniziale, con un database in continua espansione in ben 11 lingue, così permettendo alle aziende italiane di ammiccare a nuovi mercati internazionali e, allo stesso tempo, accogliere in un ambiente multilingue le potenziali aziende estere interessate al già fidelizzato mercato italiano. Archiproducts fin dall’inizio ha parlato la lingua del design, settore ultimo ma tutt’altro che marginale tra le fila del network, facendosi spazio nel panorama internazionale e oggi con oltre 200.000 prodotti, brand e designer sempre a disposizione su tutti i dispositivi: desktop, mobile e app, ovviamente gratuiti.

Foto  Archiproducts.
Foto Archiproducts.

Non è un mistero che il Made in Italy abbia proprio nel design e nell’arredo il suo punto di forza e il suo business più remunerativo, interessante sul panorama mondiale anche più della moda. Per tale motivo Archiproducts è diventato ben presto il protagonista e il motore trainante dell’intero network, dove si compiono le azioni più importanti e le sperimentazioni più innovative della comunicazione del network di Edilportale.com Spa. Archiproducts è una fiera virtuale che digitalizza e mostra online le stesse fiere ‘fisiche’ in giro per il mondo, fino ad essere alla base di alcuni importanti cataloghi online ormai ‘powered by Archiproducts’, compreso quello del Salone del Mobile di Milano. Oltre ad offrire ai progettisti e alle aziende un portale dedicato al Building Information Modeling: bim.archiproducts.com.

D: Archipassport è una community molto attiva sul web, c’è una forte presenza su diversi social network con numeri in costante aumento anche in paesi esteri. Quali sono i motivi di questo successo e il valore aggiunto di questo progetto?

R: La vocazione all’internazionalizzazione dei servizi del network ha portato nel 2011 alla nascita anche di Archilovers (www.archilovers.com) un database di progetti e progettisti, nonché dei loro blog riguardanti la progettazione nel campo dell’architettura e del design, il tutto ‘social oriented’, concepito cioè come un vero e proprio ‘social network’ in cui tutte queste informazioni potessero divenire motivo di dialogo e di scambio tra realtà anche lontane, con – assoluta novità! – il tagging di prodotti su progetti esistenti nel database, come solo Facebook all’epoca aveva fatto: non più solo quindi cataloghi prodotto, ma prodotti ambientati nei progetti. Archilovers.com nasce come un mix tra Facebook e LinkedIn, pensato per gli architetti, i designer e dedicato ai progetti, dove creare il proprio profilo professionale o dello studio di progettazione o della propria azienda, su cui postare progetti, contenuti multimediali, commenti e foto. Inevitabilmente Archiproducts ha iniziato praticamente subito a fare comunicazione attraverso i social, tanto che ad oggi vi è una sezione dell’azienda dedicata al social media marketing del nostro network, con persone che lavorano esclusivamente sulla preparazione accurata di contenuti, che parlano ad un pubblico internazionale, in un mondo in rapidissima e imprevedibile evoluzione, con ormai un’ottima capacità di comunicazione e di engagement per tutti i portali del network. Il valore aggiunto? I servizi del network godono di una circolarità tra prodotto, designer, produttore, notizie della stessa azienda e suoi eventi, fino ai progetti referenti e ai loro progettisti che quel prodotto hanno utilizzato, collegando tutti gli strumenti e le informazioni sul prodotto alle pagine di Archilovers, in maniera organica, proprio come immaginato fin dall’inizio e massimizzando questa circolarità. E’ proprio quest’ottica social e interattiva a farne un catalogo prodotti che guarda oltre!

Foto  Archiproducts.
Foto Archiproducts.

D: Archiproducts è da qualche anno anche uno store vero e proprio, presente a Milano e da pochi mesi anche a Bari. Sicuramente una bella scommessa…

R: Archiproducts si è trasformato oggi anche in uno Shop Online, con la vendita online di prodotti 100% originali dei migliori brand internazionali del Design e dell’Architettura di cui è rivenditore ufficiale. Ma come la tendenza del settore ci sta dimostrando, questa virtualità, che ha accompagnato tutto il network fin dal suo nascere e in particolare il catalogo prodotti di Archiproducts, per la vendita di prodotti ‘reali’ non si può prescindere invece dalla presentazione anche ‘fisica’ dell’oggetto della vendita in ottica ‘phigital’. Dal già innovativo TAG di prodotto si è passati alla ‘realtà aumentata’ nel catalogo prodotti, per poter meglio immaginare i prodotti in contesti reali. Poi, con il Salone del Mobile del 2016, per la prima volta Archiproducts ha presentato a Milano una sua sede fisica, con una contestualizzazione dei prodotti fino ad allora presentati esclusivamente sulle pagine web, con un allestimento annuale nuovo. Così l’e-commerce ha finalmente trovato piena materializzazione nel 2018, sia nello spazio di Milano, divenuto a pieno titolo lo ‘store’ di Archiproducts | MILANO (www.milano.archiproducts.com) , e al contempo con Archiproducts | BARI, città che è ‘casa’ per Edilportale, e che diventa anche per gli avventori una ‘casa’ in cui essere consigliati, coccolati e in cui trovare una finestra fisica per poi abbracciare tutto il catalogo prodotti in vendita online sulle nostre pagine. Un progetto, questo, che va molto aldilà delle apparenze, perché tende a fidelizzare architetti e progettisti, mettendo in cantiere ancora nuovi strumenti, di cui si parlerà ben presto!

Foto  Archiproducts.
Foto Archiproducts.

D: Ti lascio con un’ultima domanda: oggi verso quale direzione sta andando il mondo del design e come si sta evolvendo la figura dell’architetto? Sono ancora possibili nuove sfide?

R: Sicuramente il mondo del design e dell’architettura si sono avvicinati incredibilmente negli ultimi tempi: gli architetti sempre più spesso disegnano non solo le architetture ma anche quanto vi è al loro interno, caratterizzando quindi i singoli ambienti – progetto nel progetto – dando quindi una risposta organica ad arredamento e design degli interni, con spazi sempre più ricercati, versatili, adatti a qualsiasi stile e, soprattutto negli ultimi tempi, per qualsiasi tasca. Il desiderio di oggetti belli e funzionali di cui circondarsi nel proprio quotidiano – casa, luogo di lavoro o di svago – è ormai generalizzato e abbraccia tutti i target e a tutti deve rispondere, espressione di chi lo possiede e non solo di chi lo progetta: anche questa è una nuova e affascinante sfida, molto più di quanto non avesse fatto la prima rivoluzione industriale. Inoltre, nuove tecnologie e materiali innovativi nonché la scelta del design come nuovo investimento apre di fatto nuovi mercati prima inesplorati e sicuramente innesca un circolo virtuoso per sempre nuova ricerca e a creatività. Il design va quindi incontro alle esigenze di tutti, offrendo al consumatore finale la possibilità di fruirne con facilità, complice l’e-commerce, attraverso cui negli ultimi anni si sono finalizzati sempre più acquisti dell’intero business. Designers e produttori, poi, per creare un rapporto sempre più intimo e di identificazione degli oggetti di design con l’utente finale, sono orientati sempre più a una maggiore personalizzazione dei prodotti offerti e alla produzione direttamente al momento dell’ordine, ammiccando sempre più all’artigianalità e a produzioni personalizzate pur basate sulla stessa catena produttiva. Quindi un’estrema integrazione di strumenti è sicuramente la tendenza del prossimo futuro, sempre da perfezionare e migliorare. E lo è anche per il nostro network, che a questa integrazione e a questo ‘on demand’ hanno fin dall’inizio creduto e a cui è rivolto ogni sforzo per il futuro, sempre pronti a nuove sfide, con la versatilità che contraddistingue e che è il vero ‘marchio di fabbrica’ di casa Edilportale.com in cui, nei miei 15 anni di esperienza lavorativa, non sono davvero ancora riuscita ad annoiarmi e come me tutta la nostra entusiasta crew, che ha saputo e sono certa saprà ‘contagiare’ ancora partner, clienti e utenti…stay tuned!




Isola di fuoco: Il concerto per visioni di Colapesce


Certe emozioni non si possono raccontare con l’immediatezza dettata dai tempi giornalistici, per comprendere ed assaporarle, è necessario lasciarle sedimentare negli strati più profondi della coscienza per ristabilire un collegamento con quanto più di ancestrale ci appartiene.54044979_323638124958842_6229376864826163200_n

È il caso di “Isola di fuoco”,  progetto ideato dal cantautore Colapesce  che prende vita dall’omonimo documentario, girato in Sicilia alla metà degli anni ’50, dal maestro Vittorio De Seta.

De Seta, uno dei più grandi documentaristi che l’Italia abbia mai conosciuto, nel 1954 gira sull’isola di Stromboli, il suo capolavoro, premiato l’anno successivo al Festival del Cinema di Cannes, raccontando un mondo prevalentemente rurale, in cui sudore, fatica, fame e sacrifici, sono spezzati da momenti conviviali e feste tradizionali religiose.

Uomini e donne, con i volti segnati dal rovente sole siciliano, vivono in un costante rapporto simbiotico con il mare, la terra ed il vulcano, dove sussistenza ed opulenza si mischiano e fervore religioso e credenze popolari si confondono.

Colapesce e Mario Conte
Colapesce e Mario Conte

Immagini semplici, che riprendono una quotidianità aspra e che forse non siamo abituati ad immaginare, ma che fissano un’istantanea precisa e fedele di un tempo non troppo lontano dal nostro, poco più di sessant’anni, eppure concettualmente alieno rispetto alla società in cui ci siamo assuefatti a vivere.

Immagini, alcune volte cruente e crudeli, altre volte dense di poesia, ma sempre pregne di una grande potenza evocativa e che lasciano ad intendere nostalgia per una maniera di vivere ormai scomparsa ma, soprattutto, in cui traspare un grande amore per la propria terra e le proprie tradizioni.

Un amore smisurato che De Seta non ha mai celato e che Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo, anch’egli siciliano, continua a dichiarare apertamente, regalandoci performance dedicate al paese natio, come “Isola di fuoco”, che difficilmente è possibile dimenticare.

Concerto per visioni, così definisce il suo progetto Colapesce, che anche lo scorso 15 marzo, ha emozionato il pubblico del Teatro Rossini di Gioia del Colle (BA), accompagnato dal musicista Mario Conte.

Inesplicabile lo spettro delle sensazioni che colpiscono l’anima del variegato uditorio presente nel caratteristico Teatro Rossini; certo è che il complesso di suoni, rumori, musica e canzoni, nel senso più ampio del termine, non lascia indifferente nessuno ed al tempo stesso lascia senza parole.isola-di-fuoco-colapesce-012

La meraviglia, lo stupore, l’incredulità diventa ancora più palpabile quando la magistrale fotografia, colpisce l’attenzione degli spettatori e la musica si fonde con le immagini, alcune volte feroci e spietate, come nel caso della cattura del pesce spada, altre volte trasognate, e incantate, come durante una tranquilla notte di pesca avvolti dalla nebbia.

Urciullo e Conte, combinano suoni, li fondono alla visione, in un unicum rigorosamente improvvisato, si lasciano guidare e guidano lo spettatore nel percorso visivo, immergendo e lasciandosi immergere in un’atmosfera onirica e surreale, che diventa poetica quando Colapesce presta la sua voce al filmato, così “Pantalica”, materializza e rende concreto il paesaggio e le sue pietre “fra il fico d’india e le stelle”.

Le immagini poi, cedono il posto ad alcuni brani cantati, lasciando un ulteriore spazio alla riflessione ed all’emozione, per poi concludersi con un piccolo, ma sentito omaggio a Fabrizio De Andrè ed alla sua “Canzone dell’amore perduto”.

Un amore forse più simbolico e metafisico rispetto a quello cantato da De Andrè, che invece di perdere la donna amata, si rifiuta di smarrire le proprie origini e la propria storia millenaria, a favore del mondo globalizzato.

Sorge spontanea, infatti, un’ulteriore riflessione più profonda, che vede contrapposto l’antico mondo, isolano e rurale, in cui tutti vivono in simbiosi e rispetto nei confronti della natura, madre solitamente benevola, ma che talune volte, si trasforma in maligna e portatrice di calamità, nondimeno sempre bisognosa di cure, sudore e uomini, donne e bambini da sacrificare al duro lavoro, al moderno mondo globalizzato, dove quel che conta, non è il boccone per sfamarsi, ma il profitto.

Profitto inseguito ad ogni prezzo, dove l’importante è produrre senza curarsi del depauperamento delle risorse, sfruttando e distruggendo, dove le macchine si sono sostituite alla fatica delle braccia, dove non esiste rispetto per l’habitat naturale, ormai assoggettato al volere umano e slegato dalla normale ciclicità delle stagioni.

Il cantautore Colapesce
Il cantautore Colapesce

Una natura di cui non ci curiamo più e che magari, preferiamo solo ammirare attraverso lo schermo di uno smartphone.

Il cantautore siciliano, invece, attraverso una dimensione quasi onirica ci spinge a riflettere, ci riporta indietro alle origini di quel mondo ormai perso, che non possiamo e non dobbiamo dimenticare, cercando di ristabilire il contatto con la madre terra.

L’immersione in questo mondo antico, non sarebbe stata possibile senza i sacrifici dell’Associazione “Ombre”, che si è sforzata di selezionare per il pubblico del Festival INDIEsposizioni, un cartellone così variegato e ricercato, tale da sdoganare il complesso mondo dell’Indie e le sue molteplici sfaccettature, anche a spettatori diversi, per età ed estrazione sociale.




La Copertina d’Artista – Italian Design


Un volto conturbante ci osserva dalla copertina del numero di marzo, la sua faccia è divisa in due simmetriche metà, una colorata, variopinta, iridescente, vivida espressione della migliore tradizione Pop, l’altra piatta, monocromatica, geometrica, che sembra a tutti gli effetti il bozzetto di un disegno industriale, di design appunto.copertina-dartista-marzo-2019-sd

Ma, benché le due metà siano così difformi, si armonizzano in un viso contraddistinto da una forte personalità; tuttavia non è questa caratteristica ad incuriosirci, non è questo che riesce a catturare e trattenere il nostro sguardo. Allora che cosa è? Cosa ha questo volto che allo stesso tempo ci attrae così irresistibilmente e ci trasmette un certo senso di inquietudine? Il titolo scelto dall’artista, al secolo Laura Calafiore, “Addaura”, non ci aiuta molto: i più attenti e curiosi fra i nostri lettori forse ricorderanno che si tratta di un borgo marinaro di Palermo, salito alle cronache il 21 giugno 1989 per uno sventato attentato al giudice Giovanni Falcone ordito da Cosa Nostra, ed il cui toponimo deriverebbe dalla parola siciliana “addàuru”, cioè “alloro”.

Una performance dell'artista Laura Calafiore.
Una performance dell’artista Laura Calafiore.

L’ambientazione “siciliana”, però, non sembra casuale, qualcosa in quest’opera ci ricorda questa meravigliosa isola che vide il confluire, lo scontrarsi e il confondersi di diverse culture, greca, romana, araba, normanna; sì, decisamente più guardiamo questa figura più ci convinciamo che la Sicilia c’entri qualcosa.

Alla fine un’intuizione illumina i nostri pensieri, forse quest’opera rappresenta il famoso “Testa di Moro”, un oggetto iconico della tradizione siciliana, una sorta di coloratissimo vaso a forma di testa di Moro, appunto, o di una giovane donna bellissima, entrambe adornate da una splendida corona, che arricchiscono e decorano i balconi di questa splendida terra. Detti anche “graste”, questi oggetti del design siciliano hanno una storia antichissima che narra di gesta d’amore, di gelosia e vendetta che lasciamo scoprire ai nostri lettori.

Mata Hari
Mata Hari

Quindi nell’opera della Calafiore non solo confluiscono le tradizioni e le suggestioni di una cultura millenaria che ancora ci affascina ed avvince, ma la natura multiforme dell’opera, quel suo essere pittura, disegno e progetto insieme sono forse l’inno più puro ed autentico all’argomento mensile del nostro magazine. Sì, Laura Calafiore ci spiega, con un’opera arguta e tradizionale, che il vero segreto del successo del design italiano sta nel suo reinterpretare e riscrivere in maniere sempre nuove, diverse e creative la storia millenaria in cui il nostro Paese è immerso. Perché se non sappiamo da dove veniamo, quali sono le nostre radici, sembra dirci l’artista, è impossibile che le nostre azioni, i nostri progetti, le nostre opere possano disegnare e delineare un qualche tipo di futuro. L’opera “Addaura” che l’artista ha realizzato per la nostra copertina di marzo è anche un vero e proprio oggetto di design, un tagliere, creato e realizzato da Gabriele D’Angelo del brand Trame Siciliane.

Madre Teresa
Madre Teresa

Classe 1981, nata a Roma ma di origini siciliane, Laura Calafiore è la prima donna fast-painter in Italia. Il suo spettacolo porta in scena la pittura Pop Art a ritmo di musica, un intrattenimento pittorico-musicale unico nel suo genere. Nel 1999 entra a far parte della rinomata Accademia Nazionale Francese di Arte, l’E.n.s.a.d. (Ecole Nationale Superieure des Art Decoratifs) e successivamente si laurea allo IED con il massimo dei voti in illustrazione fotografica, prendendo poi la strada della pittura a 360 gradi ed ideando il suo spettacolo che le fa girare tutta l’Italia e non solo.

Fast-painter per eventi ed aziende, si è esibita in importanti trasmissioni nazionali:

Per informazioni e per contattare l’artista Laura Calafiore:

www.lauracalafiore.it

info@lauracalafiore.it

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



Italian design – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoLa voce “Design” dell’Enciclopedia Treccani recita: design ‹di∫àin› s. ingl. [propr. «disegno, progetto», dal fr. dessein, che a sua volta è dall’ital. disegno] (pl. designs ‹di∫àin∫›), usato in ital. al masch. – Nella produzione industriale, progettazione (detta più precisamente industrial design ‹indḁ′striël …›) che mira a conciliare i requisiti tecnici, funzionali ed economici degli oggetti prodotti in serie, così che la forma che ne risulta è la sintesi di tale attività progettuale.

Quindi, nella sua essenza, alla sua origine, il design è un disegno ed un progetto. Ed è molto interessante che queste due parole siano così importanti non solo per chi scrive e chi legge questo magazine, ma per tutti i professionisti del marketing, della comunicazione e del web che quotidianamente si cimentano con problemi complessi che, per la loro soluzione, richiedono strategie efficaci e semplici.

La strategia di un esperto di marketing ha molte cose in comune con un oggetto di design. Non ci credete? Allora facciamo un esempio. Prendiamo un architetto che stia progettando una sedia, il suo design dovrà tener conto di diversi aspetti: la sedia dovrà essere comoda, facilmente realizzabile e con pochi componenti per costare poco, dovrà essere bella e se possibile originale per affermarsi nel mercato “inflazionato” delle sedie che ha prodotto un’infinità di modelli.

Adesso poniamo il caso di un esperto di strategie di marketing chiamato a realizzare la campagna promozionale di un nuovo modello di smartphone, anche questo professionista dovrà pensare in termini di disegno e progetto, la sua strategia dovrà essere chiara, semplice e d’impatto; il nostro esperto di marketing dovrà scegliere fra diverse possibilità. Meglio una campagna pubblicitaria sui mezzi classici o una sul web, meglio un marketing tradizionale, il direct-marketing o il guerrilla marketing?

Insomma, sia per disegnare (e progettare) una sedia che per disegnare (e progettare) una strategia di marketing dobbiamo pensare a conciliare (come recita la definizione Treccani) i requisiti tecnici, funzionali ed economici degli oggetti prodotti in serie, così che la forma che ne risulta è la sintesi di tale attività progettuale.

L'ingresso al Salone del Mobile di Milano.
L’ingresso al Salone del Mobile di Milano.

Abbiamo voluto dedicare questo numero di Smart Marketing al Design, in concomitanza con il “Salone del Mobile” di Milano (dal 22 marzo al 14 aprile), che da anni detta l’agenda dei gusti, delle tendenze e delle innovazioni dell’interior design non solo in Italia ma nel mondo, e che è diventata la kermesse di riferimento del settore per brand, produttori e firme.

Noi ne parleremo sempre alla nostra maniera, cercando attraverso i nostri articoli di raccontare quelle storie di idee, genialità ed innovazione di cui è pieno questo settore. Prima di lasciarvi alla lettura di questo numero vi voglio incuriosire con una storia di design particolare, anche se non italiana.

Il Puzzle cartina geografica inventato da John Spilsbury.
Il Puzzle cartina geografica inventato da John Spilsbury.

Alzi la mano chi non ha mai giocato con i puzzle: ebbene, questo gioco che non conosce crisi, neanche nell’era del digitale, nasce per scopi pedagogici ed educativi nel 1766, quando un tale John Spilsburyincisore e fabbricante di cartine geografiche di Londra, decise di incollare una sua cartina su una tavola di legno e di ritagliare la stessa lungo i confini delle nazioni. I bambini avrebbero dovuto ricomporre la stessa cartina imparando la geografia.

Un’idea semplice e geniale che utilizziamo ancora oggi.

Buona lettura.

Raffaello Castellano



David di Donatello 2019: i verdetti


Nella serata di mercoledì 27 marzo 2019, si è tenuta la 64esima edizione dei David di Donatello, il più importante riconoscimento del cinema italiano, insieme ai Nastri d’Argento e leggermente sopra i Globi d’oro. La serata di premiazione, di quelli che sono definiti gli “Oscar italiani”, quindi i secondi come importanza al mondo, è stata trasmessa in diretta su Rai Uno e presentata per il secondo anno di fila da Carlo Conti.matteo-garrone-sul-palco-per-dogman

Come da pronostico, Dogman di Matteo Garrone, ha fatto incetta di statuette, con ben 9 David vinti: miglior film, regia a Garrone, attore non protagonista a Edoardo Pesce, sceneggiatura originale a Garrone con Massimo Gaudioso e Ugo Chiti, fotografia a Nicolaj Brüel, montaggio a Marco Spoletini, scenografia a Dimitri Capuani, trucco a Dalia Colli e Lorenzo Tamburini, sonoro a Maricetta Lombardo & co. Il regista Matteo Garrone, sul palco, accolto da applausi scroscianti, ha inviato un appello affinché il cinema vecchia maniera, quello delle sale, continui a sopravvivere, perché la magia del Cinema è tutta lì: «Grazie a voi, lo abbiamo fatto insieme questo film. Questa è una serata speciale perché si è parlato molto dell’importanza di tornare al cinema anche l’estate, di quanto sia importante e bello poter vedere i film sul grande schermo. Purtroppo è un periodo in cui le cose stanno cambiando velocemente, c’è la tendenza sempre più a vedere i film a casa sulle piattaforme digitali, Netflix ecc. Ma credo sia importante invece cercare di tornare al cinema, però è anche importate che i cinema diventino sempre più grandi, invece la sensazione che ho è che le sale diventino sempre più piccole e i televisori sempre più grandi, quindi facciamo attenzione se crescono i televisori a far crescere anche gli schermi dei cinema. Questo film sono contento di averlo fatto, è nato un po’ per caso. Abbiamo iniziato a scriverlo dodici anni fa e tenuto sempre nel cassetto. L’ho fatto perché avevo qualche mese libero aspettando Pinocchio e invece è andato così bene che non ce l’aspettavamo. A volte accadono delle cose che non ti aspetti nel cinema, riuscire a creare dei momenti irripetibili.»64. David Di Donatello - Winners Photocall

Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, altro film attesissimo e pluri-presente in nominations, conquista 4 statuette: il film che ricostruisce gli ultimi, tragici giorni della vita di Stefano Cucchi porta a casa i premi per il miglior produttore, miglior regista esordiente a Cremonini, il David Giovani (votato da 3.000 studenti delle scuole superiori) e soprattutto il meritatissimo David per il miglior attore protagonista allo strepitoso Alessandro Borghi, visceralmente e fisicamente trasformato per interpretare la vittima di questa tragica vicenda di cronaca. Sul palco, lo stesso attore, visibilmente emozionato per il suo primo David in carriera, ha dedicato il premio a Stefano Cucchi:

Magro invece il bottino di un altro film molto atteso, Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino, che ottiene solo 2 David, per la sceneggiatura non originale a James Ivory, Walter Fasano e Guadagnino, e per la canzone originale Mistery of Love di Sufjan Stevens.elena-sofia-ricci-vince-il-david-come-miglior-attrice-protagonista

Loro di Paolo Sorrentino, si ferma a due statuette: per le acconciature del veterano Aldo Signoretti, ma soprattutto quello meritatissimo per la miglior attrice protagonista alla strepitosa Elena Sofia Ricci, completamente calatasi nei panni di Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi. L’attrice toscana è colta di sorpresa dalla vittoria del suo terzo David e sul palco è davvero emozionatissima, trattenendo a stento le lacrime: «Non ci credo! Grazie. Ho la salivazione azzerata. Non riesco neanche a parlare. Grazie a mio marito che mi ha tanto sostenuta e mi ha aiutato a fare il provino e tutto. Grazie a Toni Servillo che è stato un collega, un compagno di lavoro meraviglioso. A Paolo[n.d.r. Sorrentino], a tutti i componenti della troupe e soprattutto a chi è riuscito a trasformarmi in un’altra. Grazie a tutti i giurati e a tutti voi che mi avete votata e sostenuta. Grazie davvero, non me lo aspettavo.»

Due i David anche per Capri-Revolution di Mario Martone, che porta a casa il premio per il miglior musicista e quello per il miglior costumista. La bravissima Marina Confalone batte Jasmine Trinca e ottiene il David per la miglior attrice non protagonista per Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis, salendo sul palco visibilmente commossa e dedicando il premio «alla nostra terra, ai napoletani che hanno buona volontà». Premio per i migliori effetti visivi a Victor Perez per Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, mentre il David dello Spettatore, assegnato al film più visto della scorsa stagione, se lo aggiudica A casa tutti bene di Gabriele Muccino.

2019 ?David di Donatello Awards?Debacle totale per Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher ed Euforia di Valeria Golino che, a fronte rispettivamente di 9 e 7 nomination, restano a mani vuote. Due grandi registi si aggiudicano invece i David per il miglior documentario e per il miglior film straniero. Il primo è Nanni Moretti con il suo Santiago, Italia ed uno scarno e veloce ringraziamento sul palco, mentre il secondo è Alfonso Cuarón con il suo pluripremiato Roma, già vincitore il mese scorso agli Oscar hollywoodiani. David per il miglior cortometraggio a Frontiera di Alessandro Di Gregorio.

Esplicati i David ordinari, la serata, come sempre è stata arricchita dai David speciali alla Carriera. Uno di questi, attesissimo, è andato al grande Tim Burton. Il geniale regista di Dumbo, accolto da una standing ovation giusta e accorata, ha sottolineando la differenza di trattamento che riceve in patria: «Vorrei che la gente fosse così carina con me anche nel mio paese». Molto emozionato ha poi ricordato il suo amore per il cinema italiano: «Io sono cresciuto con registi italiani come Fellini, Mario Bava, Dario Argento.. ho lavorato con Dante Ferretti. Non sono italiano ma è come se avessi una famiglia italiana ed è meraviglioso per me ed è un onore essere qui.» Burton ha poi parlato del suo reboot di Dumbo ed ha ricevuto il David alla Carriera dalle mani di Roberto Benigni: «Roberto l’ho ammirato e amato per tantissimi anni, quindi la famiglia si ingrandisce. E per me ricevere questo premio da Roberto e tutti quelli che ho conosciuto ed amato qui, è uno dei più grandi onori della mia vita». Benigni risponde omaggiandolo a sua volta, annuncia poi il suo ritorno al cinema nel Pinocchio di Matteo Garrone, mentre riceve anch’egli una standing ovation meritata per il ventennale del trionfo della Vita è bella agli Oscar.david-speciale-ad-uma-thurman

Altro ospite internazionale e altro David alla carriera per la sempre sensuale Uma Thurman. Gli altri due David alla Carriera della serata, invece parlano italiano: la terza statuetta speciale va alla grande scenografa vincitrice di 3 Oscar Francesca Lo Schiavo, che lo ha dedicato a «tutti i registi con cui ho lavorato e che mi hanno insegnato a guardare oltre il possibile»; la quarta e ultima statuetta alla Carriera, sicuramente la più meritata, va a Dario Argento, accolto dalla terza standing ovation della serata. Il maestro del brivido, che in carriera non aveva mai vinto un David, dopo le banali e trite domande di Conti, si compiace a metà per il premio, con un pizzico di polemica: «Vorrei dire una cosa, un po’ polemica: io ho fatto tanti anni cinema, ormai quasi 40 anni, e non ho mai ricevuto un David di Donatello, questa è la prima volta». E alla battuta di Conti «Maestro.. uno solo, ma un David Speciale dato col cuore dall’Accademia», Argento taglia corto con un lapidario «sì, ma troppo tardi».

Se l’assegnazione dei premi, ordinari e speciali, è condivisibile e per alcune categorie, ampiamente previste, per la qualità delle eccellenze messe in gioco (vedasi Dogman per il miglior film, Alessandro Borghi come miglior attore ed Elena Sofia Ricci come miglior attrice), lo show è altresì sembrato troppo simile a quelli classici, salottari e sempliciotti, a cui “Mamma Rai”, ci ha abituato negli ultimi anni. Forse uno show più innovativo per i cosiddetti “Oscar italiani”, sarebbe stato più consono all’importanza e alla risonanza che i David di Donatello hanno nel mondo, in ossequio alla gloriosa e più che centenaria storia del nostro cinema.