Festival del Cinema di Venezia 2021: 5 film italiani in concorso


Tra poco più di un mese (1-11 settembre), inizierà la 78esima edizione di quello che è e sarà sempre il Festival del Cinema più antico e prestigioso del mondo, ovvero Venezia. Questa edizione, per il Cinema italiano, sarà un’edizione record. Avremo infatti, ben 5 pellicole nazionali in concorso, segno di una ritrovata vena produttiva, che fa ben sperare per il futuro.

Tutti film d’autore, che siamo sicuri, incanteranno le sale della Mostra del Cinema: America Latina, thriller dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo con Elio Germano; Il buco di Michelangelo Frammartino che narra una straordinaria impresa italiana di speolologia; Freaks out di Gabriele Mainetti con Claudio Santamaria e Pietro Castellitto nel cast e Nicola Guaglianone, sceneggiatore che ne firma il soggetto originale; Qui rido io di Mario Martone con Toni Servillo nel ruolo di Eduardo Scarpetta; È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, in cui il regista premio Oscar, racconta la sua passione per il Napoli di Maradona e la scomparsa dei suoi genitori, quando aveva 16 anni, nel 1987.

I titoli sono stati annunciati dal direttore artistico Alberto Barbera durante la presentazione del programma della kermesse, che si terrà in Laguna dall’1 all”11 settembre 2021.  Numerosa anche la presenza del cinema italiano nei film fuori concorso o nella altre sezioni. Tra gli eventi più importanti la pellicola d’apertura di Pedro Almodovar con Madres Paralelas e l’anteprima mondiale di Dune di Denis Villeneuve. Nella Mostra, sarà forte anche la presenza femminile sia come registe che come storie. Già annunciate le misure di sicurezza che saranno quelle in vigore in tutta Italia con accesso in sala la cui capienza è dimezzata, con posti numerati e green pass.

Nell'immagine Alberto Barbera, Direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia - Smart Marketing
Alberto Barbera, Direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia.

Ovviamente, i “soliti noti” hanno storto il naso: “troppo vasta la presenza italiana in concorso”. Ai detrattori, ha risposto il direttore artistico Alberto Barbera: “Non si tratta di sostenere a ogni costo il cinema italiano, credo che il settore sia in un momento di grazia e se ben 5 pellicole sono arrivate al rettilineo finale, è perché lo hanno ampiamente meritato. Abbiamo lavorato per tutto l’anno, senza sosta, nella selezione dei film – ha detto ancora Barbera -. Ci ha sorpreso la qualità media, che è complessivamente più alta del solito, come se la pandemia avesse stimolato la creatività di tutti. Sono ottimista sullo stato di salute del cinema italiano, nonostante le difficoltà dell’industria cinematografica”.

Insomma, la Mostra del Cinema di Venezia, promette, come ogni anno, scintille, le solite polemiche, tante pellicole interessanti e tanti ospiti, pronti a calcare il red carpet, di quello che rimane il Festival dei Festival, 78enne, ma più giovane che mai.

 

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Il grande passo - Il film


Più di qualche mese fa, proprio in un articolo pubblicato su questa rivista, elogiavo un film che di lì a qualche mese (si parlava di marzo 2020) sarebbe apparso nelle sale. Come per tutte le altre pellicole, che sarebbero uscite tra il tardo inverno e la “prima” primavera, questo film è stato bloccato dall’emergenza sanitaria del Covid-19, che ha scosso il mondo. Tante di queste pellicole ci riproveranno ad uscire in sala a settembre e ottobre; e altre ancora hanno già tentato di “risalire la corrente”, nel mese di agosto. Quel film di cui parlo sopra è Il grande passo, il quale lo scorso ottobre al prestigioso Torino Film Festival, ottenne scroscianti applausi, fino a consentire a Stefano Fresi e Giuseppe Battiston di aggiudicarsi il premio ex-aequo come migliori interpreti maschili.il-grande-passo-locandina

Che dire del film. Che è una strepitosa commedia lunare, opera seconda del regista veneto Antonio Padovan; che si serve della classe interpretativa di Stefano Fresi e Giuseppe Battiston e della loro incredibile somiglianza fisica; che è un film ricco di ingredienti, situazioni e personaggi fuori dal comune. Il tutto ruota, però, attorno ad un unico grande sogno: raggiungere la luna solo con le proprie forze. Un fratello ostinato, tanto da costruire un vero e proprio razzo spaziale nella sua cascina di campagna; ed un altro, bonario, accomodante, comprensivo, che ha a cuore le sorti del fratello, che ha visto pochissimo nella sua vita, ma che è l’unico in grado di comprendere il suo malessere.

Battiston e Fresi spaziano perfettamente tra il toccante e l’esilarante, tra il grottesco e il surrealismo, regalandoci scampoli di quella che può essere definita la “nuova” coppia del cinema impegnato. Già perché la pellicola è davvero una spanna sopra la media delle commedie all’italiana attuali. Il sogno dello spazio e dalla vita extraterrestre sono ben descritti, così come la capacità di questo film, di far sognare il pubblico, ed infondere positività, strappando risate amare, ma intelligenti. Il talento dei suoi due protagonisti e un finale davvero sorprendente ed azzeccato, rendono la pellicola, per chi ama davvero il cinema italiano d’autore, una gemma preziosa.il-grande-passo-foto

Insomma, Il grande passo è un film generoso. Generoso con i suoi personaggi e generoso nel suo elogio ai ‘sognatori’ che appena si mettono a parlare della Luna innalzano la prosa del quotidiano a un grado di rarefazione lirica toccante. Padovan non dimentica di mostrare il biasimo di cui sono bersaglio i visionari senza pigiare mai sul tasto della ‘cattiveria’, donandoci uno squarcio di poetica surreale, di magnetica attrazione. Un film impegnato che per la prima volta, mette insieme due artisti che hanno fatto la gavetta e che sanno quanto il successo può essere effimero senza talento e che sanno che in fondo ogni artista guarda alla “Luna”, come fonte di sogni e di speranze.

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I 5 migliori film italiani sulla Pasqua + 1 film “alternativo”


Considerata la festa religiosa più importante del Cristianesimo, la Santa Pasqua celebra la risurrezione di Gesù. Moltissimi sono i film che raccontano la vita del Messia e la maggior parte di essi girati proprio nel nostro Paese, soprattutto nel sud-Italia, ricco di quei paesaggi brulli, di quelle gole scavate dal tempo e dalla siccità, similari a quelle originarie della Palestina. Ovviamente girare in Italia, significava abbattere i costi, tanto per le produzioni nazionali, tanto per quelle estere, con la possibilità di realizzare il film in un Paese dove non mancava certo la manodopera attoriale, anche e soprattutto nelle innumerevoli comparse. Già perché, la caratteristica dei film, in qualche modo incentrati su Gesù, dalla sua nascita alla sua morte in croce e della sua resurrezione, hanno fin dagli albori del cinema, attirato l’attenzione di cineasti e produttori.

Tra kolossal di chiaro stampo hollywoodiano, cinema d’autore italiano e internazionale, numerosissime sono state le rappresentazioni cinematografiche di uno degli episodi più sentiti della storia del Cristianesimo; ma pochi sono stati quelli definibili “capolavori” sia da un punto di vista storico-sociologico, sia dal punto di vista figurativo. Certamente non possono mancare le opere di Pier Paolo Pasolini, scrittore e intellettuale laico, che da laico ha offerto quella che anche dal mondo della Chiesa è ritenuto il più bel film sulla vita di Gesù, ovvero Il vangelo secondo Matteo; e poi non va scordato il tormentato Gesù di Martin Scorsese, oppure la cruenta pellicola di Mel Gibson o il nazareno di Franco Zeffirelli. Insomma, tante visioni differenti, di un momento cruciale della storia del mondo e del cristianesimo, che prendono spunto sia dal Vangelo, che dal Nuovo Testamento, ma anche da romanzi ispirati alla vità di Gesù Cristo. E non solo, non mancano pellicole ambientate nei tempi moderni, che in qualche modo raccontano la Pasqua, sia da un punto di vista simbolico che commerciale, ma anche bizzarre ed innovative. Quelle che citeremo quì sono 6 pellicole italiane, le quali investono tutti i sottogeneri sopra indicati e rappresentano un’esaustiva selezione per comprendere l’autorialità nazionale di intendere la Pasqua. Si noti bene, come specificato sopra, si parla di Pasqua in tutte le sue innumerevoli declinazioni, anche ma non esclusivamente la descrizione storica della crocefissione di Gesù.

https://youtu.be/P7RjM67QFRU

  1. Il Vangelo secondo Matteo (1964), di Pier Paolo Pasolini

Il film del maestro Pasolini restituisce la forza dirompente e “scandalosa” della parola di Gesù senza gli orpelli della iconografia tradizionale. Fa il tutto rimanendo fedele alla versione dell’apostolo Matteo, raccontando la storia di Gesù, dall’annunciazione alla Madonna, all’angelo che annuncia la sua resurrezione. Sceglie volti di non professionisti, gira tra i Sassi di Matera e gli aridi paesaggi delle Gravine di Massafra e Ginosa, e riesce a catturare, da laico, il mistero del sacro. Lo stile alterna la macchina da presa a mano che insegue il volto dei personaggi a composizioni memori della pittura quattrocentesca, la brutalità realistica (gli indemoniati, il lebbroso, la crocifissione), all’elegia estatica (il battesimo, l’annuncio finale, qui proposto). Bello ed emozionante come nessun film che sia mai stato trattato dai Vangeli, al di là delle intenzioni d’autore e delle polemiche che lo accompagnarono. Nel cinquantenario della sua uscita, la Chiesa Cattolica, lo ha ritenuto il miglior film sulla vita di Gesù, interpretato dall’allora sconosciuto attore spagnolo Enrique Irazoqui e reso in maniera sublime dal genio di un uomo dichiaratamente laico, ma che ha saputo capire l’essenza dell’essere Cristiano, ben più di molti che si ritengono tali.

https://youtu.be/PTTjjhJTpRc

  1. Gesù di Nazareth (1977), di Franco Zeffirelli

Probabilmente un po’ troppo melenso nel suo messaggio di fondo e certamente inferiore al capolavoro pasoliniano, questa versione della vita di Gesù, diretta da Franco Zeffirelli ebbe un enorme successo di pubblico. Concepito inizialmente solo per la televisione, era infatti diviso in sei puntate, ottenne una riduzione cinematografica forse migliore di quella televisiva, perché epurata di parti “inutili”, venendo trasmessa in tutto il mondo. Interessante anche per le numerose comparse famose che presero parte al film.

https://youtu.be/RsC2Y1lNmUw

  1. Non c’è pace tra gli ulivi (1950), di Giuseppe De Santis

Ritratto di un mondo arcaico, segnato dalla storia ed assolutamente originale in un periodo storico in cui il “Neorealismo” era il genere più affermato nel panorama cinematografico italiano, il film di De Santis è legato alla Pasqua dal suo simbolismo. Ovvero quello che, 70 anni fa, ma anche oggi è tipico dell’Italia rurale e delle sue antiche tradizioni: quando è Pasqua significa che ormai per gli ulivi è tempo di fioritura. La vicinanza alla simbologia pasquale di questo raffinato film bucolico che è un intenso melodramma sociale, lo rende uno dei più interessanti legati ad una visione contadina della festività religiosa.

Prima comunione (1950), di Alessandro Blasetti
Prima comunione (1950), di Alessandro Blasetti

  1. Prima comunione (1950), di Alessandro Blasetti

Supportato da un Aldo Fabrizi a dir poco magistrale e diretto con mano sapiente dal maestro Alessandro Blasetti, il film in perfetta commistione tra commedia e neorealismo narra della mattina di Pasqua travagliata di un commendatore che deve ritirare il vestito della prima comunione di sua figlia. Gliene succederanno di tutti i colori, affrontando contrattempi di ogni tipo. Il commendatore interpretato da Fabrizi è particolarmente azzeccato nella sua pretesa di risolvere ogni problema estraendo il portafoglio, sintomo ancora ai “primordi” di un’Italia pronta a farsi travolgere dal consumismo frenetico, quale è al giorno d’oggi anche una festa religiosa.

https://youtu.be/ky67jMDAXhg

  1. Volere volare (1991), di Maurizio Nichetti

Uno scioglilingua cinematografico che presenta un ammiccamento puro e metaforico alla maschera da cartoon, ovvero un magistrale esempio di comicità intelligente e non volgare. Questo è Volere volare, bizzarro film diretto ed interpretato da Maurizio Nichetti, risposta italiana a Roger Rabbit. Il protagonista che di lavoro sonorizza cartoni animati, ad un certo punto si trasforma in cartoon e il film va avanti così, con una riuscita e fantasiosa tecnica mista tra realtà e animazione. Dinamico, irrazionale, divertentissimo, supportato da una bravissima Angela Finocchiaro e dai suoi fidi cartoon, il film è basato tutto sull’estro di Nichetti, che riesce a tirare fuori di tutto e di più dalle situazioni quotidiane, con una sfrenata allegria infantile. E siccome si tratta di qualcosa che ha a che fare con l’istinto fanciullesco che ognuno ha nascosto dentro di sé, nel film sono presenti, in numerose scene le uova di Pasqua, simbolo, oltre che del consumismo, di quella spensieratezza fiabesca tipica dell’animo candido dei bambini: il cioccolato, la gioia della sorpresa, l’affetto dei propri cari.

Ed eccoci al film alternativo enunciato anche nel titolo.

https://youtu.be/e-k0B5nc1LA

  1. White Pop Jesus (1979), di Luigi Petrini

Un bizzarro, trash e atipico musical moderno interpretato da Awana Gana. Il suo personaggio è Jesus, un giovane, fuggito da un manicomio, convinto di essere il Messia, ritornato sulla terra: emerge dalle acque del mare a Taranto, vestito di bianco e va in giro per la città a professare. Parodia di Jesus Christ Superstar, film di Norman Jewison del 1973, il film di Petrini è una sorta di musical che ripercorre la vita di un moderno Gesù Cristo. Il tutto per le strade di Taranto, nelle quali si riconoscono il Lungomare, la Villa Peripato e tutto il Borgo.

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Cresce l’attesa per gli Oscar 2020 con l’annuncio delle nomination. Joker continua a comandare.


Annunciate il 13 gennaio le nomination per gli Oscar 2020, che si terranno il prossimo 10 febbraio.

Continua a dominare il film “Joker” con il formidabile Joaquin Phoenix, subito dopo Tarantino, Mendes e Scorsese.

Ecco le nomination:

 

MIGLIOR FILM

Le Mans ’66 – La Grande Sfida

The Irishman

Jojo Rabbit

Joker

Piccole Donne

Storia di un matrimonio

1917

C’era una volta a…Hollywood

Parasite

Joker 11 candidature
Joker 11 candidature

MIGLIOR REGIA

Martin Scorsese (The Irishman)

Todd Phillips (Joker)

Sam Mendes (1917)

Quentin Tarantino (C’era una volta a…Hollywood)

Bong Joon-ho (Parasite)
MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA

Cinthia Erivo (Harriet)

Scarlett Johansson (Storia di un matrimonio)

Saoirse Ronan (Piccole Donne)

Charlize Theron (Bombshell)

Renée Zellweger (Judy)

 

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA

Antonio Banderas (Dolor Y Gloria)

Leonardo DiCaprio (C’era una volta a…Hollywood)

Adam Driver (Storia di un Matrimonio)

Joaquin Phoenix (Joker)

Jonathan Pryce (I Due Papi)

The Irishman 10 candidature
The Irishman 10 candidature

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

Kathy Bates (Richard Jewell)

Laura Dern (Storia di un Matrimonio)

Scarlett Johansson (Jojo Rabbit)

Florence Pugh (Piccole Donne)

Margot Robbie (Bombshell)
MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA

Tom Hanks (Un amico straordinario)

Anthony Hopkins (I due papi)

Al Pacino (The Irishman)

Joe Pesci (The Irishman)

Brad Pitt (C’era una volta a…Hollywood)
MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE

Corpus Christi (Polonia)

Honeyland (Macedonia)

I Miserabili (Francia)

Dolor y Gloria (Spagna)

Parasite (Corea del Sud)

C'era una volta... a Hollywood 10 candidature
C’era una volta… a Hollywood 10 candidature

MIGLIORE COLONNA SONORA

Joker

Piccole Donne

Storia di un Matrimonio

1917

Star Wars: L’Ascesa di Skywalker

 

MIGLIORE CANZONE ORIGINALE

Toy Story 4

Rocketman

Breakthrough

Frozen 2

Harriet
MIGLIOR CORTOMETRAGGIO ANIMATO

Dcera (Daughter)

Hair Love

Kitbull

Memorable

Sister

1917 - 10 candidature
1917 – 10 candidature

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO LIVE ACTION

Brotherhood

Nefta Football Club

The Neighbors’ Window

Saria

A Sister
MIGLIOR SONORO

Le Mans ’66 – La Grande Sfida

Joker

1917

C’era una volta a…Hollywood

Star Wars: L’ascesa di Skywalker
MIGLIOR MONTAGGIO SONORO

Ad Astra

Le Mans ’66 – La Grande Sfida

Joker

1917

C’era una volta a…Hollywood

Parasite 6 candidature
Parasite 6 candidature

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE

Dragon Trainer: il mondo nascosto

Dov’è il mio corpo?

Klaus

Missing Link

Toy Story 4
MIGLIORE FOTOGRAFIA

The Irishman

Joker

The Lighthouse

1917

C’era una volta a…Hollywood

 

MIGLIORI EFFETTI VISIVI

Avengers: Endgame

The Irishman

Il Re Leone

1917

Star Wars: L’ascesa di Skywalker

JoJo Rabbit 6 candidature
JoJo Rabbit 6 candidature

MIGLIORI SCENOGRAFIE

The Irishman

Jojo Rabbit

1917

C’era una volta a…Hollywood

Parasite

 

MIGLIOR MONTAGGIO

Le Mans ’66 – La Grande Sfida

The Irishman

Jojo Rabbit

Joker

Parasite

 

MIGLIOR LUNGOMETRAGGIO DOCUMENTARIO

American Factory

The Cave

The Edge of Democracy

For Sama

Honeyland

oscar-2020

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO

In the Absence

Learning to Skateboard in a Warzone (If You’re a Girl)

Life overtakes me

St. Louis Superman

Walk Run Cha-cha

 

MIGLIORI COSTUMI

The Irishman

Jojo Rabbit

Joker

Piccole Donne

C’era una volta a…Hollywood
MIGLIOR TRUCCO E ACCONCIATURE

Bombshell

Joker

Judy

Maleficent: Signora del Male

1917

 

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE

Cena con Delitto – Knives Out

Storia di un Matrimonio

1917

C’era una volta a…Hollywood

Parasite
MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

The Irishman

Jojo Rabbit

Joker

Piccole Donne

I Due Papi

 

E voi avete visto questi film? Qual è il vostro favorito? Siete d’accordo con le nomination?




I vincitori dei Golden Globes 2020, tra impegno vegan e toccanti discorsi, con un pensiero all'Australia


Svolti il 6 gennaio scorso i Golden Globes 2020, tra i più importanti premi al mondo per il cinema e la televisione, assegnati da circa novanta giornalisti della stampa estera iscritti all’HFPA (Hollywood Foreign Press Association). L’edizione, presentata dal comico inglese Ricky Gervais, fra tante risate e discorsi impegnati, soprattutto dedicati all’ambiente e alla libertà di scelta delle donne, ha assegnato anche due premi alla carriera, rispettivamente all’attrice americana Ellen DeGeneres e al grandissimo Tom Hanks.

Ricky Gervais
Ricky Gervais

A farla da padrone nelle nomination il colosso Netflix, che però poi non ha portato a casa numerosi risultati. Questa edizione, la prima con cena totalmente vegana, ha visto come protagonista anche numerosi discorsi dei vincitori dedicati all’Australia e alla sua tremenda situazione attuale.

Qui di seguito i vincitori della Sezione CINEMA:

Miglior film drammatico
1917
The Irishman
Joker
Storia di un matrimonio
I due papi

Parte del cast ed il registta Sam Mendes del film "1917".
Parte del cast ed il registta Sam Mendes del film “1917”.

Miglior attrice in un film drammatico
Cynthia Erivo, Harriet
Scarlett Johansson, Storia di un matrimonio
Saoirse Ronan, Piccole donne
Charlize Theron, Bombshell
Renée Zellweger, Judy

Miglior attore in un film drammatico
Christian Bale, Le Mans ’66 – La grande sfida
Antonio Banderas, Dolor y Gloria
Adam Driver, Storia di un matrimonio
Joaquin Phoenix, Joker
Jonathan Pryce, I due papi

Joaquin Phoenix
Joaquin Phoenix

Miglior film commedia o musicale
C’era una volta… a Hollywood
Jojo Rabbit
Cena con delitto – Knives out
Rocketman
Dolemite Is My Name

C’era una volta… a Hollywood
C’era una volta… a Hollywood

Miglior attrice in un film comico
Awkwafina, The Farewell
Ana de Armas, Cena con delitto – Knives out
Cate Blanchett, Che fine ha fatto Bernadette?
Beanie Feldstein, La rivincita delle sfigate
Emma Thompson, E poi c’è Katherine

Miglior attore in un film comico
Daniel Craig, Cena con delitto – Knives out
Roman Griffin Davis, JoJo Rabbit
Leonardo DiCaprio, C’era una volta… a Hollywood
Taron Egerton, Rocketman
Eddie Murphy, Dolomite Is My Name

Taron Egerton
Taron Egerton

Miglior attrice non protagonista
Kathy Bates, Richard Jewell
Annette Bening, The Report
Laura Dern, Storia di un matrimonio
Jennifer Lopez, Le ragazze di Wall Street
Margot Robbie, Bombshell

Miglior attore non protagonista
Tom Hanks, Un amico straordinario
Anthony Hopkins, I due papi
Al Pacino, The Irishman
Joe Pesci, The Irishman
Brad Pitt, C’era una volta… a Hollywood

Brad Pitt
Brad Pitt

Miglior regista
Bong Joon-ho, Parasite
Sam Mendes, 1917
Todd Phillips, Joker
Martin Scorsese, The Irishman
Quentin Tarantino, C’era una volta… a Hollywood

Miglior film straniero
The Farewell (Cina)
Dolor y Gloria (Spagna)
Les Misérables (Francia)
Parasite
 (Corea del Sud)
Ritratto della giovane in fiamme (Francia)

Il regista Bong Joon-ho ritira il Golden Globe per Il miglior Film Straniero per "Parasite".
Il regista Bong Joon-ho ritira il Golden Globe per Il miglior Film Straniero per “Parasite”.

Miglior film d’animazione
Frozen 2
Dragon Trainer 3: Il mondo nascosto
Missing Link
Il Re Leone
Toy Story 4

Miglior sceneggiatura
Noah Baumbach, Storia di un matrimonio
Bong Joon Ho, Parasite
Anthony McCarten, I due papi
Quentin Tarantino, C’era una volta… a Hollywood
Steven Zaillian, The Irishman

Quentin Tarantino
Quentin Tarantino

Miglior colonna sonora
Alexandre Desplat, Piccole donne
Hildur Guðnadóttir, Joker
Randy Newman, Storia di un matrimonio
Thomas Newman, 1917
Daniel Pemberton, Motherless Brooklyn

Miglior canzone
Beautiful Ghosts (Cats)
(I’m Gonna) Love Me Again (Rocketman)
Into the Unknown (Frozen 2)
Spirit (Il Re Leone)
Stand Up (Harriet)

Qui di seguito i vincitori della Sezione SERIE TV:

Miglior serie drammatica
Big Little Lies
Killing Eve
Succession
The Crown
The Morning Show

il cast della serie TV Succession
il cast della serie TV Succession

Miglior attrice in una serie drammatica
Jennifer Aniston, The Morning Show
Olivia Colman, The Crown
Jodie Comer, Killing Eve
Nicole Kidman, Big Little Lies
Reese Witherspoon, The Morning Show

Miglior attore in una serie drammatica
Brian Cox, Succession
Kit Harington, Il Trono di Spade
Rami Malek, Mr. Robot
Tobias Menzies, The Crown
Billy Porter, Pose

Miglior serie comica
Barry
Fleabag
Il metodo Kominsky
The Marvelous Mrs. Maisel
The Politician

Miglior attrice in una serie comica
Christina Applegate, Dead to Me
Rachel Brosnahan, The Marvelous Mrs. Maisel
Kirsten Dunst, On Becoming a God in Central Florida
Natasha Lyonne, Russian Doll
Phoebe Waller-Bridge, Fleabag

Miglior Attrice in una Serie Comica, Phoebe Waller-Bridge per "Fleabag".
Miglior Attrice in una Serie Comica, Phoebe Waller-Bridge per “Fleabag”.

Miglior attore in una serie comica
Michael Douglas, Il metodo Kominsky
Bill Hader, Barry
Ben Platt, The Politician
Paul Rudd, Living with Yourself
Ramy Youssef, Ramy

Miglior miniserie o film tv
Catch-22
Chernobyl
Fosse/Verdon
The Loudest Voice
Unbelievablechernobyl

Miglior attrice in miniserie o film tv
Kaitlyn Dever, Unbelievable
Joey King, The Act
Helen Mirren, Caterina la Grande
Merritt Wever, Unbelievable
Michelle Williams, Fosse/Verdon

Miglior attore in miniserie o film tv
Christopher Abbott, Catch-22
Sacha Baron Cohen, The Spy
Russell Crowe, The Loudest Voice
Jared Harris, Chernobyl
Sam Rockwell, Fosse/Verdon

Miglior attrice non protagonista in una serie, miniserie o film tv
Patricia Arquette, The Act
Helena Bonham Carter, The Crown
Toni Collette, Unbelievable
Meryl Streep, Big Little Lies
Emily Watson, Chernobyl

Patricia Arquette
Patricia Arquette

Miglior attore non protagonista in una serie, miniserie o film tv
Alan Arkin, Il metodo Kominsky
Kieran Culkin, Succession
Andrew Scott, Fleabag
Stellan Skarsgard, Chernobyl
Henry Winkler, Barry

 

Non resta che darci appuntamento al 10 febbraio, con i prestigiosi e attesissimi premi Oscar 2020, per vedere quanto saranno in linea con gli ambiti globi appena assegnati.




I migliori 15 film italiani del 2019


Il 2019 è stato un anno importante per il cinema italiano, nonostante il numero delle pellicole prodotte ed uscite nell’annata, sia calato di 3 unità (114 contro i 117 del 2018). La qualità, bisogna affermarlo è aumentata rispetto all’anno precedente, anche considerando l’attenzione che i Festival internazionali hanno avuto per la nostra cinematografia in quest’annata che sta volgendo al termine. Infatti, della bravura e originalità dei nostri registi si sono accorti i grandi festival internazionali: Berlino che ha tributato a La Paranza dei Bambini l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura e Toronto, che ha premiato con il Platform Prize quel Martin Eden che già al Festival di Venezia aveva regalato a Luca Marinelli la Coppa Volpi come miglior interprete maschile. Proviamo a stilare ora una lista dei 15 migliori film dell’annata, un elenco probabilmente personale, come tutti i giudizi critici di ogni forma ed arte; ma certamente esaustivo su quello che è stato il meglio del cinema italiano del 2019. Da una prima analisi, noterete molte sorprese (Bangla o  A Tor Bella Monaca non piove mai), gradite conferme (Il traditore di Marco Bellocchio o L’uomo del labirinto di Donato Carrisi), grandi ritorni (Roberto Benigni con il Pinocchio di Matteo Garrone, Ficarra e Picone con la loro nuova commedia intelligente dal titolo Il primo Natale) e la presenza come attori protagonisti dei volti più amati del nostro cinema popolare (Pierfrancesco Favino, Luca Marinelli, Rocco Papaleo, Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alessandro Gassman, Gianmarco Tognazzi, Edoardo Leo, Fabio De Luigi, Sergio Rubini…e possiamo ancora continuare. Tutto questo per dire cosa? Che un gruppo di autori importanti tiene in vita il nostro glorioso cinema, aiutato da attori-artisti di indubbio talento, che danno viso, forma e voce alle loro idee. L’elenco è realizzato in puro ordine alfabetico, proprio perché questa non vuol essere una mera classifica dal campionato di serie A; bensì un consiglio ed un invito ad ammirare le migliori pellicole dell’annata che spaziano, senza soluzione di continuità, dalla commedia brillante all’horror, dal film impegnato al giallo con ambizioni psicologiche, dal documentario al fantastico.

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A Tor bella Monaca non piove mai

A Tor Bella Monaca Non Piove Mai, di Marco Bocci è diventato prima un libro e poi un film, e il film ha il pregio di raccontare una periferia dove non tutti sono dei criminali e si può resistere alla tentazione di infrangere la legge diventando un po’ perdenti ma conservando la dignità. Bocci sceglie bene i suoi attori (Andrea Sartoretti, Libero De Rienzo e Antonia Liskova) e chiede loro realismo. La sua regia è invece esplosiva, pop se non addirittura rock, e ogni inquadratura è un piccolo capolavoro. Infine c’è un Giorgio Colangeli che quando si arrabbia – e qui si infuria fin quasi a scoppiare – diventa davvero irresistibile, oltre che temibile.

https://youtu.be/twI1p6JKzoI

Bangla

La vera sorpresa cinematografica italiana dell’anno, quella del giovane e vivace Phaim Bhuiyan, che racconta la sua storia di italiano di seconda generazioni di origine bengalese in una commedia sia sentimentale che sociale. Bangla è forse l’unico film degli ultimi anni in cui un’onnipresente voce fuori-campo non è invadente e fastidiosa. Funziona piuttosto da contrappunto e commento alle azioni del protagonista, il quale, a mo’ di un novello Virgilio, ci conduce fra le strade vivaci di Torpignattara, crogiuolo di razze e mestieri, quartiere di chiese e moschee, di baretti e di street art. Il film esalta la diversità e dà una stoccatina alla falange razzista del nostro paese.

https://youtu.be/a68qCUHc71Y

La dea fortuna

La dea fortuna, ennesimo capolavoro di Ferzan Ozpetek, parla di quanto sia difficile e meraviglioso innamorarsi di nuovo di chi hai vicino, e fa della demenza una virtù che ci aiuta a dimenticare i torti subiti e a guardare ogni giorno il nostro partner come se fosse la prima volta. Parla di come non si debba avere paura di rompere le cose perché si possono (quasi sempre) aggiustare, di come nessuno “la racconta giusta”, principalmente a se stesso, e siamo tutti “nati inguaiati” (anche se sono gli altri ad interpretare la diversità come un guaio). Un universo dove lo spavento esistenziale è dietro l’angolo, ma se restiamo insieme fa meno paura, e ritroviamo luce, aria, respiro. Splendidi i due protagonisti maschili, Edoardo Leo e Stefano Accorsi, coppia omosessuale che si troverà a dover accudire, per un certo periodo, due adolescenti, figli dell’ex compagna del primo.

https://youtu.be/JTg4-5kdKvY

10 giorni senza mamma

Commedia brillante, sorretta da un grande Fabio De Luigi, padre di famiglia, con una moglie e tre figli sotto i 10 anni. Ad un certo punto “mamma”(Valentina Lodovini, bellissima) decide di partire per 10 giorni con la propria sorella, lasciando i tre figli con un papà praticamente assente, per lavoro e per pigrizia: guai a catena. E ancora una volta il volto di “gomma” di Fabio De Luigi si presta a meraviglia ad una tragicommedia familiare. Sebbene sia innegabile infatti che alcune delle vicende in cui si ritrova invischiato il suo personaggio siano esilaranti, dietro nascondono la forte malinconia di un padre che ha trascurato i propri figli. Ed ancora più importante, di un padre che non comprende a pieno il ruolo di una madre full time. Si nota la forte volontà di portare sul grande schermo tematiche attuali quali la frustrazione di una donna nell’essere “solo” una madre o il difficile connubio famiglia/lavoro. E specialmente nell’affrontare la prima, è lodevole il modo con cui è stato scritto il personaggio interpretato da Valentina Lodovini, un ruolo femminile dal sapore (finalmente) contemporaneo.

https://youtu.be/66qCt-0TkF8

Domani è un altro giorno

Una commedia toccante sull’esistenza umana e sul senso più profondo dell’amicizia, sorretta dalle prove di Marco Giallini e Valerio Mastandrea, semplicemente monumentali. Il tema è amaro, ma il regista Simone Spada ha il privilegio di consegnarlo a due professionisti capaci di reggere tra le mani senza mai bruciarsi il magma di una storia che ha molto di disperante, eppure alla disperazione nera non cede mai. È un dialogo a due voci malinconico e scanzonato, Domani è un altro giorno, un valzer degli addii che si basa sulla perfetta alchimia della consolidata coppia di amici e colleghi Valerio Mastandrea / Marco Giallini. Quest’ultimo è senza dubbio alla sua miglior prova di attore: dà sfoggio a tutta la sua abilità incredibile – ma sullo schermo credibilissima – nel cambiare continuamente tono ed espressione, passando nel giro di pochi attimi dal riso al pianto, dall’angoscia all’ironia più graffiante.

https://youtu.be/5hyIsUnmJhU

Il grande spirito

Sergio Rubini e Rocco Papaleo non avevano mai recitato insieme, però insieme sono letteralmente perfetti nei panni di un delinquente mezza tacca e un folle che si crede un sioux e si fa chiamare Cervo Nero. La loro storia si svolge sui tetti, vicino al cielo, un cielo inquinato dalle ciminiere di un mostro di ferro, ovvero l’Ilva di Taranto. Il grande spirito, è un film complesso, poeticamente stralunato e avvolto da un realismo magico, cifre distintive del cinema di Sergio Rubini e di Rocco Papaleo, attore comico “lunare”, un po’ alla Macario. Sempre in bilico fra materia e spirito, fra concretezza anche gretta e allucinazione sempre nobile, Il grande spirito è una storia di miseria e nobiltà, un piccolo gioiello, partito quasi nell’ombra, ma che ben presto ha assorbito ammiratori come una spugna assorbe l’acqua. Surreale e a tratti bizzarro, ma anche profondamente calato nella realtà locale: il film è girato a Taranto, ma nella parte industriale, quella avvelenata dai veleni dell’industria siderurgica, la quale però, saggiamente, rimane sempre sullo sfondo. I due personaggi principali creano una sinergia magistrale che dà forza e propulsione alla storia.

https://youtu.be/Rg6t-Lkb_gE

Lucania: Terra di sangue e magia

Lucania è uno di quei piccoli grandi film che hanno avuto fortuna all’estero e che in Italia sono stati apprezzati ma che la legge implacabile delle sale cinematografiche ha dimenticato. Un film stupendo che ci porta per mano in una terra aspra, selvaggia e forte e ci racconta una storia di disperazioni e visioni, colpe reiterate e meschini boss locali nella quale all’improvviso si apre uno spiraglio di luce: una ragazza che ha perso la parola e che ritrova la voglia di sorridere. Gigi Roccati è un regista attento, che si permette campi lunghi e che cerca la verità dei luoghi e delle emozioni. Bravissima Angela Fontana, una delle due gemelle di Indivisibili.

https://youtu.be/Tweehtmxp34

 Martin Eden

Che Luca Marinelli fosse un grande attore lo sapevamo tutti, ma qui lo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot si supera davvero ed è un meraviglioso Martin Eden, marinaio inquieto con il desiderio di diventare scrittore. La reinterpretazione di Pietro Marcello del romanzo di Jack London è interessante e necessaria. Ci sono tutte le contraddizioni del ‘900 nel film. Ci sono le lotte sindacali di inizio secolo, i roghi dei libri della Germania nazista, il fascismo, la tv e i telefoni grigi. E c’è una commistione di linguaggi e di stili, con immagini di repertorio inserite qua e là a dare epicità alla storia raccontata. Martin Eden è come una barca che ci trascina fra i decenni, celebrando il valore della cultura e denunciando l’incapacità di accogliere e le ingiustizie sociali.

https://youtu.be/uXGFGTf6sfg

Non ci resta che il crimine

Un trio di protagonisti davvero d’eccezione: Marco Giallini, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi, affiancati da un Edoardo Leo di indolente ironia nei panni di Renatino De Pedis, capo della famigerata Banda della Magliana. NON CI RESTA CHE IL CRIMINE è un mix volutamente dichiarato tra NON CI RESTA CHE PIANGERE e SMETTO QUANDO VOGLIO. Il titolo è un omaggio all’ironia del primo leggendario film, il crimine fa parte del plot. E’ la storia di uno sfaccendato trio di amici che mostra ai turisti i luoghi dove aveva operato la Banda della Magliana. Un giorno i tre si trovano catapultati, tramite un cunicolo spaziotemporale, esattamente nel 1982 durante i Mondiali di calcio, in un salto nel tempo curioso e ricco di interesse spettacolare.

https://youtu.be/r0pNcnBXgIE

5 è il numero perfetto

E’ un’opera prima 5 è il numero perfetto, ma non si direbbe, perché Igort (nome d’arte del regista Igor Tuveri), che trae il film da una sua graphic novel, ha le idee molto chiare su come “costruire” un’inquadratura e addirittura coreografare, all’interno di essa, i suoi attori. C’è un’estrema stilizzazione nelle sue scene, che sembrano quasi tableau, e c’è una Napoli anni ’70 che è un universo squisitamente noir, con le strade buie e il cinismo dei personaggi. 5 è il numero perfetto non somiglia nemmeno un po’ a un cinecomic Marvel, piuttosto guarda al cinema di Hong Kong quando le pistole sparano. C’è Valeria Golino dolce e bellissima, c’è Toni Servillo che ha un nasone meraviglioso e c’è Carlo Buccirosso fenomenale e duttile come sempre.

https://youtu.be/kMa8CXTn2TA

Pinocchio

Il Pinocchio di Matteo Garrone, è l’ennesima versione cinematografica dell’omonima fiaba di Carlo Collodi. Nei panni che furono di Nino Manfredi, nel Pinocchio di Luigi Comencini, troveremo Roberto Benigni, che interpreta Geppetto. Il Gatto e la Volpe sono invece rispettivamente Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini. C’è anche Gigi Proietti che interpreta Mangiafuoco. Quello di Garrone è un film d’autore a grandezza di bambino, adatto a tutte le età. La classe non è acqua, e dunque una menzione speciale merita il grande Roberto Benigni: il suo Geppetto è la personificazione dell’amore paterno, e ricorda i “poveri” di Charlie Chaplin, dignitosi e teneri.

https://youtu.be/gmwwrfzFDNs

Il primo Natale

Ficarra e Picone dinanzi al loro primo (film di) Natale dovevano cercare la formula giusta per portare nelle sale un’opera che raggiungesse il target familiare. Di soluzioni facili e di esempi ne avrebbero avuti a disposizione tantissimi (potremmo dire: troppi). Ma la loro comicità ha da sempre rifiutato la risata grassa e le loro sono sempre commedie intelligenti con…una marcia in più. In questa occasione dalla loro collaborazione è nato un film che si rivolge al pubblico più ampio possibile (bambini compresi che troveranno sullo schermo dei loro coetanei) senza però rinunciare a far pensare. Perché la nascita di Gesù è un elemento narrativo perfetto per farci riflettere sulla condizione degli ultimi, di quelli per i quali non c’è posto, dei perseguitati costretti a lasciare la propria terra. Ecco allora che la fulminante sequenza iniziale acquista sempre più valore di monito nel progredire dell’azione. Fin quando si guarda da fuori è facile emettere giudizi anche cinici ma quando si sperimentano le situazioni sulla propria pelle il mutamento di prospettiva fa mutare anche le valutazioni. Tutto questo (e anche una riflessione sul rapporto tra preghiera e azione) ci viene proposto in un contesto scenografico di qualità ma, soprattutto, senza mai dimenticare l’intrattenimento. L’elemento narrativo del salto temporale è stato ampiamente proposto dalla letteratura e dal cinema ma può funzionare solo quando non si trasforma in uno schematico gioco di asimmetrie in cui c’è chi arriva dal futuro e ‘sa’ di più di chi il passato lo sta vivendo come presente. Grazie a gag ed equivoci e al collaudato gioco di coppia Ficarra e Picone (insieme a un Massimo Popolizio che è un Erode dalla perfidia perfetta) hanno evitato anche questo rischio festeggiando, con intelligenza e misura, il loro ‘primo Natale’ al cinema.

https://youtu.be/xpNyu_dUeV4

Il traditore

Il film italiano dell’anno, porta la firma di Marco Bellocchio, il quale torna a occuparsi della storia del nostro paese e ammette la sua fascinazione per un personaggio a cui in passato non aveva minimamente pensato. Il Traditore non è un’apologia di Tommaso Buscetta, ma ne riconosce le doti di grande comunicatore e il suo essere un uomo d’onore rispetto a tanti altri mafiosi. Pierfrancesco Favino, con il suo naturale trasformismo, aderisce perfettamente al personaggio, in cui riconosce quasi un eroe romantico. Il lavoro dell’attore sulla voce e sul portamento del pentito è incredibile, e nelle sua arringhe svela la natura “teatrale” della politica e si issa come il più grande e completo attore italiano da quando è iniziato il nuovo millennio, ovvero da 20 anni. Il Traditore è anche un grande film di comprimari, a cominciare da Luigi Lo Cascio che fa Totuccio Contorno e Fabrizio Feraccane che interpreta Pippo Calò.

https://youtu.be/7nvYMRpKzak

Tutto il mio folle amore

Dopo l’incursione nel fantasy e nel genere cinecomic con Il Ragazzo Invisibile e Il Ragazzo Invisibile: Seconda generazione, Gabriele Salvatores ritorna alle sue radici, alle strade che sa percorrere nel migliore dei modi: il rock e il road movie. Il film, che racconta una storia vera diventata poi un romanzo, è un viaggio che ricorda un po’ Marrakech Express e un po’ Turné, dove la gioia si mescola alla malinconia. Forse qui c’è più amore, che poi è l’amore fra un padre e un figlio, interpretati da un Claudio Santamaria in stato di grazia che canta Modugno e dall’esordiente Giulio Pranno, che ha raccolto la sfida di interpretare un ragazzo autistico e ha vinto. Il regista pensa a Pasolini e a Van Gogh, scegliendo come canzone del film “Vincent” di Don McLean. Come si fa a non struggersi ascoltandola e osservando Willi e Vincent fare un pezzetto di strada insieme nei Balcani, fra atmosfere alla Kusturica e da western?

https://youtu.be/_DKtsKIevvo

L’uomo del labirinto

Dopo l’esordio con La ragazza nella nebbia Donato Carrisi torna dietro la cinepresa per portare sul grande schermo un altro suo best seller, L’uomo del labirinto. Questa volta la regia è più disinvolta, così come è più sicura la direzione degli attori: Toni Servillo, coprotagonista nel ruolo di Genko come lo era ne La ragazza nella nebbia, è qui più controllato e meno gigione, e Dustin Hoffman nei panni del dottor Green mette a frutto la sua lunga esperienza di interprete raffinato. Carrisi attinge ancora una volta a piene mani da tutto il cinema (e la serialità televisiva) di genere, in particolare quello di Dario Argento, campiona Morricone, e assembla doviziosamente tutto l’immaginario pop che il grande pubblico apprezza. Il coniglio cattivo, costume con il quale va in giro lo psicopatico/serial killer, poi è un ovvio riferimento a Donnie Darko, anche se qui ha gli occhi a forma di cuore.

https://youtu.be/eLYeXFfD0yQ

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La Luna e il Cinema


Fin dall’antichità la Luna, il nostro fedele satellite, ha ispirato poeti e artisti, e come tale il Cinema non poteva rimanere insensibile di fronte al fascino, alla magia, al sogno e al mistero che la avvolge. La Luna ha un ascendente enorme sulla nostra fantasia e come tale ha avuto le sue esperienze cinematografiche. Già dagli albori, il cinema si è interessato ad essa, e ben presto il rapporto Luna-Cinema è diventato epocale. L’immagine del volto della Luna con una smorfia di dolore per la navicella spaziale conficcata nell’occhio destro è da tempo diventata iconica, utilizzata per pubblicità, copertine, manifesti eccetera. Si tratta in realtà di un fotogramma di un celebre film, Il viaggio nella Luna di Georges Méliès del 1902, che possiamo considerare il primo film di fantascienza della storia. Se i fratelli Lumière, gli inventori “ufficiali” del cinema, filmavano quasi solo scene di vita reale fu il citato Méliès, uomo di teatro che si appassionò alla novità, a intuire che il cinematografo poteva servire anche per una narrazione. Méliès è ricordato come “il creatore della spettacolo cinematografico”. Tra le tante pellicole da lui dirette e interpretate, tutte di argomento fantastico, Le voyage dans la Lune è il più importante e celebrato: fu un grande successo internazionale, tanto che sembra persino che le sale cinematografiche siano nate proprio per poterlo proiettare, mentre in precedenza si utilizzavano i teatri di prosa. E’ chiaramente ispirato al romanzo Dalla Terra alla luna di Jules Verne in tutta la prima parte, quella relativa alla progettazione, alla costruzione e al lancio della navicella, mentre la seconda parte è dovuta all’immaginazione del regista. Ricordiamo infatti che nel romanzo di Verne, e nel suo seguito Attorno alla Luna, i terrestri non arrivano sul nostro satellite, mentre nel film di Méliès vi atterrano, si scontrano con i sui abitanti che non sono amichevoli ma per fortuna possono essere sconfitti a colpi di ombrello, poi tornano indietro semplicemente lasciando che la capsula spaziale “cada” verso la Terra, dove sono accolti con grandi onori. Per l’epoca il film può considerarsi un kolossal: vi erano una quantità di comparse, tra cui le ballerine del corpo di ballo dello Châtelet e gli acrobati delle Folies-Bergère, e la sua durata, che pare in origine fosse di ventuno minuti mentre le copie oggi rimaste sono di quindici, era notevole; alcune copie furono colorate a mano (oggi ne sopravvive solo una). In effetti è un tripudio di inventiva, effetti speciali, costumi sfarzosi.

Questo successo diede ovviamente impulso alla cinematografia lunare e già nel 1908 vi fu un secondo viaggio con Excursions dans la Lune dovuto a Segundo de Chomon, altro cineasta famoso all’epoca e che aveva lavorato con Méliès, che per la verità è un vero e proprio plagio del film precedente – anche se allora il concetto di plagio non esisteva – perché ne segue pedissequamente tutta la messa in scena, differenziandosi solo per gli effetti speciali, forse un po’ più tecnici ma meno immaginifici. Lungo tuttavia solo 7 minuti, ha qualche piccola differenza: la navicella spaziale non colpisce l’occhio della Luna ma vi entra in bocca, e i terrestri sono ben accolti dai seleniti con un balletto e lasciati ripartire tranquillamente. Dopo un altro film dallo stesso titolo, ma in inglese: A Trip to the Moon, nel 1914, del quale non si sa niente perché è perduto, è la volta del romanzo di Herbert George Wells I primi uomini sulla Luna a essere trasposto per il cinema nel 1919 dagli inglesi Bruce Gordon e J.L.V. Leigh. Anche questo The First Men in the Moon è oggi perduto ma ne sono sopravvissuti alcuni fotogrammi e rimane una recensione dalla quale si capisce che è abbastanza fedele al romanzo, sia pure con l’aggiunta di una storia sentimentale e di un lieto fine. La Luna di queste opere è descritta come dotata di atmosfera anche se molto rarefatta, di acqua e di rare piante, e abitata da una popolazione molto evoluta che vive nel sottosuolo. Di tutt’altro avviso è Fritz Lang, che dieci anni più tardi descrive una Luna deserta e inospitale ma ricca di oro, che è il motivo per il quale viene organizzata la spedizione. Tratto da un romanzo dell’anno prima di Thea von Harbou, sceneggiatrice allora moglie del regista, Una donna sulla Luna è l’ultimo film muto di Lang e probabilmente anche il più brutto di un regista che con I Nibelunghi e Metropolis aveva filmato due assoluti capolavori. Al di là della risicata trama, è invece azzeccata l’accuratezza scientifica dei dettagli del volo, per i quali il regista si era rivolto a due pionieri della missilistica, Willy Ley e Hermann Oberth, i cui calcoli furono così accurati e talmente simili ai progetti reali dei razzi V1 e V2 che la Gestapo alla fine della Seconda Guerra Mondiale li fece sparire. Altro particolare curioso è che fu in occasione di questo film che venne inventato il “conto alla rovescia” poi divenuto abituale in occasioni di lanci spaziali e in tante altre.

Con questo film si chiude il periodo del cinema muto e per avere un altro film “lunare” si dovrà aspettare il dopoguerra, esattamente il 1947, quando si gira un film messicano, Buster Keaton va sulla Luna. In realtà si racconta di un poveraccio che finisce per sbaglio in un razzo ed è convinto di essere atterrato sul nostro satellite, dove trova degli esseri identici a noi ma dal comportamento molto bizzarro: il razzo ha fatto solo un breve volo ed è rimasto sulla Terra, per cui la conclusione di questa commedia satirica, non molto ben riuscita e con il celebre attore ormai decaduto, è che i veri “alieni” siamo noi stessi. Una vera – sempre in senso cinematografico, dove intanto è arrivato l’uso regolare del colore – spedizione sulla Luna si ebbe poi nel 1950 con Uomini sulla Luna, film dallo stile quasi documentaristico e molto accurato dal punto di vista tecnologico: non a caso i consulenti sono gli stessi di Die Frau im Mond, ossia gli ingegneri spaziali Hermann Oberth e Willy Ley, dopo la guerra emigrati in America. La storia è tutta concentrata sull’impresa del viaggio extraplanetario, dell’esplorazione del nostro satellite e del problematico ritorno sulla Terra, senza avventure strane e persino con l’assenza di qualsiasi storia personale o sentimentale che coinvolga gli astronauti (per una volta Hollywood fa a meno di mogli preoccupate o di fidanzate trepidanti). Sarà un successo che aprirà la strada ai kolossal fantascientifici. Dimenticabile il successivo Quei fantastici razzi volanti di Arthur Hilton del 1953, forse meglio conosciuto anche in Italia con il titolo originale Cat Women of the Moon, che racconta di una spedizione che raggiunge il nostro satellite, dove trova atmosfera respirabile e gravità pari a quella terrestre, e una popolazione femminile dotata di poteri telepatici (ma solo nei confronti delle donne) che minaccia di invadere la Terra.

Poco dopo, nella vita reale, si ha il primo satellite artificiale messo in orbita attorno alla Terra, lo Sputnik 1 del 1957, ed è già cominciata la “corsa allo spazio” che vede contendere USA e URSS, e anche la letteratura e il cinema di fantascienza hanno incrementato la loro produzione, quindi non è strano trovare delle opere che satireggiano la situazione. Il grande Antonio de Curtis nel 1958 gira per la regia di Steno Totò nella Luna, una farsa tipica dell’epoca, una commedia degli equivoci che vedrà il Principe della risata, ben coadiuvato da Ugo Tognazzi, Sylva Koscina, Luciano Salce, Sandra Milo e altri bravi caratteristi, arrivare per errore sul nostro satellite. Totò è un tipografo e dirige una rivista scandalistica, sulla quale il suo fattorino Achille (Tognazzi) riesce a pubblicare un racconto di fantascienza, provocando le ire del proprietario; tra i due scoppia una lite e Achille viene ricoverato, ma si scopre che il suo sangue è ricco di “glumonio”, una sostanza che lo rende adatto ai viaggi spaziali. Per questo viene contattato da Cape Canaveral, ma per una serie di equivoci alla missione spaziale parteciperà Totò, che si ritroverà sulla Luna dove incontrerà una copia femminile di Achille… Per quanto non sia tra i migliori di Totò si tratta di una divertente parodia della fantascienza, sia cinematografica che letteraria, in particolare di La morte viene dallo spazio dello stesso 1958, primo film italiano di fantascienza, e di L’invasione degli ultracorpi (1956), i cui celebri “baccelloni” diventano qui “cosoni”. L’anno successivo troviamo il mediocre Missili sulla Luna di Richard Cunha, remake sexy dell’altrettanto non memorabile Cat Women of the Moon, nel quale due delinquenti si nascondono in un razzo che arriva sul nostro satellite per scoprire che è abitato da una popolazione di fanciulle che vivono nel sottosuolo perennemente minacciate da ragni giganti. Nonostante l’ambientazione sotterranea è ben visibile il paesaggio del Red Rock Canyon in California – dove il film fu girato – con le sue piante e il cielo terso: un habitat decisamente molto poco lunare! Altro film dall’intento satirico è Mani sulla Luna di Richard Lester (1962), ambientato nel minuscolo e inesistente Ducato di Gran Fenwick che era già stato teatro delle vicende raccontate ne Il ruggito del topo (1959). Questa volta si scopre che il pregiato vino prodotto nel Ducato è adattissimo come propellente e quindi viene chiesto l’aiuto di USA e URSS per poter finanziare l’impresa di una spedizione sulla Luna; le due potenze sospettano che sia un trucco – come in effetti è – per poter avere aiuti finanziari, ma non possono tirarsi indietro: finirà che la spedizione riesce davvero e sulla Luna verrà innalzato il vessillo di Gran Fenwick. Il film, nato per satireggiare la mania spaziale delle due superpotenze finisce per essere più comico che satirico, ma è una serie di gag molto divertenti, di puro humour britannico (il “conto alla rovescia” viene interrotto per non saltare il tradizionale tè delle cinque!), con situazioni ben congegnate rette da attori di razza quali Terry Tomas e “miss Marple” Margaret Rutherford. Uno dei personaggi minori, lo scienziato tedesco emigrato in America che inneggia a Hitler, deve aver ispirato Stanley Kubrick per il suo Dottor Stranamore.

Segue un’altra gustosa parodia “made in Italy”, dal titolo 00-2 Operazione Luna, film del 1965 con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia protagonisti. Il soggetto è una parodia del cinema di fantascienza, irridendo a dei temi di forte attualità, quale la corsa allo spazio, la competizione tra le Superpotenze e la stessa Guerra Fredda. In questo film, il duo appare in un ruolo duplice, quello noto al pubblico ed uno serio, dove danno una piccola ma importante prova di estrema bravura, in una trama fantascientifica di grande divertimento. E’ la storia di Cacace e Messina, due ladruncoli siciliani, che vengono rapiti dai servizi segreti russi, allo scopo di sostituire una coppia di cosmonauti perduti nello Spazio, al fine di coprire l’insuccesso e salvare il prestigio della superpotenza sovietica. Nonostante la perfetta somiglianza, i due malcapitati si troveranno nei guai non appena i veri piloti spaziali, sopravvissuti, faranno ritorno sulla Terra.  Nel 1967 è la volta di un grande regista, Robert Altman, di occuparsi di una spedizione lunare in Conto alla rovescia, film modesto, valido dal punto di vista tecnico grazie al ricorso a materiale documentario, con Robert Duval e James Caan che esprimono ottimamente le esigenze autoriali di Altman.

Sebbene la trama sia molto più estesa e non concentrata sulla Luna non si può qui non ricordare 2001: Odissea nello spazio, immortale pellicola di Stanley Kubrick, perché alcune scene importanti sono ambientate proprio sul nostro satellite, nel cratere Clavius dove c’è la base statunitense e soprattutto nel cratere Tycho dove viene ritrovato il celebre “monolito” che è alla base del film. Ma siamo arrivati al 1968: appena un anno dopo l’uomo metterà davvero i piedi sulla Luna e l’epoca del sogno sarà finita perché ne comincia un’altra. Infatti proprio in occasione dell’allunaggio molti sostennero la fine della fantascienza (dimenticando tra l’altro che questo genere letterario non era limitato all’esplorazione spaziale ma anzi la sua parte più importante era quella che specula sul futuro, non solo dal punto di vista tecnologico ma soprattutto da quello sociale e politico) e in effetti la Luna viene messa da parte, ma solo perché l’orizzonte si amplia, ora si pensa a Marte e ancora più lontano. Non è quindi un caso che la successiva cinematografia lunare non si occupi più dei tentativi di esplorazione del nostro satellite ma, proprio a partire da 2001, lo consideri già colonizzato. Infatti nel film successivo, il modestissimo Luna Zero Due del 1969, la Luna del 2021 è già parzialmente abitata e vista come la “nuova frontiera” da conquistare; la pellicola fu pubblicizzata come il primo “western spaziale” e del genere western segue gli stilemi più banali, dal cavaliere (nel caso un pilota di astronavi) intrepido alla donzella in pericolo, dalla caccia al tesoro (un asteroide interamente di smeraldo) al possidente avido e spietato, dalle scazzottate nel bar alle sparatorie (ovviamente con pistole laser). Prodotto dalla Hammer, giustamente famosa per la sua produzione horror e che non riuscì mai a sfondare davvero nella fantascienza, il film è mediocre in tutto, dalla scenografia ai costumi (troppo simili a quelli della coeva serie televisiva U.F.O.), dalla trama alla recitazione.

Dovranno passare venti anni perché la Luna si riaffacci nella cinematografia, e, appunto, si tratterà solo di apparizioni sporadiche, senza nessun prodotto che la metta al centro della narrazione. In Moontrap – Destinazione Terra (Robert Dyke, 1989), che mescola civiltà perdute, extraterrestri, esplorazione spaziale, cyborg e scene horror in un pasticcio inenarrabile, due astronauti a bordo di una navicella Apollo trovano sulla Luna i resti di una civiltà terrestre nonché una bella fanciulla in animazione sospesa che si rivela una aliena. Nell’altrettanto dimenticabile LunarCop – Poliziotto dello spazio (Boaz Davidson, 1994), ambientato nel 2050, le colonie lunari offrono una sistemazione migliore rispetto alla Terra, ormai desertificata a causa del buco nell’ozono, ma la trama di tipo spionistico per il possesso di una scoperta che potrebbe migliorare la situazione atmosferica si svolge per lo più sulla Terra, con un agente selenita mandato a impadronirsi della formula che finisce per aderire a un gruppo di ribelli che contrasta le mire espansionistiche dell’imperatore della Luna. Ancora minori gli accenni che troviamo in altri film: Star Trek: Primo contatto (Jonathan Frakes, 1996); Starship Troopers – Fanteria dello spazio (Paul Verhoeven, 1997); Austin Powers – La spia che ci provava (Jay Roach, 1999).

Caso a parte quello di Capricorn One (Peter Hyams, 1978), ispirato dalle teorie negazioniste che peraltro finisce per alimentare: dopo la conquista lunare si progetta quella marziana ma un guasto impedisce la partenza, così la NASA per non perdere la faccia e i finanziamenti inscena un falso “ammartaggio”, che viene però scoperto da un giornalista dando così l’avvio a una vicenda thriller molto ben congegnata. Vi sono anche alcuni film in cui la Luna è scomparsa, distrutta dagli uomini (Il pianeta delle scimmie, 1968, di Franklin J. SchaffnerThe Time Machine, 2002, di Simon Wells) o dagli extraterrestri come in Guida galattica per autostoppisti (Garth Jennings, 2006), dove viene comunque “ricostruita”.

Nel frattempo era però uscito, nel 2009, un film importante e che rientra nel binomio tra Luna e Cinema: Moon di Duncan Jones, talentuoso figlio di David Bowie già regista di videoclip e qui alla sua prima opera lunga. Il protagonista Sam Bell, ben interpretato da Sam Rockwell, lavora alla stazione mineraria Selene (nell’originale Sarang) dove gestisce l’estrazione di rocce dalle quali si estrae l’elio-3 utilizzato su Terra come carburante; è da solo, coadiuvato dalle macchine e ha come unica compagnia una intelligenza artificiale chiamata Gerty. Il suo contratto triennale sta per finire ma proprio un paio di settimane prima del suo previsto ritorno sul nostro Pianeta scopre una copia di se stesso, che ritiene esse un suo clone salvo poi accorgersi di essere un clone egli stesso. Da questo momento in poi la narrazione assume toni drammatici, i rapporti tra lui e l’altro Sam si fanno sempre più problematici e soprattutto egli – e con lui lo spettatore – si chiede cosa ci sia dietro, se esistano altri cloni, chi gestisce il software che permette a Gerty di agire a sua insaputa (infatti gli impedisce di comunicare con la base terrestre), dov’è il Sam Bell originale. Un riuscito ibrido tra cinema di fantascienza e thriller psicologico. Un piccolo gioiello, giustamente lodato, problematico senza essere intellettuale, ottimamente diretto e sceneggiato.

Insomma, appare chiaro e lampante come il dualismo Luna-Cinema abbia avuto molta fortuna nell’ambito del cinematografo, solleticando la fantasia di registi e sceneggiatori e suscitando l’interesse del pubblico di tutte le generazioni.




I film italiani in sala a febbraio 2019


Nel mese di febbraio le uscite italiane nelle sale cinematografiche nazionali supereranno quelle americane, e questa è la novità più rilevante degli ultimi anni, sintomo di una rinnovata freschezza e di una rinnovata fiducia nei nostri prodotti. Quota 18 a fronte di 10 prodotti hollywoodiani, un incremento rispetto al gennaio scorso di ben 8 film, il che vuol dire anche che le case di distribuzione hanno deciso di puntare maggiormente sull’ultimo dei mesi invernali, quello che si affaccia alla primavera senza però esserlo. Ovviamente i film di maggiore visibilità sono quelli legati a case di distribuzioni importanti e con registi e attori popolari, brillanti e di grande verve.

Nominiamo per primo allora 10 giorni senza mamma, distribuito dalla Medusa in ben 410 cinema, commedia brillante, sostenuta dal talento comico di Fabio De Luigi, in questo determinato momento storico, uno degli attori più presenti al cinema: è stato già pochi mesi fa, a novembre, in sala con Ti presento Sofia, al fianco di Micaela Ramazzotti, sui problemi familiari di un papà divorziato con figlia in fase pre-adolescenziale alle costole ed una nuova fidanzata.

Questo nuovo film, procede sulla falsariga del primo, rimangono i problemi familiari, affrontati con il sorriso sulle labbra. Stavolta Fabio De Luigi è un padre di famiglia, con una moglie e tre figli, anch’essi dai dieci anni in giù. Ad un certo punto “mamma”(Valentina Lodovini, bellissima) decide di partire per 10 giorni con la propria sorella, lasciando i tre figli con un papà praticamente assente, per lavoro e per pigrizia: guai a catena. E ancora una volta il volto di “gomma” di Fabio De Luigi si presta a meraviglia ad una tragicommedia familiare. Sebbene sia innegabile infatti che alcune delle vicende in cui si ritrova invischiato il suo personaggio siano esilaranti, dietro nascondono la forte malinconia di un padre che ha trascurato i propri figli. Ed ancora più importante, di un padre che non comprende a pieno il ruolo di una madre full time. Si nota la forte volontà di portare sul grande schermo tematiche attuali quali la frustrazione di una donna nell’essere “solo” una madre o il difficile connubio famiglia/lavoro. E specialmente nell’affrontare la prima, è lodevole il modo con cui è stato scritto il personaggio interpretato da Valentina Lodovini, un ruolo femminile dal sapore (finalmente) contemporaneo.

Sullo stile fantasy-eroico, altro film destinato al successo è Copperman, ancora una volta distribuito massicciamente in giro per lo stivale (quasi 200 sale) e ancora una volta dipendente, quasi in maniera integrale, dal suo popolare protagonista, ovvero Luca Argentero. Copperman ovvero Anselmo è un uomo che viaggia nel mondo    con l’innocenza di un        bambino e il cuore di            un leone. Anselmo è un bambino molto particolare. Dotato di grandissima fantasia e sensibilità, affronta la quotidianità da solo con la madre in maniera tutta sua: ha sviluppato un’ossessione per i colori, per le forme circolari e soprattutto per i supereroi. Desidera tanto possedere anche lui dei superpoteri per poter salvare il mondo come il padre, che in realtà lo ha abbandonato subito dopo la sua nascita. Questo desiderio cresce dopo aver conosciuto Titti, una bambina molto stravagante, che però viene costretta ad allontanarsi presto da lui.

Anselmo cresce ma non smette di guardare il mondo in maniera infantile tanto che, grazie all’aiuto di un caro amico di famiglia, si trasforma in Copperman, l’uomo di rame, che di notte aiuta a ripulire il proprio paese dalle ingiustizie. Le responsabilità di Copperman diventeranno più grandi quando finalmente Titti tornerà a casa. Un cinema d’altri tempi, non solo per le atmosfere vintage date da una (curatissima) scenografia che riporta direttamente indietro ad altri anni, ma soprattutto per l’approccio genuino e fresco con cui si avvicina a certe tematiche. L’espediente supereroistico qui non ha infatti nulla di ultraterreno, ma diventa una semplice fantasia infantile per affrontare dei traumi, delle problematiche intrinseche nei personaggi. Senza pietismo ed al tempo stesso senza superficialità, si mettono in campo le classiche dicotomie tra buoni e cattivi filtrate dagli occhi di un bambino che non è mai cresciuto.

Vengono alla mente alcune opere di Jean-Pierre Jeunet in cui non ci si interfaccia solo con il racconto di un personaggio, ma il suo mondo diventa visivamente anche quello dello spettatore. Ed è quello che prova a fare Puglielli con il proprio film e quello che riescono a ricreare anche i bambini (non) cresciuti interpretati perfettamente da Luca Argentero e Antonia Truppo.

E in questo mese ritorna in sala Fausto Brizzi, ormai riabilitato pienamente dalle accuse di “molestie sessuali”, con una commedia comica delle sue, trascinante e dilagante, dal titolo Modalità aereo, e lo fa servendosi di Paolo Ruffini, di Violante Placido, di Dino Abbrescia, ma soprattutto di Pasquale Petrolo in arte Lillo, qui privo di Greg, ma che ha verve, simpatia e magnetismo attrattivo, alla stregua dei più grandi comici del cinema italiano. Il classico cliché della commedia degli equivoci è utilizzato sapientemente, da chi (Brizzi) sa come si creano commedie di successo. Sociologicamente il film è una commedia all’italiana a tutti gli effetti, con spunti di situazioni che rimandano ai nostri maestri più celebrati e si basa su una semplice domanda: cosa succederebbe se un uomo importante (imprenditore, influencer, uomo d’affari) in viaggio di lavoro in Australia, dimenticasse il proprio telefonino nei bagni dell’aeroporto e questo finisse in mano a due poveracci desiderosi di godersi la vita? Pensateci: contocorrente, post-pay, social network…il punto della questione del film è questo, tutta la nostra vita è nei nostri cellulari.

Se, anni fa Perfetti sconosciuti aveva sdoganato l’importanza dei nostri smartphone dal punto di vista sentimentale, con annesse possibili relazioni extraconiugali, ora Brizzi lo fa guardando un punto di vista meno intimista, più pubblico e più lavorativo, in ossequio all’apparenza che sembra, ahimè, il vero motore per fare soldi nella società di oggi, dove la stessa apparenza vale più della realtà: specchio di tutto watshapp, facebook, instagram e prodotti similari.

Tra gli altri film in sala a febbraio, posto d’onore merita senz’altro Domani è un altro giorno, con la supercoppia d’autore composta da Marco Giallini e Valerio Mastandrea remake dell’argentino Truman – Un vero amico è per sempre. La storia è quella di due grandi amici che si ritrovano per quattro giorni: uno dei due è malato, l’altro lo raggiunge dal Canada, dove vive e lavora. Sono tante le cose da dirsi e da sistemare, tra cui un cane, che nell’originale si chiamava appunto Truman, in questo Pato, e avrà uno spazio importante all’interno della storia. Una bella storia di amicizia al maschile in cui vengono fuori tante cose, tra cui il fatto che se si è amici nella vita lo si è per sempre e ci si ama soprattutto perché si è diversi.

I personaggi sono volutamente agli antipodi: da una parte un carattere molto estroverso, dall’altro uno più chiuso e riflessivo. Se uno vive in Canada, al freddo, l’altro ha una sua vita a Roma. La conoscenza tra i due diventa una sorta di partita a tennis, in quello che si configura come un dramma privato: “Continuiamo ad evitare di pensare alla morte ma è bello che il cinema lo racconti: dopo l’ondata delle commedie, anche un po’ scadute, degli ultimi tempi sentivo il bisogno di far realizzare un film drammatico. Sarà una riflessione sui rapporti e sull’esistenza, che farà anche sorridere lo spettatore”. Non a caso il titolo è diverso dall’originale: “Rinvia all’idea dell’accettazione della morte, per cui poi le cose vanno avanti: chi fa cinema deve sempre pensare che domani è un altro giorno, lo dico anche in riferimento alla scomparsa del mio caro amico Carlo Vanzina”. (Maurizio Tedesco, produttore del film in un’intervista rilasciata per l’Ortigia Film Festival).

Lo stesso giorno del precedente film, il 28 febbraio, esce nella sale anche Croce e delizia, una commedia familiare di stampo romantico interpretata da Alessandro Gassman e Jasmine Trinca; mentre chicca del mese è la presenza in sala di Ladri di biciclette, il capolavoro neorealista del maestro Vittorio De Sica, restaurato e riportato allo splendore delle origini.

Per il resto scarse distribuzioni, per scarsa visibilità: purtroppo i grandi nomi sono i veri trascinatori di una pellicola, da sempre è così, ad Hollywood quanto a Cinecittà. Non c’è che da prenderne atto e sperare che un giorno il cinema indipendente in Italia, possa avere un regolamentazione capace di farlo emergere e dare piena dignità a tutto quel sottobosco cinematografico che lavora in silenzio e spesso crea dal nulla, capolavori che poi rimangono nel cassetto.




L’Agenzia dei bugiardi – Il Film


Mattina presto: il telefono squilla, con la fastidiosa suoneria personalizzata di tua moglie, ti svegli di soprassalto e ti riprendi a fatica, ma poi realizzi che sei in un letto non tuo, che la casa intorno a te, benché famigliare, non ti appartiene e, cosa peggiore, che la donna nuda accanto a te non è tua moglie.

Lo so, a qualcuno potrà sembrare l’incipit di un film alla “Una notte da leoni”, ma sarebbe fuoristrada, il film è italiano, come gli attori e il regista Volfango De Biasi (Come tu mi vuoi, Iago, Natale a Londra – Dio salvi la Regina). Ma il film è anche il remake del campione d’incassi francese del 2017 Alibi.com di Philippe Lacheau.la-locandina-ufficiale-de-lagenzia-dei-bugiardi-di-volfango-de-biasi-maxw-1280

Ma torniamo al nostro spaventato personaggio: cosa fare quando, dopo una notte di bagordi con la tua amante, ti addormenti e non rientri a casa da tua moglie? E per di più hai il collo pieno di segni (leggete succhiotti) della passione? Beh, le soluzioni sono 2: o scappi con l’amante o chiami i professionisti dell’’Agenzia dei Bugiardi. Il nostro sprovveduto amico decide per la seconda opzione.

Dall’altra parte del telefono ti risponde Fred, il sempre più bravo e maturo Gianpaolo Morelli, che con fredda risolutezza ti dice subito cosa devi fare e, contemporaneamente, elabora e mette in moto un piano per riscattare la tua colpevole scappatella agli occhi di tua moglie e dei tuoi suoceri, intanto accorsi a casa tua.

Cambio scena: il campanello suona a casa tua, tua moglie inviperita viene ad aprire e ti trova malconcio su di una sedia a rotella con un collare ortopedico, scortato da un infermiere del 118 ed un poliziotto della stradale, i quali le spiegano che hai avuto un brutto incidente rientrando a casa per non investire il cane di un cieco. Fantastico, sei passato in un attimo da marito fedifrago ad eroe, salvando matrimonio ed amante e rimettendoci solo un telefonino e una macchina.

Tornati in agenzia, scopriamo che l’infermiere altri non è che Diego (lo stralunato ed esilarante Luigi Luciano), l’esperto informatico dell’agenzia, e che il poliziotto era lo stesso Fred, titolare e performer dell’Agenzia dei Bugiardi, specializzata a fornire alibi a mariti e mogli infedeli, ma anche altri servizi a tutta una serie di personaggi insospettabili. Cambio scena: Fred sta cercando personale, e lo vediamo intento a fare un colloquio ad un candidato, Paolo (l’attore e conduttore televisivo Paolo Ruffini), al quale spiega le motivazioni, il funzionamento e i servizi dell’agenzia.

Insomma, un’attività di successo, remunerativa e con un bacino di clienti pressoché illimitato. Tutto bene, tutto bello, addirittura con un certo risvolto sociale giacché, come spiega Fred al candidato Paolo, l’idea dell’Agenzia nasce da un suo personale dramma familiare che gli ha fatto maturare l’opinione che è “meglio una bella bugia che una brutta verità!”, frase usata pure come slogan aziendale.85493_ppl

Il film procede con vari interventi salva bugiardi durante la settimana di prova del candidato Paolo; tutto fila liscio fino a quando, e qui arriva il plot del film, all’agenzia non si rivolge un ricco uomo d’affari, Alberto (il sempre bravo Massimo Ghini), che espone all’agenzia un problema di difficile gestione.

Senza voler svelare altro del film, che consiglio di vedere, veniamo alla critica vera e propria.

Il film gira bene, gli attori si innestano perfettamente gli uni sugli altri, la regia è lieve, la sceneggiatura solida (entrambe di Volfango De Biasi) e le situazioni che l’Agenzia dei Bugiardi è chiamata a risolvere, benché al limite dell’assurdo, sono credibili ed esilaranti. Il film per la prima parte è girato soprattutto in interni, stanze, alberghi, etc., ma nella seconda parte si apre all’esterno con scenografie naturali ben sfruttate, fra cui spicca un resort di lusso in Puglia, meta gettonatissima dalle produzioni italiane ed estere.

Gianpaolo Morelli e Diana Del Bufalo sul set del film.
Gianpaolo Morelli e Diana Del Bufalo sul set del film.

Su tutto spiccano, come succede in questo tipo di commedie, le interpretazioni degli attori, tutti bravi, ma tra di esse emergono quelle di Gianpaolo Morelli, sempre più credibile e a suo agio nei ruoli borderline sia al cinema che in tv, di Massimo Ghini, attore maturo e pieno di sfumature, di Alessandra Mastronardi, frizzante e poliedrica attrice che si muove perfettamente fra cinema e fiction, commedia e drammatico, e della sorprendente Diana Del Bufalo (Amici, La profezia dell’armadillo, Puoi baciare lo sposo), che interpreta con ironia e voglia di prendersi in giro il ruolo di W Cinzia (non viva ma doubleV) che fa da collante a tutti i personaggi del film.

La Del Bufalo, che attualmente è nelle sale sia con questo film che con il mediocre “Attenti al Gorilla” di Luca Miniero, canta, sui titoli di coda, in un videoclip musicale che, parodiando Baby K, prende in giro il rap italiano con tanto di twerking, vestiti animalier, ambientazioni urban-pop, e che da solo merita i soldi del biglietto.

Per concludere, possiamo dire che il film regala 102 minuti di divertimento, senza parolacce, condito con una discreta dose di riflessione sociologica su cosa la nostra società di consumatori compulsivi è diventata. Il regista sembra dirci che oggi si compra, ma soprattutto si consuma, di tutto: matrimoni, infedeltà, scappatelle e, ahimè, se tutto è in vendita, allora anche la verità e le bugie sono sul mercato e possono essere acquistate dal miglior offerente e manipolate dall’abile professionista. Una metafora di internet, dei Big Data, delle fake, della disinformazione, un film che fa ridere con un po’ di amarezza e riflettere con un senso di disgusto.

Mentre scrivo questa recensione (21 gennaio), il film è 5° al Box Office, con un incasso totale di 893.223 euro a quattro giorni dall’uscita, il 17 gennaio 2019, battendo nel weekend addirittura il blockbuster Aquaman, che si ferma a 864.559 euro.




I film italiani in sala nel Natale 2018: commedie, film d’azione e graditi ritorni


Come da tradizione, il periodo di Natale, quello che cinematograficamente va dal 15 novembre al 15 gennaio, è il periodo in cui escono in sala i film potenzialmente di maggior incasso: una vera boccata di ossigeno sia per gli esercenti che per i produttori cinematografici. Storicamente questi 60 giorni sono i più prolifici in termini di presenze a meno di qualche exploit particolare di singoli e specifici film in altri periodi dell’anno. Un Natale che sarà dominato dagli innumerevoli film hollywoodiani, citiamo su tutti “Il ritorno di Mary Poppins”, una rivisitazione dell’originale film della supertata, con Emily Blunt e Meryl Streep. Ma anche il nostro cinema ha un po’ di frecce al suo arco, con gustose commedie, film d’azione e anche alcuni graditi ritorni.

Quest’anno ad aprire la sfida natalizia ci ha pensato il redivivo Leonardo Pieraccioni, che dopo tre anni dalla sua ultima fatica (il mediocre Il professor Cenerentolo), torna in sala con un film, Se son rose…”, che lo riporta quasi alla felice vervè di un tempo. Se son rose… è un film azzeccato, poetico e inusualmente anche un po’ amaro, un punto di nuovo inizio nella carriera pluriventennale dell’attore toscano. Non più giovane, scanzonato donnaiolo, un po’ bambino; ma cinquantenne che si trova a fare i conti con il proprio passato e in fondo anche con il proprio presente. Leonardo è un uomo di mezz’età ostinatamente single che fa il giornalista di successo sul web occupandosi di alte tecnologie e ha una figlia di 15 anni, Yolanda, lascito di un matrimonio naufragato. Yolanda è stanca di vedere il padre nutrirsi di involtini primavera surgelati e crogiolarsi nel suo infantilismo regressivo, e pensa che la chiave di volta possa essere una relazione stabile. Per metterlo di fronte ai suoi innumerevoli fallimenti in materia sentimentale Yolanda decide di mandare a tutte le ex di Leonardo un sms che dice: “Sono cambiato. Riproviamoci!”. E le sue ex rispondono, ognuna secondo la propria modalità. Come premessa comica è curiosa, e ha il potenziale per una di quelle farse alla francese cui il cinema d’oltralpe ci ha abituati negli ultimi anni; eppure Pieraccioni sceglie la strada malinconica unita alla crescita interiore di un personaggio, che forse alla fine sceglie l’amore, quello nuovo, perché tornare indietro “è soltanto una minestra riscaldata”. Tra i punti di forza del film, oltre ad una serie di belle e brave attrici (Claudia Pandolfi, Micaela Andreozzi, Gabriella Pession), la ritrovata vervè vernacolare di Pieraccioni, vero punto di forza del comico. E apre a quella vena malinconica che, in un paio di occasioni (l’incontro con la fidanzatina del liceo, il dialogo finale con l’ex moglie), lascia intravedere qualche sprazzo di autenticità autobiografica e un principio di vera autocritica. La domanda centrale della storia, ovvero “Quando e perché finiscono gli amori?”, nasconde uno strazio sincero, soprattutto nei confronti di un’unione matrimoniale terminata nonostante una figlia molto amata. Considerato che il suo nume tutelare dichiarato è Monicelli, Pieraccioni fa bene ad esplorare il lato amaro del proprio personaggio, smarcandosi dalla melassa, tipica del suo cinema. Se son rose è la riflessione di un Peter Pan sulle proprie responsabilità nei fallimenti sentimentali collezionati nel tempo, ma anche sulla fragilità strutturale di una generazione maschile autocompiaciuta e programmaticamente immatura. Con un po’ di coraggio in più Pieraccioni potrebbe uscire dalla dimensione fintamente fanciullesca ed entrare con successo in quella cinico-romantica alla Bill Murray, versione toscana. La strada è tracciata, e non solo la critica, ma anche il pubblico, dopo anni di mugugni, ha dimostrato gradire questa deriva malinconica e amara del “nuovo” e cinquantenne Pieraccioni, che piaccia o no, uno dei mostri cinematografici italiani più importanti degli ultimi trent’anni.

E in tema di ritorni, questo sembra un Natale cinematografico vecchio stile, come se si tornasse indietro di 13 anni diciamo, a quel 2005 quando la sfida cinematografica natalizia era tra Ti amo in tutte le lingue del mondo (Pieraccioni) e Natale a Miami (ultimo film insieme della coppia De Sica-Boldi, prima della chiacchierata rottura). Già perché la notizia cinematograficamente più rilevante dell’annata venne data a metà giugno: il Corriere della Sera titolò “a dicembre tornano insieme Boldi e De Sica, dopo 13 anni di lontananza”. Un colpo ad effetto e nostalgico della Medusa del Cavalier Berlusconi, di sicuro e prevedibile successo. Il ritorno del “vero” cinepanettone si parlò. E invece il film “Amici come prima”, non è un cinepanettone, sembra più una pochade alla francese, con De Sica quasi sempre travestito da donna, che deve accudire il suo vecchio amico (Boldi) e proprietario dell’hotel di cui era direttore, e lo aiuterà a salvare il patrimonio di famiglia. Che l’intenzione di Amici come prima sia metacinematografica è esplicitamente dichiarato dall’inquadratura finale, una carrellata all’indietro che denuncia la finzione filmica, con tanto di blooper finali. E non è un caso che quei blooper documentino il rapporto di amicizia ritrovata fra Massimo Boldi e Christian De Sica che dà il titolo a questa commedia. Amici come prima porta infatti in dote il loro sodalizio ventennale e il consolidato contrasto fra la milanesità dell’uno e la romanità dell’altro. Dentro a questa storia c’è l’affetto che il pubblico ha tributato per decenni al duo, ci sono l’aspettativa per le linguacce di Boldi e le reazioni fulminee di De Sica (due o tre qui da antologia), c’è la trivialità scatologica e infantile cui ci hanno abituati decine di cinepanettoni, ci sono i botta-e-risposta dal ritmo comico ben rodato. E c’è anche una riflessione autobiografica e dolorosa sulla vecchiaia e la paura di essere rottamati. Non chiamatelo però cinepanettone. Christian De Sica, qui nelle vesti anche di regista e sceneggiatore, ci tiene infatti a precisare che il film non sarà una serie di gag giustapposte l’una all’altra, ma le risate saranno al servizio di una trama ben solida, ispirata alla lunga tradizione della commedia all’italiana. All’inizio il soggetto sarebbe dovuto essere al contrario un film drammatico ma, un po’ per le richieste della produzione, un po’ per il volere dell’attore di lavorare ancora con l’amico, il progetto è virato verso un prodotto leggero natalizio.

Il 10 gennaio, infine, prodotto dal vecchio e leggendario Fulvio Lucisano, uscirà l’attesissimo “Non ci resta che il crimine”, un mix davvero strepitoso, tra Non ci resta che piangere  e Smetto quando voglio. Il titolo è un omaggio all’ironia di Non ci resta che piangere, il crimine invece fa parte del plot. Alla sua sesta prova dietro la macchina da presa, a due anni da Beata Ignoranza e quattro da Gli ultimi saranno ultimi, ritroviamo il regista romano Massimiliano Bruno, classe 1970, che negli anni ci ha abituato a commedie ridanciane con un bel graffio sull’attualità. Come da usanza, nei grandi film italiani degli ultimi anni, anche Non ci resta che il crimine, si serve di un cast corale di mattatori di altissimo livello: dal trio Marco Giallini, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi, a Edoardo Leo e Ilenia Pastorelli. “Ci siamo avvicinati modestamente a un capolavoro come Non ci resta che piangere, ma lo abbiamo ambientato negli anni 70 anziché nel Medioevo” racconta Giallini, ospite dell’Ortigia Film Festival. “Nel film ci vedrete nei panni di guide che mostrano ai turisti i luoghi dove aveva operato la Banda della Magliana, vestiti proprio come negli anni 70. Un giorno usciamo da un bar gestito da cinesi e ci ritroviamo catapultati in mezzo alla banda vera, esattamente nel 1982 (Edoardo Leo interpreterà De Pedis, ndr) in un salto temporale curioso da oggi a quegli anni lì. Ci sarà parecchio da ridere, ma anche da riflettere”. Un film, insomma, che promette risate e azione stile Smetto quando voglio, ma anche il fascino misterioso dei viaggi nel tempo in grado di attirare l’attenzione del pubblico. Un film destinato a rimanere negli annali: c’è da scommetterci!




La “nuova” frontiera del cinema italiano: la commedia corale


Dalla seconda metà degli anni ’90, almeno fino a tutto il primo decennio del nuovo millennio, il cinema italiano dal punto di vista qualitativo ha affrontato il punto più basso della sua centenaria e gloriosa storia. Viceversa, è il caso di dirlo, nel secondo decennio degli anni ‘2000, le cose sono cambiate radicalmente. E non parliamo soltanto per l’assidua opera dei nostri cineasti più illuminati: Sorrentino, Garrone e pochi altri. Ma parliamo di tutto l’humus artistico e culturale che prende vita nella pancia media del nostro cinema. In quella sorta di via di mezzo tra il film d’autore e quello più semplice o ridanciano. E qui ci rifocalizziamo sul genere che ha fatto la fortuna del nostro cinema, ovvero la commedia.

La commedia all’italiana infatti, era un genere che parlava degli italiani, di noi stessi, dei nostri tanti vizi e delle nostre poche virtù. Lo si è fatto negli anni ’60 e lo si è riproposto con altri volti e altre situazioni, negli anni ’80. Oggi, alla luce di tutte le trasformazioni che ha subito il cinema dal 2010 ad oggi, possiamo con certezza dire, che siamo di fronte ad una “terza” commedia all’italiana, basata sul gioco di squadra, sulla coralità e su una qualità interpretativa davvero considerevole da parte delle nostre giovani o meno giovani leve.

Negli ultimi anni infatti, una squadra di attori si sta facendo avanti in formazione compatta, interpretando film dalla struttura corale ben orchestrata. No, non stiamo parlando della manciata di interpreti, spesso provenienti dalla televisione o dal cabaret (o peggio, dal cabaret televisivo), che popola da anni le commedie dei “telefoni bianchi”. Parliamo di quel gruppo legato da affinità artistiche e da un’amicizia decennale che ha trovato la sua vetrina principale negli ultimi film di Paolo Genovese, di Edoardo Leo, di Rocco Papaleo, di Massimiliano Bruno, di Sydney Sibilia, di Francesca Archibugi, di Gabriele Muccino e potremmo ancora continuare. Ricordate la banda Salvatores negli anni Ottanta e Novanta?

Ecco, oggi intorno ad alcuni autori, si è creata una squadra che non solo si interfaccia a livello di recitazione, ma contribuisce al progetto in fase di sceneggiatura, talvolta partecipando anche alla produzione, e formando una sorta di factory creativa di quelle che erano a lungo mancate al cinema italiano. Valerio Mastandrea, Marco Giallini e Alba Rohrwacher appaiono sia in “The place”, che in “Perfetti sconosciuti”; ma Marco Giallini è stato anche tra i protagonisti di “Tutta colpa di Freud”, dove troviamo anche Alessandro Gassman. Lo stesso attore e figlio d’arte interpreta pure “Il nome del figlio” al fianco di Valeria Golino e Rocco Papaleo, e proprio con quest’ultimo ha intrapreso un profondo rapporto amicale e lavorativo, da “Basilicata coast to coast” a “Onda su onda”, diretti entrambi da Papaleo. A cui Gassman ha restituito il favore dirigendolo nel film “Il premio”, in uscita a fine 2017 e dove si registra anche la presenza del sommo Gigi Proietti.

Poi c’è Edoardo Leo, direttamente dalla saga in tre film di “Smetto quando voglio”, dove troviamo anche il “grosso” Stefano Fresi, che già aveva lavorato con Edoardo Leo in “Noi e la Giulia”, e che a novembre è in sala con “La casa di famiglia”, interpretato tra gli altri anche da Lino Guanciale. In “Noi e la Giulia” oltre a Claudio Amendola c’è anche Anna Foglietta, strepitosa moglie di Valerio Mastandrea nel film “Perfetti sconosciuti”. E in “Perfetti sconosciuti” c’è anche Giuseppe Battiston, che già con “Bar sport” aveva sperimentato la commedia corale. E non possiamo non citare o non ricordare “A casa tutti bene”, l’ultima fatica corale di Gabriele Muccino, in un cast monstre che annovera attori di consumato talento come Gianmarco Tognazzi, Pierfrancesco Favino e Stefano Accorsi.

Ma tutt’intorno ci sono anche altri attori, che in maniera più sporadica partecipano al completamento del genere, sviluppatosi per intuizione o forse solo per mero successo commerciale negli ultimi sei/sette anni. Ci sono in ordine sparso Barbara Bobulova e Riccardo Scamarcio per “Una piccola impresa meridionale”; Claudio Amendola per “Noi e la Giulia”; Valeria Golino e Micaela Ramazzotti per “Il nome del figlio”; Kasia Smutniak per “Perfetti sconosciuti”; Silvio Muccino e Sabrina Ferilli per “The place”; Pietro Sermonti e Giampaolo Morelli per la saga di “Smetto quando voglio”; Michele Placido per “Viva l’Italia”; Giovanna Mezzogiorno per “Basilicata coast to coast”; Gigi Proietti per “Il premio”; Lino Guanciale per “La casa di famiglia”.

Insomma tutti questi attori e autori lavorano in sinergia dentro e fuori dal set e rappresentano ormai una vera e propria squadra, che alternandosi, si presenta più o meno sempre compatta al giudizio del pubblico. Che cosa comporta questa tendenza in fase di realizzazione? Comporta una collaborazione artistica e uno scambio creativo che non si vedeva dai tempi della commedia classica all’italiana. Certo, non necessariamente raggiungendo gli stessi risultati artistici, ma certamente aspirando alla stessa sintonia. È un fatto noto che alla scrittura di “Perfetti sconosciuti”, ad esempio, oltre al team di sceneggiatori, hanno partecipato attivamente gli interpreti, aggiungendo aneddoti e dettagli per arricchire le loro caratterizzazioni e il flusso del racconto. Ma lo stesso discorso può essere fatto per “Noi e la Giulia” o per “Smetto quando voglio” e altri film corali dell’attuale periodo.

Insomma ci troviamo di fronte ad un vero e proprio lavoro d’orchestra, che è ben evidente anche quando le avventure degli interpreti non si svolgono perennemente insieme. Infatti, in “The place”, nonostante gli interpreti recitino insieme regolarmente, uno alla volta, solo con Valerio Mastandrea, è evidente che fra di loro si è formato un team e si è instaurata una familiarità che, per lo spettatore, comincia ad avere il valore di un ritrovo fra amici. E di questo gioco di squadra, di questo lavoro d’orchestra, come lo avevamo chiamato sopra, ne giova tutto il cinema italiano attuale nel suo complesso. E il fatto che questa coralità, sia pienamente inserita nel discorso del genere della commedia, non fa che aumentare i paragoni con il passato e il prestigio dell’attuale lavoro d’orchestra. Perché se è vero che il passato dei Gassman padre, dei Tognazzi o dei Manfredi è difficilmente raggiungibile; è pur vero che questo gruppo di attori conferma la propensione italica alla commedia, dove probabilmente nessuno è stato bravo o è bravo quanto noi. E se l’età anagrafica di questo gruppo d’attori, più o meno coincide e si attesta sull’età di mezzo, segno inequivocabile di una certa esperienza lavorativa, nonché di una giovinezza d’animo che tarda a scomparire, quella che vediamo sul grande schermo è una squadra compatta e coesa, riconoscibile come gruppo creativo, e non solo come singole professionalità.

Ma è il ping pong fra questi attori abituati a confrontarsi anche fuori dal set a creare quell’onda d’urto che, al di là della singola riuscita artistica dei film che interpretano, porta pubblico in sala e crea appuntamento. E non è poco, per il cinema italiano. Ormai dunque, si è creato un nuovo genere, quello della “commedia corale” e se giocassimo un po’ a cercare un prodromo o una paternità a questa invenzione cinematografica del secondo decennio degli anni 2000, un capostipite può essere rintracciabile in “Basilicata coast to coast”, picaresco film diretto da Rocco Papaleo, un po’ “Armata Brancaleone” e un po’ commedia errante, che rispolverando la vecchia commedia corale ha fatto capire ai nostri autori, come il gioco di squadra tra attori, può creare sinergia, competenza, esperienza e quant’altro al servizio di un “nuova” commedia all’italiana, che letteralmente è la descrizione di noi stessi vista attraverso gli eroi del cinema. E in tal senso, nel cinema italiano attuale, nessun film descrive i vizi, i segreti e le piccole meschinità dell’italiano medio meglio di “Perfetti sconosciuti”, de “Il nome del figlio” e di “A casa tutti bene” che nella commedia corale attuale ne rappresentano i modelli da seguire, in vista di altri futuri capolavori.




5 NOVITA’ CINEMATOGRAFICHE (E NON) DA GUARDARE IN AUTUNNO


E’ vero l’estate è finita e forse ancora non eravamo pronti, ma qualcosa per consolarsi spunta in ogni stagione, soprattutto se si tratta di cinema.

E allora ecco 5 novita’ cinematografiche (e non) da guardare in autunno, per non farsi abbattere dal primo freddo.

  1. “Opera senza autore”
  2. “Maniac”
  3. “L’amica geniale”
  4. “L’uomo che uccise Don Chisciotte”
  5. “The house that Jack built”

Forse quest’ultimo film non lo vedremo quest’autunno, perché la data di uscita in Italia, in realtà, è ancora da definire, ma per le cose importanti vale sempre la pena aspettare.




Il cinema italiano e il calcio


Il calcio è notoriamente lo sport più popolare nel nostro Paese, quello per cui si litiga, si gioisce, si piange, quello per cui un intero popolo ritorna ad essere finalmente unito sotto un’unica bandiera, magari per un Europeo o un Mondiale di calcio. Scandali, complotti, trionfi, moviole, var, marketing, cocenti sconfitte…insomma il calcio rimane un turbinìo di emozioni, e unisce proprio perché la passione per essa, coinvolge senza distinzioni di sorta tutte le classi sociali, dagli intellettuali ai proletari. E l’altra cosa che unisce più di tutti, che fa sognare, che fa riflettere è il Cinema. Nella storia del glorioso cinema italiano, numerosi sono stati i connubi tra lo sport più amato dagli italiani e il cinematografo, certo non sempre memorabili: ad onor del vero il calcio non ha mai trovato sullo schermo una messinscena che fosse in grado di renderne al meglio le peculiarità agonistiche. Ma non mancano di certo casi eclatanti, interessanti, professionali, rimasti nella memoria collettiva.parigi-e-sempre-parigi-aldo-fabrizi-e-ave-ninchi

Negli anni della commedia brillante post-seconda guerra mondiale il calcio si va affermando come pretesto per raccontare storie divertenti, spensierate ed allegre. E’ il caso di Undici uomini e un pallone (1948), una delle prime commedie brillanti che vuole sfruttare il successo popolare del calcio. Il film ha molti punti a favore. In primis l’utilizzo di numerosi giocatori professionisti dell’epoca: Campatelli, Parola, Amadei, Puricelli, Biavati, Costagliola, Remondini. E poi, l’argomento terribilmente attuale della frode sportiva, ovvero il tentativo di truccare l’ultima partita di campionato. A tener le redini del tutto ci sono però, Carlo Dapporto e Carlo Campanini, che assicurano un sano divertimento, da fuoriclasse, dato che siamo in tema calcistico. Dapporto è trascinante nel ruolo del portiere colabrodo imposto in squadra dal centravanti goleador, per un debito infantile, che ironia della sorte parerà il rigore decisivo, nella scena più divertente del film; mentre Campanini è l’arbitro che viene ricattato nell’incresciosa combine. Un film da vedere, grazie ai due assi della risata.

Ed è nei primi anni ’50 che il calcio, raccontato al cinema, raggiunge un livello elevato, come fenomeno di massa e di costume. In Parigi è sempre Parigi (1951) Luciano Emmer, dopo Domenica d’agosto (1950), continua a descrivere i desideri e i sogni della piccola borghesia narrando la trasferta francese di alcuni italiani al seguito della nazionale, tra gli interpreti Aldo Fabrizi, Ave Ninchi, Lucia Bosè ed un giovanissimo Marcello Mastroianni. Mario Camerini, in Gli eroi della domenica (1952), utilizza Raf Vallone, ex giocatore del Torino, per portare in scena un giocatore corruttibile in una squadra che ha la possibilità di passare in serie A. In L’inafferrabile 12 (1950) di Mario Mattoli, Walter Chiari fa la parte di un portiere della Juventus con un gemello che scatenerà la commedia degli equivoci. Nel film di Mattoli compaiono i ‘veri’ giocatori della squadra dando il via a un fenomeno che diventa in breve una caratteristica del film calcistico: la costante apparizione di calciatori o operatori del settore nel ruolo di sé stessi. Citiamo anche il grande Totò, delizioso presidente di calcio di una scalcinata squadra della provincia pugliese, nel film Gambe d’oro (1958).

Ben riuscita appare anche la parodia del cinema di Sergio Leone nella regia accorta di un calcio di rigore contenuta nel divertente film Don Franco e don Ciccio nell’anno della contestazione (1970) di Marino Girolami, con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia deliziosi mattatori della pellicola. E in quello stesso anno Alberto Sordi convince nei panni del Presidente del Borgorosso football club. Nell’omonimo film Sordi è perfetto nel tratteggiare questo carnale e sanguigno presidente, che dapprima disinteressato, piano piano si appassiona al calcio e alla sua squadra, diventandone il più accanito tifoso. Storie del passato, in chiave nostalgica, ambientate nel mondo del calcio e del consumo che gli ruota attorno sono messe in scena in Italia-Germania 4 a 3 (1990) di Andrea Terzini e in Figurine (1997) di Giovanni Robbiano. In Pane e cioccolata (1974) di Franco Brusati, Nino Manfredi ha il ruolo di un cameriere emigrato in Svizzera, il quale, pur essendosi tinti i capelli di biondo per apparire più simile al modello nordico, non si contiene di fronte a un gol della nazionale italiana, denunciando così le proprie origini. Questa scena codifica una situazione tipica del film ad argomento calcistico: l’incapacità di autocontrollo emotivo da parte del tifoso. Il tifoso semplicemente non riesce a contenere umori e rabbie.

Degni di nota, nell’ambito di una comicità grezza, al passo con l’involuzione culturale degli anni ’70 e ’80, sono da evidenziare sia I due maghi del pallone (1970), con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, sia L’allenatore nel pallone (1984), con Lino Banfi. Il suo personaggio di Oronzo Canà,ha avuto talmente tanto successo, da essere rimasto nella memoria collettiva. Struggente e nostalgico è invece Ultimo minuto (1987), film di alta scuola diretto da Pupi Avati e interpretato da Ugo Tognazzi, in una delle sue ultime memorabili interpretazioni. Un film bellissimo sul mondo del calcio, con una storia appassionante, attuale e popolare, certamente la migliore interpretazione dell’ultimo Tognazzi. Ciò nonostante, Tognazzi, non riceve alcuna candidatura in nessun premio nostrano, e inspiegabilmente in un paese di fanatici del pallone il film non avrà grande successo al botteghino, ma rimane il miglior film italiano sul mondo del calcio.

Continuando a parlare di calcio al cinema, certo non si può non ricordare la partita di calcio in Mediterraneo (1991) della “truppa Salvatores” e l’arrivo sull’isoletta greca di Antonio Catania in groppa al suo bimotore alato; o ancora la partita tra scapoli e ammogliati del primo Fantozzi (1976), un gioiello di comicità grottesca e delirante. E come scordare, rimanendo ancorati al personaggio del ragionier Ugo Fantozzi reso immortale da Paolo Villaggio, il programmino irrinunciabile del ragioniere ad una partita della Nazionale in tv? “Infradito, mutande, canotta rigorosamente macchiata, frittatone di cipolle, familiare di birra ghiacciata, tifo indiavolato e rutto libero”. Scrivendo viene in mente anche un’altra sequenza epocale, di un film, che da molti è ritenuto il migliore di Lino Banfi, quel Al bar dello sport (1982), in cui l’attore pugliese fa 13 al Totocalcio, grazie ad un’intuizione di Parola, uno splendido Jerry Calà muto e ad uno storico Juventus-Catania 1-2. La sequenza in cui Banfi si accorge di aver vinto e pone fine alle sue angherie familiari è da antologia della risata.

Per completezza è giusto citare altri film del genere, non particolarmente rilevanti seppur molto popolari: Il tifoso, l’arbitro e il calciatore (1983), con Pippo Franco, Mario Carotenuto e Alvaro Vitali; ancora Alvaro Vitali protagonista nel terribile Paulo Roberto Cotechino, centravanti di sfondamento (1983); per concludere con il superiore Mezzo destro, mezzo sinistro (1985), oggi divenuto un cult, con protagonista la coppia composta da Gigi e Andrea (Gigi Sammarchi e Andrea Roncato), molto popolari negli anni ’80.

Caso a parte quello di Eccezziunale…veramente (1982), film incentrato interamente sul tifo calcistico e sulla macchietta del terrunciello, che ha reso famoso Diego Abatantuono. Il film è infatti uno dei suoi maggiori successi, nonostante non ci sia un’inquadratura decente: ma in questo caso l’attore ha saputo creare icone, modi di dire e tormentoni alla stregua di un grande comico. Quello di questo film è lo spaccato di un’Italietta sottoproletaria e piccolo-borghese, cialtronesca e naìf, dotata di una vitalità incosciente e genuina.locandina-eccezziunale-veramente

Negli anni 2000 va nominata l’accoppiata oleografica e nostalgica inventata da Fausto Brizzi: Notte prima degli esami (2006), in cui il regista racconta i giovani degli anni ’80, e lo fa ambientando il film proprio durante le epiche notti mondiali dell’82, in cui l’Italia vinse il suo storico terzo mondiale di calcio. E l’anno dopo nel trasferire ai giorni d’oggi l’esame di stato, cosa fa? Ambienta Notte prima degli esami-oggi (2007), proprio nell’estate del 2006, l’anno dell’incredibile quarto mondiale azzurro. Due chiari escamotage, in cui lo sfondo (ovvero le vittorie della Nazionale ai Mondiali), conta più di ciò che avviene in primo piano, e senza questa furba operazione “nostalgia”, sarebbero risultati insignificanti prodotti dello scadente cinema popolare italiano di inizio millennio.

Molto meglio allora la bellissima opera di Luca Lucini, dal titolo Amore, bugie e calcetto (2008), con Claudio Bisio, Giuseppe Battiston e Pietro Sermonti. Una brillante commedia calcistica che costruisce un mondo di sentimenti contrastanti risolti in campo. Amore, bugie e calcetto registra e racconta il calcio dilettantistico anche per parlare d’altro. Per parlare di un gruppo di sette amici, ognuno con i propri problemi, lavorativi, sentimentali, ma che si ritrova ogni settimana su un campetto da calcio, classico appuntamento fisso del maschio italico. Il calcetto è un elemento del quotidiano (soprattutto) maschile, che ha il sapore dell’amore e dell’amicizia, dello spirito di aggregazione e di squadra, che riflette su più generazioni ed è contraltare ludico delle vite più o meno risolte e più o meno felici dei personaggi. Mancava un film sul mondo del calcio giocato dalla gente comune e Lucini lo ha realizzato con una “buona visione del gioco”, aiutando le donne a capire perché i loro uomini si divertono così tanto con una palla di cuoio cucita a mano e con una cosa banale e umida come lo spogliatoio. Il risultato tecnico è poi un ottimo affiatamento di squadra tra gli attori, proprio come una squadra di calcio unita, con il capolavoro della macchietta di Giuseppe Battiston, capitano del gruppo e della squadra, grasso e tabagista, che entra in campo solo per battere le punizioni, e non fallisce un colpo.amore-bugie-e-calcetto

Insomma, che il calcio nel cinema non abbia mai decollato appieno è un dato di fatto; ma che non ci sia stato un congruo numero di film degni di nota, beh…questo è sbagliato. Di certo quelli nominati, circa una ventina, tra alti e bassi, sono i migliori prodotti italiani, dove direttamente o indirettamente, si parla di calcio, si vive il calcio e spesso ci si interroga più in profondità nei meandri profondi e cupi di questo sport (vedasi Ultimo minuto o Amore, bugie e calcetto).




Addio ad Anna Maria Ferrero dimenticata, dolce e tenera attrice dell’Italia del Boom economico


Scoprii Anna Maria Ferrero per strada, in via Aurora a Roma, mentre camminava al fianco di una signora. Cercavo la ragazzina per il film e vidi questo scricciolo che aveva una tale intensità negli occhi. Fece un provino meraviglioso, era nata attrice.

(Claudio Gora, regista)

Era il 1949, quando appena quindicenne, ma già bellissima, la giovane Anna Maria Ferrero, venne notata dal regista Claudio Gora e scritturata per una parte nel film Il cielo rosso. Fu l’inizio di una sfolgorante, ma breve carriera artistica, che si districò nell’arco di un quindicennio o poco più, per scelta personale infatti, dopo aver sposato l’attore francese Jean Sorel, Anna Maria Ferrero decise di abbandonare il mondo dello spettacolo. Soltanto brevi altre apparizioni pubbliche, dopo il mediometraggio Cocaina di domenica parentesi del film ad episodi Controsesso, simpatico film interpretato al fianco di Nino Manfredi, la Ferrero decide per il ritiro dalle scene, sulla falsariga di ciò che aveva fatto qualche anno prima, un’altra diva dell’epoca, ovvero Marisa Allasio. Utilizzata in parti più “impegnate” della Allasio, Anna Maria Ferrero si contraddistinse per una bellezza elegante, fuori dal comune e per una classe di interprete raffinata e fuori dagli schemi.

Il fascino elegante di Anna Maria Ferrero, “stella” del cinema italiano del boom economico. Bella come poche, elegante come poche, affascinò tutti i più grandi cineasti dell’epoca. Fidanzata per molto tempo con Vittorio Gassman, sposò nel 1962 l’attore francese Jean Sorel e nel 1965 si ritirò dalle scene.
Il fascino elegante di Anna Maria Ferrero, “stella” del cinema italiano del boom economico. Bella come poche, elegante come poche, affascinò tutti i più grandi cineasti dell’epoca. Fidanzata per molto tempo con Vittorio Gassman, sposò nel 1962 l’attore francese Jean Sorel e nel 1965 si ritirò dalle scene.

Fu “musa” ispiratrice per i più grandi cineasti dell’epoca, da Monicelli a Lizzani, e fu anche abbastanza utilizzata sulle copertine delle maggiori riviste mondane dell’epoca. Si chiamava Anna Maria Guerra, ma utilizzò il cognome d’arte “Ferrero”, in omaggio al suo padrino, il musicista statunitense Willy Ferrero, diventando Anna Maria Ferrero, anche per il fatto che egli stesso sarà l’unico a incoraggiarla ad intraprendere la carriera d’attrice, al contrario dei suoi genitori, specie suo padre, che si dimostreranno in un primo momento contrari alla scelta della figlia. Nel 1952 è impegnata nella lavorazione del suo primo film da protagonista, Le due verità di Antonio Leonviola. Nonostante la giovane età, Anna Maria offre un’ottima interpretazione, e finalmente la critica incomincia ad accorgersi di lei, così come registi e produttori. L’anno successivo si rivelerà il più prolifico della sua carriera, interpreta addirittura otto film, tra cui spicca la sua commovente e realistica interpretazione nel film Le infedeli di Mario Monicelli; o ancora Siamo tutti inquilini, al fianco di attori del calibro di Aldo Fabrizi e Peppino De Filippo. Nel settembre del 1953 partecipa alla 14ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Nella rassegna viene proiettato il film Napoletani a Milano dove Anna Maria recita accanto ad Eduardo de Filippo e, grazie alla sua sempre ottima interpretazione, l’attrice sarà ammirata come una delle più interessanti giovani promesse del cinema italiano dell’epoca.

Un’immagine a colori di Anna Maria Ferrero, data 1958, all’apice del suo successo.
Un’immagine a colori di Anna Maria Ferrero, data 1958, all’apice del suo successo.

Anche il 1954 si rivelerà un grande anno per Anna Maria, darà sfoggio della sua bravura nel film Cronache di poveri amanti di Carlo Lizzani, ancora una volta nella parte di una servetta, e soprattutto in Totò e Carolina, dove con la sua passionale recitazione, riesce a stare sullo stesso piano recitativo di Totò stesso. Tuttavia i ruoli che le vengono proposti sono tutti un po’ simili, ricalcano tutti il personaggio della ragazza debole ed ingenua, insicura nelle sue scelte, lasciata a se stessa.

Anna Maria Ferrero in coppia con Totò, nel discusso “Totò e Carolina”(1953).
Anna Maria Ferrero in coppia con Totò, nel discusso “Totò e Carolina”(1953).

Le cronache mondane dell’epoca si interessarono di Anna Maria Ferrero anche per una lunga e spesso burrascosa relazione con Vittorio Gassman, durata dal 1954 al 1960, e interrotta, per il rifiuto di Gassman a sposarsi. Inoltre lo stesso Vittorio, spesso la rimproverava del fatto di doversi dedicare più assiduamente alla carriera cinematografica che a quella teatrale. Proprio nel 1960, l’anno della loro separazione ufficiale, la carriera di Anna Maria Ferrero ottiene un’improvvisa impennata. Accantonato per il momento il teatro, e senza le imposizioni di Gassman, l’attrice accetta di partecipare alle numerose pellicole che le vengono proposte dai produttori. Fra quelli interpretati in questo periodo, va ricordato, quella dell’intraprendente camerierina innamorata di Walter Chiari, imbranato professore in Le sorprese dell’amore(1959); e  soprattutto quello della tenace ebrea Giulia ne L’oro di Roma(1961), il capolavoro di Carlo Lizzani, ambientato nella Roma occupata dalle truppe nazi-fasciste nell’ottobre del 1943. A detta della stessa attrice, sarà la sua migliore interpretazione di sempre.

La locandina originale del film “L’oro di Roma”(1961), di Carlo Lizzani, da molti ritenuta l’interpretazione della vita di Anna Maria Ferrero, in un ruolo drammatico di grande intensità emotiva.
La locandina originale del film “L’oro di Roma”(1961), di Carlo Lizzani, da molti ritenuta l’interpretazione della vita di Anna Maria Ferrero, in un ruolo drammatico di grande intensità emotiva.

Il 1960 segnerà per Anna Maria un incontro che cambierà non poco la sua vita. In aprile ad una festa a casa dell’attore Pierre Brice incontra l’attore francese Jean Sorel, all’epoca pressoché sconosciuto. I due si fidanzeranno e di lì a poco si sposeranno. L’anno successivo Anna Maria protagonista del film L’oro di Roma suggerirà al regista che proprio al suo nuovo compagno venga affidato un ruolo nel film. Anna Maria preferisce recitare insieme all’attore francese, evitando così quelle distanze fatali che avevano contribuito a far fallire la sua precedente relazione con Vittorio Gassman. Non sarà la prima volta che l’attrice aiuterà la carriera del marito con le sue conoscenze.

I due si sposeranno nel 1962, continuando, almeno per un paio di anni, la loro carriera artistica parallelamente, non disdegnano qualche apparizione insieme, come in Un marito in condominio. Nel 1964, dopo Controsesso, recitato al fianco di Nino Manfredi, Anna Maria decide improvvisamente di lasciare tutto. L’attrice romana non spiegherà mai il vero motivo di tale rinuncia, forse perché in 15 anni di carriera cinematografica e 10 di quella teatrale, le occasioni per dimostrare appieno tutto il suo talento sono state molto poche, o forse perché spinta dal desiderio di dedicarsi alla famiglia.

Anna Maria Ferrero, insieme a Nino Manfredi e Carlo Ponti sul set del film “Cocaina di domenica” episodio del lungometraggio “Controsesso”(1964).
Anna Maria Ferrero, insieme a Nino Manfredi e Carlo Ponti sul set del film “Cocaina di domenica” episodio del lungometraggio “Controsesso”(1964).

La sua vita proseguirà lontano dai set cinematografici, da tempo trasferitasi a vivere nella periferia di Parigi, tornando raramente in Italia. Non riuscirà a diventare madre, e questo fatto si ripercuoterà negativamente sul suo matrimonio con l’attore francese. Nel decennio successivo le notizie sulla sua vita saranno pochissime, l’attrice concederà solo alcune interviste ai vari quotidiani dell’epoca, mentre le sue apparizioni pubbliche saranno praticamente nulle. Tuttavia Anna Maria dichiarerà di essersi pentita non poco di aver abbandonato la carriera d’attrice, e già dopo pochi anni dal suo ritiro avrebbe volentieri accettato una parte in un film. Un suo ritorno sui set cinematografici era previsto per il 1985, in un piccolo ruolo nel film Maccheroni di Ettore Scola, ma alla fine l’attrice romana ci ripensò e quello fu il suo ultimo contatto con il mondo del cinema. L’ultima apparizione in pubblico di Anna Maria Ferrero avviene nell’aprile del 2008, quando fa parte della giuria del Busto Arsizio Film Festival, accanto al marito Jean Sorel. In quell’occasione è stata proiettata la versione restaurata del film L’oro di Roma.

Anna Maria Ferrero e il marito Jean Sorel, in una foto dei primi anni ’60.
Anna Maria Ferrero e il marito Jean Sorel, in una foto dei primi anni ’60.

Di lei comunque, rimangono soprattutto le immagini degli oltre 40 film interpretati, rimane l’immagine di una donna forte, bella, bellissima; rimane l’immagine di una grande e giovane attrice. Anna Maria Ferrero fu la diversa bellezza che piace, non tutta curve tipo Sophia Loren, Marisa Allasio, piuttosto come una “nostrana” Audrey Hepburn in miniatura: elegante, raffinata, minuta, ma bella, dotata di un sorriso ipnotizzante. Nonostante spesso in questo Paese, così superficiale, si rischi di cadere nel dimenticatoio facilmente, Anna Maria Ferrero conserva comunque il suo spazio indelebile nella storia del cinema italiano. Film che sono rimasti nei cuori della gente, forse perché rimangono legate all’epoca più bella della storia italiana: quella del boom economico, quella di Cinecittà soprannominata la “Hollywood sul Tevere”. Tempi d’oro, malinconici, inarrivabili, di cui la Ferrero era una delle stelle indiscusse.




I film del sequestro di Aldo Moro e il “caso” profetico di “Todo Modo”


A Roma, in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978 un commando delle brigate rosse assale la scorta dell’onorevole Aldo Moro, uccide cinque uomini e porta via con sé il presidente della Democrazia Cristiana. La prigionia dura 55 giorni, durante i quali le Brigate Rosse comunicano con l’esterno attraverso dei comunicati fatti trovare dai giornali e informano dello svolgimento di un processo popolare che vede come imputato Aldo Moro, che verrà condannato a morte. Viene infatti ucciso il 9 maggio e fatto trovare nel portabagagli di una Renault rossa in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure a pochi passi dall’Altare della Patria. Molti misteri avvolgono la vicenda, ancora oggi a 40 anni di distanza e dopo numerose commissioni d’inchiesta finite con un buco nell’acqua. C’è tutta una letteratura che affronta gli incredibili lati oscuri del sequestro Moro.

caso-moro-foto-1Il titolo di un documentario è incredibilmente esplicativo: “La notte della Repubblica”, e rappresenta quella che è ritenuta un po’ da tutti, la pagina più oscura della Repubblica Italiana, anche più del fantomatico golpe Borghese di inizio anni ‘70. Anche il cinema si è occupato a più riprese del sequestro Moro, a partire già dal 1986 con Il caso Moro di Giuseppe Ferrara, per arrivare al 2003 con Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli e il bellissimo Buongiorno Notte di Marco Bellocchio.

Al centro del film Il caso Moro, c’è sicuramente la grandiosa interpretazione di Gian Maria Volontè, splendido soprattutto durante i dialoghi con i suoi carcerieri. Si tratta di un’interpretazione davvero meravigliosa che aumenta di molto la qualità di un film schematico e dai tratti documentaristici. Si tratta infatti di una puntuale ricostruzione dei 55 giorni del sequestro, molto utile per conoscere i momenti fondamentali di tutta la vicenda. Non ci sono momenti particolarmente “artistici”, se così si può dire. E’ un film austero di un cinema sociale il cui unico scopo è quello di informare, con punte però di grande qualità.

caso-moro-foto-3-gian-maria-volontePeraltro lo stesso Volonté aveva interpretato una figura di politico riconducibile ad Aldo Moro, già nel 1976, due anni prima del rapimento del politico pugliese, nel discusso, ma non discutibile Todo Modo, profetico oltre ogni misura. Dal cast stellare, e diretto da un Maestro audace come Elio Petri, il film ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, presenta toni cupi, accentuati dall’ambientazione claustrofobica in albergo-eremo-prigione post-moderno collocato sottoterra, e satirici, nell’intento di fornire una parodia amara e realistica della classe politico-dirigenziale che deteneva il potere in Italia dal dopoguerra: la Democrazia Cristiana. Il film uscì, durante il governo di Aldo Moro, era il periodo in cui si iniziò a parlare di compromesso storico tra DC e PCI). Lo stesso Sciascia, all’uscita del film, ebbe a dichiarare: «Todo modo è un film pasoliniano, nel senso che il processo che Pasolini voleva e non poté intentare alla classe dirigente democristiana oggi è Petri a farlo. Ed è un processo che suona come un’esecuzione… Non esiste una Democrazia Cristiana migliore che si distingua da quella peggiore, un Moro che si distingua in meglio rispetto a un Fanfani. Esiste una sola Democrazia Cristiana con la quale il popolo italiano deve decidersi a fare definitivamente e radicalmente i conti».

caso-moro-foto-4-mastroianni-e-volonte-in-todo-modoLa pellicola, dal marcato sapore espressionista e dall’esplicita vena grottesca, con cui propone la propria visione della DC e della politica italiana in generale, aveva l’obiettivo dichiarato di denunciare la corruzione, il malcostume, l’imperversare di interessi personali nella gestione della res publica italiana, ricorrendo al grottesco come unica arma possibile per denunciare senza incorrere in censure particolari. Il personaggio del Presidente è apertamente calcato sulla figura di Aldo Moro (che, all’uscita del film, era a capo del governo da due anni), pur senza mai nominarlo direttamente; ma la fisicità, il modo di comportarsi ed il ruolo rivestito non lasciano spazio a dubbi in merito. Volontè per quest’interpretazione prese a studiare i comportamenti di Moro, i suoi discorsi, la sua mimica facciale e corporale, l’inflessione della sua voce, la sua vena conciliatrice. Petri ricordò che i primi due giorni delle riprese furono cestinati di comune accordo perché la somiglianza tra i due “era imbarazzante, prendeva alla bocca dello stomaco”, considerando che egli non doveva interpretare direttamente Moro, bensì fornirne una maschera, una caricatura, un simulacro. Tra gli altri attori impegnati nel film vi è Marcello Mastroianni, nei panni di Don Gaetano, un prete astuto e calcolatore, molto potente sul piano politico, e anch’egli assetato di potere. Il successivo rapimento e omicidio di Aldo Moro rese di fatto il film politicamente non presentabile, facendolo sparire per molti anni, e lo rese dannatamente profetico.

02858103Calano anni, anzi decenni di silenzio “cinematografico” sulla vicenda, finché a riprendere le redini della storia, ci pensa nel 2003 Renzo Martinelli, con il suo Piazza delle cinque lune, girato in perfetto stile spy story. Il film va alla ricerca delle tesi che più di tutte vanno ad infoltire le teorie dietrologiche, ossia tutte le osservazioni e riflessioni che rendono più spessa la linea d’ombra che grava su tutta la vicenda. Il film parte da un’ipotesi fantastica: un misterioso individuo fa pervenire presso un magistrato sulla soglia della pensione (Donald Sutherland)  un documento straordinario: si tratta di un filmato in formato super-8 che mostra proprio il momento dell’assalto e del sequestro dell’onorevole Aldo Moro. Parte così l’ultima inchiesta del magistrato che la prende come la missione che serve a dare un senso a tutta la sua carriera. Il film è forse quello di più facile visione proprio per il suo stile “giallo” e per il fatto di basarsi interamente sui misteri del caso Moro. Quel che però lo rende inferiore al precedente di Ferrara, almeno sul piano realistico, è proprio la fantomatica ricostruzione del sequestro. Ragion per cui le conclusioni del film, sono dunque frutto della fantasia dei soggettisti e non verità assolute, anche se, a ragion del vero, nemmeno la storia, quella reale, ha fatto chiarezza in questa incredibile tragedia della nostra prima repubblica.

caso-moro-foto-5-roberto-herlitskaSempre nella stessa annata esce nelle sale Buongiorno notte, di Marco Bellocchio, ben più riuscito del coevo film di Martinelli. Si tratta di una ricostruzione che dà molto spazio alla fantasia e che culmina nel momento liberatorio finale, con proiezioni oniriche culminanti nell’ipotetica liberazione di Moro (un molto efficace Roberto Herlitzka), provando ad immaginare cosa sarebbe successo se lo statista pugliese fosse stato liberato e quali terribili segreti di Stato sarebbero potuti essere scoperchiati come un moderno vaso di Pandora. Questo film si muove su più piani: la ricostruzione dei momenti della prigionia, i documenti originali che vengono mostrati solo negli schermi delle TV, i momenti di incredibile quotidianità della brigatista donna che lavora in una biblioteca e poi a casa nasconde l’onorevole Moro. Così la quotidianità si mescola con l’ideologia e ne incrina le certezze. Un’altra dimensione è dunque quella femminile, mai affrontata nei film precedenti, e del suo rifugiarsi nel sogno. Un grande tocco d’arte è poi l’inserimento di immagini tratte dalla storia del cinema, immagini in bianco e nero che fungono da poetiche interferenze. Una tra tutte: la scena dell’uccisione del soldato americano tratto da Paisà di Roberto Rossellini. Senza reticenze si tratta di un film bellissimo e assolutamente consigliabile. Un film che va oltre il film e getta un’ulteriore ombra di mistero, sul più grande segreto di Stato della nostra Repubblica, e che i vari Cossiga, Andreotti, Berlinguer, Fanfani, co-protagonisti della oscura storia, si sono portati nella tomba.




Cinema, internet e social network


Da sempre il Cinema ha subito continue influenze derivanti dai molteplici cambiamenti della società, che si sono sviluppati nell’arco dei suoi 120 anni di vita. L’arte cinematografica appare dunque come un’arte alla continua ricerca di nuovi stimoli e territori da esplorare. Il cinema mondiale infatti, già da qualche anno ha rivolto spesso la propria attenzione a quello che, da un punto di vista sociologico, è di gran lunga il fenomeno di maggior rilievo da almeno un decennio a questa parte: la diffusione dei social network e il ruolo preponderante che la comunicazione via internet ha assunto nella nostra esistenza. Internet, del resto, costituisce uno degli aspetti fondamentali della nostra vita quotidiana: per molti di noi a livello professionale, per quasi tutti noi pure nelle relazioni sociali, che volenti o nolenti oggi passano in gran parte (in alcuni casi, soprattutto) attraverso la rete. E il cinema, ovviamente, non poteva non essere contagiato da un elemento tanto importante, se non addirittura emblematico della nostra epoca.


La curiosità del cinema nei confronti della realtà virtuale di internet (e dell’area social nello specifico) ha abbracciato generi diversi, dal dramma alla commedia, passando anche per l’horror. Nel 2010 ad esempio, nel pieno dell’esplosione della popolarità di Facebook, il regista giapponese Hideo Nakata, ha realizzato un thriller dall’ambientazione assai atipica: I segreti della mente. Il film si svolge quasi del tutto all’interno delle chatroom. Aaron Taylor-Johnson interpreta il ruolo di William Collins, adolescente di Chelsea, disadattato e con tendenze autolesioniste, che decide di sfogare la propria depressione nel dialogo virtuale con quattro suoi coetanei sconosciuti; ma il tentativo di condividere i rispettivi problemi sfocerà in un meccanismo di sudditanza psicologica gravido di rischi.

Parlando di cinema, internet e social media, un’altra tematica verso cui diversi film hanno puntato lo sguardo è la voglia di essere notati e di apparire esattamente il contrario di quello che siamo nella vita reale: quella bizzarra commistione fra la volontà e l’esigenza di aprirsi a un ‘auditorio’ quanto più vasto possibile e le barriere di una solitudine che, talvolta, la rete non fa altro che accentuare. Questo è uno degli aspetti rintracciabili, nel capolavoro dedicato al fenomeno della socialità in rete: The Social Network, il film del 2010 di David Fincher sceneggiato da Aaron Sorkin e ricompensato con tre premi Oscar. Se The Social Network costituisce una sapiente ricostruzione della nascita di Facebook e un intrigante ritratto del suo creatore, il giovane e ambizioso Mark Zukerberg (Jesse Eisenberg), il valore della pellicola va al di là della cronaca di una svolta epocale per il nostro stile di vita: perché all’interno del film si può cogliere pure una riflessione amarissima sui social media come compulsiva forma di reazione ad un senso di isolamento, di alienazione e di rifiuto contro il quale, però, non basterebbero neppure cinquemila “amici”, giusto per parafrasare il limite di amicizie per ogni profilo su facebook.


Dall’ambito della socialità sul web ci spostiamo ora verso fenomeni pur sempre collegati ad internet come “villaggio globale”, in cui la riservatezza- e la segretezza – sono beni preziosi nonché oggetti di violazioni e diffusioni indesiderate. E il cinema dell’ultimo lustro ha affrontato questo peculiare aspetto nelle maniere più differenti, dalla docu-fiction alla comicità, dai pubblici scandali sulla politica mondiale ai piccoli scandali di singoli individui. A tal proposito molto riuscita appare la commedia Sex Tape – Finiti in rete (2014), per la regia di Jake Kasdan, che getta uno sguardo sulla moda dei filmini erotici “fatti in casa”, con Cameron Diaz e Jason Segel nei panni di una coppia che, per errore, diffonde sul web un video osé che sarebbe dovuto restare privato.

Interessante anche Friend Request (2016), che parte da interrogativi che tutti coloro che frequentano i social network si sono posti (o dovrebbero porsi) più e più volte: qual è il “codice di comportamento” più corretto laddove le nostre interazioni con l’altro sono filtrate interamente attraverso internet? E in quale misura una richiesta d’amicizia approvata o respinta può influire sulla nostra privacy e sul modo in cui scegliamo di ‘proporci’ al mondo esterno?

Concludiamo il saggio con un film tutto italiano, ovvero il nostrano Perfetti sconosciuti (2016) che getta uno sguardo terribile e aberrante sui piccoli, grandi, meschini segreti che ognuno di noi nasconde tra smartphone, facebook e watshapp. Il concetto del film di Paolo Genovese si riassume tutto in questa frase: “Quante coppie si sfascerebbero se uno dei due guardasse nel cellulare dell’altro?” È questa la premessa narrativa dietro la storia di un gruppo di amici di lunga data che si incontrano per una cena destinata a trasformarsi in un gioco al massacro. E la parola gioco è forse la più importante di tutte, perché è proprio l’utilizzo “ludico” dei nuovi “facilitatori di comunicazione” – chat, whatsapp, mail, sms, selfie, app, t9, skype, social – a svelarne la natura più pericolosa: la superficialità con cui (quasi) tutti affidano i propri segreti a quella scatola nera che è il proprio smartphone (o tablet, o pc) credendosi moderni e pensando di non andare incontro a conseguenze, o peggio ancora, flirtando con quelle conseguenze per rendere tutto più eccitante. I “perfetti sconosciuti” di Genovese in realtà si conoscono da una vita, si reggono il gioco a vicenda e fanno fin da piccoli il gioco della verità, ben sapendo che di divertente in certi esperimenti c’è ben poco. E si ostinano a non capire che è la protezione dell’altro, anche da tutto questo, a riempire la vita di senso.

Paolo Genovese affronta di petto il modo in cui l’allargarsi dei cerchi nell’acqua di questi “giochi” finisca per rivelare la “frangibilità” di tutti: e la scelta stessa di questo vocabolo al limite del neologismo, assai legato alla delicatezza strutturale di strumenti così poco affidabili e per loro stessa natura caduchi come i nuovi media, indica la serietà con cui il team degli sceneggiatori ha lavorato su un argomento che definire spinoso è poco, visto che oggi riguarda (quasi) tutti.  Il copione lavora bene sugli incastri e sugli snodi narrativi che rimangono fondamentalmente credibili, instilla verità nei dialoghi (che certamente verranno riecheggiati sui social e nelle conversazioni da salotto, perché questo fanno certe “conversazioni”: l’eco), descrive tipi umani riconoscibili. Il cast, anch’esso corale, fa onore al testo, e ognuno aggiunge al proprio ruolo una parte di sé, un proprio timore reale.

Perché questa società così liquida da tracimare di continuo, sommergendo ogni nostra certezza, fa paura a tutti, e tutti ne portiamo già le cicatrici, abbiamo già assunto la posizione del pugile che incassa e cerca di restare in piedi (o sopravvivere, come canta il motivo di apertura sopra i titoli di testa). Il tono è adeguato alla narrazione: non farsesco, non romanticamente nostalgico, non cinico, ma comico al punto giusto, con sfumature sarcastiche e iniezioni di dolore. Questa “cena delle beffe” attinge a molto cinema francese e americano, ma la declinazione dei rapporti fra i commensali è italiana, con continui riferimenti a un presente in cui il lavoro è precario, i legami fragili e i sogni impossibili. La scrittura è crudele, precisa, disincantata, e ha il coraggio di lasciare appese alcune linee narrative, senza la compulsione televisiva a chiudere ogni scena. C’è anche una coda alla Sliding Doors che mostra come il “gioco” (prima che diventi al massacro) sia gestibile solo con l’ipocrisia e l’accettazione di certe regole non scritte: ed è questa la strada che più spesso scelgono gli esseri “frangibili”.




I cinque film italiani sulle vacanze


Tutto ebbe inizio negli anni ’50, finita la stagione del Neorealismo, gli italiani avevano bisogno di ridere, o perlomeno di sorridere con il cinema, incitati anche dal sopraggiunto benessere economico. Sono infatti gli anni in cui l’Italia vive un boom economico inarrestabile, il PIL è in vertiginoso aumento, arriva la televisione, nel 1956 Roma si aggiudica per il 1960 l’organizzazione dei XVII Giochi Olimpici, la Dolce Vita romana sta raggiungendo i massimi storici…e il rinnovato benessere fa si che i luoghi turistici, balneari per eccellenza vengano presi d’assalto. Perché? Perché ora l’italiano può spendere, perché può godersi i frutti del suo lavoro.

Nel decennio compreso tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’60 l’Italia visse una stagione di crescita economica e di cambiamenti sociali veloci e intensi, e divenne una delle maggiori potenze industriali.

Lo sviluppo economico superò addirittura quello demografico (pure evidente) e ciò ebbe come conseguenza un miglioramento diffuso del tenore di vita (i primi apparecchi televisivi, la storica 500). Molti dei film girati in quegli anni testimoniano sia questi cambiamenti, sia le tante contraddizioni ad essi collegate. Ha così inizio la voga del film turistico, branca della commedia all’italiana. Quella del film turistico-balneare diventa una vera e propria moda che nel giro di pochi anni arriva a produrre una moltitudine di pellicole del genere. Si trattava di ambientare le pellicole nelle più importanti località turistiche italiane, e spesso località balneari, con il luogo di consueto già pre-annunciato dal titolo. Un piccolo escamotage di produttori e sceneggiatori destinato a fare epoca, e come ovvia conseguenza il film veniva girato in piena estate, facendo aumentare ancora di più il mito dell’Italia della “Dolce Vita”.

Proviamo ora a fare una piccola selezione delle pellicole, che meglio hanno espresso, nella storia del nostro cinema, questo sottogenere di successo della commedia all’italiana.

  1. Vacanze romane(1953), di William Wyler. Con Gregory Peck e Audrey Hepburn. Film a dir poco epocale, “Vacanze romane” è la tappa fondamentale nel percorso che aveva attirato verso Roma, destinazione Cinecittà, divi e professionisti di Hollywood. Era l’epoca in cui Roma veniva soprannominata per la prima volta la “Hollywood sul Tevere” e il centro del cinema mondiale, almeno fino alla fine degli anni ’60. Nel film lo scenario è Roma, con le sue bellezze artistiche, la poesia dei suoi paesaggi, con la sua voglia di vivere, con il suo charme, con le sue serate fashion di Via Veneto. E’ fuori discussione che l’accoppiata Audrey Hepburn-Gregory Peck sullo sfondo di una Roma piena di colori e di vivacità lasci davvero il segno nell’immaginario comune. L’immagine rimasta nella memoria collettiva è infatti, quella di Gregory Peck e Audrey Hepburn sulla scalinata di Trinità dei Monti: quando le Arti si fondono creando un cortocircuito artistico di incredibile livello estetico.

    Vacanze Romane
    Vacanze Romane
  1. Vacanze a Ischia(1957), di Mario Camerini. Con Vittorio De Sica, Peppino De Filippo, Isabelle Corey, Antonio Cifariello. Il film, diretto da un vecchio maestro di cinema come Mario Camerini, si issa fin da subito come uno dei migliori del genere, anche grazie alla presenza di stelle del cinema, come Vittorio De Sica, Peppino De Filippo, Nadia Gray e Antonio Cifariello. La pellicola, che tra le altre cose ottenne un considerevole successo al botteghino, mette in evidenza le bellezze di Ischia e venne finanziata dal commendator Angelo Rizzoli anche per fare un pò di propaganda ai suoi investimenti sull’isola, ma nel contempo ci guadagnava la stessa immagine di Ischia.

    Locandina de Vacanze a Ischia
    Locandina de Vacanze a Ischia
  1. Racconti d’estate(1958), di Gianni Franciolini. Con Marcello Mastroianni, Alberto Sordi, Michélé Morgan, Gabriele Ferzetti. “Racconti d’estate” nato da un’idea di Alberto Moravia, nonostante l’apparenza scanzonata, sa offrire molte annotazioni di costume e di vita spicciola per niente superficiali. Sotto l’affresco dell’italiano in vacanza si snodano episodi di vita vera, degni della migliore commedia all’italiana. C’è Ferzetti industriale che potrebbe far fare carriera al marito della Koscina, c’è Dorian Gray cortigiana indipendente e sfortunata, e soprattutto c’è la splendida abiezione di Sordi accompagnatore-mantenuto di una cantante grassissima. Molto riuscito anche l’episodio con Mastroianni, questurino incaricato di accompagnare alla frontiera una bella prigioniera francese (Michèlè Morgan), della quale si innamora.

    Locandina de Racconti d'estate
    Locandina de Racconti d’estate
  1. Torna a settembre (1961), di Robert Mulligan. Con Gina Lollobrigida, Rock Hudson, Sandra Dee. Una commedia di co-produzione italo-americana, girata sulla riviera di levante della costa ligure. Le bellezze sono da cartolina, così come quella della Lollobrigida, qui al massimo del suo splendore. Per il film si aggiudicherà il Golden Globe come miglior attrice del mondo della stagione 1961.

    Torna a settembre con Gina Lollobrigida e Rock Hudson
    Torna a settembre con Gina Lollobrigida e Rock Hudson
  1. Sapore di mare(1983), di Carlo ed Enrico Vanzina. Con Jerry Calà, Karina Huff, Marina Suma, Christian De Sica, Virna Lisi. Una commedia nostalgica, attuale e mai volgare, ‘Sapore di mare’ dei fratelli Carlo ed Enrico Vanzina uscito nel 1983 è divenuto ormai un cult, uno dei piccoli classici del cinema italiano anni ’80. Il film non presenta una vera e propria trama, ma si limita a descrivere un insieme di situazioni e sottostorie di cui sono protagonisti alcuni ragazzi in vacanza a Forte dei Marmi nei primi anni ’60, ragazzi provenienti da tutta Italia con origini sociali e culturali diverse. Il film è infarcito di una malinconia autentica, che imperversa per tutta la sua durata, nostalgico e divertente al punto giusto, grazie alle hit anni ’60 e alla caratterizzazione di Jerry Calà, che nel primo piano finale riesce a far raggiungere l’apoteosi malinconica di un’epoca ormai andata.

Insomma, a conti fatti, ciò che questi film descrivono non è altro che la meraviglia di un’epoca irripetibile. Un’epoca che ha fatto storia, che oggi è nostalgia, che oggi è malinconia, perché non tornerà più. Non tornerà più quella spensieratezza, quella voglia di fare, quell’impeto e quella classe cinematografica che avevano fatto diventare Roma la “Hollywood sul Tevere” e il nostro cinema, il più invidiato del mondo.




David Bowie, viaggio tra le pellicole che hanno visto protagonista il Duca Bianco



Simona De Bartolomeo (74)

 

 

 

David Bowie_Man Who Fell to EarthUn anno fa (10 gennaio 2016) scompare l’indimenticabile artista britannico David Bowie, portando via con sé tutto quello che ha rappresentato a livello mondiale nel mondo della musica e non solo. Definire il Duca Bianco, così era soprannominato, solo una leggenda della musica, è riduttivo, Bowie è stato e sempre resterà, simbolo di un’epoca di rivolta e cambiamento, un’icona del costume, della moda ed anche un’importante figura nell’ambito cinematografico, non solo per le colonne sonore, ma anche come attore. In un luogo di magia e sogni come il mondo del cinema, una persona eccentrica, anticonformista e follemente creativa come lui non poteva certo mancare. Così Bowie, che avrebbe compiuto 70 anni lo scorso 8 gennaio, non si limita a fare storia solo nella musica, ma diventa divo recitando anche in molte pellicole, alcune divenute cult, trasformandosi sempre in qualcosa di diverso. Tralasciando i documentari musicali cui ha preso parte interpretando se stesso, come il documentario del 1988 “Imagine: John Lennon” di Andrew Solt, dedicato al musicista John Lennon, e i documentari che gli sono stati dedicati per cercare di racchiudere, raccontare e tramandare tutta la sua vasta carriera, Bowie partecipa a numerosi film (scrivendone di alcuni anche la colonna sonora), sfoggiando interpretazioni degne di un attore navigato.

La pellicola del suo esordio è il film di fantascienza “L’uomo che cadde sulla Terra” del 1976, del regista Nicolas Roeg, dove Bowie è un extraterrestre venuto sulla Terra per cercare di salvare il suo pianeta dalla siccità. Il film è totalmente incentrato sulla forza visiva che Bowie possiede, anche grazie alla sua fisicità, perfetto per interpretare un alieno costretto ad assumere sembianze umane. Nel 1979 vediamo recitare Bowie nel film “Gigolò” del regista David Hemmings, dove intepreta un ex ufficiale tedesco che, tornato a Berlino, non riesce a trovare un’occupazione e comincia a lavorare come gigolò. Nel film c’è anche Marlene Dietrich nella sua ultima apparizione cinematografica.
In “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” (1981) del regista tedesco Uli Edel, Bowie interpreta se stesso e la colonna sonora è composta interamente da sue canzoni, registrate tra il 1975 e il 1978, anni in cui è ambientato il film. Del 1983 la sua partecipazione, accanto al musicista Ryuichi Sakamoto (che ha composto la colonna sonora), al famoso film “Furyo” (titolo originale “Merry Christmas, Mr.Lawrence”), del regista giapponese Nagisa Oshima, che narra il tema della sopraffazione dell’uomo sull’uomo durante la guerra. Sempre nel 1983 Bowie partecipa al film “Miriam si sveglia a mezzanotte” del regista Tony Scott e nel 1986 al film “Absolute Beginners” (titolo di una sua canzone) del regista Julien Temple.

Nel 1986 prende parte come protagonista ad un film decisamente più fortunato: “Labyrinth – Dove tutto è possibile” diretto da Jim Henson (creatore dei Muppets); Bowie qui è Jareth, il re dei Goblin, che rapisce il fratellino dell’adolescente Sarah, costringendola a superare un labirinto popolato da strane creature, per poterlo salvare. Il film è col tempo diventato un cult e rappresenta uno dei film più famosi di Bowie, grazie alle canzoni che canta nel film, una su tutte “Magic Dance”, e al bellissimo personaggio che interpreta. Nel 1988 recita in “L’ultima tentazione di Cristo” di
Martin Scorsese e in “U.H.F. i videoidioti” di Jay Levey.

David Bowie nel 1992 prende parte al film “Fuoco cammina con me”, di David Lynch, prequel della serie di culto “I segreti di Twin Peaks” e tratto in parte dal romanzo “Il diario segreto di Laura Palmer”. Nel 1996 ci regala un’esemplare interpretazione dell’artista pop Andy Warhol (a cui ha dedicato anche una canzone), nel biopic “Basquiat” del regista Julian Schnabel, dedicato alla vita dell’artista Jean-Michel Basquiat. C’è anche un film italiano nella carriera del Duca Bianco, non paragonabile alla maggior parte dei film citati finora, è “Il mio West” (1998) di Giovanni Veronesi, con Leonardo Pieraccioni e Harvey Keitel. Per fortuna nel 2006 arriva il visionario regista Christopher Nolan, che chiede all’artista di interpretare l’inventore Nikola Tesla, nel capolavoro “The Prestige”, accanto a Christian Bale e Hugh Jackman. Nolan racconta di aver pensato a Bowie per il personaggio di Tesla, perché entrambi sono uomini dalle menti brillanti e geniali, sempre proiettati nel futuro.

La carriera cinematografica di Bowie si chiude nel 2009 con la pellicola “Bandslam – High School Band” del regista Todd Graff, film su un gruppo di adolescenti che fonda una band e cerca di realizzare il suo sogno attraverso la passione per la musica. In questo film, ricco di riferimenti e citazioni alla musica della fine degli anni settanta, David Bowie interpreta se stesso, regalandoci, così, un’ultima speciale performance cinematografica. Ad un anno dalla sua scomparsa, e pensando a tutti gli artisti persi nel 2016, non possiamo che augurarci, non solo che il 2017 sia un anno più fortunato, ma anche che presto possano nascere numerose nuove stelle, capaci di brillare per tantissimi anni, regalandoci emozioni che durano per sempre e sopravvivono anche alla loro esistenza, proprio come David “Starman” Bowie.