La Copertina d’Artista - Recovery round


È un’immagine molto forte quella che capeggia sulla copertina del numero di ottobre del nostro magazine: al centro della stessa assistiamo ad un vero amplesso, una ragazza con la mascherina chirurgica viene letteralmente e fisicamente posseduta da un uomo di cui scorgiamo solo parte del corpo. Tutta la scena è concentrata in uno spazio delimitato da 12 stelle, le stesse della bandiera dell’Unione Europea, anzi l’unico altro elemento di colore, a parte il celeste chiaro della mascherina e il giallo delle stelle, è il blu intenso del lenzuolo che giace sgualcito sulle gambe dei protagonisti. A bene vedere, più che un lenzuolo, sembra il telo della bandiera stessa, che cadendo ci ha mostrato questa scena scabrosa.

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L’opera di questo numero sembra voglia raccontarci di uno scandalo, quello di un’Europa posseduta, forse sottomessa, da una qualche potenza straniera o, peggio, da una congrega dei soliti poteri forti. Improvvisamente ci viene data la possibilità di sbirciare al di là del velo, dietro la bandiera, e quello che vediamo è una scena erotica al limite della censura, un amplesso che non capiamo quanto sia consenziente o meno, anche se non ci pare di scorgere violenza, ma più un senso di sano e godereccio piacere.

È molto interessante che l’artista di questo numero, Paola Biandolino, abbia deciso di rappresentare uno scandalo attraverso un’immagine anche essa scandalosa, come se volesse evidenziare ancora di più il messaggio e renderlo inequivocabile. Ma, come sappiamo, l’arte si presta a molteplici interpretazioni, e le intenzioni dell’artista sono solo una parte della storia, l’altra è data appunto dal pubblico, ultimo fruitore dell’opera stessa e che chiude idealmente il circuito elettrico di quel magico dispositivo chiamato arte.

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Allora soffermiamoci di più su questa opera e cerchiamo di scoprire tutti quei significati che non sono immediatamente tangibili e che probabilmente l’artista ha voluto ironicamente nasconderci in piena vista.

Chissà se il tema del nostro numero, “Recovery round”, non abbia fatto prevalere una interpretazione politica ed economica della condizione europea: forse la Biandolino avrà pensato che tutte le misure economiche messe in campo dall’UE in questo periodo di pandemia e crisi economica (MES, Recovery Fund, etc.), potrebbero diventare il debito, pubblico e non solo, delle future generazioni?

E quindi come dire: OK, l’Europa una volta tanto ci sta aiutando, ma non è che alla fine ci sta fottendo?”.

O forse, spingendo su una interpretazione più letteraria, potremmo arrivare a pensare che quella che vediamo è un’allegoria in chiave contemporanea del mito di Europa?

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Come forse ricordiamo dai nostri studi superiori, Europa era figlia di Agenore e fu principessa di Tiro e regina di Creta; la fanciulla fu rapita da Zeus, che aveva preso le sembianze di un possente toro bianco, e dall’amplesso che ne seguì (che per la maggior parte degli autori classici fu consenziente) nacquero tre figli, Minosse, Radamanto e Sarpedonte, che poi furono adottati dal re di Creta Asterio, che successivamente sposò Europa.

Oppure, più semplicemente, questa che vediamo è solo l’ultima delle opere dell’artista che da un po’ di tempo indaga ed esplora nelle sue creazioni la dimensione erotica dell’esistenza.

Come sempre non possiamo saperlo con certezza, queste sono solo tre delle possibili interpretazioni, ma ciò che ha importanza qui, come per l’arte in generale, non è indovinare il “significato autentico” dell’opera, che spesso sfugge ed è inconscio perfino all’artista stesso, quello che vale è “interrogarsi sui possibili significati”: in un mondo che va sempre più in fretta, anche se in semi-lockdown come adesso, un’immagine che ci invita, come in questo caso, con ironia e spudorato erotismo a fermarci per cercare di comprenderla è il miglior risultato che un artista possa sperare.

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Perché è solo quando ci concediamo il tempo, riflettiamo e ragioniamo che cogliamo la vera essenza delle cose e possiamo decidere cosa dire o fare, perché anche il sesso, in cui è preponderante la carica istintiva ed emozionale, richiede attenzione, altrimenti andremmo in giro a scopare senza ritegno e senza freni qualunque cosa e saremmo tutti erotomani e pervertiti (oltre che penalmente perseguibili), quando in realtà, nel profondo, noi desideriamo e vogliamo essere, più di ogni cosa, amanti appassionati.

123104041_674815433453015_6887540596813902317_nPaola Biandolino, classe 1991, di Taranto, fin da giovanissima prende lezioni di disegno nella bottega di un maestro, successivamente frequenta il Liceo Artistico Lisippo di Taranto, diplomandosi in Oreficeria, e poi l’Accademia di Belle Arti di Lecce, frequentando il corso di Pittura. Dopo la laurea triennale decide di cambiare e si iscrive ad Editoria D’Arte.
Da questa formazione poliedrica nasce BiaLineArt, una sintesi tra pittura e grafica, disegni realizzati con un unico tratto di penna biro, un progetto nato prima da semplici ritratti per un esame accademico, poi portato avanti perché particolarmente affine alla sensibilità dell’artista.
Durante la quarantena inizia a lavorare su materiale erotico, i lavori pubblicati sul gruppo Facebook Arteinquarantena riscuotono un successo strepitoso e fanno conoscere l’artista e la sua particolare ricerca.
La sua attività sul web continua sempre più in maniera professionale, anche grazie a un corso post-laurea di Social Media Marketing, che le ha dato la possibilità di capire le dinamiche del web, dei social network, e soprattutto di prenderli seriamente come lavoro e non semplice svago.

 

Ultime mostre:

2020

Giugno

Mostra Personale, “Uno alla Volta”, Mercato Nuovo, Taranto;

Marzo

Pubblicazione di Illustrazioni su Queefmagazine, “Sexting e Quarantena”.

2019

Gennaio-Aprile

Mostra collettiva, ex Terraferma, ora Ginetto, Taranto.

2012

Novembre

Lavoro segnalato dalla giuria Emilio Notte.

Progetti in corso

“Somewhereline”, scatti Fotografici con grafica lineart, progetto in collaborazione con Andrea Basile.

 

 

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Recovery round - L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoEd alla fine è tornato, più forte ed aggressivo di prima, più capillare e diffuso, ma, se ci pensiamo bene, forse non se ne è mai andato, ha infettato molti, tanti, quasi tutti: semplici cittadini, imprenditori, associazioni, imprese, istituzioni, perfino alcuni vip e politici.
No, non sto parlando del Coronavirus, ma del prestito e della sua mutazione cattiva: il debito.
Come diceva Gordon Gekko nella celebre lezione all’università nello splendido film “Wall Street – Il denaro non dorme mai” di Oliver Stone del 2010: “…il vero nemico è il prestito, è ora di riconoscere che è un biglietto sicuro per la bancarotta, senza ritorno, è sistemico, maligno ed è globale, come il cancro. È una malattia e noi dobbiamo combatterla!”.

Chissà se il premier Giuseppe Conte, vedendo questo film, si sia fatto suggestionare dal monologo dell’attore Michael Douglas, e, memore della sentenza, abbia deciso di non accedere ai soldi, i tanti soldi, che l’Europa ha messo immediatamente a disposizione con lo strumento del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), detto anche Fondo Salva Stati, che abbiamo imparato a conoscere qualche anno fa, quando salvò dalla bancarotta stati UE come Cipro, Grecia e Spagna.

Questo è uno strumento che mette a disposizione degli stati membri un capitale di oltre 700 miliardi di euro e che, come molti sanno, pone rigide condizioni ai paesi che ne fanno richiesta, condizioni che fino ad ora, 30 ottobre 2020, mentre scrivo questo editoriale, hanno fatto desistere molti paesi dal richiederlo.pexels-pixabay-210574

Eppure con la seconda ondata di contagi (o la recrudescenza della prima, visto che il Coronavirus non è mai sparito durante l’estate, ma ha continuato a circolare), con i Paesi membri costretti a chiudere interi comparti produttivi, ad istituire lockdown e quarantene e, quindi, a promuovere una serie di pacchetti e proposte di “ristoro finanziario” per milioni di persone, diventati da un giorno all’altro inattivi, cassaintegrati o peggio disoccupati, prima o poi i vari stati vi dovranno fare comunque ricorso, affinché questa guerra contro il coronavirus non uccida, alla fine, molte più persone di quelle effettivamente già morte.

Scelta combattuta, quella del ricorso al MES, resa ancora più inesorabile, visto che il secondo strumento messo in campo dall’Europa per aiutare i Paesi membri, il cosiddetto Recovery Fund, stenta ancora, benché approvato, a diventare pienamente operativo, almeno in tempi brevi.

https://youtu.be/571FOQGvZjk

Il Recovery Fund, o Next Generation EU, come lo ha chiamato la Commissione Europea, è un nuovo strumento, approvato il 21 luglio scorso, che mette a disposizione 750 miliardi di euro ripartiti in quote diverse per ogni Paese membro. All’Italia spetterebbero 209 miliardi, di cui 81,4 di sussidi e 127,4 di prestiti, che dovranno essere impegnati attraverso un preciso piano strategico, il cosiddetto PNRR (Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza), che fra le altre cose dovrà contenere una quota di investimenti, il 20% almeno, nella transizione digitale ed altre importanti quote dedicate alle politiche green, all’istruzione e alla sanità.

Insomma, se volessimo gettare uno sguardo disincantato e cinico su alcuni effetti che il Covid-19 ha innescato, peraltro già abbastanza evidenti durante il lockdown della primavera scorsa, dovremmo concludere che non tutto il male viene per nuocere, e che, così come l’Italia, anche molti altri Paesi hanno visto incrementare notevolmente lo smart working, la didattica a distanza, la digitalizzazione delle famiglie e la semplificazione burocratica di alcune istituzioni; certo, con molti problemi ancora da risolvere, ma con qualcosa che finalmente si muove nella giusta direzione.

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Foto di Kristina Paukshtite da Pexels

Certo, sono pure aumentate, come in ogni grande crisi, le diseguaglianze sociali, il divario fra ricchi e poveri, fra chi ha opportunità e possibilità di cambiare e fra chi non può farlo perché non sa come mettere insieme il pranzo con la cena. È aumentato il debito, nostro e soprattutto quello delle generazioni future, problemi atavici e sottovalutati, come il cosiddetto “inverno demografico” dell’Europa, in particolare del nostro Paese, saranno ancora più acuti e drammatici in futuro. Con un’Europa che diventa sempre più vecchia e che non fa figli, sarà difficile mantenere attive, già nei prossimi 20/30 anni, le politiche di welfare e gli attuali standard di vita.

Ma oggi siamo qui a fare i conti con la recrudescenza dei contagi che, mentre scrivo, sono impietosi: il nostro Paese ha sfondato la soglia dei 30mila casi, sono 31.084 i nuovi positivi a fronte di 215.000 tamponi con 199 decessi nelle ultime 24 ore, con il famigerato indice Rt a 1.7, mentre in Francia sono 49.215 ed in Germania oltre 19.367 in un solo giorno, mentre nel mondo ci sono più di 45 milioni di contagi ed oltre 1,18 milioni di morti dall’inizio della pandemia.

Da una parte lo scenario nefasto e drammatico di un nuovo lockdown generalizzato, ed europeo questa volta, con molte imprese piccole e medie che non riusciranno più a riaprire, dall’altro il virus, che ha condizionato tutto il nostro ultimo anno, costringendoci al cambiamento repentino dei nostri comportamenti, dei nostri lavori, delle nostre vite.

Insomma, la scelta è restare aperti, contagiarsi e rischiare di morire o chiudersi in casa, fermarsi, indebitarsi oltre ogni possibilità di ripresa e morire di inedia.

Scopri il nuovo numero: Recovery round

Quella che stiamo vivendo è una partita – un round – tra le più difficili che abbiamo mai vissuto sotto tutti i punti di vista: economico, sanitario e sociale. In questo contesto i progetti relativi ai fondi europei del recovery fund potranno e dovranno essere un volano di crescita e di rinnovato benessere.

Sinceramente i due scenari sono alquanto foschi, non saprei quale scegliere, ed onestamente le rivolte, la tensione e la lacerazione del tessuto sociale non mi fanno ben sperare per il futuro. Oggi non riesco proprio a pensare che “tutto andrà bene”!

L’unica cosa che possiamo fare è adeguarci, imparare la fondamentale lezione dell’evoluzione, che ci insegna che in natura non vince chi è più forte, ma chi si adatta meglio al mutare delle condizioni, chi è flessibile, pratico, mentalmente elastico; in una parola, spesso abusata, ma a noi di questo magazine molto cara, a chi è “smart”, in tutti i principali significati che questa parola rappresenta.

Mai come ora dobbiamo sforzarci di diventare smart, ne va della nostra sopravvivenza e del nostro futuro.

Buona lettura e buona fortuna a tutti voi.

Raffaello Castellano

 

 

 

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Nuovo fermo agli spettacoli dal vivo, il punto di vista di un operatore culturale: intervista a Paolo Ruta, Presidente dell’Associazione “Amici della musica Arcangelo Speranza”


Pochi giorni dopo il DPCM del 25 ottobre, che ferma nuovamente gli spettacoli dal vivo e chiude cinema, teatri e centri di cultura, abbiamo ascoltato la voce di un operatore culturale per fare il punto della situazione ed indagare sulle possibili strategie da porre in essere, a breve ed a lungo termine, per scongiurare il collasso di un settore già duramente provato.

In questi mesi più volte ci siamo occupati dell’argomento, dando voce alle proteste ed alle difficoltà dei lavoratori (La crisi dei lavoratori dello spettacolo in Puglia tra affanno e cauto ottimismo: intervista a Fabrizio Belmonte della BG SERVICE), ma anche cercando di fornire soluzioni di ampio respiro, evidenziandone le buone pratiche, prendendo ad esempio il caso pugliese (La Puglia riparte a suon di musica: la ripartenza del comparto musicale tra incertezze e finanziamenti pubblici).

il protagonista dell'intervista: Paolo Ruta, Presidente dell’Associazione “Amici della musica Arcangelo Speranza”.
il protagonista dell’intervista: Paolo Ruta, Presidente dell’Associazione “Amici della musica Arcangelo Speranza”.

Alla luce del nuovo fermo, che di fatto blocca la ripartenza, ritorniamo in Puglia per intervistare Paolo Ruta, Presidente dell’Associazione “Amici della musica Arcangelo Speranza”, operatore culturale di comprovata esperienza e direttore artistico di importanti stagioni concertistiche e festival.

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Quella che stiamo vivendo è una partita – un round – tra le più difficili che abbiamo mai vissuto sotto tutti i punti di vista: economico, sanitario e sociale. In questo contesto i progetti relativi ai fondi europei del recovery fund potranno e dovranno essere un volano di crescita e di rinnovato benessere.

L’Associazione “Amici della musica Arcangelo Speranza” nasce nel 1922 ed è, forse, una delle associazioni più antiche d’Italia, che ha come vocazione la promozione e diffusione della musica in tutte le sue forme, compreso un ricco e variegato archivio storico audiovisivo, non tralasciando la valorizzazione degli autori locali.

https://www.youtube.com/watch?v=atYMo8tTk9w

Imprescindibile nella vita culturale del Sud Italia è la “Stagione concertistica Amici della Musica”, giunta alla sua 77a edizione, insieme al Giovanni Paisiello Festival (noto compositore tarantino, uno dei più importanti del periodo classico alla stregua di Haydn, Mozart e Beethoven), giunto alla 18a edizione, che si è svolta dal 28 settembre al 9 ottobre, in piena Fase 2 della pandemia.

Importante il messaggio lanciato dal Presidente Paolo Ruta durante la nostra intervista: seppur con grande sacrificio, è necessario fermare gli spettacoli per il bene di tutti.

416100_10200120796253486_1710240110_o-1Paolo Ruta classe 1963, da oltre trent’anni anni si occupa dell’attività musicale e teatrale della città di Taranto.

Ha collaborato negli anni ’80 con la Compagnia Teatrale Crest e con il Teatro Petruzzelli,

curando le fotografie di alcune importanti produzioni: alcuni suoi scatti sono stati pubblicati dai maggiori quotidiani e riviste nazionali (Repubblica, Corriere della Sera, l’Opera, ecc) oltre alla stampa regionale e locale.

Nel 1989 entra a far parte del comitato tecnico-artistico degli Amici della Musica “Arcangelo Speranza” e, nel 1996, diventa Direttore Artistico del sodalizio, carica che ricopre fino al 2000 quando gli viene conferita la delega allo spettacolo del Comune di Taranto. Ha fortemente voluto l’istituzionalizzazione del “Giovanni Paisiello Festival” che si pone come obiettivo quello di riscoprire e rivalutare l’opera dell’illustre compositore tarantino. Rimessa la delega nel 2004 torna a ricoprire la carica di Direttore Artistico del sodalizio jonico.

Da sempre attento all’evoluzione del mondo dello spettacolo e all’orientamento delle tendenze musicali, ha favorito con nuove e stimolanti iniziative l’avvicinamento delle nuove generazioni alle sale da concerto, così come dimostrato dall’aumentato numero degli spettatori. Ciò gli ha fatto conquistare la stima di artisti quali Praticò, Ashkenazy, Martha Argerich, Sergio Perticaroli, Maria Tipo, Katia Ricciarelli, Giovanni Allevi, Patrizia Ciofi, Salvatore Accardo, UtoUghi, Andrea Lucchesini, Laura De Fusco e tantissimi altri.

E’ stato Consigliere Comunale a Taranto dal 1993 al 1997 e dal 2000 al 2005.

Dal 1997 è nel consiglio direttivo dell’Aiam-Agis di Puglia e Basilicata e, dal 1998, nell’Aiam-Agis nazionale. Dal 2009 è tra i fondatori dell’AIAC – Associazione Italiana delle Attività Concertistiche sorta in seno all’AGIS.

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Recovery Fund: si torna a parlare di didattica a distanza


Dopo un mese di lezioni sono già 400 le scuole colpite dalla pandemia di Covid-19 e il tema della didattica a distanza, che tanto aveva fatto discutere lo scorso anno, torna di attualità.

Se nelle superiori gli alunni sono ampiamente consapevoli della portata del digitale e sanno studiare grazie ai nuovi strumenti, ora l’attenzione si concentra sulle elementari e alle medie. Qui, qualora la didattica a distanza dovesse tornare protagonista è importante formare non solo i piccoli alunni, ma anche e soprattutto i docenti. Per questo il tema della formazione a distanza è al centro dei progetti collegati al Recovery Fund e tra i primi desiderata, assieme alla lotta alle classi pollaio e al rinnovamento dell’edilizia scolastica.

In particolare, i progetti per la scuola digitale riguardano non solo l’accrescimento di competenze degli studenti, ma anche la formazione del personale scolastico.

Foto di Julia M Cameron da Pexels
Foto di Julia M Cameron da Pexels

Proprio il tema dell’Istruzione, formazione, ricerca e cultura rientra tra quelli inclusi nel Recovery Fund e l’obiettivo del Governo è “la completa transazione al digitale della scuola italiana”.

Tre misure per una scuola digitale in Italia

La trasformazione delle scuole in Italia da analogica a digitale passa attraverso tre misure:

Infine, la scuola digitale punta a potenziare le competenze digitali degli studenti di ogni ordine e grado, mentre per docenti, dirigenti scolastici e personale amministrativo saranno organizzati corsi di aggiornamento professionale ad hoc sulle skills tecnologiche.

Tra i piani previsti dal Recovery Fund nell’ambito dell’istruzione c’è l’attivazione di una piattaforma nazionale di supporto e accompagnamento per lo sviluppo di competenze digitali. Qui si avrà accesso a percorsi certificati, che si affiancheranno alle singole iniziative progettuali per favorire la diffusione di metodologie didattiche innovative.

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Quella che stiamo vivendo è una partita – un round – tra le più difficili che abbiamo mai vissuto sotto tutti i punti di vista: economico, sanitario e sociale. In questo contesto i progetti relativi ai fondi europei del recovery fund potranno e dovranno essere un volano di crescita e di rinnovato benessere.

In poche parole, saranno messe a sistema le iniziative spontanee che hanno accompagnato questi sei mesi di sospensione delle attività didattiche in presenza. Come ha dichiarato la ministra Azzolina, è fondamentale investire sulla formazione di tutto il personale scolastico per rispondere alle esigenze di innovazione digitale che sono emerse durante l’emergenza COVID-19.

La scuola può e deve cambiare e il Recovery Fund dà all’Italia l’opportunità di investire nella digitalizzazione dell’istruzione. Si tratta di una sfida importante, da vincere per rendere il sistema scolastico italiano ancor più attraente e competitivo.

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Intervista all'associazione Plasticaqqua': quando una singola azione partita dal basso mira a un bene più grande e collettivo


Plasticaqquà è un’associazione tarantina che si occupa di salvaguardia dell’ambiente, attraverso raccolte di rifiuti volontarie ed altre interessanti iniziative. Ho deciso di intervistarli in questo particolare momento di difficoltà mondiale, per capire in che modo ognuno di noi può fare la differenza. Ecco le domande che ho posto a Giuseppe Internò, fondatore del progetto e a Giacomo Mongelli, volontario di Plasticaqquà.

Quando e com’è nata la vostra associazione?

Plasticaqqua’ nasce nel 2013 da un’idea di Giuseppe Internò, come un progetto di cittadinanza attiva volto alla sensibilizzazione alle tematiche ambientali ed in particolar modo sull’inquinamento marino da plastiche. La prima iniziativa fu una raccolta volontaria di rifiuti nel tratto costiero sottostante il Lungomare di Taranto, luogo simbolico della città.119842268_3908430035839213_5335338671991203629_o

Quali sono i vostri obiettivi per la salvaguardia del nostro territorio? Ci sono modelli a cui vi ispirate?

I nostri obiettivi sono la sempre maggiore sensibilizzazione alle tematiche ambientali, la diffusione di maggiore senso civico attraverso il fondamentale approccio dell’esempio e della concretezza particolarmente importante per i più giovani. Non abbiamo un modello definito al quale ispirarci, ma abbiamo preso sicuramente spunto da un precedente gruppo di cittadinanza attiva presente nella nostra città, denominato “Ammazza che piazza”, attivo per alcuni anni in ambito urbano.

Qual è il rapporto con i cittadini e le istituzioni?

In questi sette anni abbiamo notato un’evoluzione di questi rapporti. Con i nostri concittadini, superata una iniziale fase di scetticismo misto a rassegnazione, le cose sono andate sempre meglio e la loro partecipazione alle nostre iniziative è in crescita. Riguardo alle Istituzioni locali, completamente assenti per molti anni, recentemente  appaiono interessate alle nostre attività. L’AMIU supporta da diversi anni le nostre attività rifornendoci di sacchi e guanti per le raccolte rifiuti ed occupandosi del ritiro degli stessi. Da qualche mese, ci ha coinvolti in un confronto aperto che si rinnova periodicamente per elaborare insieme strategie ed idee per promuovere la diffusione della raccolta differenziata ed il ripristino ed il mantenimento del decoro.119996249_3911937152155168_4797982425440459782_o

Avete riscontrato particolari criticità nel mettere in pratica le vostre attività?

Le maggiori criticità che riscontriamo nelle zone costiere che decidiamo di pulire riguardano generalmente la mancanza di sorveglianza attiva di larghe fette di territorio, quasi sempre abbinata alla nascita ed alla persistenza di attività illecite di abbandono rifiuti di ogni genere (anche amianto) ed abusivismo nel campo della lavorazione dei mitili, in particolar modo lungo le coste del Mar Piccolo.

Da qualche mese avete attivato, presso il Parco Cimino di Taranto, l’Ecolibreria, di che si tratta?

Si tratta di una sorta di baratto ambientale e culturale, regaliamo libri in cambio di bottiglie di plastica. Abbiamo prima lanciato una raccolta di libri usati, successivamente abbiamo creato un piccolo laboratorio di riuso, coinvolgendo i bambini, che ha permesso di trasformare vecchie cassette di legno in scaffali che contengono mediamente 1500 libri all’incirca. Abbiamo avviato l’Ecolibreria a gennaio, offrendo alla cittadinanza la possibilità di portarci le loro bottiglie e flaconi in plastica e ricevere in cambio dei libri usati. La plastica viene ritirata e smaltita da AMIU, mentre i libri che continuiamo a ricevere, acquistano nuova vita, continuando a circolare fra i lettori.119843198_3908428322506051_3655134539556753263_o

State progettando nuove iniziative future?

A brevissimo prenderemo parte con le nostre attività al progetto B.A.S.E.QUA., promosso dalla Biblioteca Comunale, riguardante tematiche ambientali e di inclusione sociale. Continuiamo a programmare raccolte volontarie di rifiuti dalle spiagge, contiamo di avviare presto laboratori di riciclo e di riuso della plastica e di tornare ad incontrare gli studenti delle scuole cittadine. Abbiamo in cantiere anche l’avvio di una collaborazione con la facoltà di Scienze Ambientali dell’Università degli studi di Bari (sede di Taranto) per la parte tecnico-scientifica.

Talvolta ci sentiamo così distanti dalle dinamiche che riguardano la salvaguardia dell’ambiente e la deriva che sta prendendo il nostro pianeta e, invece, dovremmo capire che ognuno di noi può seminare un piccolo seme di azioni positive, anche nei piccoli gesti e nelle attenzioni quotidiane, che possono davvero essere un importante tassello di un puzzle di miglioramento collettivo ed universale.
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