#Ripartitalia - L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoFin dalla sua nascita nell’ormai lontano 2014, il numero di settembre del nostro magazine è stato un numero speciale.

Questo per una serie di fattori: innanzitutto fu il primo numero a tematica fissa (che da allora si è chiamato sempre così), ma anche perché ci sembrava che a settembre, con la scuola che riapre, la aziende che ripartono, la fine delle ferie e delle vacanze, ci fosse il bisogno di fare il punto sullo stato dell’arte, su come siamo messi, su cosa possiamo fare per migliorare noi, le nostre vite, le nostre aziende ed il nostro Paese.

Fu per questo motivo che io e l’amico Ivan Zorico, in quel lontano mese di settembre del 2014, decidemmo di chiamare questo importante uscita #Ripartitalia.

Un titolo breve, tondo ed esaustivo che racchiude in 13 caratteri tutti i nostri intenti, la nostra mission, i nostri obbiettivi e, soprattutto, tutta la nostra filosofia editoriale.

Il primo numero di #Ripartitalia uscito nel settembre 2014.
Il primo numero di #Ripartitalia uscito nel settembre 2014.

Certo non potevamo sapere allora, in quel cruciale settembre di 6 anni fa, che il 2020 ci avrebbe portato la pandemia di Coronavirus, che da febbraio di quest’anno avremmo sperimentato prima la paura, poi il lockdown, poi la Fase 2, poi la Fase 3 e che, mentre scrivo quest’editoriale, dopo un’estate “incerta” ed atipica, sul Mondo e sull’Europa si sarebbero addensate le nubi della famigerata e tanto temuta “seconda ondata” di contagi.

Mai come ora, in questo settembre 2020, un numero come #Ripartitalia sembra utile e necessario, perché mai come adesso, in questo nefasto anno bisestile, abbiamo bisogno di fare il punto sulle cose, su noi stessi, sui nostri obbiettivi e sulle nostre vite.

Da dove dovremmo ripartire?

In questi ultimi mesi, certo, si sono delineate delle direttrici, prima fra tutte quella dello smartworking, che durante i mesi più duri del lockdown ci ha consentito di non fermare del tutto il nostro sistema produttivo. Indietro non si torna, anche se qualcuno lo spera, la strada ormai è imboccata, possiamo solo percorrerla, stando attenti alle curve, ai dossi ed agli ostacoli, ma con la consapevolezza che il lavoro, almeno gran parte di esso, può e deve cambiare modalità, tempi e strumenti di applicazione.

Legato allo smartworking c’è il tema della digitalizzazione del Paese, che non ha saputo reagire dappertutto alla stessa maniera: il nord, come al solito, ha risposto meglio del sud, dove la banda larga, la fibra ottica e le stesse competenze digitali sono, secondo gli studi e i sondaggi, distribuite a macchia di leopardo.

Foto di Ola Dapo da Pexels.
Foto di Ola Dapo da Pexels.

Poi c’è la direttrice scuola, che, è bene ricordarlo, non si è fermata del tutto, più per la buona volontà di alcuni eroici professori che per una reale capacità del Ministero della Pubblica Istruzione di migrare lezioni, esami e corsi su piattaforme digitali, che magari esistevano, ma si sono mostrate spesso inadeguate o non utilizzabili dalla stragrande maggioranza del personale docente italiano che non brilla, a livello europeo, per competenze informatiche e digitali.

Poi c’è la sempre attuale questione ambientale ed ecologica: se c’è una cosa che il Coronavirus ci ha insegnato, è che non possiamo più invadere e depredare gli spazi della Natura. Questo spillover, questa zoonosi, partita molto probabilmente da un pipistrello e passata attraverso un pangolino, prima di arrivare all’uomo, deve essere un campanello d’allarme che dobbiamo ascoltare e non possiamo permetterci di ignorare. Rispettare e proteggere la natura e l’ambiente sono priorità che non possiamo più trascurare e/o rimandare.

Scopri il nuovo numero: #ripartItalia

Mai come ora, in questo settembre 2020, un numero come #ripartItalia sembra utile e necessario perché, mai come adesso, in questo nefasto anno bisestile, abbiamo bisogno di fare il punto sulle cose, su noi stessi, sui nostri obbiettivi e sulle nostre vite.

Altra cosa che il Coronavirus ci ha insegnato è l’importanza della sanità pubblica: medici, infermieri ed ospedali non sono cose a cui possiamo tagliare fondi e risorse, come se nulla fosse, un sistema sanitario efficiente e pronto a tutto, anche ad una pandemia globale, è la prima cosa di cui un Paese moderno e civile deve dotarsi.

Infine ci sarebbe il tema della scienza e degli esperti: mai come durante questa pandemia abbiamo sentito il bisogno di essere rassicurati da scienziati, epidemiologi e virologi, eppure, nonostante molti di noi si siano rivolti alla scienza, molti altri, ancora troppi, sono caduti vittima di complotti, bufale e fakenews, che hanno aggiunto alla paura per il coronavirus l’incertezza e l’ansia che ci assale quando non sappiamo a chi prestare fiducia.

Ci sarebbero altre “direttrici”, ma queste mi sembrano le più importanti, sono le stesse su cui si basano gran parte delle linee guida che l’Unione Europea ha stabilito per il Recovery Fund, un importante strumento finanziario per far ripartire l’economia del vecchio continente, messa in ginocchio dal Covid19.recovery-fund

Noi di Smart Marketing cercheremo di fare la nostra parte, con l’aiuto dei nostri collaboratori, attraverso i nostri articoli, le nostre interviste, le nostre rubriche e tutti quegli strumenti che abbiamo messo e metteremo in campo, che ci aiuteranno ad approfondire le nostre conoscenze, ampliare le nostre capacità, stimolare la nostra curiosità e, in particolare, sviluppare quelle “competenze trasversali”, che, mai come quest’anno, hanno fatto la differenza fra chi si è fermato e chi è andato avanti.

Noi saremo al vostro fianco, per aiutare a far ripartire i nostri lavori, le nostre vite ed il nostro Paese.

È una promessa, noi non vi abbandoneremo, non fatelo neanche voi!

Buona lettura e buona ripartenza a tutti.

 

Raffaello Castellano

 

 

 

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La Puglia riparte a suon di musica: la ripartenza del comparto musicale tra incertezze e finanziamenti pubblici


Durante il lockdown avevamo immaginato un’estate senza musica, senza feste, senza piazze affollate e senza turisti, benché l’intrattenimento musicale sia stato fondamentale per lenire l’isolamento e l’incomunicabilità.

Vi abbiamo raccontato di radio, dirette social e musica dai balconi per alleviare il distanziamento (#iosuonodacasa: la musica ai tempi del CoronavirusFratelli d’Italia: le radio i balconi e le altre storie di un paese blindato), ma abbiamo anche amplificato i dubbi, le paure e le incertezze del comparto musicale, bloccato dall’impossibilità di fare musica dal vivo (la crisi dei lavoratori dello spettacolo in Puglia tra affanno e cauto ottimismo: Intervista a Fabrizio Belmonte della BG SERVICE) e dispensato ricette per cercare di salvare il settore ormai in crisi (Ricominciamo!?: le 10 proposte di Assomusica per salvare la musica in Italia), ed ora è il momento di raccontare la ripartenza, lenta, dolorosa e faticosa come tutti gli inizi, ma importante, prendendo a paradigma il caso pugliese.

Durante l’estate, periodo in cui si ha il picco massimo di concerti ed eventi dal vivo, si sono moltiplicate iniziative per porre l’attenzione sulle difficoltà dei lavoratori dello spettacolo che, a causa delle restrizioni, si stima abbiano subito cali di fatturato quasi pari al 100%; la stima calcola una perdita diretta intorno ai 650 milioni di euro tra febbraio e settembre ed oltre 1,5 miliardi di euro, se si tiene conto dell’indotto. Le stime appaiono ancor più catastrofiche anche se si guarda al numero degli addetti senza lavoro, pari a 250.000 unità (Fonte: Assomusica).

https://www.youtube.com/watch?v=35T_toXILv8

Da qui, le numerose iniziative a sostegno del comparto, come quella dell’impresa sociale Music Innovation Hub, un fondo sostenuto dalla FIMI e dal colosso Spotify, a favore dei professionisti della musica, al quale è giunto anche il sostegno della Nazionale Cantanti, che ha devoluto le donazioni raccolte durante la Partita del cuore 2020 al fondo, unite all’appello di Assomusica alle istituzioni per introdurre nel Recovery Fund misure specifiche a sostegno delle industrie culturali e creative e alla musica popolare contemporanea.

Assomusica (Associazione degli Organizzatori e Produttori di Spettacoli di Musica dal Vivo) ed ELMA (European Live Music Association) si stanno facendo portavoce di una campagna di sensibilizzazione non soltanto presso le istituzioni italiane, ma rivolta direttamente al Parlamento Europeo, che, lo scorso 17 settembre, in una risoluzione sulla “Ripresa culturale dell’Europa”, ha condiviso l’urgenza di un sostegno diretto e rapido ai settori culturali e creativi, tramite aiuti finanziari da parte sia dei bilanci nazionali che dei fondi dell’UE. Questo anche perché nel Piano di ripresa dell’UE Next Generation EU non è stato riservato alcun importo specifico a diretto beneficio dei settori culturali e creativi, alimentando ancor più le preoccupazioni.

In un contesto in cui tutte le istituzioni, a tutti i livelli, fingono di non vedere che la crisi causata dalle misure di contenimento della pandemia da Covid-19 ha avuto un impatto devastante sull’intera filiera musicale, ma soprattutto sul comparto della musica dal vivo, tanto da ignorare i pressanti appelli e le continue richieste d’aiuto, vi è il caso della Puglia.

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La Puglia è una bellissima penisola della penisola Italiana, un mondo complesso e variegato che mischia mare, pianure e rilievi, un crogiuolo di dialetti, storie e culture differenti, ma tutte queste varietà di paesaggio, bellezza, usi, costumi e tradizioni non sarebbero nulla se non fossero raccontate nel modo giusto, esaltandone la tipicità.

È anche per questo che l’establishment regionale ha fatto della sua firma distintiva la promozione del territorio, partendo dalle sue bellezze naturalistiche ed architettoniche, ma soprattutto esaltandone l’immenso ed affascinante patrimonio culturale, di cui la varietà dell’offerta musicale è sicuramente il fiore all’occhiello.

Dai Cantori di Carpino in Daunia fino alla pizzica nella Grecìa Salentina, passando per rap, reggae, jazz, soul e pop, un variegato ed articolato mondo di suoni e stili che formano il macrosistema musicale pugliese e lo rendono riconoscibile ed identificabile in tutto il mondo, ma soprattutto nel contesto europeo.

https://www.youtube.com/watch?v=7Fw1FbE16nQ

Pugliese è Caparezza, pugliesi sono i Boomdabash ed i Sud Sound System e pugliese è persino l’ultimo vincitore del Festival di Sanremo, Diodato, ma si potrebbero fare tantissimi esempi, da Serena Brancale a DrefGold, ognuno con un sound ed una connotazione precisa, ma accomunati dall’amore per la propria terra e dal racconto, a volte disincantato o polemico ed altre volte fin troppo ammaliato e passionale, delle proprie origini, racconto che viaggia alla velocità del suono e contribuisce ad alimentare il mito di una terra tanto bella quanto problematica.

È cavalcando quest’onda che l’amministrazione regionale, da anni, investe sempre più risorse nella promozione turistica e nell’industria creativa per promuovere in Italia ed all’estero il brand Puglia, registrando tassi di crescita a due cifre in controtendenza con il resto del paese, grazie anche ad un’attenta promozione dei talenti locali degli eventi live, diventati volano di sviluppo e potenti attrattori turistici; basti pensare solo ai numeri de La Notte della Taranta o a quelli registrati dal MEDIMEX.

Scopri il nuovo numero: #ripartItalia

Mai come ora, in questo settembre 2020, un numero come #ripartItalia sembra utile e necessario perché, mai come adesso, in questo nefasto anno bisestile, abbiamo bisogno di fare il punto sulle cose, su noi stessi, sui nostri obbiettivi e sulle nostre vite.

Forse è per non disperdere questo enorme lavoro di valorizzazione che l’amministrazione regionale ha fortemente voluto e subito varato una serie di misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19, tra le quali il Piano straordinario di sostegno alla Cultura, denominato “CUSTODIAMO LA CULTURA IN PUGLIA” che mira a fornire aiuto concreto al comparto del turismo e delle industrie culturali e creative, dello spettacolo, del cinema e dell’audiovisivo. In particolare, l’assessorato all’Industria turistica e culturale ha messo a disposizione 17 milioni di euro per sostenere gli operatori e le imprese pugliesi nell’emergenza, di cui 1,5 milioni sono destinati al rilancio del comparto musicale.

Braccio operativo di questa operazione, in netta controtendenza rispetto ai provvedimenti nazionali, è Puglia Sounds, il programma della Regione Puglia per lo sviluppo del comparto musicale regionale, il primo progetto pubblico in Italia che sviluppa azioni di sistema, interventi mirati, partnership e attività di promozione finalizzate a sostenere le componenti artistiche, professionali, imprenditoriali e istituzionali che concorrono alla produzione, distribuzione e promozione musicale del territorio, al fine di valorizzare il ricchissimo patrimonio musicale che contraddistingue la Regione Puglia.

https://www.youtube.com/watch?v=YAQGKBSKR9k

Grazie a Puglia Sounds Plus, la nuova linea di intervento per sostenere e rilanciare il comparto musicale, sono stati già finanziati 108 progetti che diffondono la cultura musicale pugliese, 33 nuove produzioni discografiche, 27 produzioni multimediali29 tour in Italia (per un totale di 123 concerti) e 25 concerti in Puglia (Fonte: Puglia Sounds).

Puglia Sounds Plus è strutturata in una serie di misure specifiche, che vanno dalla produzione e promozione della musica prettamente pugliese alle collaborazioni internazionali, non trascurando nuovi modi di fruire la musica e gli eventi, come streaming e produzioni multimediali, che sosterranno il comparto musicale fino al 2021.

Un’azione, unica in Italia, sicuramente giustificata dalla straordinarietà del momento, ma anche invocata, non solo in Puglia, per scongiurare la perdita di posti di lavoro, professionalità e competitività sul mercato, soprattutto pensata per accompagnare il rilancio dell’attività di artisti, operatori, etichette discografiche, produttori, agenzie di booking, organizzatori di concerti, festival e luoghi di spettacolo.

Una visione glocal di amministratori illuminati che, scommettendo sul rilancio della cultura, hanno puntato su una visione non convenzionale del concetto di sviluppo, che prima passa per l’identità di un territorio per poi raggiungere tutti i comparti economici; un posizionamento sul mercato fortemente identitario che sta premiando e rafforzando il brand Puglia, ma anche un esempio da seguire a tutti il livelli di governo, nazionali e sovranazionali che, siamo sicuri, assicurerà stabilità e sviluppo per gli anni a venire, permettendo agli operatori di adattarsi meglio alle richieste ed alle congiunture del mercato.

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L’ascolto mediato dalle arti sonore come strumento di comunicazione e conoscenza del territorio: Intervista alla sound artist Daniela Diurisi


Le esperienze contemporanee del distanziamento sociale hanno evidenziato quanto siano importanti nella nostra vita la comunità di riferimento e la possibilità di poter mantenere con gli altri una comunicazione efficace che superi le barriere fisiche.

Abbiamo preso consapevolezza di non essere affatto quegli esseri asociali e che possono vivere bene da soli che credevamo; al contempo, ci siamo riappropriati della lentezza del tempo, della riflessione, del silenzio, e, probabilmente, abbiamo ristabilito anche un equilibrio ed una connessione più profonda non solo con gli altri, ma anche con noi stessi.

Nel mondo in cui niente si assapora ma tutto si consuma, persino la musica è veloce, fruita in streaming distrattamente ed in cui vanno per la maggiore brani corti e poco complessi perché non c’è il tempo per lasciare spazio a domande e riflessioni.

In questo contesto, il silenzio non è contemplato e, bombardati come siamo da stimoli visivi e sonori, ci ritroviamo a non essere più capaci di guardare ed ascoltare benché abili a vedere e sentire.

La sound artist salentina Daniela Diurisi
La sound artist salentina Daniela Diurisi

Non è solo un fatto di percezione, è comunicazione: l’ascolto non passa soltanto per un brano musicale ma investe tutti i campi della nostra vita, li sentiamo, ma non siamo più capaci di ascoltare veramente gli altri; non riuscendo a comprenderli, non riusciamo a stabilire una connessione efficace e la situazione peggiora se ci affidiamo alla vista per percepire il mondo circostante ed orientarci.

Quante volte ci sarà capitato di prestare attenzione all’abbigliamento di qualcuno appena conosciuto per cercare di comprendere chi fosse, invece di prestare attenzione a quello che ci stava raccontando di sé?

Lo stesso comportamento lo adottiamo quando cerchiamo di leggere un territorio, rimaniamo affascinati dalle sue architetture, dai colori, dal paesaggio, ma non siamo in grado di riconoscerne i suoni.

Scopri il nuovo numero: Tutto è Comunicazione

La comunicazione è diventata centrale nella vita di tutti noi ed è cambiata molto nell’ultimo periodo a causa dell’epidemia. Abbiamo assistito all’esplosione di nuove piattaforme digitali come Zoom, alla comparsa degli scienziati nei talk show televisivi e ad una comunicazione di brand incentrata su valori diversi rispetto al recente passato.

Questo accade perché l’ascolto presuppone una lentezza che non siamo più abituati a sperimentare, ma di cui dovremmo riappropriare per riconnetterci ai luoghi ed alle persone che li hanno abitati, anche per ridisegnare un futuro diverso, più sostenibile e più equo, cercando di mediare tra le varie istanze di tutti gli attori di un territorio.

Abbiamo chiesto alla sound artist salentina Daniela Diurisi, che ha realizzato la traccia sonora della nostra Copertina d’Artista del maggio 2020 (Upgrade), di raccontarci le trame e gli aspetti che investono la comunicazione non visiva concentrata sull’ascolto e, più in generale, le enormi potenzialità delle arti sonore come strumento di comunicazione intergenerazionale, coesione sociale e conoscenza del territorio, a partire dalla sua esperienza di organizzatrice del 9° forum internazionale sul paesaggio sonoro, all’interno degli spazi della Distilleria “De Giorgi” a San Cesario di Lecce dove, dal 2018, si occupa di progettazione di eventi, didattica e produzione come artista sonora nell’ambito del progetto “Alchimie – la Distilleria De Giorgi residenza artistica di comunità”.daniela-3

Domanda: Nel corso della sua esperienza, ha avuto modo di confrontarsi con la realizzazione di percorsi sonori “al buio” insieme ad associazioni di non vedenti, come nasce un progetto di questo tipo ed a chi si rivolge?

Risposta: Nel 2008 lavoravo ancora in uno studio di post produzione audio a Bologna. È stata un’esperienza molto densa che mi ha permesso di immergermi nel mondo dei suoni a 360°. In quegli anni mi stavo riavvicinando al mio territorio di origine, Lecce, dove poi mi sono trasferita e dove adesso abito.

Mi sono occupata, proprio nel 2008, di portare all’interno di un convegno sulla comunicazione a Lecce un percorso, strutturato dallo studio in cui lavoravo, relativo alla comunicazione non visiva, concentrato sull’ascolto. Su suggerimento dei responsabili dello studio abbiamo organizzato, fra le varie iniziative, una cena al buio con il coinvolgimento di un’associazione di non vedenti, composta da cuochi e camerieri professionisti, della provincia di Bologna.

Abbiamo pensato ad una proposta di questo tipo, rivolta a persone che partecipavano al convegno come esperti o uditori, quindi interessate ai temi della comunicazione, perché l’inversione dei ruoli permette l’apertura sensoriale a nuove prospettive.

È stato molto complicato oscurare perfettamente la sala, perché gli occhi cercano a tutti i costi di vedere ed un minimo bagliore fa sì che pian piano tutto appare. Solo con il buio totale ci immergiamo nell’oscurità e gli altri sensi sono liberi di prendere il posto della vista e guidarci nell’esperienza. L’egemonia dello sguardo perde la sua forza e il mondo intorno cambia forme e dimensioni. Ovviamente i non vedenti si muovono abitualmente in questo spazio per noi inesplorato ed ecco che i ruoli sono capovolti.

L’udito, in questa particolare condizione, ci aiuta ad orientarci nello spazio, disegnando distanze, e a cercare di riconoscere le persone che ci sono vicine dall’intonazione della voce, ma in generale, come accade per il gusto, il tatto e l’olfatto, il senso si apre e comincia ad ascoltare con profondità e il mondo sonoro appare in tutte le sue trame.daniela-2

I luoghi hanno in sé una propria identità sonora che li rende unici? 

Certamente. Si parla infatti di “Impronta sonora” definendo un suono di riferimento (soundmark) di una determinata comunità, che per la sua unicità contribuisce a determinarne l’identità culturale.

Chi è incuriosito da questi temi non può non leggere quello che è il punto di riferimento degli studi sul paesaggio sonoro, il libro del compositore, scrittore e ambientalista canadese Raymond Murray Schafer “Il Paesaggio Sonoro”. Come fondatore del World Soundscape Project presso la Simon Fraser University, Schafer ha incoraggiato accademici e musicisti a registrare e preservare l’ambiente sonoro del pianeta.

A proposito delle impronte sonore l’autore dice: “Una volta che un’impronta sonora è stata identificata, meriterebbe di essere protetta, perché le impronte sonore rendono unica la vita acustica di una comunità” (Schafer).

Se pensiamo a quali possono essere i suoni identitari dello spazio che viviamo, la prima strategia utile è quella di chiudere gli occhi e ascoltare.

Se siamo in un ambiente hi-fi (hight fidelity), cioè con un buon rapporto suono/rumore (ad esempio in un piccolo paese del sud alla controra), possiamo trovare qualcosa che solo noi ascoltiamo o comunque ascoltiamo in quel particolare modo.

Provo a fare un esempio: nel mio paese c’è l’arrotino. Ogni tanto passa per le vie con il suo camioncino munito di altoparlante, solitamente lo fa dopo pranzo; credo che da quando sono nata ho sentito l’arrotino. È un suono particolare perché è in movimento. Oltre ad avere delle frasi che annunciano il suo passaggio, queste frasi “camminano”, cambiano i loro parametri: il volume, il pan (per intenderci passando dall’orecchio destro al sinistro), il timbro (se il camioncino passa dietro casa i palazzi fanno da “scudo” e il suono della voce cambia). Insomma l’arrotino è una vera e propria composizione in movimento, mai uguale a se stessa, e posso dire che è un’impronta sonora del mio paese. Naturalmente l’ho più volte registrato per preservarne la memoria.26047544_778862445650338_4812637748605318658_n

L’ascolto di suoni, rumori, racconti, memorie, voci, possono ridisegnare uno spazio fisico, ristabilendo una connessione tra chi abitava quei luoghi e chi li abita o li abiterà in futuro?

Il dialogo si basa sull’ascolto, l’ascolto ci permette di ottenere un dialogo trasversale che può produrre contenuti condivisi.

Ascoltando ci si può confrontare da un lato su quello che potrebbe essere migliorato, dall’altro su quello che può essere recuperato e infine su quello che alle volte è presente ma si fa fatica a focalizzare e quindi valorizzare.

Per affrontare la questione alla luce di questa tripartizione: passato/presente/futuro, è necessario che tutti facciano la loro parte. La costruzione che alle volte può divenire decostruzione ha bisogno di uno sguardo multisensoriale e infragenerazionale.

Il suono ricopre un ruolo importante non solo per la parte più immediata legata al linguaggio, ma anche per la sua dimensione impalpabile più legata all’ambiente e all’ecologia.11834932_10205559505521662_9053912574726499956_o-1

Ci troviamo molto spesso di fronte all’incomunicabilità tra vari attori di un territorio, mossi da interessi e visioni differenti: i soundscape studies possono essere concretamente il mezzo con cui la comunità dialoga, favorendo così lo scambio intergenerazionale e la coesione sociale?

I soundscape studies che, interpretando il paesaggio sonoro come scatola sonora in cui accade la nostra vita, testimoniano l’identità dei luoghi e delle persone, che a loro volta vivono in queste scatole, si concentrano sulle modalità con cui il suono partecipa alla percezione e alla comprensione dello spazio, possono essere mezzo per connettere gli abitanti al luogo in una modalità lenta, dove il tempo dell’ascolto diviene fondamentale per l’intreccio delle visioni e la costruzione collettiva del nostro presente.

Il concentrarci sull’ascolto tramite i soundscape studies ci consente di avvicinarci ad un linguaggio inesplorato con un tempo inusuale. Il tempo dell’ascolto richiede “tempo”, traduciamo questo gioco di parole in un fatto concreto che riguarda l’indisponibilità all’ascolto, un’inevitabile causa di distacco generazionale, superficialità anche dovuta ad una diffusione di una moltitudine di informazioni “veloci”.71943629_1011519422523180_7998816494999830528_n

L’esperienza del lockdown ha cambiato il nostro modo di comunicare e ridisegnato il paesaggio sonoro di molte città. Secondo lei, le mappe sonore potrebbero costituire un modo differente di fruire di un territorio senza recarsi materialmente sul posto?

Abbiamo vissuto per tre mesi un’esperienza fuori dal comune. Molti di noi si sono interrogati su questioni qualitative: abbiamo visto le acque trasparenti e piene di pesci dei canali di Venezia, abbiamo vissuto le nostre case in ambienti acustici nuovi, dove il canto degli uccelli ha sostituito il rumore delle macchine, la natura si è riappropriata dei suoi spazi.

Possiamo pensare che abbiamo vissuto un paesaggio sonoro del passato, possiamo solo immaginarlo, ma forse la strada in cui viviamo suonava proprio così, se avessimo registrato i vari punti di un paese durante il lockdown avremmo potuto impostare una mappa immaginaria dei luoghi nel passato.

Le mappe sonore sono senz’altro una possibilità di fruizione del territorio differente e sì, possono essere strumento “a distanza”, ma vedo le loro potenzialità anche come ausilio ad una visita fisica. Le mappe possono contenere racconti, suoni reali o immaginati, e se costruite insieme alle comunità possono restituire una visione dei luoghi dal di dentro.

Proprio in questo periodo stiamo attivando un percorso partecipato con gli abitanti del paese in cui vivo, il progetto si chiama “Il paese che parla”, creeremo una mappa dotata di QrCode che conterranno audio narrazioni a cura degli abitanti e paesaggi sonori privati, cioè individuati dai cittadini come tratti distintivi della loro percezione acustica del luogo.

Penso che sarà un progetto molto interessante sia per gli avventori esterni, che potranno conoscere il paese in una chiave del tutto differente, che per gli stessi abitanti che si ascolteranno e ascolteranno l’auto percezione della comunità. Per i fruitori esterni credo che sia un po’ come quando per caso, in un viaggio, si ha occasione di essere invitati a cena da una persona del luogo, si gustano i cibi locali, si vive la dimensione privata, insomma un viaggio vissuto.

dd1Daniela Diurisi ha studiato musica al DAMS di Bologna, ha conseguito nel 2016 la laurea di Secondo livello in Musica Elettronica presso il Conservatorio “T. Schipa” di Lecce. E’ sassofonista (sax baritono e tenore), si occupa di sound design e arte sonora, in particolare sperimentando le possibilità di incontro fra il suono ed il teatro, sviluppando un percorso di ricerca a cavallo fra le arti performative e il puro ascolto. Realizza composizioni sonore per il teatro e per i media.  Ha lavorato nella post produzione audio per il cinema, tv, localizzazione di videogames, ha condotto progetti «al buio» con il coinvolgimento di associazioni di non vedenti per nuovi percorsi della comunicazione non visiva. Si occupa di esecuzione e composizione Acusmatica.

Per informazioni e per contattare l’artista: Daniela Diurisi: danieladiurisi@tiscali.it

Soundcloud

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La geopolitica dopo il coronavirus: scenari e prospettive Intervista al prof. Silvio Labbate, docente di Storia Contemporanea all’Università del Salento ed esperto in Storia delle relazioni internazionali


Lo sappiamo, l’altra grande vittima di questo Coronavirus è l’economia mondiale, messa in ginocchio dal lockdown adottato via via da tutti i paesi del mondo in cui si diffondeva il contagio. Alcune industrie ed alcuni settori produttivi, più di altri, hanno risentito del blocco forzato; fra questi ci sono comparti strategici come quello dell’automobile, quello dei trasporti in genere e quello dei voli aerei, che, come conseguenza, hanno affossato ai minimi storici indicatori economici importanti come il petrolio, il cui prezzo è giunto in questi mesi ai minimi storici.

Ma, come spesso succede, come le crisi di portata così epocale, anche questa pandemia ha ridefinito non solo le nostre vite, ma probabilmente gli assetti geopolitici mondiali. Sul palcoscenico della storia si affacciano nuovi attori che sgomitano per rubare la scena alle vecchie star un po’ in affanno. Comprendere queste evoluzioni è non solo importante, ma strategico per cercare in una certa misura di non farsi cogliere impreparati dal futuro prossimo venturo.

Foto di ErikaWittlieb da Pixabay
Foto di ErikaWittlieb da Pixabay

Per capire questi riassetti geopolitici mondiali e scoprire il ruolo dell’Italia, noi di Smart Marketing abbiamo rivolto alcune domande al prof. Silvio Labbate, docente di Storia Contemporanea all’Università del Salento, con un dottorato di ricerca in Storia delle relazioni internazionali ed esperto di questioni mediorientali.

Domanda: Prof. Labbate, il nostro Paese, da sempre crocevia geograficamente strategico conteso dalle superpotenze mondiali, si è trovato nei momenti di massima emergenza sanitaria bisognoso di aiuti internazionali di ogni tipo, dai DPI al personale medico. Le prime nazioni a correre in nostro aiuto, quando l’Europa tardava a dare una risposta, sono state la Russia e la Cina. Alcuni osservatori internazionali, come l’americano Edward Luttwak, hanno dichiarato che l’Italia ha fatto male ad accettare questi aiuti e che doveva rifiutarli. Secondo lei sono stati aiuti “interessati”?

Risposta: Partiamo da una certezza spesso volutamente taciuta: nessun governo aiuta un Paese straniero solo per scopi umanitari. Non esiste situazione passata che non abbia generato un qualche vantaggio ai cosiddetti “donatori”. A mio parere, la situazione critica in cui versava l’Italia all’inizio della pandemia non lasciava spazio a decisioni molto diverse. Del resto è in questo genere di scenari (drammatici o quasi) che un Paese interessato propone il proprio aiuto. Analizzando quello offerto da Pechino, possiamo immaginare che ci si aspetti la continuazione degli accordi commerciali recentemente stipulati nel quadro di quella che conosciamo come la “via della seta” – che tanto gli USA hanno provato a contrastare (come nel caso della rete 5G). Sul fronte russo, invece, è probabile che Mosca chiederà un sostegno sulle politiche energetiche in atto; per esempio sul Nord Stream 2, il gasdotto che raddoppierebbe la fornitura di gas in Europa e che viene, anche in questo caso, fortemente osteggiato da Trump e da diversi paesi europei. Ci sarebbe poi anche l’aiuto albanese: sarà difficile per l’Italia non sostenere l’aspirazione dell’Albania a entrare nella UE.

Foto di David ROUMANET da Pixabay
Foto di David ROUMANET da Pixabay

Domanda: Una delle conseguenze economicamente più rilevanti della pandemia e del relativo lockdown è stato il crollo del prezzo del petrolio (dovuto anche all’iniziale decisione dell’Arabia Saudita di aumentare i primi di marzo la propria produzione), arrivato a inizio aprile addirittura a segnare la cifra negativa di – 37 dollari a barile. L’industria automobilistica, i trasporti in genere e l’intero comparto aeromobile escono pesantemente danneggiati da questi due mesi di blocco totale. Secondo lei il coronavirus innescherà nuove strategie energetiche di lungo corso, favorendo le energie rinnovabili e quelle green, oppure in capo a qualche mese torneremo alla situazione pre-coronavirus?

Risposta: Il mercato petrolifero è sempre in continua evoluzione e quasi mai è possibile fare previsioni. Già prima della pandemia esistevano diverse situazioni complesse che si immaginava sarebbero esplose. Il prezzo del greggio, per esempio, veniva volutamente tenuto basso dai principali paesi OPEC per contrastare il cosiddetto shale oil: petrolio estratto attraverso la frammentazione delle rocce con metodi invasivi e onerosi che si ripercuotono sul prezzo finale. Fatta principalmente negli USA, questa produzione si è fermata e difficilmente ripartirà a breve. Esistono poi altre contingenze preesistenti che hanno reso il sistema degli approvvigionamenti assai articolato, come il boicottaggio americano nei riguardi sia del greggio dell’Iran, sia di quello del Venezuela. Il coronavirus rappresenta l’occasione giusta per puntare sulle energie rinnovabili e sulla green economy, ma bisogna davvero volerlo, investendo in maniera massiccia e superando le enormi pressioni delle lobby petrolifere. Personalmente nutro forti dubbi.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Domanda: Il presidente Donald Trump, per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli sbagli della sua amministrazione nel gestire prontamente la pandemia e l’emergenza sanitaria, continua a fare dichiarazioni pesanti sui colpevoli ritardi e sulle responsabilità della Cina in merito alla questione del coronavirus. Il presidente è arrivato ad accusare il paese comunista di aver creato e rilasciato il virus per destabilizzare gli equilibri economici mondiali. Ora, noi sappiamo, grazie alla scienza, che il virus ha un’origine naturale, ma nelle dichiarazioni di Trump, ai minimi storici di consensi elettorali, c’è solo propaganda o qualcosa di più e di diverso?

Risposta: Non è facile rispondere a questa domanda in poche righe, in gioco vi sono diverse questioni. Appare evidente che la campagna presidenziale USA occupi un ruolo importante; già 4 anni fa Trump riuscì a ribaltare ogni pronostico con dichiarazioni altrettanto forti. In questo quadro risulta palese l’obiettivo di identificare nella Cina il nemico da attaccare. Del resto Pechino è divenuta la nuova superpotenza capace di competere in diversi ambiti con Washington. Le difficoltà enormi che gli USA hanno registrato durante il coronavirus hanno messo in forte imbarazzo l’amministrazione Trump, per cui in tempi elettorali bisognava effettivamente “distrarre” l’opinione pubblica americana, da sempre sensibile alle cause concernenti gli “interessi nazionali”. Quello che è difficile accettare è l’esistenza di un Paese – per di più comunista – che minacci la supremazia statunitense dalla fine della guerra fredda. Nella realtà dei fatti, però, l’impero USA appare in continuo declino e in deficit di consensi nello scenario internazionale odierno.

Foto di Виктория Бородинова da Pixabay
Foto di Виктория Бородинова da Pixabay

Domanda: Altra domanda, che fa il paio con la precedente. Sappiamo che la lotta fra Stati Uniti e Cina per la supremazia economica e culturale mondiale è in corso da decenni. Negli ultimi tempi sembrava che l’ago della bilancia puntasse decisamente in favore del gigante asiatico. Secondo lei questi due mesi e mezzo di lockdown hanno portato alla ribalta internazionale altri paesi?

Risposta: Noi siamo soliti semplificare ciò che ci circonda. USA e Cina sono certamente le due superpotenze economiche del momento, ma esistono diverse altre realtà che potrebbero emergere – seppur non allo stesso livello. Anche in questo caso, tuttavia, non è facile fare pronostici. La pandemia sta interessando tutti i Paesi del mondo e non sappiamo ad oggi come si evolverà. Nel contesto internazionale, per esempio, l’azione di Putin sembra sempre più orientata a trasformare la Russia in una nuova potenza economica. Esiste poi un progetto di collaborazione relativo ai Paesi anglofoni che accomuna la Gran Bretagna, gli stessi Stati Uniti e l’Australia da tenere sotto attenta osservazione. Infine c’è il caso del Giappone, terza potenza economica del mondo – dietro USA e Cina – che non è stata colpita in modo drammatico dalla pandemia. La grande assente, ahimè, risulta l’Unione europea, ferita gravemente dal coronavirus e ancora troppo divisa su tutto.

Scopri il nuovo numero > Upgrade

Upgrade rappresenta l’ultimo elemento di un racconto che parte a Febbraio 2020. In questi mesi abbiamo raccontato cosa stava succedendo (Virale), ci siamo domandati come la pandemia avrebbe cambiato noi stessi e l’economia (Tutto andrà bene(?)), e abbiamo offerto soluzioni (Reset). Con questo numero abbiamo voluto fare un passo in più: immaginare un domani diverso, anche attraverso esperienze concrete.

Domanda: Che ruolo giocheranno sullo scacchiere internazionale, nell’immediato futuro, paesi come Israele, Turchia e tutti quelli appartenenti alla Lega Araba? Quali sono secondo lei quelli che avranno un ruolo più decisivo?

Risposta: Il Medio Oriente vive un periodo in constante evoluzione. Le situazioni di crisi – malgrado i nostri media si siano concentrati quasi esclusivamente sulla pandemia – sono ancora tante. La guerra in Siria, per esempio, non si è mai fermata, l’Iraq continua e essere instabile, la Libia è sempre divisa tra al-Sarraj e il generale Haftar, Israele non ha mai abbandonato la politica degli insediamenti che infuoca sempre più il rapporto con gli arabi. In questo scenario, il paese che si sta muovendo maggiormente è la Turchia, interessata a recuperare un ruolo di primo piano nello scacchiere mediterraneo; tuttavia ciò avviene ai danni dei Curdi che tanto hanno dato nel combattere l’IS – o ISIS, come continuiamo a chiamarlo erroneamente in Italia – e che vivono oggi momenti difficili un po’ ovunque, chiedendo la tanto desiderata indipendenza. Nell’immediato futuro non intravedo cambiamenti importanti, piuttosto il consolidamento delle posizioni ottenute, con Israele e Arabia Saudita a svolgere ancora un ruolo importante.

fotoSilvio Labbate (Taranto, 1977). Docente a contratto presso il Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’uomo dell’Università del Salento. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia delle relazioni internazionali presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Si è occupato di guerra fredda in Medio Oriente, con particolare riferimento alla questione dei petroldollari, ai problemi energetici nazionali e internazionali, al dialogo euro-arabo e alla politica estera dell’Italia agli inizi degli anni Ottanta. È autore dei volumi Il governo dell’energia. L’Italia dal petrolio al nucleare (1945-1975), Illusioni mediterranee: il dialogo euro-arabo e della curatela Al governo del cambiamento. L’Italia di Craxi tra rinnovamento e obiettivi mancati; ha scritto saggi e recensioni per diverse riviste tra cui «Clio», «Ventunesimo Secolo», «Nuova Rivista Storica», «Storia e problemi contemporanei», «European Review of History», «Journal of European Integration History», «Middle Eastern Studies» e «The International History Review».

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La Copertina d’Artista – Settembre 2018


Un lungo, intenso ed avvolgente abbraccio è il tema della Copertina d’Artista di questo settembre 2018 che, come sapete, si intitola “#ripartItalia”. La scelta dell’artista, al secolo Vito Stramaglia, pittore barese, è netta, chiara, inequivocabile: per ripartire abbiamo bisogno dell’amore. L’immagine è sfocata, rarefatta, non è chiaro neanche il sesso, né l’età dei due soggetti ritratti, l’unica cosa che percepiamo è appunto il gesto caldo e rassicurante dell’abbraccio, come a dire che l’amore, quello vero, non si preoccupa di cose superflue, ma è universale, materno ed inclusivo. L’amore per ripartire… non possiamo che essere d’accordo con l’artista, anche perché, come recita il titolo dell’opera, “Il Buio non aspetta”!copertina-settembre-2018-sd

Il titolo e l’opera in sé, hanno però anche un lato più impenetrabile, forse anche enigmatico: la scelta cromatica dell’artista ci lascia perplessi ed un po’ inquieti, il gesto è caldo, l’affetto sincero, l’amore fra i soggetti quasi tangibile, eppure, osservando il quadro non possiamo non notare il fondale dipinto con pennellate decise, furiose quasi, che attingono alla parte più scura della tavolozza. Il buio del titolo sembra ghermire i due soggetti e benché l’abbraccio trasmetta amore, non possiamo non pensare che sia anche un disperato gesto di protezione. Da ultimo, l’artista ha deciso di graffiare tutta la superfice della tela, forse con una spatola, forse con il pennello stesso, è sono questi graffi che ci trasmettono quella sottile sensazione di ansia, quel tremito di pericolo, che fin dal primo sguardo era commisto all’amore, al calore, all’affetto.

Vito Stramaglia  l'artista di questo mese
Vito Stramaglia l’artista di questo mese

Due facce della stessa medaglia. Potremmo dire che nell’opera dello Stramaglia convivono sia lo ying che lo yang e che questa è la metafora perfetta della vita. L’arte dello Stramaglia ci offre contemporaneamente diversi punti di vista e l’artista pare essere d’accordo con la giornalista Premio Pulitzer, Mary Schmich, quando afferma: “La buona arte è quella che ti lascia entrare da tante angolazioni diverse e uscire con tante prospettive diverse”.100x150-2a

Amore ed odio per l’arte e la pittura, hanno contraddistinto il percorso artistico di Vito Stramaglia che, dopo il diploma al liceo artistico “Pino Pascali” di Bari nel 1996, ad un certo punto abbandona gli studi per dedicarsi alla pratica agonistica del pugilato. Ritorna alla pittura e si laurea con lode all’Accademia di Belle Arti di Bari nel 2006 ed in seguito frequenta un Master presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze fra il 2007 ed il 2009, specializzandosi in tecniche di designo e pittoriche utilizzate nelle accademie francesi n el diciannovesimo secolo.120x100a

 

Ultime mostre:

2018

2017

 

Per informazioni e per contattare l’artista Vito Stramaglia:

vitostramaglia76@gmail.com

www.vitostramaglia.com

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quarta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it




La Copertina d’Artista – La Scheda


Un lungo, intenso ed avvolgente abbraccio è il tema della Copertina d’Artista di questo settembre 2018 che, come sapete, si intitola “#ripartItalia”. La scelta dell’artista, al secolo Vito Stramaglia, pittore barese, è netta, chiara, inequivocabile: per ripartire abbiamo bisogno dell’amore. L’immagine è sfocata, rarefatta, non è chiaro neanche il sesso, né l’età dei due soggetti ritratti, l’unica cosa che percepiamo è appunto il gesto caldo e rassicurante dell’abbraccio, come a dire che l’amore, quello vero, non si preoccupa di cose superflue ma è universale, materno e inclusivo. L’amore per ripartire…, non possiamo che essere d’accordo con l’artista, anche perché, come recita il titolo dell’opera, “Il Buio non aspetta”!copertina-settembre-2018-sd




#ripartItalia – L’Editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoÈ stato un rientro “strano” quello da quest’estate 2018, mentre scrivo questo editoriale (27 settembre), il sole, il caldo e soprattutto il dolce far niente, non vogliono ancora abbandonarci, anzi, sembra siano ancora più insediati dentro di noi.

Eppure il mondo intorno a noi ha acquisito un ritmo tutto nuovo, una marcia in più, una spiccata velocità. Innanzitutto sono riaperte le scuole, molte piccole e medie imprese hanno riaperto i cancelli, sono cambiati i palinsesti televisivi, gli orari dei negozi, le giornate si sono accorciate e il buio arriva prima, perfino il Governo “pare” essersi svegliato ed infatti questi sono i giorni cruciali per l’approvazione del DEF (Documento di Economia e Finanza), che tanto sta spaventando i mercati e l’Unione Europea.

Insomma tutto intorno a noi gira più velocemente e, diciamolo, caoticamente, tanto da farci venire voglia di abbandonare le nostre scrivanie e i nostri lavori per tornare di nuovo in spiaggia sotto l’ombrellone o in montagna per una nuova escursione.

A dispetto di chi dice che non esistono più le stagioni e le mezze stagioni, noi che intanto siamo tornati al lavoro, a scuola, a casa, alle nostre vecchie routine, noi sì che lo avvertiamo il cambio di stagione. Il mondo intorno a noi ha ricominciato a correre e noi stentiamo, non dico a raggiungerlo, ma addirittura a ripartire. Siamo fermi al palo, con i doveri e gli impegni che ci sovrastano e la nostra mente ancora in vacanza.combattere-lo-stress-da-lavoro

Ma c’è una cosa che voglio dirvi: questo disagio, questa sottile ansia che si fa strada dentro di noi, questa stanchezza cronica che ci è caduta addosso, come una vecchia coperta, insieme ai primi malanni di stagione, non sono una punizione per la nostra estate brava, non appartengono solo a noi ed inoltre, sono del tutto normali.

Anche se il tempo, il calendario, le stagioni stesse sono, in definitiva, delle convenzioni che ci siamo dati per organizzare la nostre vite, in realtà, quando sono state create, i nostri antenati hanno osservato ed imparato dalla natura. Il Sole per primo ci ha educato, regolando, attraverso gli ormoni, i nostri cicli circadiani di sonno e veglia, proprio sulle 24 ore. Il freddo, il caldo, la luce irradiata dal Sole, le fasi lunari, le maree, hanno condizionato i primi inventori dei calendari astronomici, che cercavano, solo, il periodo migliore per la semina ed il raccolto.

Insomma, benché noi “moderni umani 3.0”, perennemente collegati ad internet e chinati senza speranza sui nostri innumerevoli schermi sempre accesi di giorno e di notte, anche noi siamo esseri viventi, apparteniamo a questa Terra e sottostiamo alle regole inventate da Madre Natura, molto prima che Steve Jobs, Bill Gates, Mark Zuckerberg e compagnia bella, ne inventassero di nuove espressamente per noi.dormir

Quindi, se in ufficio ancora non riusciamo a recuperare il passo che avevamo prima delle vacanze, se stentiamo ad alzarci presto la mattina e a addormentarci altrettanto presto la sera, se siamo ancora un po’ svampiti, assonati e svogliati, non facciamone una tragedia; tempo due settimane ed il nostro corpo e la nostra mente, si saranno abituati al cambio di ritmo e noi torneremo alle nostre solite routine.

Ma, senza voler scimmiottare un manuale di self – help, voglio darvi almeno un consiglio, non prima di avervi fatto una domanda: chi l’ha detto che tornare alle vecchie routine sia la cosa migliore per noi?

Noi dovremmo abbracciare questo torpore autunnale, dovremmo ringraziare per quest’ansia di stagione, dovremmo amare questa partenza ritardata, perché il nostro corpo, prima della nostra mente, sa cosa è giusto per noi e forse il suo rallentare è una strategia per indurci a riflettere sulle nostre scelte, sulle nostre priorità, sulla nostra vita. Noi potremmo pure sbagliare, ma il nostro corpo di certo non sbaglia.

Lo aveva già detto Friedrich Nietzsche:

“Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza”.

E dopo aver riflettuto? Ecco il momento del consiglio: approfittate di questa incertezza che vi pervade e provate a fare cose nuove per dare una “sveglia diversa” alla vostra vita. Iscrivetevi ad un corso di cucina, se non siete mai stati in grado di cucinare neanche due uova al tegamino, voi pigri andate in palestra ed uscite più spesso, voi iperattivi leggete un libro e rimanete a casa, voi paurosi fate pirobazia o paracadutismo. Insomma, approfittate del momento presente, del qui ed ora, per imboccare e sperimentare tutti quei sentieri e quei bivi che vi siete lasciati alle spalle, perché ciò che davvero ci frena, e non per due o tre settimane, è l’essere legati ed affezionati, senza speranza, alle nostre routine, alle nostre zone di comfort.

Se vogliamo che il nostro Paese riparta veramente, per primi dobbiamo cambiare noi, non importa se passo, strada, itinerario, purché si cambi, perché se continueremo a fare le solite cose, otterremo i soliti risultati.

Buona vita e buona lettura a tutti voi.

Raffaello Castellano



Dal meteorite agli zombie: continua la saga del Buondì Motta, firmata Saatchi & Saatchi


E’ passato un anno circa da quando lo spot del Buondì Motta faceva parlare di sé. La storia vedeva sterminata una famiglia intera (compresa di postino) da un meteorite, caduto come punizione per non aver creduto all’esistenza di una merendina che coniughi leggerezza e golosità. Da quel momento schiere di consumatori si scatenano perché indignati dal vedere cotanta “violenza” in uno spot per merendine: prima la mamma, poi il papà, poi il postino, tutti morti davanti a una bambina (sorridente, per giunta). Sicuramente a nulla sarà servito cercare di spiegare l’ironia della pubblicità, realizzata, peraltro, da una delle più importanti agenzie pubblicitarie al mondo, la Saatchi & Saatchi; inutile sarà stato il tentativo di dimostrare che altra è la violenza che i bambini guardano e assimilano ogni giorno dalla televisione e dai videogiochi.  


L’azienda milanese, allora, rincara la dose e ci serve un finale epico, come ultimo episodio della saga dell’asteroide. Un’ultima possibilità per convincere il consumatore offeso? Una provocazione? Non lo sappiamo, ma sappiamo che il risultato è esilarante, pieno di ironia, intelligenza e leggerezza, insomma, da fine del mondo.

Ma veniamo ad oggi.

Pensavamo che ormai fosse tutto concluso, invece, c’è ancora qualcosa da dire. La nostra famiglia, forse la stessa sterminata (con aggiunta di fratello), forse un’altra, si sveglia, ma non è il solito nucleo familiare allegro e sorridente (stile Mulino Bianco di una volta), bensì una famiglia di zombie, che ha finito le merendine.

Chi appena sveglio, infatti, non si sente un morto vivente: prima del caffè, prima di connettere, prima di accettare che sia lunedì, prima del Buondì. Il claim recita:

“Buondì Motta. La colazione golosa e leggera che può rimetterti al mondo”.

Staremo a vedere, allora, come proseguirà la saga più divertente e golosa del momento.




L'Italia continua a NON essere un Paese per giovani.


In queste ore si parla tanto di DEF (Documento di Economia e Finanze), di manovra economica (di manovra del popolo, per la precisione) di innalzamento del deficit (da portare al 2,4%), di superamento della legge Fornero (quella sulle pensioni per intenderci) e di reddito di cittadinanza (per chi si trova senza lavoro).

Ovviamente dato che la piazza è ormai online e soprattutto social, proprio sui vari social network si è innestato il solito dibattito – o per meglio dire la solita bagarre – tra chi sostiene fermamente le scelte del governo e chi invece ne è invece un fervido oppositore.

Semplificando all’osso, da un lato c’è chi afferma che finalmente si fa qualcosa per i cittadini italiani e, dall’altro, c’è chi sostiene che per finanziare queste operazioni si rischia un possibile default (qui entra tutta la tematica relativa ai mercati finanziari, agenzie di rating internazionali, Unione Europea et similia).

A tal riguardo assistiamo appunto a centinaia di migliaia di commenti, condivisioni, like, retweet, elucubrazioni, etc. etc..

Tutto molto interessante, per dirla alla Rovazzi.

Ma scusate, perché tanto parlare? Di cosa ci si scandalizza? Per cosa si festeggia?
Insomma: cosa c’è di nuovo?
Io lo dico chiaramente: assolutamente nulla.

Dico questo perché già si sapeva tutto. Era difficile aspettarsi qualcosa di diverso e non c’è nulla di nuovo per cui indignarsi o applaudire.

Lega e Movimento a 5 stelle lo avevano dichiarato in campagna elettorale, scritto nel Contratto di Governo e ripetuto allo sfinimento nei dibattiti televisivi, sulle loro piattaforme online e nelle piazze. Ovunque insomma. E lo hanno fatto, questo va detto.

Almeno per un attimo, proviamo a spostare l’attenzione altrove.

Quello per cui a mio modo di vedere ci si deve indignare* davvero o quantomeno iniziare a parlarne seriamente, non solo ora ma ormai da tempo, è che al centro del “dibattito” politico è scomparso dai radar il tema dei giovani, degli under 35 (ma anche degli under 40), dei millennials.

* Questa parola poi mi piace il giusto, perché non presuppone una azione successiva ma rafforza al massimo il concetto di sfogo.

Insomma, chiamateli come vi pare, mi riferisco a quella generazione che è rimasta in gran parte tagliata fuori dal mercato del lavoro, quella generazione che fa una fatica estrema a vedersi riconoscere un ruolo nella società, quella generazione che ha visto di gran lunga calare nel tempo il proprio potere d’acquisto. E che, non contenta, proprio per non farsi mancare nulla, si è vista cucire addosso tutta una serie di epiteti davvero interessanti: bamboccioni, sfigati e choosy (che no, non è una cosa figa: significa schizzinosi).

Giusto qualche numero per rinfrescarci la memoria.

Voi direte: sì, va bene, ma più o meno è sempre andata così.

Assolutamente no. E proprio per evidenziare la situazione nella quale versa la generazione dei giovani d’oggi in Italia, è giusto fare una comparazione con quella dei loro omologhi – gli under 35 – di 25 anni fa.
Bene, rispetto a quest’ultimi, i giovani d’oggi hanno mediamente un reddito più basso del 26,5%.

Prima di innestare dibattiti (sterili), è giusto specificare che questi numeri non sono inventati ma vengono dall’OCSE.

E quindi?

Quindi mi piacerebbe che si iniziasse a ragionare su un programma capace di mettere un po’ in ordine alle cose sin qui dette. Un programma che non regali l’illusione di uno stipendio a fine mese, ma che possa creare le condizioni che uno stipendio a fine mese arrivi perché frutto di un lavoro. Un programma che faccia sì i conti con il grande tema delle pensioni ma, di nuovo, tenendo in considerazione quella dei giovani finalmente.

Capisco che tutti hanno diritto alla pensione, capisco che quello della pensione è un momento sensibile nella vita lavorativa di ciascun lavoratore e capisco anche che chi è prossimo alla pensione faccia il tifo per il superamento della Legge Fornero.
Per carità, capisco tutti, ma concedetemi di chiedere chi poi dovrà pagare il prezzo di tutto ciò!? O quantomeno cosa resterà a noi giovani tra 30-40-50 anni, ossia quando dovremo essere noi ad andare auspicabilmente in pensione?

Per queste ragioni mi sarebbe piaciuto leggere, ascoltare, dibattere su questi temi e non su qualcosa di già noto.

Ma tant’è, milioni di persone hanno votato questo governo per cui ci sarà da rallegrarsi per quanto stanno facendo. Giusto?

Non so voi ma, per quanto detto, diciamo che non sono troppo d’accordo.

 

PS. Provo qui a rispondere a delle ipotetiche ma possibili domande dal “pubblico”.

D: Sì, ma gli altri governi cosa hanno fatto per i giovani? E il PD? E Renzi?
R: Come ho scritto, ormai da tempo la questione giovani è uscita dai radar del dibattito politico. O quantomeno, non è stata affrontata nel migliore dei modi dato che, visti i numeri, nessuno può dire che sia stata risolta o, per lo meno, evidentemente migliorata. Non entro nel gioco poco edificante dei “buoni” e “cattivi”. E, giusto per dissipare qualsiasi dubbio, sarei il primo ad essere felice di ricredermi se le cose cambiassero per davvero.




Sulla mia pelle - Il Film


È uscito nelle sale italiane e in contemporanea sulla piattaforma Netflix, “Sulla mia pelle”, il film che racconta l’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi. La pellicola del regista Alessio Cremonini, scelta come film d’apertura della sezione “Orizzonti” alla 75ª Mostra del Cinema di Venezia, parla del caso giudiziario non ancora risolto, accaduto nell’ottobre del 2009, del geometra romano morto durante la custodia cautelare nell’ospedale Sandro Pertini di Roma.borghi

“Sulla mia pelle” è un film da vedere, un film necessario; gli ultimi sette giorni di vita del protagonista sono raccontati come una lenta agonia, un disperato susseguirsi di giorni fatti di solitudine e abbandono. Stefano non era un ragazzo facile con una storia leggera alle spalle e proprio per questo motivo avrebbe meritato un’attenzione ancora più grande verso il suo disagio e le sue scelte.locandina2

Il clima della sua vita viene da subito mostrato grazie alla rappresentazione della sua famiglia, realizzata da attori calati perfettamente nella parte, cominciando dalla madre e dal padre, interpretati dall’attrice Milvia Marigliano e dall’attore comico Max Tortora, che siamo abituati a vedere in ruoli da commedia, ma che qui trasmette al meglio l’angoscia di un padre che dinanzi ai problemi del figlio non sa che strada intraprendere e probabilmente non ha neanche i mezzi per capirlo. Questo aspetto è lo sfondo che si percepisce per tutta la durata del film e che culmina nel completo abbandono in cui è lasciata la famiglia di Stefano, che non riesce neanche a vederlo un’ultima volta.borghi4

Componente fondamentale della famiglia è la sorella Ilaria (interpretata da Jasmine Trinca), che tanto lotta per far luce sulla vicenda del fratello, che ancora oggi, dopo nove anni, non ha ricevuto giustizia. Nove anni fa è l’ottobre del 2009 e Stefano Cucchi viene fermato per possesso di droga e di medicinali (per la sua epilessia), portato in caserma e messo in custodia cautelare; il giorno dopo viene processato con rito direttissimo e in quell’occasione presenta già ematomi sul viso di cui non spiega la causa. In carcere le sue condizioni fisiche si aggravano e dopo la visita in ospedale, in cui rifiuta il ricovero che i medici avevano richiesto, la sua salute peggiora sempre più, finchè muore presso l’ospedale Pertini il 22 ottobre 2009; il suo caso ha visto coinvolti alcuni carabinieri, agenti di polizia penitenziaria e medici del carcere di Regina Coeli.

Sicuramente non è stato facile portare sul grande schermo la storia di questo ragazzo, ma il regista riesce magistralmente a rappresentare la vicenda, grazie all’andamento temporale, lento e cadenzato, alla fotografia, cupa e fredda, ad un’accurata ricerca sulle ultime ore di vita di Stefano e grazie, soprattutto, all’attore protagonista, Alessandro Borghi, che si è dimostrato ineguagliabile nel sostenere il ruolo del trentunenne romano.Venezia: film di Cremonini su Cucchi apre Orizzonti

L’attore Borghi, che negli ultimi anni sta facendo molto parlare di sé per diverse interpretazioni, tutte intense e realistiche, anche in questo film non si smentisce e, di nuovo in coppia con Jasmine Trinca come in “Fortunata” di Sergio Castellitto, ci regala il ritratto di un ragazzo che da subito si sente sconfitto e impotente davanti a ciò che sta vivendo.tortora-trinca-borghi

La sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, si è così espressa sul film dedicato al fratello “Il film su Stefano dà voce a chi è senza diritti” ed uno dei principali obiettivi della pellicola, infatti, è cercare di far sentire rappresentati coloro i quali si sentono emarginati e sconfitti dalla giustizia e dalla burocrazia. “Sulla mia pelle”, con le sue numerose proiezioni anche presso associazioni e luoghi di aggregazione, sta riaccendendo i riflettori su una storia dimenticata troppo in fretta; rispondendo all’urgenza di raccontare quello che è accaduto a Stefano, il film tiene viva l’attenzione su questo fatto di cronaca che, in un paese che si definisce democratico ed evoluto come il nostro, non dovrebbe mai più accadere.




L’Italia e l’offerta turistica digitale: tutto quello che non facciamo per attrarre il turista 2.0


Il recente report e-tourism 2018 ha un titolo già di per sé molto eloquente, e triste per chi si occupa di comunicazione e di digitale,“cresce il turismo in Italia, nonostante l’offerta digitale inadeguata”.  Nella ricerca, elaborata da BEM Research, è stata analizzata l’offerta turistica digitale del nostro paese e confrontata con quella delle altre mete internazionali. In particolare l’analisi è stata focalizzata su quanto l’offerta museale sia al passo con l’evoluzione digitale e sono stati individuati i musei o le aree archeologiche con le migliori prestazioni online.

Non parliamo soltanto dell’esistenza di siti web (che oggigiorno dovrebbe essere ovvia e indiscutibile, ma purtroppo non sempre lo è) ma anche e soprattutto di app dedicate, di attività sui social network, di completezza di informazioni su siti e portali, di prestazioni e usabilità anche da mobile, visto che spesso le informazioni in viaggio vengono ricercate da smartphone.

Sul podio, con le migliori prestazioni online del nostro paese, troviamo il Museo Egizio di Torino, la Valle dei Templi di Agrigento e il Cenacolo Vinciano di Milano.

La Valle dei Templi di Agrigento è uno dei siti le migliori prestazioni online del nostro paese
La Valle dei Templi di Agrigento è uno dei siti con le migliori prestazioni online del nostro paese

Ciò che rattrista è leggere che rispetto al report e-turism 2017, da un punto di vista digitale, in Italia si è registrato addirittura un peggioramento; si va indietro invece di crescere, di innovare, di migliorare. Il nord del nostro paese ha delle prestazioni più alte rispetto al centro e al sud, ma ciò che preoccupa maggiormente è che il distacco è ancora notevole nel confronto internazionale. Abbiamo ancora molto da imparare dai francesi, ad esempio, visto che la Torre Eiffel evidenzia prestazioni digitali ben più alte del migliore sito storico-artistico italiano. Tra i migliori esempi europei abbiamo poi la Torre di Londra e subito dopo il Museo del Prado di Madrid.
Insomma la strada è ancora lunga e in un mondo come quello del digitale, in cui non si è mai davvero al passo con i tempi, e in cui cambiamenti e innovazioni vanno a ritmi velocissimi, non essere nemmeno mediamente in linea con il resto dell’Europa è un gran peccato.

Fortunatamente continuiamo ad attrarre il turismo internazionale perché, si sa, l’Italia è il Bel paese, il suo patrimonio storico-culturale ha un fascino speciale, i suoi borghi suggestivi incantano, ogni regione con le sue particolarità lascia a bocca aperta e le nostre specialità culinarie conquistano anche i palati più esigenti. Tutto questo avviene senza troppi sforzi, senza attività push o pull. Siamo qui, accogliamo i turisti, non li invitiamo poi così tanto, né cerchiamo di attirarli davvero o rendere più semplice la pianificazione del loro viaggio in Italia. Nonostante tutto, il trend turistico è in crescita, soprattutto parlando di turisti provenienti dall’Unione Europea.
Secondo le statistiche della Banca d’Italia, infatti, nel 2017 i visitatori che hanno scelto l’Italia dall’estero sono stati quasi 91 milioni; 5 milioni in più rispetto al 2016 e 14 milioni in più rispetto al 2011.

I numeri del turismo straniero in Italia. Fonte: Report e-tourism 2018
I numeri del turismo straniero in Italia. Fonte: Report e-tourism 2018

Quindi qual è il problema?

Perché preoccuparci del divario digitale? O dell’offerta minore rispetto alla Francia, all’Inghilterra; delle informazioni scarse; dei siti non tradotti in varie lingue e con informazioni minime e poco invitanti se l’Italia, poi, viene scelta a prescindere per le vacanze? La risposta è che non possiamo né dobbiamo accontentarci del solo potenziale.

Proviamo a immaginare, quindi, i benefici che potremmo avere con un miglioramento della nostra offerta digitale.

Sicuramente un ulteriore incremento del turismo, ma anche turisti di maggiore qualità – come lo stesso report e-turism sottolinea – che non si soffermerebbero solo sulle solite principali attrazioni. Turisti che, avendo a disposizione maggiori informazioni e stimoli, deciderebbero di soffermarsi di più sul territorio, di prolungare i propri percorsi, trasformando il tipico turismo mordi e fuggi, che ad oggi è prevalente, in turismo più approfondito, interessato, attento e con maggiori risvolti economici per il nostro paese.

Osservando Google e le ricerche effettuate sull’Italia come destinazione turistica, sappiamo che il trend di ricerca, e dunque l’interesse nei confronti del nostro paese, è crescente. La domanda da porsi, però, è se i risultati di tali ricerche sono in grado di soddisfare chi la sta effettuando e convincerlo a prendere una decisione successiva e di valore, come prenotare un volo o un treno e pianificare una vacanza in quel determinato luogo.

Ad oggi il nord Italia risulta la zona maggiormente scelta dai turisti stranieri (nel 2017 il 68% degli stranieri ha scelto il Nord, il 21% il Centro e il 10% il Mezzogiorno) ma anche più dinamica sul web. Sarà anche più semplice da raggiungere, ma non può non sorgere il dubbio che risulti digitalmente “più accogliente o invitante”, viste le bellezze indiscutibili che caratterizzano anche centro e sud Italia.

Il report e-turism non è il solo ad evidenziare le difficoltà digitali della nostra offerta. Anche l’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali del Politecnico di Milano ha rilevato recentemente che il 27% dei quasi 5.000 musei italiani non offre alcun servizio digitale di supporto ai visitatori, ma quel che è peggio è che non è presente nemmeno online con un sito web o un account social. Soltanto pochi permettono di acquistare biglietti online e timidamente si inizia a vedere una crescita dell’uso dei social media, per lo più Facebook, Twitter e Instagram.

Purtroppo si guarda ancora al digitale con sospetto, a volte additandolo come una minaccia invece che una grande opportunità.

E’ anche vero che mancano le competenze e spesso anche le risorse, ma come dimostrano anche alcuni casi nel nostro paese, chi si lancia nell’innovazione viene premiato dall’utenza subito entusiasta e dai risultati nel tempo.

Basterebbe poco per una svolta, per la valorizzazione del nostro paese e delle sue risorse. Puntare sul digitale è oggi sicuramente la scelta vincente. Il punto di partenza? Mettersi nei panni del turista e offrire ciò di cui ha bisogno. L’evoluzione dell’offerta turistica non può non vedere il web come tappa obbligatoria.

La pianificazione di un viaggio oggi avviene in modo totalmente diverso rispetto a un tempo. In pochi si affidano ad agenzie e tour operator, dunque le informazioni vengono ricercate in prima persona su portali turistici, siti come Tripadvisor o tramite semplici ricerche su Google. Sono processi facili da ricostruire e da prevedere grazie agli strumenti messi a disposizione da Google stesso o da piattaforme per l’analisi delle conversazioni online. Basterebbe, ad esempio, osservare quali informazioni vengono cercate maggiormente per sviluppare una strategia che miri a rispondere in modo specifico, ad esempio con siti aggiornati, guide gratuite scaricabili, app o servizi personalizzati.

L’Italia e l’offerta turistica digitale: tutto quello che non facciamo per attrarre il   il turista 2.0

Anche la promozione di luoghi e itinerari sui social network diventa oggi fondamentale. Quante volte facciamo una ricerca su Instagram invece che su Google per vedere com’è una determinata destinazione? Sappiamo che lì troveremo foto con una migliore qualità o scattate da fotografi e blogger, che magari ci rimanderanno a blog con articoli e informazioni preziose per la pianificazione delle nostre vacanze.

Oggi i travel blogger sono diventati dei punti di riferimento, purtroppo molto più degli enti per il turismo, pro loco e uffici informazioni; ed è un peccato, perché se è vero che il punto di vista del blogger è quello del turista come te (ma un turista informato, che ti consiglia itinerari e chicche sul territorio), troppo spesso, soprattutto al sud Italia, i canali ufficiali non sono adeguati o aggiornati e scarseggiano di informazioni e servizi importanti per il turista.

Nell’Italia che vorrei, invece, c’è una combinazione di un po’ di tutto e con le giuste proporzioni: c’è un paese che attira per le sue bellezze e la capacità di mostrarle, valorizzarle e di essere competitivo nel panorama internazionale. C’è anche tanto digitale nei piani di marketing turistico di ogni regione, senza ostilità o paura nei confronti dell’innovazione ma con una strategia ben studiata fatta di analisi, pianificazione e azioni. Ci sono informazioni realmente utili e pensate per rispondere alle esigenze di chi sta pianificando o vivendo una vacanza nel nostro territorio. Tutto ciò non necessariamente delegando questo ruolo solo a figure esterne come blogger, che sono il giusto completamento di una strategia di comunicazione che funziona; ma che non possono sostituire o sopperire alla mancanza delle informazioni ufficiali.

In altre parole l’innovazione digitale nel turismo è diventata un must e chi si occupa di promozione territoriale e culturale non può fingere di non rendersi conto che le decisioni oggi vengono prese online e che il turista è ormai decisamente 2.0.




Vuoi cambiare vita e lavoro? Anche a 50 anni è possibile!


Si può veramente cambiare vita a 50 anni? Si tratta di una domanda che si fanno in tanti, in quanto siamo sicuri che ognuno di noi almeno una volta ha sognato di trasferirsi dall’altra parte del mondo lontano dalle abitudini quotidiane che vive ormai come un veleno. Molto spesso la motivazione è dettata dalla crisi economica che rende giovani e adulti sempre più incerti sul futuro e costretti a vivere nella precarietà, altre volte è l’insoddisfazione per un lavoro che non piace più e la ricerca di nuovi stimoli la molla che spinge a voler lasciare tutto e ricominciare.

Certamente si tratta di una decisione coraggiosa, ma necessaria per chi è costretto in un ruolo che non lo soddisfa più e probabilmente ora ti starai chiedendo come sia possibile spiccare il volo anche a 50 anni, ripartendo da zero. L’importante è sapere che reinventarsi non è una prerogativa dei giovani e sono tante le testimonianze che lo dimostrano.

Quale consigli dare quindi a chi vuole cambiare vita a 50 anni? Vediamone alcuni.

  1. Sfruttare e far fruttare i contatti

Se hai amici imprenditori che possono aiutarti dal punto di vista lavorativo o passarti qualche contatto utile potrai tamponare la perdita del lavoro che non ti piace più e accrescere allo stesso tempo le tue competenze arricchendo il curriculum, anche a 50 anni.

  1. Studiare e aggiornarsi

Formarsi è la base necessaria per potersi inventare una nuova vita, magari attraverso corsi di aggiornamento o acquistando libri su un determinato settore. Naturalmente puoi studiare per ampliare la conoscenza su quello che già sai fare oppure imparare un nuovo lavoro magari per rispondere alle opportunità proposte nella tua zona di residenza.

  1. Aggiornare il curriculum

Probabilmente se da tanti anni fai sempre la stessa cosa non hai più aggiornato il tuo curriculum, eppure passaggi di livello, cambi di mansione, frequenza di corsi aziendali non vanno dimenticati: ogni competenza va inserita sia linguistica, informatica o di altro tipo.

  1. Fare volontariato

Magari ti sei trovato a 50 anni senza lavoro ed è questo il motivo per cui vuoi cambiare vita: approfitta del tempo libero per fare volontariato magari presso mense, ospedali, con gli animali. Bastano poche ore del tuo tempo libero!

  1. Iscriversi a Linkedin

Inserire il CV su portali mirati è l’ideale per farsi notare e la stessa cosa vale per i social: se non sai come fare puoi farti aiutare da qualcuno oppure studiare tu stesso le nuove tecnologie.

  1. Fondare una startup

Magari hai avuto un ottimo trattamento di fine rapporto o hai accumulato dei risparmi o ancora condividi dei progetti personali con qualcuno che può offrirti un finanziamento per aprire una nuova impresa? Non sottovalutare questa opportunità: magari puoi proporre sul mercato un prodotto o un servizio innovativo.

  1. Investire

Anche gli investimenti finanziari rappresentano un buon modo per far lavorare i soldi per te e permetterti di aumentare la tua ricchezza, a patto di avere qualche soldo da parte con cui partire. Non serve imbarcarsi in grandi investimenti, come quelli immobiliari, ma trovare il modo di guadagnare anche piccole cifre per avere sostegno nelle spese di ogni giorno.

Cambiare vita e lavoro è possibile anche a 50 anni

  1. Accontentarsi

In alcuni casi è necessario accontentarsi in quanto questo dimostra di essere flessibile: è il caso di coloro a cui mancano pochi anni alla pensione e che accettano qualsiasi lavoro o di coloro che devono contare sulle loro forze in attesa di qualcosa di più stimolante o ancora di chi si deve pagare nuovi studi e corsi. Tanti over 50 hanno accettato di lavorare come venditori o nei call center per un periodo per questi motivi.

  1. Lavorare con Internet

Anche a 50 anni si può avviare un blog o un ecommerce e inventarsi facilmente una professione da casa in quanto Internet offre oggi davvero molte opportunità. Sicuramente bisogna muoversi in modo consapevole ed essere preparati se si vuole avere successo.

  1. Trasferirsi all’estero

Magari hai sempre sognato di vivere all’estero ma non ci sei riuscito? Questa potrebbe essere l’occasione giusta per una nuova esperienza lavorativa fuori dall’Italia, naturalmente partendo preparato e individuando il Paese che può davvero offrirti qualcosa in più.

Se quindi per te cambiare vita  a 50 anni significa reinventarti un lavoro o abbandonate un impiego ormai frustrante, ecco che con questi consigli puoi cominciare a realizzare un concreto processo di cambiamento e ricerca di un nuovo lavoro.

Sicuramente cambiare lavoro e cambiare Paese sono i desideri più sentiti da chi ha ormai compiuto 50 anni, persone che molto spesso hanno molto più spirito di adattamento ed iniziativa dei giovani, ma allo stesso tempo vedono il cambiamento come il frutto di un processo ragionato e si dimostrano quindi più coscienziosi. Per altri raggiungere i 50 anni significa realizzare i sogni per lungo tempo rimasti nel cassetto.

L’importante è ricordarsi che con la giusta motivazione si può fare davvero tutto, soprattutto grazie al web e alle nuove tecnologie. In bocca al lupo!




La scuola digitale: un’opportunità di crescita per il nostro Paese


Parlando di spunti per rilanciare l’Italia non possiamo non dedicare un articolo anche al mondo della scuola. Negli ultimi anni sentiamo molto spesso parlare di scuola digitale, di classe scomposta, di didattica capovolta  e di innovazione a scuola grazie all’utilizzo di nuovi strumenti e della tecnologia. Anche queste sono le basi per il rilancio del nostro paese.  Lo  studente di  oggi sarà un adulto domani e anche la sua formazione scolastica influirà sul suo futuro, sulla sua forma mentis e sulle opportunità.

Il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) ha lanciato un  Piano Nazionale Scuola Digitale che punta all’attuazione di una strategia complessiva di innovazione della scuola italiana che sia in grado di adattare il sistema educativo all’era digitale; un pilastro fondamentale de La Buona Scuola. Inoltre dal 2015 in ogni scuola è prevista la presenza di un animatore digitale, ovvero un docente particolarmente predisposto all’innovazione, che ha il ruolo di guidare la scuola nel suo percorso di crescita digitale.

Scuola digitale
Scuola digitale

Far posto alla tecnologia in classe non significa penalizzare il rapporto umano docente-studente, ma integrare nella didattica anche strumenti digitali, da utilizzare in modo attivo e partecipativo. Si tratta spesso degli stessi strumenti che gli studenti utilizzano quotidianamente, come tablet, piattaforme di condivisione e device digitali di ogni tipo.

Se per alcuni insegnanti questa  può essere considerata una complicazione, qualcosa che necessita di tempo aggiuntivo per la preparazione di materiali didattici digitali ecc, per altri ancora è una bellissima opportunità per il coinvolgimento degli studenti.

I giovani sono attratti dalla tecnologia, si sa, i nativi digitali si lasciano conquistare molto più facilmente dalle lezioni innovative, dall’utilizzo di strumenti tecnologici o di piattaforme digitali. Molti insegnanti oggi, infatti, utilizzano anche semplicemente  gli strumenti gratuiti di condivisione messi a disposizione da Google o Microsoft, altri ancora scelgono piattaforme internazionali come Edmodo o Moodle,  puntando tutto sul social learning, e poi ci sono le realtà italiane come Socloo, un vero e proprio social network didattico, pensato in modo specifico per le esigenze della scuola italiana. Questo social network made in Italy si fonda sul concetto della didattica social e viene continuamente aggiornato e migliorato seguendo anche gli spunti e le esigenze delle scuole che lo utilizzano.  Uno strumento prezioso, perchè permette la condivisione di documenti e materiali didattici, lo scambio di informazioni tramite l’app, i gruppi o la chat, e persino la gestione di progetti di alternanza scuola-lavoro. Il tutto in un ambiente sicuro e che non implica distrazioni, come invece potrebbe avvenire con l’utilizzo di Facebook o Whatsapp, strumenti che in precedenza venivano spesso utilizzati anche per la comunicazione tra insegnanti e studenti. Oggi, però, il digitale è una realtà anche all’interno del mondo della scuola ed è necessario utilizzare strumenti specifici.

La scuola italiana ha mostrato negli ultimi anni la chiara volontà di aggiornarsi, ma per farlo ha bisogno del supporto dei suoi protagonisti: insegnanti e studenti. La fase della sperimentazione è ormai superata e gli insegnanti, chi più e chi meno, sono sempre più orientati a metodologie didattiche innovative, immersive e coinvolgenti, che vengono puntualmente premiate con una maggiore attenzione e voglia di fare da parte degli studenti.

Studenti e nuove tecnologie
Studenti e nuove tecnologie

Oltre all’utilizzo di strumenti innovativi si parla spesso di inserimento di nuove competenze, che si adattino ai tempi, un esempio su tutti: il coding, che ha già fatto il suo ingresso in molte scuole del nostro paese. Il Ministero stesso ha spesso evidenziato l’importanza del coding a scuola, che permette di sviluppare il pensiero computazionale e la capacità, dunque, di risolvere problemi più o meno complessi; una competenza davvero molto importante per ogni studente. A breve (7-22 Ottobre 2017) si svolgerà la quinta edizione della Code Week, settimana europea del coding e già le precedenti edizioni hanno registrato una grande partecipazione delle scuole del nostro paese, che sono state sollecitate a partecipare  organizzando eventi con la possibilità di svolgere attività di coding con o senza computer e grazie a risorse specifiche messe a disposizione online.

Potrebbe sembrare strano, in un primo momento, immaginare la scuola italiana, con le sue tradizioni, trasformarsi in una scuola digitale e innovativa. Probabilmente ci vorrà del tempo prima che ciò avvenga del tutto, ma non si può pensare che una realtà così importante per la formazione dei futuri adulti sia totalmente slegata da ciò che si impone nella nostra quotidianità.

La scuola digitale e le nuove tecnologie
La scuola digitale e le nuove tecnologie

La rete, ad esempio, è ormai parte della nostra vita e non può essere tagliata fuori dalla scuola o ignorata, ma è altrettanto importante dare le indicazioni sulle modalità corrette di utilizzo del web. Anche in questo la scuola deve avere un ruolo attivo ed educativo. Un giovane deve sapere come navigare in modo sicuro ed evitare i pericoli della rete, e allo stesso modo deve  essere in grado di valutare e scegliere le fonti attendibili per una ricerca o per gli approfondimenti. Tutto questo fa parte della sua formazione, tanto quanto una materia scolastica.




Editoriale Maggio 2017 - Raffaello Castellano


 

Raffaello CastellanoChi è il più grande campione sportivo italiano di sempre?

Tazio Nuvolari, con le sue rocambolesche ed eroiche imprese motociclistiche prima, ed automobilistiche poi?

Oppure è Primo Carnera, l’unico pugile italiano campione dei pesi massimi?

Magari no. Magari bisogna volgere lo sguardo al passatempo nazionale, al calcio ed ai campioni che ha prodotto negli anni.

Allora potrebbe trattarsi di un campione del passato come Silvio Piola, Gigi Riva o Gianni Rivera, o di un campione più recente come Roberto Baggio, Alex Del Piero o Francesco Totti, che ha appena dato l’addio ai campi a 40 anni compiuti?

Siamo fuori strada, o meglio fuori pista: non solo il più grande campione sportivo italiano non è fra quelli appena menzionati, ma neppure fra gli sport appena elencati!

È giudizio storico ed unanime che il più grande campione italiano di tutti i tempi sia un certo Fausto Coppi e che lo sport sia l’umile e faticoso ciclismo.fausto-coppi2

Sì, avete capito bene, il più grande campione sportivo italiano di tutti i tempi è Fausto Coppi.

Il suo albo d’oro del ciclismo è il più ricco di questo sport dopo quello del “cannibale” belga Eddy Merckx. La sua sfolgorante carriera sportiva ed umana abbraccia 20 anni di storia del nostro Paese, dalla sua prima vittoria al Giro d’Italia nel 1940 alla sua morte avvenuta il 2 gennaio del 1960.

Dopo la seconda guerra mondiale, in un’Italia che cercava di rialzarsi dopo la dittatura e la devastazione, fu il ciclismo e non il calcio ad appassionare e scaldare il cuore degli Italiani. Le sfide epiche, ma correttissime, fra Fausto Coppi e Gino Bartali unirono un Paese lacerato dalla guerra e dalle divisioni politiche sotto un’unica passione. Il boom economico, che sarebbe scoppiato di li a poco, vide la sua scintilla proprio in questo sport umile ed in questi due campioni eccezionali.

Fausto Coppi e Gino Bartali insegnarono ad un’intera nazione che con la forza di volontà, la fatica e il coraggio nessuna impresa era impossibile. Questi due paladini in bicicletta ri-forgiarono non solo lo spirito sportivo ma, in un certo senso, anche la cultura del Paese. La radio e la tv nazionali si appassionarono a questo sport ed a queste sfide. Anche il cinema fece delle due ruote un suo simbolo, il filone neorealista comincia la sua corsa proprio in bicicletta con il capolavoro di De Sica, “Ladri di biciclette”. Insomma, nel dopoguerra, complici due campionissimi come Coppi e Bartali, il ciclismo ed il Giro d’Italia sono i veri sport e passatempi nazionali.

Gino Bartali e Fausto Coppi al Giro d'Italia del 1940
Gino Bartali e Fausto Coppi al Giro d’Italia del 1940

Il Giro d’Italia compie 100 anni. Cento anni in cui ha rappresentato lo specchio fedele dei tempi che cambiavano, cento anni in cui al suo fianco è cresciuta la storia della prima impresa culturale italiana, quella Rai, i cui cambiamenti, non solo tecnologici, hanno accompagnato quasi tutte le edizioni del Giro.

Noi di Smart Marketing non potevamo non parlare di questo importante fenomeno sportivo e di costume, in un anniversario così importante e prestigioso.

Per affrontare questo tema al meglio abbiamo scelto per prima cosa il solito riferimento all’arte contemporanea, ed il titolo del magazine si riferisce ad una famosa installazione di Ai Weiwei, “Forever Bicycles”, esposta anche in Italia, nel 2014, durante la Biennale di Architettura di Venezia, nel cortile del Palazzo Cavalli-Franchetti; poi ci siamo rivolti ad un artista che potesse, attraverso la sua sensibilità, interpretare al meglio una copertina e la scelta è caduta sulla talentuosa Grazia Palumbo. Ed infine ci sono i contributi dei nostri collaboratori, sempre precisi, puntuali e documentati.exhi037475

Due ruote per vincere una gara, due ruote per aggredire una salita, due ruote per fermare un cronometro, o magari due ruote per lavorare, due ruote per muoversi, due ruote per ripartire e due ruote per finire nella leggenda.

In un’Italia che stenta a risalire, la metafora ciclistica è azzeccatissima: noi tutti dovremmo prendere esempio da questo sport e da questi campioni, noi tutti siamo chiamati a far parte di una squadra, ognuno con il suo compito: scalatore, velocista, scattista, gregario. Ognuno indispensabile, ognuno necessario, perché se l’Italia, come Paese, vincerà questo giro, lo farà solo in quanto squadra.

Noi tutti indossiamo la maglia rosa, anche se spesso ce ne scordiamo.

Buona lettura e buona pedalata.




Editoriale Maggio 2017 – Ivan Zorico


La storia di un Paese può essere raccontata da diversi punti di vista. La si può approcciare da un punto di vista delle battaglie o dei cambiamenti sociali, dello sviluppo industriale o, ancora, analizzandone costumi, stili di vita e mode.

Ma un altro modo per raccontare la storia di un Paese è lo sport. Ossia quell’aspetto della vita in grado di far affiorare passioni, generare interesse e che, in alcuni casi, è talmente dirompente da scrivere, esso stesso, pagine di storia.

Come non possiamo non citare in tal senso quanto accadde nel 1995 in Sudafrica durante la Coppa del Mondo di rugby. In quell’occasione, il neo Presidente Mandela, per agevolare il processo di integrazione tra bianchi e neri (che vivevano fortemente in contrasto) si appellò al capitano della nazionale sudafricana di rugby – François Pienaar – affinché dessero il massimo per vincere la Coppa del Mondo, instaurando così un clima più pacifico tra la popolazione. Gli Springboks (così viene soprannominata la nazionale sudafricana di rugby) vinse in maniera del tutto imprevista la Coppa contro i temutissimi All Blacks, e la storia gli diede ragione. Questa vicenda ha così segnato questo passaggio storico da ispirare un libro al quale si rifà il celebre film di Clint Eastwood “Invictus” del 2009.

Venendo all’Italia, come non citare quanto avvenne nel luglio del 1948. Precisamente il 14 luglio del 1948, Palmiro Togliatti (leader del Partito Comunista Italiano) fu colpito da tre colpi da arma da fuoco da un esponente di destra. Propagatasi la notizia, per le strade scattò la protesta dei militanti di sinistra e, per i successivi due giorni, ci furono talmente tante manifestazioni e scontri con le forze dell’ordine che, nell’aria, c’era già odore di rivoluzione. Fu in questo contesto che l’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi decise di telefonare a Bartali, che correva al Tour de France, chiedendogli di vincere per calmare gli animi in Italia. All’indomani di quella telefonata, Bartali disputò una delle sue gare più epiche, sull’Izoard, e vinse successivamente il Tour. Non appena la notizia della sua vittoria si diffuse in Italia, il 17 luglio del 1948, quelle manifestazioni piene di rabbia e di contrasti presero il volto di gioia, festa ed acclamazione.

Ancora una volta lo sport è stato in grado di riavvicinare i popoli.

Ma lo sport, a parte questi cenni storici, rappresenta più banalmente un momento di condivisione. Condivisione fortemente accentuata dalla piazza virtuale che oggi prende il nome di internet e, più precisamente, dei social network. Niente di più e niente di meno di una versione 2.0 del classico “Bar dello Sport”.

Atleti, Federazioni, Società sportive e semplici appassionati sono tutti sullo stesso piano. Interagiscono, scambiano commenti e condividono momenti, vivendo lo sport e tutto ciò che è annesso in un modo del tutto nuovo, come mai prima ad ora.

In questo numero vi parleremo del ciclismo con un’intervista a Daniela Isetti, Vice Presidente Vicario della Federazione Ciclistica Italiana (FCI) e di come vi sia stato negli ultimi anni un vero proprio boom delle biciclette con tutta una serie di propagazioni: startup su due ruote, sharing economy e nuovi trend. Ma più in generale troverete riferimenti al ruolo dei social media nel marketing sportivo e della sempre più centralità del ruolo delle community.

 Ivan Zorico




Rapporto Transparency sulla Corruzione: Italia 60ma al mondo, ma guadagna 3 punti rispetto al 2015!


L’Italia è al 60mo posto nel mondo nel Rapporto sulla Corruzione, pubblicato da Transparency International.

Il nostro Paese segna un piccolo miglioramento nell’Indice di percezione della corruzione (Cpi) rispetto al 2015, guadagnando una posizione, con un punteggio di 47 su 100, dove 0 corrisponde a “molto corrotto” e 100 “per nulla corrotto”, ma – evidenzia il rapporto diffuso oggi – “è ancora troppo poco, soprattutto in confronto ai nostri vicini europei”.

Infatti l’Italia è terz’ultima nella classifica dei Paesi UE, nella stessa classifica Danimarca e Nuova Zelanda (entrambe con 90 punti) sono le più virtuose; seguono la Finlandia (89) e la Svezia (88). Germania e Regno Unito (81) sono al 10mo posto, la Francia al 23mo (69).

Mentre dopo l’Italia, nell’Ue, ci sono solo Grecia (69mo) e Bulgaria (75mo).

A livello mondiale ci fa compagnia Cuba, mentre fanalino di coda c’è la Somalia (10), immediatamente preceduta da Sud Sudan (11), Corea del Nord (12) e Siria (13).

Il rapporto misura la corruzione percepita nel settore pubblico e politico in 176 paesi nel mondo. Nel 2016 il 69% ha ottenuto un punteggio inferiore a 50.

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Il Cpi mostra che in generale la percezione della corruzione è aumentata: “sono più i Paesi che hanno perso punti di quelli che ne hanno guadagnati”.

L’Italia ha migliorato, per il terzo anno consecutivo, la sua posizione. Anche se è “ancora troppo poco”,il Rapporto dice anche che “il trend positivo è indice di uno sguardo più ottimista sul nostro Paese da parte di istituzioni e investitori esteri”.

Da quando nel 2012 fu varata la legge anticorruzione ad oggi, l’Italia ha risalito 12 posizioni nel ranking mondiale, portandosi dal 72mo al 60mo posto.

Il punteggio dell’Italia, in questi ultimi anni, “ha subito un costante, seppur lento, miglioramento passando dal punto più basso, toccato nel 2011 con 39 su 100, all’attuale 47 su 100.logoTI

Rispetto all’anno scorso l’Italia ha guadagnato 3 punti, che per un indicatore con scostamenti minimi tra un anno e l’altro, indica un miglioramento significativo”, conclude il Rapporto Transparency International.

Finalmente una buona notizia! In queste giornate dove ci barcameniamo tra la tragedia dell’Hotel di Rigopiano, l’elicottero del soccorso alpino precipitato, i primi atti formali di Trump che spazzano via con un decreto i problemi ambientali e le beghe, tutte italiane, della legge elettorale con cui si andrà a votare.

 




Donald Trump giura da 45° Presidente degli Usa. Una nuova era ha inizio!



Raffaello Castellano (257)

 

 

 

È il giorno di Donald Trump. Oggi il tycoon giura a Washington come 45mo presidente degli Stati Uniti. E non mancano cortei e manifestazioni di protesta.

“Oggi comincia tutto! Ci vediamo alle 11 (le 17 in italia, ndr) per il giuramento. Il movimento va avanti – il lavoro comincia”, ha twittato oggi  Trump.

Donald-Trump-insediamento-10-990x702Nelle prime ore della mattinata americana Trump e la famiglia hanno assistito alla messa nella St. John’s Episcopal Church e poi si sono recati a prendere un tè alla Casa Bianca, su invito di Barack e Michelle Obama.

Per il giuramento il tycoon non ha rinunciato alla sua cravatta preferita color rosso, mentre Melania ha indossato abito e guanti celeste chiaro, adottando uno stile Jackie Kennedy.

La cerimonia ufficiale, sulla scalinata del Congresso, comincerà alle 11.30, ora locale (le 17.30 in Italia), e un minuto dopo mezzogiorno (le 18.01 in Italia) Trump sarà presidente.

Una curiosità: Donald Trump giurerà su due Bibbie, una delle quali apparteneva al presidente Abraham Lincoln. Oltre allo stesso Lincoln, che abolì la schiavitù, a giurare su questa Bibbia era stato soltanto Obama. La seconda Bibbia è invece un cimelio di famiglia: fu la madre a regalarla a Trump nel 1955, quando Donald aveva nove anni, al termine del corso di religione della scuola domenicale presbiteriana.

L’era Trump comincia fra pochissimo, questo 45mo presidente ha diviso come mai prima d’ora il popolo americano, ma alcuni analisti, neanche pochi per la verità, hanno predetto che Trump potrebbe essere come Reagan, odiatissimo e contestato da molti, ma poi rivalutato dalla Storia come uno dei migliori presidenti americani.




21st Century Fox e Sky :accordo “preliminare” da 22 miliardi di dollari!



Raffaello Castellano (257)

 

 

 

sddefaultLa notizia economica del giorno è l’accordo preliminare fra 21st Century Fox e la britannica Sky, perché la prima prenda il pieno controllo della seconda, in un affare da oltre 22 miliardi di dollari (10,75 sterline ad azione, quasi 22 miliardi di euro). Sarebbe questa l’ultima mossa di mercato dello squalo Rupert Murdoch, nel disegno di consolidamento del suo impero televisivo.

La notizia è stata data da Bloomberg, che racconta che sarebbe stato raggiunto un accordo dai consiglieri indipendenti dei due gruppi. Certo, rimangono elementi da limare, e non è ancora sicuro che un’offerta di Fox – che già detiene il 39% di Sky – venga effettivamente avanzata.News Corp Chief Executive Rupert Murdoch attends The Times CEO summit at the Savoy Hotel in London

Con il controllo assoluto di Sky, la Fox – che ha un network di televisione via cavo con Fx e National Geographic – avrebbe una piattaforma di distribuzione europea per la televisione a pagamento e internet.

È la seconda volta che Rupert Murdoch prova a consolidare la sua egemonia mediatica; ci aveva provato nel 2010, ma il colpo non gli riuscì per lo scandalo scoppiato per le intercettazioni interne al suo impero mediatico.

Ora, però, la situazione è più propizia per lui, per una serie di congiunture favorevoli, prima fra tutte, la svalutazione della sterlina, che rende l’operazione meno onerosa; in secondo luogo per l’attuale valutazione di Sky, che è molto bassa, a causa dei dubbi del mercato sulla redditività della televisione satellitare.

sky-logoIl settore televisivo/distributivo è in costante fermento, questo tentativo di Murdoch di accorpare la televisione e la distribuzione fa il paio con il recente accordo da oltre 85 miliardi di dollari tra At&t e Time Warner. Entrambi i disegni, fa notare Bloomberg, dovranno fronteggiare le maglie dei regolatori, per sventare il rischio di distorsione alla concorrenza nell’ambito della distribuzione dei contenuti.

Staremo a vedere, in tutti i sensi, visto che si tratta di televisione.




La 90esima copertina del settimanale Time, dedicata all’uomo dell’anno, è da paura!



Raffaello Castellano (257)

 

 

 

time-poy-cover-trump-today-161206_cbe454aa529a192dd0e276627cd43f31.today-inline-largeÈ Donald Trump, secondo il Time, la persona dell’anno. Il Presidente degli Stati Uniti (ma non troppo) d’America è stato scelto dalla rivista come personaggio più significativo del 2016. L’anno scorso l’onore, era toccato alla cancelliera tedesca Angela Merkel. “È un grande onore, significa molto” è stato il commento a caldo del magnate, appena appresa la notizia.

La prima volta in cui il settimanale Time instituì la copertina raffigurante il personaggio dell’anno fu nel 1927, quando sul podio salì il trasvolatore oceanico Charles Lindbergh; da allora sono passati 90 anni e altrettante copertine che hanno sancito, celebrato, glorificato e, qualche volta condannato, il personaggio, che in una maniera o nell’altra aveva lasciato il segno sull’anno appena trascorso.

Impossibile ricordare le innumerevoli e famosissime copertine che il settimanale americano ha pubblicato nel corso di 90 anni, basterà citarne alcune particolarmente famose. Rimanendo nell’ambito strettamente politico sono passate alla storia le due copertine dedicate al primo Presidente nero d’America, Barack Obama, che finì sulla copertina di Time nel 2008 e nel 2012; oppure quella del 2013, dedicata a Papa Francesco. Celebre rimane, inoltre, la famosa copertina del 2006, quando la rivista decise di pubblicare una copertina a specchio. In pratica una superficie riflettente permetteva, a chiunque la guardasse, di vedere la propria faccia sotto la testata e dietro la dicitura “persona dell’anno”. Secondo Time nessuno aveva avuto più influenza nel 2006 quanto l’utente ordinario di Internet. Furono gli utenti, infatti, i veri protagonisti della rivoluzione digitale, grazie a siti come YouTube, Wikipedia, MySpace, Flickr.

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Ma torniamo alla copertina di quest’anno, dedicata appunto al neo presidente eletto Donald Trump.

Il settimanale scrive che la sfida del Presidente è quella di dover unire un Paese profondamente spaccato, che ancora non si capacità né del risultato delle elezioni, né delle tante anime, e quindi opinioni, che lo compongono: “Davanti a questo barone dell’immobiliare e proprietario di casinò diventato star di un reality e provocatore senza mai aver passato un giorno da pubblico ufficiale e gestito altro interesse che non il suo, si prospettano le rovine fumanti di un vasto edificio politico che un tempo ospitava partiti, politologi, donatori, sondaggisti, tutti quelli che non lo avevano preso sul serio e non avevano previsto il suo arrivo. Sopra queste rovine Trump deve ora presiedere, nel bene o nel male”

usa-election_trump1-e1445257408619Come dare torto agli editorialisti del Time, ma permettetemi di aggiungere una nota personale: questa è la 90esima copertina dell’uomo dell’anno del settimanale, la 90esima! Senza tirare in ballo idee sul paranormale e la numerologia, da buon italiano, per giunta meridionale, il numero 90 è nel gioco del lotto e nell’immaginario collettivo, associato alla paura, speriamo che sia solo un caso e che non ci sia da preoccuparsi.

Confido questo Natale di ricevere in regalo una buona dose di razionalità e serenità.




Stravince il NO con quasi il 60% e Matteo Renzi si dimette dopo 1000 giorni di governo.



Raffaello Castellano (257)

 

 

 

Con il 59,11% al NO e il 40,89 al SI, si è chiusa questa tormentata ed esacerbata tornata elettorale sul Referendum Costituzionale. Un’affluenza record: il 69% degli aventi diritto si è recato nei seggi per votare, anche se non era necessario un quorum, anche se al precedente referendum costituzionale del 2006, nonostante i due giorni di votazioni, la percentuale dei votanti si era fermata al 53%. Nella notte il premier Matteo Renzi, che tutto si era giocato sulla vittoria del SI, ha tenuto una conferenza stampa, durante la quale ha riconosciuto la propria personale sconfitta, ha annunciato che la propria esperienza di governo finisce qui e che rassegnerà le proprie dimissioni nelle mani del Capo dello Stato.

Nella conferenza stampa il premier ha pure dichiarato: “questo voto consegna ai leader del fronte dei NO, oneri ed onori”, facendo intendere che il fronte, molto eterogeneo, del NO dovrà ora esprimere se non proprio un premier, quanto meno una proposta “condivisa” di governo del Paese.

In apertura Piazza Affari sbanda, ma niente panic selling in avvio (-1,26% a 16.871 punti l’indice Ftse Mib), alla luce dell’esito del voto e dell’ampio margine con cui la riforma costituzionale è stata bocciata.

Lo spread Btp/Bund sale a 177 punti base ed anche il tasso del decennale italiano al 2,07%, ai massimi da fine novembre, contro l’1,91% della chiusura di venerdì.

Fra poche ore il premier, Matteo Renzi, salirà al Quirinale per formalizzare le dimissioni del suo esecutivo. Questa nuova fase di incertezza politica difficilmente si potrà risolvere, almeno nel breve termine, anche nel caso auspicato da molti, della rapida formazione di un nuovo governo ad interim.b07824105064927d4ce69746b023d8da-kbkD-U1100176287452iv-1024x576@LaStampa.it

Di certo preoccupano i sondaggi che dicono che in questo momento, se si andasse alle elezioni anticipate, il primo partito risulterebbe il Movimento 5 Stelle, che intende promuovere un referendum sulla permanenza dell’Italia nella zona euro, anche se i sondaggi dicono che solo il 13% degli italiani vorrebbe abbandonare la moneta unica. L’ultimo anno, però, ci ha dimostrato, senza ombra di dubbio, che non c’è da fidarsi molto di quello che dicono i sondaggisti.

Per il banchiere centrale francese e membro della BCE, Francois Villeroy de Galhau, la vittoria del NO al referendum, peraltro già data per scontata dai mercati, non può essere confrontata con quella della Brexit nel voto della scorsa estate nel Regno Unito.

Comunque sia, il messaggio degli italiani è stato inequivocabile, non solo per il NO al referendum costituzionale e a Renzi, ma è stato anche una dichiarazione di partecipazione democratica; è stato un voler battere i pugni sul tavolo del governo e dei politici. È suonata la sveglia! Ora bisogna non solo svegliarsi, ma anche lavorare per costruire una proposta di futuro. Per una volta non ce lo chiede l’Europa, ma ce lo chiedono gli italiani, e forse, anche la Storia.