Tutto è comunicazione, soprattutto il dialogo con se stessi. Mindfulness e Coaching strumenti per ascoltarsi e ascoltare meglio.


Siamo fatti di relazioni… la nostra vita comincia da una relazione e continua in un tessuto di relazioni che condizionano il nostro essere in qualsiasi momento. Proprio per questo è opportuno sviluppare positivamente alcuni rapporti fondamentali per vivere bene e per mantenere un corretto bilanciamento ed equilibrio.

Se al centro della nostra vita vi sono le relazioni, è importante riconoscere come non ci si può esimere dalle emozioni; il turbine di pensieri, sensazioni, che emotivamente sono causa di benessere o disagio, stress o pacatezza, piacere o dispiacere.

Aumentare il proprio grado di libertà e di consapevolezza in modo che si possa rispondere agli accadimenti senza farsi trascinare dalle circostanze è quanto si afferma con la mindfulness, un approccio, una metodologia ed un insieme di pratiche basate sulla consapevolezza.

Alla base di tutto vi è la capacità di comunicare con sé stessi.

Potenzialmente tutto è comunicazione, da come ci vestiamo, a come reagiamo, allo sguardo, alla voce fino al silenzio… anche certi silenzi in effetti comunicano, più di mille parole.

Comunicare significa trasmettere all’altro ciò che siamo, ciò che pensiamo, che immaginiamo, ma per avere una comunicazione efficace che permette realmente di essere certi di aver trasmesso il messaggio corretto, il punto di partenza è l’ascolto. Essere davvero presenti con l’altro, essere capaci di essere lì e accoglierlo.

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Non esistono fatti, ma solo interpretazioni. La nostra vita, la società e il nostro mondo è permeato dalla comunicazione. Conoscerla ci aiuta a comprenderla e ad essere più consapevoli.

Quante volte ci capita di partecipare ad un meeting o ad una call conference, di sentire tutta la discussione ma di aver ascoltato realmente poco poiché la mente vaga e si distrae o ci capita di fare altro allo stesso tempo? Stessa cosa avviene in alcune conversazioni quando all’improvviso, si sente ciò che l’altro dice, ma non si ascolta.

Spesso solo dopo ci accorgiamo che non siamo stati realmente presenti e di esserci persi l’esperienza di quel momento. Ecco che la Mindfulness viene in soccorso, insegnandoci giorno dopo giorno ad educare la nostra mente, riportarla continuamente al presente e a ciò che ci accade tutto intorno.

Intraprendere un percorso di mindfulness ci porta inevitabilmente a comprenderci meglio e a comprendere meglio l’altro, lavorando sull’empatia e l’ascolto.

Nella foto: Daniele Gregori. autore di CONSULENTI 4.0
Nella foto: Daniele Gregori.

Quanto è importante riuscire ad avere un dialogo sincero con sé stessi prima di poter comunicare con gli altri? Lo abbiamo chiesto a Daniele Gregori, Business coach e Mindfulness Educators.

“Sette anni fa, durante il mio primo corso per diventare coach, il trainer chiese ai partecipanti “qual è la persona con la quale parlate di più durante il giorno?” Ognuno disse la sua e poi il formatore intervenne dicendo “siete voi stessi”.  È sorprendente come a nessuno venne in mente; eppure, è la cosa che facciamo più spesso.

Questo per dirti quando sia importante avere un dialogo interno di qualità, visto che lo facciamo costantemente ogni giorno della nostra vita e lo facciamo soprattutto quando dobbiamo prendere una decisione.

Le conversazioni che abbiamo con noi stessi ci aiutano a concentrarci e, cosa più importante, a comprendere le nostre emozioni per avere delle risposte adeguate a ciò che ci succede durante la giornata lavorativa o famigliare, anziché delle reazioni.

La differenza tra risposta e reazione, infatti, sta nel fatto che la prima è frutto di una scelta consapevole e ponderata la seconda, invece, è istintiva e può avere conseguenze poco funzionali”.

Se la mente è educata alla consapevolezza, in realtà riesce ad agire con pacatezza e senza superficialità. È questa la filosofia alla base della Mindfulness che insieme al coaching risultano essere strumenti utili per affrontare momenti difficili, ma anche soprattutto per vivere la quotidianità?

Uno dei fattori che spesso ci impediscono di vivere al meglio la quotidianità è rappresentato dalla continua preoccupazione verso cosa abbiamo da fare. Tra un’ora, tra 2 giorni o tra 6 mesi. Praticare la mindfulness e conoscere il coaching, invece, ci possono aiutare ad essere concentrati e focalizzati sulla nostra esperienza del momento, essere presenti e consapevoli nel qui e ora.

Senza dimenticare che questo può migliorare notevolmente il nostro rapporto con gli altri. Coaching e mindfulness permettono di rafforzare la nostra comprensione dell’altro, soprattutto se diverso da noi. Ascoltare ed osservare in modo “imparziale” in assenza di giudizio influenza in modo positivo la nostra tendenza all’inclusività, regalandoci relazioni di gran lunga più soddisfacenti.”

 Quanto la mindfulness può aiutare a conoscere meglio se stessi?

“La mindfulness può essere di grande supporto a questo scopo. Una definizione che ci aiuta a capirne meglio il motivo è quella dell’americano Jon Kabat-Zinn, di uno degli esponenti più importanti, che afferma <<Mindfulness significa prestare attenzione, ma in un modo particolare:

  1. con intenzione,
  2. momento presente,
  3. in modo non giudicante>>.

L’approccio della mindfulness è basato sulla meditazione consapevole, che possiamo vedere anche come “strumento” che può adeguarsi al nostro contesto quotidiano. 

Dedicarci del tempo, anche 5 minuti al giorno, durante il quale ci prendiamo cura di noi stessi, grazie alla riflessione ed al respiro consapevole, ci aiuterà a concentrarci su quello che stiamo vivendo e quello che stiamo provando”.

È quindi un percorso e come tale può essere fatto in modi diversi, seguendo diverse indicazioni, corse e guide. Vi sono anche certificazioni che ne attestano la specialità ma come orientarsi per scegliere il corso giusto?

Come per tutti i temi che inizia ad interessare un pubblico sempre maggiore, l’offerta formativa è piuttosto ricca ed è facile perdersi tra le tante opportunità. Io, personalmente, ho scelto di seguire il corso on demand proposto da mindfulnesseducators, molto completo e che al superamento dell’esame finale riconosce anche una certificazione internazionale. Può essere un’utile soluzione per approfondire la tematica e al tempo stesso decidere in autonomia quando “studiarla”. Ma vi sono diverse soluzioni che possono essere scelte in base alla personale necessità, abbiamo ad esempio anche eccellenze italiane come la famosa scuola di coaching Fedro che ha anche un percorso proprio dedicato alla Mindfulness & Coaching”.

Vi è l’imbarazzo della scelta, tutto sta a comprenderne il valore e a scegliere con consapevolezza.

 

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Marketing in love, la perseveranza è la leva dell’acquisto.


Cos’è l’amore?

In realtà, non ne esiste una reale definizione perché si tratta di una esperienza talmente personale, che si differenzia per ciascuno e l’unica cosa che accomuna tutti sta nel suo bisogno e nel suo desiderio. L’amore non è, ma si vive e come cita un proverbio inglese “fa girare il mondo” e se lo vediamo da un punto di vista di marketing, fa girare anche l’economia.

Ottenere più vendite prevede sicuramente delle buone azioni di marketing e ottime strategie ma a nulla servono se non si “vende” con il cuore. Capire cosa c’è nella testa e nel cuore delle persone, accettarne i bisogni, stimolarli, significa entrare in sintonia raccogliendo emozioni, le stesse che ci colpiscono mentre guardiamo una campagna pubblicitaria. Lo spot ci piace se ci emoziona, se ci coinvolge, se ci fa immedesimare a tal punto da comprendere che quell’oggetto deve far parte della nostra vita, perché ne troviamo una qualche necessità, compiendo una scelta: l’acquisto.

Dietro l’oggetto desiderato in realtà si cela il bisogno, il desiderio ma spesso è molto di più: è il sogno.

Regalare un sogno è possibile se si riescono a toccare quelle leve giuste, capaci di generare emozioni. I mezzi a disposizione sono diversi, a partire dai tanti canali disponibili che sfruttano le diverse tecniche di coinvolgimento, tra le più innovative esistenti.

La vera chiave di lettura è far vivere una esperienza: sia essa sensoriale (sense experience), fatta di emozioni e sentimenti (feel experience), di pensieri stimolanti (think experience) e di azioni (act experience) utili a raggiungere lo scopo.

Poiché l’amore è un sentimento che appartiene ad ogni persona e quindi a ciascun cliente, che dovrebbe essere al centro di qualsiasi strategia e obiettivo di vendita, dovrebbe prevedere nel suo “disegno” ampio spazio al suo ascolto e alla sua comprensione, coltivando quella caratteristica che è l’empatia, che come l’amore non dovrebbe avere limiti e andare oltre ogni confine.

Il consumatore ha bisogno dell’amore, dei piccoli gesti e delle piccole cose, e quando chi ascolta riesce a percepire le sue necessità e tenta di realizzare quanto di più vicino al suo pensiero, rendendolo maggiormente rispondente, ma soprattutto più personale e quindi facilmente acquistabile, smuove le corde giuste.

Scopri il nuovo numero: “Le 4 Virtù cardinali del Marketing”

Pazienza, Perseveranza, Sostenibilità e Gentilezza, sono le 4 virtù cardinali del marketing che vi proponiamo. In un mondo dominato dalla tecnica e dalla velocità, queste virtù ci permettono di non sbagliare la rotta (o magari di ritrovarla se smarrita) e di indirizzare correttamente le nostre azioni.

Quando ce l’hai difronte, fermati e ascolta il tuo cliente, spesso ha semplicemente il desiderio di parlare con te di sé, di aprirsi a te, di raccontarti ciò che vorrebbe; riuscire ad entrare in sintonia in questo momento magico permetterebbe maggiore accoglienza, maggiore ascolto ma soprattutto creerebbe la magia della differenziazione che porta il cuore a scegliere lì, dove c’è più amore.

Molto spesso l’errore che molti brand e aziende commettono nello strutturare una strategia di comunicazione e di marketing è il non pensare al proprio target e ai propri clienti come persone, con interessi ben specifici, esigenze proprie e bisogni da soddisfare, rischiando di focalizzarsi troppo sul proprio prodotto dimenticandosi di concentrarsi su chi, invece, dovrà comprarlo e soprattutto sul perché dovrebbe farlo.

Le regole per “farlo innamorare” sono semplici e possono sembrare anche banali ma in realtà sono profonde e ricche di significato che se pur scontato, ma complesse e non per tutti.

Partiamo dall’ascolto del cliente, la regola d’oro; corteggiandolo nel modo più corretto offrendogli ciò di cui ha più bisogno captando e conoscendo le sue abitudini più comuni, creando interesse nei vostri riguardi. Una volta che sarete riusciti ad attirare la sua attenzione, fate in modo che si fidi di voi, colpendolo attraverso una comunicazione mirata e specifica, come se stesse parlando esclusivamente a lui e a nessun altro. Una volta che il gioco di seduzione è completato va preparata la giusta atmosfera fatta dei canali giusti per cavalcare l’onda delle emozioni: un sito ben fatto, una comunicazione ingaggiante, una vetrina accattivante, servizi utili, essere sempre sul pezzo e sapersi differenziare, per dare l’impressione continua che sia stata fatta la scelta giusta: voi e nessun altro, migliore di voi!

Ma è qui che comincia bello, quando sembra che il più è fatto, che la scintilla sia scattata, è proprio adesso che il gioco si fa duro, l’innamoramento può essere passeggero ma la relazione, quella se basata su solide basi è duratura nel tempo e può essere per sempre.

Qui entra in gioco la parte più romantica dell’amore ma anche la più tenace: la PERSEVERANZA!

Rendere partecipe il cliente, farlo diventare protagonista ma allo stesso tempo al centro di ogni iniziativa e attività lo farà sentire speciale. Se vi ha detto si, quel “matrimonio” va continuamente coltivato con proposte accattivanti, promozioni, offerte speciali che gli faranno capire quanto ci tenete, senza mai smettere di sussurrare loro il vostro interesse.

Mai commettere l’errore di sottovalutare e di pensare che si può essere “fedeli” sempre, per far si che ciò avvenga la fiamma della passione non deve mai essere placata mantenendo continuamente alta l’attenzione con messaggi consueti, ricordi continui, e dimostrazioni frequenti di attenzione, per rafforzare la relazione

L’amore è perseveranza perché dal seme cresce il frutto, solo quando con perseveranza lo si accudisce giorno dopo giorno, con attenzione e sentimento. La voglia di perseverare è spesso la differenza tra il fallimento e il successo perché è l’ingrediente nascosto che da sapore e senso a ciò che sarà.

Non si può fare a meno della perseveranza, strettamente connessa alla pazienza e alla gentilezza nell’idea più elevata dell’amore, virtù che concatenate l’una con le altre, permettono di fare breccia nei cuori e migliorano la vita.

Se non provi amore, non amerai le cose che fai. Sarai anche bravo a farle, ma le farai con cinismo. L’amore più forte che puoi provare è perseverare nell’atto stesso di amare con passione, con trasporto con quella scintilla che dall’altro lato si sente forte come un cazzotto nello stomaco, arriva dentro, appare, fa innamorare e lascia il segno!

Per Amore non c’è ostacolo di pietra, e ciò che Amore può fare, Amore tenta.
(William Shakespeare)

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L’ascolto mediato dalle arti sonore come strumento di comunicazione e conoscenza del territorio: Intervista alla sound artist Daniela Diurisi


Le esperienze contemporanee del distanziamento sociale hanno evidenziato quanto siano importanti nella nostra vita la comunità di riferimento e la possibilità di poter mantenere con gli altri una comunicazione efficace che superi le barriere fisiche.

Abbiamo preso consapevolezza di non essere affatto quegli esseri asociali e che possono vivere bene da soli che credevamo; al contempo, ci siamo riappropriati della lentezza del tempo, della riflessione, del silenzio, e, probabilmente, abbiamo ristabilito anche un equilibrio ed una connessione più profonda non solo con gli altri, ma anche con noi stessi.

Nel mondo in cui niente si assapora ma tutto si consuma, persino la musica è veloce, fruita in streaming distrattamente ed in cui vanno per la maggiore brani corti e poco complessi perché non c’è il tempo per lasciare spazio a domande e riflessioni.

In questo contesto, il silenzio non è contemplato e, bombardati come siamo da stimoli visivi e sonori, ci ritroviamo a non essere più capaci di guardare ed ascoltare benché abili a vedere e sentire.

La sound artist salentina Daniela Diurisi
La sound artist salentina Daniela Diurisi

Non è solo un fatto di percezione, è comunicazione: l’ascolto non passa soltanto per un brano musicale ma investe tutti i campi della nostra vita, li sentiamo, ma non siamo più capaci di ascoltare veramente gli altri; non riuscendo a comprenderli, non riusciamo a stabilire una connessione efficace e la situazione peggiora se ci affidiamo alla vista per percepire il mondo circostante ed orientarci.

Quante volte ci sarà capitato di prestare attenzione all’abbigliamento di qualcuno appena conosciuto per cercare di comprendere chi fosse, invece di prestare attenzione a quello che ci stava raccontando di sé?

Lo stesso comportamento lo adottiamo quando cerchiamo di leggere un territorio, rimaniamo affascinati dalle sue architetture, dai colori, dal paesaggio, ma non siamo in grado di riconoscerne i suoni.

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La comunicazione è diventata centrale nella vita di tutti noi ed è cambiata molto nell’ultimo periodo a causa dell’epidemia. Abbiamo assistito all’esplosione di nuove piattaforme digitali come Zoom, alla comparsa degli scienziati nei talk show televisivi e ad una comunicazione di brand incentrata su valori diversi rispetto al recente passato.

Questo accade perché l’ascolto presuppone una lentezza che non siamo più abituati a sperimentare, ma di cui dovremmo riappropriare per riconnetterci ai luoghi ed alle persone che li hanno abitati, anche per ridisegnare un futuro diverso, più sostenibile e più equo, cercando di mediare tra le varie istanze di tutti gli attori di un territorio.

Abbiamo chiesto alla sound artist salentina Daniela Diurisi, che ha realizzato la traccia sonora della nostra Copertina d’Artista del maggio 2020 (Upgrade), di raccontarci le trame e gli aspetti che investono la comunicazione non visiva concentrata sull’ascolto e, più in generale, le enormi potenzialità delle arti sonore come strumento di comunicazione intergenerazionale, coesione sociale e conoscenza del territorio, a partire dalla sua esperienza di organizzatrice del 9° forum internazionale sul paesaggio sonoro, all’interno degli spazi della Distilleria “De Giorgi” a San Cesario di Lecce dove, dal 2018, si occupa di progettazione di eventi, didattica e produzione come artista sonora nell’ambito del progetto “Alchimie – la Distilleria De Giorgi residenza artistica di comunità”.daniela-3

Domanda: Nel corso della sua esperienza, ha avuto modo di confrontarsi con la realizzazione di percorsi sonori “al buio” insieme ad associazioni di non vedenti, come nasce un progetto di questo tipo ed a chi si rivolge?

Risposta: Nel 2008 lavoravo ancora in uno studio di post produzione audio a Bologna. È stata un’esperienza molto densa che mi ha permesso di immergermi nel mondo dei suoni a 360°. In quegli anni mi stavo riavvicinando al mio territorio di origine, Lecce, dove poi mi sono trasferita e dove adesso abito.

Mi sono occupata, proprio nel 2008, di portare all’interno di un convegno sulla comunicazione a Lecce un percorso, strutturato dallo studio in cui lavoravo, relativo alla comunicazione non visiva, concentrato sull’ascolto. Su suggerimento dei responsabili dello studio abbiamo organizzato, fra le varie iniziative, una cena al buio con il coinvolgimento di un’associazione di non vedenti, composta da cuochi e camerieri professionisti, della provincia di Bologna.

Abbiamo pensato ad una proposta di questo tipo, rivolta a persone che partecipavano al convegno come esperti o uditori, quindi interessate ai temi della comunicazione, perché l’inversione dei ruoli permette l’apertura sensoriale a nuove prospettive.

È stato molto complicato oscurare perfettamente la sala, perché gli occhi cercano a tutti i costi di vedere ed un minimo bagliore fa sì che pian piano tutto appare. Solo con il buio totale ci immergiamo nell’oscurità e gli altri sensi sono liberi di prendere il posto della vista e guidarci nell’esperienza. L’egemonia dello sguardo perde la sua forza e il mondo intorno cambia forme e dimensioni. Ovviamente i non vedenti si muovono abitualmente in questo spazio per noi inesplorato ed ecco che i ruoli sono capovolti.

L’udito, in questa particolare condizione, ci aiuta ad orientarci nello spazio, disegnando distanze, e a cercare di riconoscere le persone che ci sono vicine dall’intonazione della voce, ma in generale, come accade per il gusto, il tatto e l’olfatto, il senso si apre e comincia ad ascoltare con profondità e il mondo sonoro appare in tutte le sue trame.daniela-2

I luoghi hanno in sé una propria identità sonora che li rende unici? 

Certamente. Si parla infatti di “Impronta sonora” definendo un suono di riferimento (soundmark) di una determinata comunità, che per la sua unicità contribuisce a determinarne l’identità culturale.

Chi è incuriosito da questi temi non può non leggere quello che è il punto di riferimento degli studi sul paesaggio sonoro, il libro del compositore, scrittore e ambientalista canadese Raymond Murray Schafer “Il Paesaggio Sonoro”. Come fondatore del World Soundscape Project presso la Simon Fraser University, Schafer ha incoraggiato accademici e musicisti a registrare e preservare l’ambiente sonoro del pianeta.

A proposito delle impronte sonore l’autore dice: “Una volta che un’impronta sonora è stata identificata, meriterebbe di essere protetta, perché le impronte sonore rendono unica la vita acustica di una comunità” (Schafer).

Se pensiamo a quali possono essere i suoni identitari dello spazio che viviamo, la prima strategia utile è quella di chiudere gli occhi e ascoltare.

Se siamo in un ambiente hi-fi (hight fidelity), cioè con un buon rapporto suono/rumore (ad esempio in un piccolo paese del sud alla controra), possiamo trovare qualcosa che solo noi ascoltiamo o comunque ascoltiamo in quel particolare modo.

Provo a fare un esempio: nel mio paese c’è l’arrotino. Ogni tanto passa per le vie con il suo camioncino munito di altoparlante, solitamente lo fa dopo pranzo; credo che da quando sono nata ho sentito l’arrotino. È un suono particolare perché è in movimento. Oltre ad avere delle frasi che annunciano il suo passaggio, queste frasi “camminano”, cambiano i loro parametri: il volume, il pan (per intenderci passando dall’orecchio destro al sinistro), il timbro (se il camioncino passa dietro casa i palazzi fanno da “scudo” e il suono della voce cambia). Insomma l’arrotino è una vera e propria composizione in movimento, mai uguale a se stessa, e posso dire che è un’impronta sonora del mio paese. Naturalmente l’ho più volte registrato per preservarne la memoria.26047544_778862445650338_4812637748605318658_n

L’ascolto di suoni, rumori, racconti, memorie, voci, possono ridisegnare uno spazio fisico, ristabilendo una connessione tra chi abitava quei luoghi e chi li abita o li abiterà in futuro?

Il dialogo si basa sull’ascolto, l’ascolto ci permette di ottenere un dialogo trasversale che può produrre contenuti condivisi.

Ascoltando ci si può confrontare da un lato su quello che potrebbe essere migliorato, dall’altro su quello che può essere recuperato e infine su quello che alle volte è presente ma si fa fatica a focalizzare e quindi valorizzare.

Per affrontare la questione alla luce di questa tripartizione: passato/presente/futuro, è necessario che tutti facciano la loro parte. La costruzione che alle volte può divenire decostruzione ha bisogno di uno sguardo multisensoriale e infragenerazionale.

Il suono ricopre un ruolo importante non solo per la parte più immediata legata al linguaggio, ma anche per la sua dimensione impalpabile più legata all’ambiente e all’ecologia.11834932_10205559505521662_9053912574726499956_o-1

Ci troviamo molto spesso di fronte all’incomunicabilità tra vari attori di un territorio, mossi da interessi e visioni differenti: i soundscape studies possono essere concretamente il mezzo con cui la comunità dialoga, favorendo così lo scambio intergenerazionale e la coesione sociale?

I soundscape studies che, interpretando il paesaggio sonoro come scatola sonora in cui accade la nostra vita, testimoniano l’identità dei luoghi e delle persone, che a loro volta vivono in queste scatole, si concentrano sulle modalità con cui il suono partecipa alla percezione e alla comprensione dello spazio, possono essere mezzo per connettere gli abitanti al luogo in una modalità lenta, dove il tempo dell’ascolto diviene fondamentale per l’intreccio delle visioni e la costruzione collettiva del nostro presente.

Il concentrarci sull’ascolto tramite i soundscape studies ci consente di avvicinarci ad un linguaggio inesplorato con un tempo inusuale. Il tempo dell’ascolto richiede “tempo”, traduciamo questo gioco di parole in un fatto concreto che riguarda l’indisponibilità all’ascolto, un’inevitabile causa di distacco generazionale, superficialità anche dovuta ad una diffusione di una moltitudine di informazioni “veloci”.71943629_1011519422523180_7998816494999830528_n

L’esperienza del lockdown ha cambiato il nostro modo di comunicare e ridisegnato il paesaggio sonoro di molte città. Secondo lei, le mappe sonore potrebbero costituire un modo differente di fruire di un territorio senza recarsi materialmente sul posto?

Abbiamo vissuto per tre mesi un’esperienza fuori dal comune. Molti di noi si sono interrogati su questioni qualitative: abbiamo visto le acque trasparenti e piene di pesci dei canali di Venezia, abbiamo vissuto le nostre case in ambienti acustici nuovi, dove il canto degli uccelli ha sostituito il rumore delle macchine, la natura si è riappropriata dei suoi spazi.

Possiamo pensare che abbiamo vissuto un paesaggio sonoro del passato, possiamo solo immaginarlo, ma forse la strada in cui viviamo suonava proprio così, se avessimo registrato i vari punti di un paese durante il lockdown avremmo potuto impostare una mappa immaginaria dei luoghi nel passato.

Le mappe sonore sono senz’altro una possibilità di fruizione del territorio differente e sì, possono essere strumento “a distanza”, ma vedo le loro potenzialità anche come ausilio ad una visita fisica. Le mappe possono contenere racconti, suoni reali o immaginati, e se costruite insieme alle comunità possono restituire una visione dei luoghi dal di dentro.

Proprio in questo periodo stiamo attivando un percorso partecipato con gli abitanti del paese in cui vivo, il progetto si chiama “Il paese che parla”, creeremo una mappa dotata di QrCode che conterranno audio narrazioni a cura degli abitanti e paesaggi sonori privati, cioè individuati dai cittadini come tratti distintivi della loro percezione acustica del luogo.

Penso che sarà un progetto molto interessante sia per gli avventori esterni, che potranno conoscere il paese in una chiave del tutto differente, che per gli stessi abitanti che si ascolteranno e ascolteranno l’auto percezione della comunità. Per i fruitori esterni credo che sia un po’ come quando per caso, in un viaggio, si ha occasione di essere invitati a cena da una persona del luogo, si gustano i cibi locali, si vive la dimensione privata, insomma un viaggio vissuto.

dd1Daniela Diurisi ha studiato musica al DAMS di Bologna, ha conseguito nel 2016 la laurea di Secondo livello in Musica Elettronica presso il Conservatorio “T. Schipa” di Lecce. E’ sassofonista (sax baritono e tenore), si occupa di sound design e arte sonora, in particolare sperimentando le possibilità di incontro fra il suono ed il teatro, sviluppando un percorso di ricerca a cavallo fra le arti performative e il puro ascolto. Realizza composizioni sonore per il teatro e per i media.  Ha lavorato nella post produzione audio per il cinema, tv, localizzazione di videogames, ha condotto progetti «al buio» con il coinvolgimento di associazioni di non vedenti per nuovi percorsi della comunicazione non visiva. Si occupa di esecuzione e composizione Acusmatica.

Per informazioni e per contattare l’artista: Daniela Diurisi: danieladiurisi@tiscali.it

Soundcloud

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Arte e social media: binomio vincente per la comunicazione della cultura online


Chi lavora sul web e si occupa di comunicazione culturale sa che la promozione dell’arte, oggi, passa anche e soprattutto attraverso la rete.

Comunicare l’arte oggi è una sfida per i social media manager di musei e fondazioni, che possono utilizzare il web per dar vita a percorsi di fruizione personalizzati.

Certamente rimane il ruolo fondamentale delle digital PR nella presentazione di mostre, vernissage e altri appuntamenti artistici, ma oggi vogliamo analizzare come proprio i social media siano sempre più strumenti della diffusione dell’arte e della cultura, soprattutto tra i più giovani sempre chini sugli smartphone o collegati al web tramite tablet e PC.

Utilizzare i social media per dar voce alla cultura

Sui social media le persone amano trovarsi a chiacchierare e discutere assieme di interessi comuni e il web 3.0 rappresenta in tal senso una grande opportunità per tutti coloro che si occupano di cultura. Internet diventa quindi il luogo ideale per lo scambio delle conoscenze ed è per questo che i social media dovrebbero oggi essere parte integrante delle strategie di marketing culturale di musei e fondazioni. Sono infatti proprio i social media lo strumento fondamentale per interagire con il target.facebook_net-art-minSocial Media Manager nei musei: una strategia fatta di ascolto e dialogo

Il significato di ascolto per i social media manager è profilare le conversazioni grazie a strumenti sempre più precisi che raccolgono le tendenze nei vari network suddividendole per interessi e argomenti di discussione. Un approccio efficace che permette la creazione di contenuti ad hoc, personalizzati sulla base delle esigenze dei diversi pubblici. L’obiettivo del social media manager è infatti quello di generare il giusto grado di curiosità su eventi, artisti, mostre e più in generale sulla ricchezza del patrimonio culturale italiano.

Solo in questo modo si darà vita a un meccanismo fatto di confronto e scambio di valore, elementi essenziali per raggiungere obiettivo soddisfacenti nel medio-lungo periodo. Come raggiungere questo obiettivo? Realizzando post che invitano e stimolano il confronto, il che dal punto di vista pratico si traduce in condivisione di domande, dubbi e riflessioni. Il consiglio in più è quindi andare oltre alla mera promozione, abbandonare l’autoreferenzialità in quanto la diffusione della cultura richiede ascolto e dialogo.

Strategie di social media marketing per la cultura

Ecco quindi alcuni suggerimenti operativi per chi si occupa di social media marketing nel settore della cultura.

Il primo consiglio è quello di scegliere con cura il social network a cui dedicarsi in quando ogni bene culturale (museo, fondazione, vernissage, mostra personale) ha il canale più adatto a comunicare.share-1314738_1280-min

Pianificate poi le vostre attività nel breve, medio e lungo periodo definendo obiettivi misurabili e tangibili per monitorare le conversioni, anche quelle che non sono di natura finanziaria.

Infine monitorate sempre la vostra attività sulla base dei dati che avere a disposizione, aiutandovi magari con rappresentazioni grafiche come tabelle o schemi per leggere con chiarezza e precisione anche i minimi dettagli. Sviluppare poi ogni singola attività nel tempo, in quanto il social media manager di successo è estremamente flessibile e ha la capacità di monitorare e correggere in corso d’opera la strategia, facendo crescere il progetto di comunicazione culturale nel tempo.social-1958769_1280-min

In conclusione ricordatevi che i social media sono strumenti che nascono per le persone e si alimentano di interazione per cui vanno presidiati in tempo reale, con risposte tempestive e disponibilità al confronto. Non importa se state parlando a nome di un ente o un’istituzione in quanto la necessità dell’utente sul web, e sui social media in particolare, è trovare dall’altra parte individui con cui interagire.