Genio, geni e altro


Nell’articolo precedente, I miti della genialità: geni si nasce o si diventa?”, ho evidenziato l’importanza dell’esistenza di una serie di “ingredienti” alla base sia del genio che del talento. Elementi seppur diversi, ma fortemente correlati. Nell’immaginario comune, vengono considerati dei doni, e quando parliamo di doni non facciamo certamente riferimento agli dei, ma alla genetica. Gli elementi di cui si parlava sono sia di tipo personale (quali la personalità, la motivazione, ma anche la passione, che, per definizione, non sono di certo innati, vista la componente relazionale, psicologica e sociale di cui si compongono) che di tipo oggettivo, legati quindi al contesto nel quale si vive o a fattori casuali e non soggetti a controllo, quali le occasioni e le opportunità.

Nonostante si sia evidenziato, attraverso l’approfondimento delle storie personali dei geni e/o delle persone di talento, che tali sono diventati non certo grazie a doti innate, persiste nei più una sorta di rifiuto emotivo ad ammettere ciò e questo per motivazioni facilmente desumibili. L’idealizzazione di un proprio beniamino, o meglio di un mito (come può essere un genio della matematica o della musica o, addirittura, un grande campione di calcio), si accompagna spesso all’idea che le sue “fenomenali” capacità provengano da doti innate. Sfatare questo mito è di grande impatto emotivo: è come se venisse eliminato quell’alone di inconoscibile che a noi risulta straordinario. Un alone che contribuisce al suo mistero e, soprattutto, al suo fascino. Sarebbe come ammettere che, se il cosiddetto genio è diventato tale grazie ad una serie di vicissitudini e opportunità, chiunque avrebbe potuto farlo, e ciò fa venir meno ai nostri occhi la sua unicità. Se viene a perdersi questa unicità, viene meno anche la sua bellezza. Pensare che quella determinata persona sia o sia stata unica è la cosa più semplice che il nostro cervello possa elaborare. L’idea di un genio come uomo comune che ha dovuto sudare e lavorare sembra inaccettabile, quasi sull’orlo di una vera e propria dissonanza cognitiva. Ma come stanno le cose davvero sotto l’aspetto genetico? Cosa davvero ci dicono i dati, almeno fino ad oggi, sulla correlazione tra talento, genio e geni?

Nell'immagine un ragazzo tenta di risolvere il cubo Rubik - Smart Marketing
Foto di MART PRODUCTION da Pexels.

Simone Raho, biologo e specializzato in genetica medica, evidenzia che “la questione della relazione tra genialità, talento e genetica ha in realtà radici più ampie che risalgono al dibattito che cerca di mettere in chiaro se ciò che siamo sia il frutto dei nostri geni o piuttosto delle nostre esperienze. Quanto i nostri geni determinino quello che siamo è quindi una domanda, che seppur posta talvolta in termini diversi, è molto antica.

Ciò che possiamo mettere sin da subito in chiaro è che i nostri geni non sono in grado di determinare quello che siamo o quello che diventeremo con un semplice rapporto di causa-effetto. È ovvio che in un settore vasto e complesso come questo non tutto è stato ancora messo in luce, ma appare senz’altro evidente che più si va avanti con le ricerche, più le cose si complicano, e in genetica, come in altri campi del sapere d’altronde, questo vuol dire che è molto difficile dare risposte semplici per dei fenomeni che per loro natura risultano articolati e multiformi: in pratica, seppur ciò sia di certo affascinante, in genere non esistono geni per ogni cosa desideri la nostra mente. Termini come intelligenza, genialità (ma anche altri attributi), anche se chiari e diretti in certi ambiti, in genetica assumono dei contorni più labili e sfumati. Questo non ha impedito di andare, finora invano, alla ricerca dei geni della criminalità, della pazzia, dell’intelligenza, o di altro ancora.

Mettiamo allora sin da subito dei paletti: i geni che possediamo hanno un po’ a che fare con quello che siamo e che diventeremo, ma questo non vuol dire che essi siano in grado di determinare in tutto e per tutto quello che facciamo. Nei caratteri complessi, come l’intelligenza o la genialità, contano in modo determinante molti altri fattori, come quello sociale, economico, o più in generale il fattore ambientale. Eppure, regolarmente in rete o sui giornali, appaiono notizie, perlopiù sensazionalistiche, legate alla scoperta del gene dell’intelligenza o del gene legato indissolubilmente alla genialità. In parte ciò può essere ricondotto al fatto che non esiste una definizione univoca di questi termini. Sicuramente ciascun individuo possiede capacità cognitive diverse da quelle di un altro; sarebbe quindi anche logico pensare che tali capacità dipendano almeno in minima parte da differenze genetiche, ma l’importante è che sia chiaro che ciò che ha una base genetica nei caratteri complessi come quelli cognitivi, non ne conferisce assolutamente un segno di ineluttabilità, o se vogliamo usare dei termini stilisticamente più aulici, di un destino già scritto e predeterminato”.

Questo implica anche un altro ragionamento legato al concetto di intelligenza come processo innato e/o forgiato dall’esperienza. Già nell’articolo precedente ho evidenziato quanto sia inutile cercare una correlazione tra genio e Quoziente Intellettivo, poiché abbiamo visto quanto davvero poco c’entri l’intelligenza nel perseguimento di un successo, anche di natura intellettuale e culturale. Ben altri sono i fattori alla base del genio e del talento. Quindi, seppur affermando che lo stesso Quoziente Intellettivo possa avere delle implicazioni genetiche, di certo c’entra poco nel merito del genio e/o del talento. Lo stesso valore del QI varia addirittura in base al contesto in cui viene effettuato. Molte ricerche hanno evidenziato che il QI e il modo di testarlo è deliberatamente connesso alla cultura, e ciò che si misura con i test, oggi a disposizione, non è una rilevazione di una capacità innata.

Nell'immagine un piccolo scienziato fa esperimenti - Smart Marketing
Foto di MART PRODUCTION da Pexels.

A tal proposito lo stesso Raho ci ricorda che, “dal punto di vista genetico sono stati eseguiti degli studi con l’obiettivo di andare a trovare delle relazioni strette tra QI e geni. Quando si vogliono andare a cercare delle variazioni geniche nei caratteri complessi, una delle tecniche più utilizzate è la GWAS (Genome-Wide Association Study), cioè studio di associazione lungo tutto il genoma: senza voler entrare in dettagli troppo specialistici, con questa tecnica si cercano delle associazioni tra specifiche varianti genetiche e determinate malattie o caratteri complessi. La GWAS comporta l’analisi dei genomi di tantissime persone diverse e la ricerca di marcatori predittivi della condizione che si sta studiando.

Quando si sono andate a cercare delle correlazioni fra QI e geni con la tecnica GWAS in effetti se ne sono trovate diverse: per esempio in due studi del 2017 e del 2018(*), effettuati su circa 78 mila il primo e su più di 9 mila soggetti il secondo, sono stati individuati una cinquantina di geni che potrebbero influenzare il QI. Il più rilevante pare sia ADAM12, che codifica per una proteina adesa alla membrana cellulare, la quale svolge un ruolo nello sviluppo di diversi tessuti, compreso quello nervoso. La cosa rilevante è che però i due studi forniscono risultati contraddittori, nel senso che i geni trovati nel primo sono diversi da quelli del secondo. E, altra cosa importante, il contributo di questi geni appare abbastanza modesto.

 Nel secondo di questi studi, ad esempio, i geni scoperti consentono di spiegare solo l’1,6% delle differenze in QI nella popolazione. Come ha fatto anche notare il genetista G. Barbujani nel suo libro divulgativo “Sillabario di Genetica per principianti”, ciò vuol dire che ne resta da spiegare il 98,4%, e che soprattutto basterebbe soltanto un minimo sforzo educativo per riuscire eventualmente a compensare quell’1,6% di diversità nel QI per mettere in pari i “meno dotati” con gli altri.

Pertanto che l’intelligenza sia solo una questione di geni è lungi dall’essere stato dimostrato, e gli studi che ci hanno provato, ad oggi, sono stati in grado di chiarire che le diversità genetiche tra gli individui spiegano solo una minima percentuale delle differenze nel QI”.

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La ripartenza è un tema quanto mai attuale. Dopo due anni di pandemia sentiamo il bisogno di lasciarci alle spalle questo lungo periodo complesso (tenendo quello che di buono c’è stato) e di affacciarci con ottimismo al tempo che verrà.

Nell’articolo precedente ho citato il lavoro di Silvano Fuso, autore del testo “Strafalcioni da Nobel”, nel quale passa in rassegna una serie di errori grossolani e o addirittura l’adesione a teorie strampalate di una mole di premi Nobel. Questo divario tra lo straordinario lavoro di uno scienziato che lo ha indotto a ricevere il riconoscimento più importante del mondo e suoi evidenti e significativi errori di valutazione in altri campi, ci dà un quadro significativo del fatto che il premio rappresenti il riconoscimento di quell’unico e specifico lavoro svolto, e non certo il riconoscimento della straordinarietà generale di chi lo ha ricevuto. Questo implica anche il fatto che, se si è esperti in un determinato campo e si porta avanti un lavoro, anche con una certa logica (ma diciamo pure intelligenza), si può però mancare totalmente di logica e razionalità nell’affrontare altre situazioni. A tal proposito lo stesso Fuso sottolinea che “un premio Nobel, per geniale che possa essere stato il contributo da lui fornito in un determinato settore del sapere, resta comunque un essere umano. Come tale, oltre all’indubbia razionalità dimostrata, si porta dietro il suo fardello di emotività, pregiudizi, manie, idiosincrasie, paure, ecc. che ognuno di noi inevitabilmente possiede. La razionalità è infatti solo un aspetto della nostra mente e, sicuramente, non è quello dominante. L’essere umano è in gran parte irrazionale e pure i premi Nobel talvolta lo sono.

Le loro convinzioni metafisiche li possono portare a convincersi di cose mai dimostrate. È il caso ad esempio del francese Alexis Carrel, Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1912, che credeva ai miracoli di Lourdes, nonostante la mancanza di dimostrazioni. Oppure possono essere determinanti le convinzioni ideologiche. Ad esempio, Philipp von Lenard e Johannes Stark, entrambi Nobel per la fisica rispettivamente nel 1905 e nel 1919, furono accesi sostenitori del nazismo e questo li portò a esaltare un’inesistente Deutsche Physik e a condannare, senza alcuna ragione razionale, alcune straordinarie scoperte, come la relatività di Einstein e la meccanica quantistica di Heisenberg, perché considerate scienza giudea (mentre Einstein era effettivamente ebreo, Heisenberg non lo era, ma veniva considerato “ebreo bianco”). Charles Richet, Nobel per la medicina nel 1913, Pierre Curie, Nobel per la fisica nel 1903, e in parte la stessa Marie Curie, Nobel per la fisica nel 1903 e per la chimica nel 1911, credettero alle facoltà di sedicenti medium, che in realtà usavano trucchi. Infine, in certi casi, le facoltà percettive di un Nobel possono essere compromesse dall’assunzione di sostanze. Kary B. Mullis, Nobel per la chimica nel 1993, era convinto di aver incontrato un procione luminoso che lo aveva pure salutato. Vista l’abitudine di Mullis di assumere droghe, non è difficile comprendere l’origine dell’insolita visione”.

Sulla base di questo è facile pensare che, se esistesse davvero un fattore generale di intelligenza, come si riteneva in passato, chi si occupa e raggiunge obiettivi importanti in un campo, dovrebbe farlo anche in altri, ma i fatti ci dimostrano il contrario e quale migliore esempio se non quello dei premi Nobel.

Come già approfondito nell’articolo precedente, al pubblico arriva spesso il risultato finale di un’invenzione e/o una scoperta e il più delle volte attraverso un resoconto storico di tale scoperta piuttosto lineare. Ossia si parte da un punto e si arriva in modo “pulito” al risultato e questo contribuisce a mantenere il mito della straordinarietà dell’evento. Ma la realtà storica delle cose non sempre è così lineare. Come evidenzia Marco Ciardi, docente di storia della scienza all’Università di Firenze nel suo saggio “Gli scienziati, le autobiografie e la storia  della scienza”, quando il resoconto di una scoperta scientifica lo si evince soprattutto attraverso una autobiografia dello scienziato stesso, il racconto delle vicende che precedono la scoperta scientifica è fortemente influenzato dalla scoperta stessa, con   una sorta di interferenza retroattiva che da  la suggestione che tutto il percorso effettuato dal ricercatore sia stato coerente e mirato verso il raggiungimento di un obiettivo già prefissato. Se, invece, si effettua l’indagine attraverso il metodo storico, si osserva che le cose vanno diversamente rispetto ad un resoconto autobiografico. Il percorso può apparire tutt’altro che lineare, portando addirittura ad obiettivi non necessariamente cercati. Le scelte che precedono la scoperta, il più delle volte, hanno poco a che fare con l’obiettivo finale, ma vengono riadattate sulla base di questo.  Numerose e diverse sono invece le scoperte fatte in modo del tutto casuale, attraverso la ricerca di qualcosa di differente da ciò che è emerso. Questo è un aspetto di notevole importanza, a mio avviso, raramente preso in considerazione quando si parla di geni e di grandi scoperte e ciò perché si tende a voler consolidare il mito del genio talentuoso.

Nell'immagine due mani giunte tengono una lampadina - Smart Marketing
Foto di Anete Lusina da Pexels.

Una delle obiezioni più ingenue riguardo alla questione del talento non innato fa spesso riferimento alle capacità dei cosiddetti bambini prodigio o, meglio definiti, plus-dotati. Dall’articolo precedente appare ben chiaro, vedendo gli esempi riportati sul giovane Mozart e, soprattutto, l’emblematico esperimento di Polgar, come gli stessi piccoli dotati non si sottraggano all’influenza di ambiente ed educazione precocissima, ma è opportuno sottolineare che anche le capacità straordinarie dei più piccoli si esprimono sempre secondo ciò che lo sviluppo cognitivo e motorio può consentire loro. Lo psichiatra e antropologo Philippe Brenot, autore del saggio “Geni da legare”, evidenzia che le prestazioni più precoci sono proprio quelle musicali, poiché orecchio e aree sensoriali maturano per prime e quindi ritmo e melodia non hanno bisogno dello sviluppo del linguaggio. Seppur apparentemente strano sembra, invece, cosa naturale incontrare piccoli assi della musica. Dopo si sviluppano le capacità di calcolo, ma sempre prima del linguaggio. Le arti plastiche, invece, necessitano di coordinazione motoria e controllo visivo, acquisizione della lettura tridimensionale e della prospettiva, tutte nozioni complesse che hanno bisogno di addestramento. Infatti raramente si diventa bravi pittori prima dei dieci anni. La poesia e letteratura hanno bisogno dello sviluppo del linguaggio e una certa conoscenza delle cose: è davvero difficile che prima di 15 anni si possa diventare letterati. Qui ci sono inoltre forti implicazioni legate soprattutto all’istruzione. Possono esserci dei casi eccezionali, ma non si sottraggono mai alle normali leggi dello sviluppo fisiologico, seppur considerando che addestramenti precoci possano, in qualche modo, forzarlo. Ma parliamo sempre di interventi provenienti dall’esterno e non di spinte interiori di chissà quale natura.

Ancora una volta i fatti sono in contrasto con ciò che ci piace credere e ci fanno venire a patti con l’idea che i nostri beniamini, letterati, scienziati o sportivi che siano, sono diventati tali non perché l’universo ha voluto così o la natura abbia fornito loro delle potenzialità innate, ma solo perché hanno avuto la tenacia, la perseveranza, le opportunità e quel pizzico di “fortuna” che a noi è stata negata.

Letture consigliate:

Barbujani G. (2019) “Sillabario di genetica per principianti”. Bompiani

Ciardi M. (2007) “Gli scienziati le autobiografie e la storia della scienza”, in Rivista di storia delle idee. Il Mulino.

(*): I due studi su geni e QI sono:

Sniekers S. et al. (2017), “Genome-wide association meta-analysis of 78,308 individuals identifies new loci and genes influencing human intelligence”, in Nature Genetics, 49: 1107-1112;

Zabaneh D. et al. (2018), “A genome-wide association study for extremely high intelligence”, in Molecular Psychiatry, 23: 1226-1232.

Nell'immagine il chimico e divulgatore scientifico Silavano Fuso - Smart MarketingSilvano Fuso, dottore di ricerca in scienze chimiche e docente, si occupa di didattica e divulgazione. Il 27 gennaio 2013 è stato intitolato a suo nome l’asteroide 2006 TF7 in orbita tra Marte e Giove. Ha pubblicato diversi libri, tra cui: Le ragioni della scienza (2017), Strafalcioni da Nobel (2018), Quando la scienza dà spettacolo (con A. Rusconi, 2020), A tu per tu con un genio (2020), Il segreto delle cose (2021).

Nell'immagine il biologo Simone Raho - Smart MarketingSimone Raho, Biologo specializzato in Genetica Medica e un Master in Genetica Forense, ha lavorato nelle aree della biologia molecolare e della genetica nell’ambito della medicina di laboratorio, è attualmente dirigente ASL.

 

 

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I miti della genialità: Geni si nasce o si diventa?


Tratto dalla relazione dell’autore al CicapFest. Il festival della scienza e della curiosità – Padova Settembre 2021.

Con chiunque si discuta, si ha la percezione che tutti abbiano un talento “naturale” in qualche campo della propria vita, che sia legato a capacità cognitive, che si tratti di un’abilità fisica o, addirittura, che riguardi il fatto di saper fare la pizza o il bucato meglio di tutti gli altri. E tutti son convinti che la loro abilità sia una sorta di dono naturale. Guai a metterlo in discussione! Ogni volta che mi è capitato di farlo, è stato come infliggere una ferita narcisistica al mio interlocutore. Perché accade questo? Perché tutto ciò che è innato è, il più delle volte, considerato migliore, misterioso come un vero e proprio dono degli dei. E quando si discute sul genio e talento, nello stesso modo, la maggior parte della gente è portata a pensare, o meglio alla gente piace pensare, che sia un dono naturale presente fin dalla nascita. Questo è il mito del genio, ossia l’idea generalizzata che per eccellere in un determinato campo, che sia culturale artistico e/o sportivo bisogna essere portati, ossia avere un qualcosa in dotazione che ci accompagna da quando siamo nati.

Perché mito?

Perché approfondendo le dinamiche storico-culturali delle persone di successo o di coloro che grazie al loro impegno hanno apportato un importante contributo al mondo, si osserva che la differenza tra loro (i cosiddetti geni) e noi (i cosiddetti comuni mortali) non è qualitativa. Il genio non ha un cervello diverso, né qualcosa di misterioso che lo rende diverso dal mondo intero. Il cosiddetto genio, o meglio “uomo di talento” o il super problem solver sarebbe diventato tale senza il giusto ambiente favorevole, senza le giuste opportunità, senza gli stimoli giusti e senza una serie di vantaggi particolari? Dallo studio del genio, appare proprio di no! E si evince, addirittura, che per formare un genio sono necessari ingredienti di viaria natura che, ovviamente, il più delle volte sono al di fuori del nostro controllo. Tra questi vi sono le occasioni, come ad esempio vivere in un determinato contesto storico/culturale e/o proporsi per un lavoro al momento giusto e incontrare determinate persone nelle circostanze opportune.  Malcolm Gladwel, una sorta di Piero Angela americano, nel suo testo Fuoriclasse (qui trovate la nostra recensione), evidenzia come persone di successo del livello di Bill Gates o dei Beatles non sarebbero mai diventate tali, se non si fossero trovati davanti a una serie di opportunità verificatesi nel posto giusto al momento giusto. Persone con le stesse capacità, molto probabilmente non sono diventate altrettanto famose solo perché non hanno avuto le stesse occasioni e/o opportunità.

Nell'immagine Albert Einstein - Smart Marketing
Albert Einstein (1879-1955).

Ma entriamo nel merito dei geni storici per eccellenza e, tra i primi che ci vengono in mente, ci sono Albert Einstein o Amadeus Mozart. Molti pensano che in ogni occasione sarebbero diventati tali grazie al genio che era stato dato loro in dono, ma pochi considerano che gli stessi Einstein e Mozart sono vissuti in contesti che hanno offerto loro dei vantaggi che li hanno portati a diventare geni. Einstein, ad esempio, era figlio di un imprenditore che, insieme al fratello ingegnere, era sempre all’avanguardia sulle ultime scoperte scientifiche e tecnologiche. Andavano a caccia di novità, partecipavano a varie mostre. Lo zio ingegnere influenzò molto il nipote (giocava con lui a risolvere problemi di matematica), così come altre persone che frequentavano la casa del piccolo Albert (zii e amici di famiglia) furono tutte fonti di ispirazione importanti per la sua curiosità e la sua motivazione verso la scienza e la matematica. Questi fornirono i giusti stimoli motivazionali che, secondo alcuni, invece, sarebbero nati dal nulla. Inoltre, quando Einstein lavorava all’ufficio brevetti non era lì a scartabellare tutto il giorno, ma doveva valutare la qualità delle invenzioni. Come si suol dire, sotto l’aspetto scientifico/tecnologico, doveva necessariamente essere sempre sul pezzo! Come nasce quindi la sua teoria che ha rivoluzionato il mondo? Studiando, studiando e, ancora, studiando! Non certo grazie all’ispirazione!

Lo stesso concetto di ispirazione è spesso legato al mito del genio. Essa è considerata come una sorta di illuminazione che arriva dal nulla, o che nasce da un’intuizione scaturita dall’osservazione di qualcosa di apparentemente irrilevante. Pochi sanno che, da un punto di vista psicologico, l’intuizione (o la cosiddetta idea geniale) non arriva dal nulla, ma è preceduta da un processo di preparazione metodologicamente ben preciso: nasce prima un’ipotesi che a sua volta scaturisce da una raccolta di idee derivanti da un determinato lavoro che si sta svolgendo. Prima che arrivi l’intuizione, si pensa al problema, si valutano le possibili soluzioni, le si scartano, si elaborano diverse ipotesi, infine ci si allontana apparentemente dal problema ma esso, nella mente, continua ad aleggiare, spesso anche sotto forma di vera e propria ossessione. E dopo questa attività scaturisce l’illuminazione. Ma non crediate che il lavoro sia finito: tale idea illuminante infatti va messa poi alla prova, ossia viene fatta una verifica e in molte, ma tante occasioni, quell’idea decade inesorabilmente perché si è rivelata fallace o scorretta e, quindi, il tutto si ripete.  Ma nel mito del genio, la sola informazione che passa al pubblico riguarda quell’idea che, finalmente, durante la verifica si è confermata corretta.  Siamo soliti dire: “Ha avuto un’idea geniale”, sì, ma non siamo al corrente del lavoro di verifica, scarto, formulazione di nuove ipotesi, verifica e ancora scarto che l’hanno preceduta.  I fratelli Wright prima di arrivare a realizzare la prima macchina volante procedettero per prove ed errori e non solo, dovettero studiare il lavoro di precedenti ingegneri e inventori che si impegnarono sullo studio del volo con gli alianti. Il caso di dire viaggiarono sulle spalle dei giganti. Non ebbero intuizioni dal nulla, ma effettuarono un percorso di studi prove e verifiche.

Scopri la nostra rubrica di Scienza e Psicologia

Molti argomenti legati alla natura relazionale, sociale e culturale di un uomo o di una comunità, spesso, sono contornati da un velo di moralismo e/o utopismo che spinge verso una visione alterata delle cose. Noi riteniamo che essi necessitino di una trattazione scientificamente fondata per una loro migliore comprensione e che l’approccio basato sulle scienze psicologiche e antropologiche possa dare un suo significativo contributo

E che dire di Mozart? Già talentuoso così piccolo? Non può essere che un dono! Ne siamo scuri? Chi lo afferma ha forse conosciuto Leopold? L’ossessivo musicista compositore che voleva dimostrare le sue capacità di insegnamento della musica attraverso la bravura dei figli? Forse no. Ebbene Leopold Mozart, padre di Amadeus, sottopose lui e la sorellina ad un duro addestramento musicale fin dalla più tenera età, stimolando in loro la passione per la musica e contribuì così a “costruire” il loro talento. A quanto pare, il desiderio di dimostrare le sue capacità di insegnante, in Leopold, si esaudì in questo modo, ovviamente grazie al suo impegno ossessivo.  E’ facile pensare che sorti simili possano essere accadute ad altri grandi geni musicali. Basti ricordare che Beethoven proveniva da una famiglia di musicisti e compositori fin da ben quattro generazioni. Non occorre aggiungere altro.

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Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791).

Ma sulla base di queste premesse è possibile costruire un genio?

Pare che un certo Laszlo Polgar, psicologo e scacchista ci sia riuscito. Il suo fu definito l’esperimento di Polgar. Quest’ultimo voleva dimostrare che con la giusta educazione e gli stimoli opportuni si potesse “creare il talento” e lavorò proprio sulle sue tre figlie che cominciò ad addestrare al gioco degli scacchi fin da piccolissime. Insegnò loro le strategie più complesse e, quando cominciarono a saper leggere, fece loro studiare tutto sugli scacchi. Come andò a finire? L’esperimento riuscì alla grande. Le figlie sono oggi note scacchiste di talento: fin da piccolissime, portate nei circoli più prestigiosi, riuscirono a stracciare soci professionisti e veterani degli scacchi. La figlia Susi di soli 4 anni era già in grado di battere veri professionisti degli scacchi. Fu la prima donna a ricevere il titolo di Gran Maestro internazionale per poi diventare campionessa del mondo nel 1996. Stesso titolo di gran Maestro ottennero anche le sue sorelle all’età di 14 e 15 anni. Uno straordinario esempio di talento costruito a tavolino.

Ma cosa contraddistingue questi geni? È possibile tracciare dei fattori oggettivi e soggettivi. I fattori oggettivi, come abbiamo visto, sono le opportunità e l’ambiente. Seppur lo studio sia una condizione individuale, lo possiamo annoverare tra i fattori oggettivi, poiché è un fattore determinante e universale per il raggiungimento di un risultato. Lo psicologo Benjamin Bloom dell’University of Chicago in una ricerca su 120 persone eccellenti nel mondo della scienza e della cultura, dimostrò che prima di raggiungere il successo, il loro impegno poteva essere quantificabile in almeno dieci anni di studio prima di essere riconosciuti come fuoriclasse.

 Mentre quelli soggettivi fanno riferimento alla personalità del genio, la sua motivazione, la stima che ha nel suo lavoro e, come afferma lo storico e psichiatra Philippe Brenot nel suo testo Geni da legare, anche in una certa quota di personalità ossessiva.  Un esempio ne era il compositore Chopin, in grado di ricercare la perfezione nella sua musica, rimanendo intere settimane su una sola pagina di scrittura.  La perseveranza è tra gli altri fattori soggettivi.  Bertrand Russell affermò che per la stesura del suo lavoro Principia Mathematica l’impegno fu così tanto da ammalarsi.

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László Polgár.

 A proposito di perseveranza, Alan Shoenfel dell’Universita di Berkeley registrò le azioni di un gruppo di studenti che, a parità di QI e di preparazione, furono posti davanti ad un problema matematico piuttosto complesso.  Egli registrò quanto segue: dopo 5 minuti circa di difficoltà nell’ottenere il risultato, tutti gli studenti si lamentavano, si davano per vinti e, dopo aver intuito che era un compito a loro dire impossibile abbandonarono; tranne una. Una ragazza si impegnò per molto più tempo senza darsi per vinta, ostinata nel risolvere il problema e lo risolse. Ancora una volta abbiamo evidenza che l’atteggiamento verso il problema è decisivo.

C’è un altro mito legato al genio e al successo. Il Quoziente Intellettivo. Indipendentemente dal dibattito sull’intelligenza innata o acquisita (ma immagino che il lettore possa aver intuito la mia posizione), si ritiene che un buon risultato nel campo della cultura e/o della scienza, così come per ottenere un certo successo, sia legato all’intelligenza. Più si è intelligenti (sempre che ci sia una definizione definitiva e universale del concetto di intelligenza) maggiori saranno i risultati.  Almeno questo è ciò che pensava lo psicologo Lewis Terman, lo stesso inventore della famosa scala di intelligenza Stanford. Quest’ultimo selezionò un numero notevole di ragazzi sulla base di un punteggio altissimo ai test di intelligenza e li seguì fino all’età adulta. La sua ipotesi partiva dal presupposto che un QI altissimo fosse predittivo di un successo futuro. La sua ipotesi fu smentita poiché la stragrande maggioranza dei suoi piccoli geni raggiunse livelli normali, paragonabili ai non geni. La cosa interessante è che tra i suoi scarti, perché con un QI troppo basso e quindi esclusi dalla sua ricerca, ci furono due futuri premi Nobel per la fisica. Un esempio, quindi, di ipotesi completamente invalidata. Il QI non è correlato con il successo. Più di recente lo psicologo Kou Murayama ha effettuato uno studio su più di tremila bambini considerati molto capaci in matematica per cercare di capire quanto il loro QI potesse influire sulle loro capacità di apprendimento. Egli evidenziò che il fattore determinante nei loro risultati e sui loro apprendimenti futuri era dettato non dal QI, ma dalla loro forte motivazione e dalla stima nelle loro capacità. Elementi che per definizione sono di certo influenzati dall’ambiente (famiglia e insegnanti). Quando ci troviamo davanti ai cosiddetti bambini prodigio la prima cosa da fare per capire come funziona la loro mente, quindi, non è quella di assumere un atteggiamento improntato a meraviglia e contemplazione, ma di cercare di conoscere il loro ambiente, la loro personalità e il più delle volte, la personalità dei loro genitori.

Questo ci porta all’ultima valutazione di questa trattazione, ossia quella dei “vantaggi cumulativi” cui i cosiddetti talentuosi vanno incontro. In un passo del vangelo di Matteo si legge: “Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”. Sì, è esattamente ciò che accade quando si scopre che qualcuno è un po’ più bravo di un altro. L’Effetto Matteo, così definito dal sociologo Robert Merton.

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Robert King Merton (1910-2003).

A quanti è capitato a scuola o in una competizione sportiva, di aver visto dare maggiori attenzioni a chi dava l’idea di saperne un po’ più di noi o che è riuscito a segnare più goal durante una partita di calcetto, o fare più canestri ecc.? E quanti si saranno chiesti se il percorso fatto fare a chi ci ha superati per un pelo (e che li ha portati a diventare uomini e donne di successo) non avrebbe portato anche noi verso gli stessi livelli? Probabilmente con lo stesso percorso sarebbe successo, ma abbiamo avuto la sfortuna che qualcun altro al posto nostro abbia avuto una serie di vantaggi cumulativi scaturiti dalla prima impressione positiva che ha dato. Uno scienziato che ha giù pubblicato avrà maggiori attenzioni e sarà più favorito nel pubblicare altro, un attore che ha partecipato per caso (magari scelto solo perché carino) ad un film di successo avrà maggiori possibilità di essere ancora scelto fino a raggiungere livelli da Oscar. E questo non vuol dire che un suo compagno di provini, meno carino e scartato in quella occasione, non avrebbe raggiunto gli stessi livelli in condizioni più favorevoli. Chi ha vinto un campionato avrà maggiori vantaggi, in termine di scelte e di allenamento, e così via in ogni campo, sia sportivo, che culturale ed economico.

E le ricerche che hanno cercato di trovare correlazioni tra fisiologia (grandezza del cervello, genetica, orecchio assoluto, ormoni ecc) e genio? Beh, hanno trovato correlazioni, ma non certo rapporti causa-effetto. Se consideriamo che la stessa architettura del cervello cambia in base all’esperienza e agli stimoli, allora che utilità c’è nel sapere se il cervello di Einstein fosse più grande o meno rispetto alla norma? Uno studio ha addirittura evidenziato che le aree di quella porzione di cervello adibita all’utilizzo delle dita in un gruppo di talentuosi violinisti erano più sviluppate, dal momento che il loro addestramento erano iniziato in età precoce, quindi tale caratteristica era più la conseguenza che la causa di quell’abilità. Anche la ricerca del gene del genio ha dato risultati negativi come evidenziato da un studio del King’s College London che ha confrontato il genoma di 1409 persone definite eccezionali (QI elevatissimo) con quelle di 3253 persone cosiddette normali.

Nell'immagine Armando De Vincentiis durante il CicapFest 2021 - Smart Marketing
Armando De Vincentiis durante la sua confereza sul “Mito del Genio” al CicapFest 2021.

Un discorso a parte va fatto sul mito che vede un profondo legame tra intelligenza, genio e   premio Nobel che, come evidenziato dal chimico e divulgatore Silvano Fuso nel suo testo Strafalcioni da Nobel, non è garanzia né di genio o né di intelligenza elevata.  Basti pensare ai Nobel come Richard Smalley e le sue credenze legate al creazionismo, Charles Richet e lo spiritismo, Alexis Carrel con l’eugenetica e i miracoli, Brian Josephson e il paranormale, Kary Mullis negazionista dell’AIDS e sostenitore dell’astrologia e, in epoca Covid, Luc Montagnier con le sue strampalate teorie su vaccini e virus. Il Nobel è solo il riconoscimento di un duro lavoro, non di una qualità straordinaria di chi lo riceve.

Raggiungiamo la fine di questo discorso, usufruendo proprio della testimonianza di un uomo di talento, a sostegno di quanto affermato Baudelaire scrisse:

Questo genio, se così si può definire quel germe, quell’estro che è proprio del grand’uomo deve, come l’apprendista saltimbanco, rischiare di rompersi mille volte le ossa in segreto prima di esibirsi. L’ispirazione non è che la ricompensa dell’esercizio quotidiano!

Possiamo, quindi, concludere affermando che il percorso di un genio non è qualitativamente diverso da quello del non genio o dal professionista comune, tranne che per un pizzico in più di ossessione, perseveranza e opportunità!

Per approfondimenti

 

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Il culto novax. Può una convinzione diventare una vera setta?


Da quando è cominciata la campagna vaccinale contro il Covid, un’altra la segue parallelamente ed è la campagna antivaccino perpetrata da un sempre più folto gruppo di persone che sembra abbiano fatto una vera e propria ideologia antiscientifica, mettendo nel calderone tutto ciò che dalla ricerca scientifica derivi. Ogni link tratto da siti di disinformazione, ogni affermazione effettuata da ben noti medici di propaganda pseudoscientifica, vengono utilizzati come baluardi a sostegno di una propria convinzione che, oggi, va ben oltre la semplice paura o la semplice (si fa per dire) disinformazione o ignoranza scientifica.

In più occasioni ho evidenziato come il negazionismo sull’efficacia dei vaccini anticovid e su tutto ciò che la scienza ha evidenziato possa essere una sorta di difesa contro una paura personale: negare l’evidenza di ciò che più temiamo porta ad annullare “magicamente” l’oggetto delle nostre paure. Un meccanismo già descritto da Freud ben più di 100 anni fa, ma che si evidenzia in modo palese oggi, davanti ad un’emergenza mondiale dinanzi alla quale, nonostante l’elevato numero di morti, di malati e di contagi, c’è chi continua a dire: “E’ tutto un bluff”. Davanti ad una negazione di una realtà così evidente, appare chiaro che debbano esserci meccanismi psicologici disfunzionali di fondo, probabilmente legati ad una profonda paura, a sua volta negata e trasformata in negazionismo.  Ma la propaganda novax sta andando ben oltre: si costruiscono veri e propri siti web ad hoc con il solo scopo di raccogliere o addirittura creare notizie che vadano controcorrente, facendo riferimento a fonti prive di valore scientifico, modificando interviste e/o stravolgendo ciò che alcuni medici affermano.

Nella foto una folla novax manifesta contro le restrizioni - Smart Marketing
Photo by Ehimetalor Akhere Unuabona on Unsplash.

L’idea che sembra prender piede è che si stia creando una vera e propria propaganda ideologica antiscientifica che si può paragonare a dei veri e propri culti settaristici.

Luigi Corvaglia, psicoterapeuta e membro del (FECRIS) European Federation of Centres of Research and Information on Cults and Sects e autore del saggio No Guru” ritiene che: La diffidenza nei confronti della medicina “ufficiale” non è una novità e perfino l’esistenza della peste fu messa in dubbio nel Medioevo. Già al loro primo apparire furono in molti a diffidare dei vaccini. Senza andare così lontano, l’epidemia di Spagnola nel 1918 vide la prima ondata di “no mask” della storia. Questo scetticismo può definirsi un “sintomo” e, da solo, non può dirsi espressione di appartenenza ad un culto, quanto di tratti di personalità caratterizzati da eccessiva precauzione o diffidenza, talvolta di vera e propria paranoia, al limite di contagio sociale. Quello a cui invece stiamo assistendo adesso è il coagularsi nelle medesime persone di una costellazione di segni e di sintomi che possiamo definire una “sindrome”. Fra questi segni c’è il credere a una gran mole di teorie anche lontane dal tema della salute e che investono la società ed il mondo nel suo complesso, perfino la storia, in una costruzione cospirazionista che cresce inglobando ogni teoria “alternativa” in una elaborazione dalle caratteristiche gnostiche… Parlare con un novax odierno non significa discutere dell’efficacia dei vaccini, ma quasi sempre della realtà dell’epidemia, magari del ruolo della tecnologia 5G nel piano ordito dai Poteri Forti e del progetto di Bill Gates di sterminare la popolazione mondiale. Si può arrivare anche a QAnon e ai pedofili satanisti contro cui lottava Donald Trump. Capite che medicina ed epidemiologia sono territori lontani. È molto più vicino l’esoterismo….

Lo stesso Corvaglia utilizza il termine “setta” e lo fa in questi termini: egli parla di “settarismo pulviscolare” per definire la diffusione e la costante reciproca inseminazione fra sub-culture aggressive a cui mancano i classici confini rigidi dei “gruppi ad altro controllo” volgarmente detti sette (e che possiamo definire “culti analogici”), ma che sono egualmente escludenti il mondo dei non credenti e che non necessitano di frequentazione fisica di luoghi e persone. Possiamo definirli “culti digitali”. L’essere pulviscolari deriva dall’essere costituiti da individui che convergono in sciami digitali muta-forma e non in definiti schemi discreti, in più dall’essere interstiziali, cioè occupando ogni anfratto sociale, come la polvere.    

Sembra, quindi, che si abbia a che fare con una sorta di setta virtuale e/o digitale che si autorinforza mediante uno scambio continuo di false informazioni e di ideologie di pseudolibertà che vengono condivise tra gli “adepti”. Una setta virtuale che trova il suo momento di aggregazione reale nelle varie manifestazioni contro le scelte del Governo.

Ma qual è il livello culturale dei partecipanti?

A tal proposito la dottoressa Lorita Tinelli, psicologa clinica e criminologa, fondatrice del CeSAP (Centro Studi Abusi Psicologici) afferma che chi aderisce a tale ‘settarismo pulviscolare’ non sempre è una persona “ignorante”, ma di sicuro non possiede una preparazione specialistica, possibilmente di tipo logico-analitica. Aderisce ad una forma di relativismo cognitivo, secondo cui ogni forma della scienza sarebbe un’opinione e porta avanti la sua verità, non tanto per affermare ciò in cui crede, ma per affermare la sua stessa persona. Lantian ed altri (2017) in un articolo dal titolo “I know things they don’t know: the role of need for uniqueness in belief in conspiracy theories” (So cose che loro non sanno!: Il ruolo del bisogno di unicità nella credenza nelle teorie del complotto) evidenzia i risultati di una ricerca secondo cui esistono due fattori che portano ad aderire a teorie cospirazioniste: l’incertezza e il bisogno di sentirsi unici e speciali. Secondo questi studiosi, i tratti di personalità del cospirazionista sono una marcata sfiducia e la tendenza alla manipolazione, ovvero la persona è talmente concentrata sui propri interessi da mostrarsi indifferente ai bisogni altrui, giungendo a manipolare la realtà per ingannare il prossimo e raggiungere l’obiettivo prefissato.

Nella foto due manifestanti novax mascherati, protestano contro le restrizioni - Smart Marketing
Photo by Ehimetalor Akhere Unuabona on Unsplash.

In pratica più che l’istruzione è il sistema percettivo di elaborazione delle informazioni e la personalità che entra nel merito delle scelte novax, infatti Tinelli aggiunge che si tende ad avere caratteristiche cognitive e di personalità che portano a sentirsi migliori degli altri, tanto da sentirsi legittimati a calpestare gli altrui diritti e a svilire il prossimo. Il novax assume la certezza della conoscenza e mai il dubbio della non conoscenza, teme di essere danneggiato da qualcosa che non può capire e non ricerca attivamente teorie alternative, ma si ferma alla prima che possa sostenere la causa e soddisfare il proprio convincimento e dà la sensazione all’altro di conoscere la Verità, nonostante questa non possa essere supportata dai fatti, da relazioni cause-effetto dimostrabili. Non è mosso da alcun dubbio, quanto dalla certezza di possedere una Verità che lo porta a sentirsi più illuminato, più saggio, più informato rispetto agli altri che vengono, a suo dire, imbrogliati dal Sistema dei Potenti.

In altre occasioni ho evidenziato come la stessa comunicazione, purtroppo anche contraddittoria da parte di alcuni organi di informazione, abbia creato quello che gli studiosi delle relazioni chiamano “doppio legame” ossia una dinamica a causa della quale una comunicazione è subito contraddetta da un’altra, creando quindi confusione e atteggiamenti paranoici del tipo “qualcuno nasconde qualcosa” e, di conseguenza, una modalità paranoica all’interno della quale tutto ciò che viene detto è visto con sospetto e diffidenza. Tuttavia la cosa strana è che questa diffidenza sembra più orientata verso ciò che deriva dalla scienza e dalla ricerca seria, piuttosto che dalla propaganda pseudoscientifica.

A tal proposito Corvaglia evidenzia che: il nostro pensiero non è guidato dalla razionalità. Il suo sistema di default è primitivo ed emotivo, prono alle fallacie logiche definite bias che tendono a difendere le nostre teorie. Fra queste, grande importanza ha l’”effetto dotazione” (bias di costo). Significa che nessuno vuole svendere ciò che gli è “costato” molto in termini di investimento emotivo, di tempo, di studio, ecc. Figuriamoci se quello che abbiamo costruito è il senso del mondo! Abbandonarlo ci porterebbe allo smarrimento. Ecco che ogni tentativo di controbattere con le armi della logica comporta un “backfire effect”, cioè un aumento della cintura difensiva della teoria che si cerca di colpire. 

E’ facile osservare come novax e complottisiti in genere, proprio come accade tra chi appartiene ad una setta o chi la dirige, aderiscano il più delle volte a teorie pseudoscientifiche spesso anche in contrasto tra loro, perché ciò che conta è che siano controcorrente, non che siano coerenti o che non sfiorino il ridicolo. Esiste un vero e proprio rinforzo reciproco dettato dalla denigrazione di chi aderisce alla scienza, da loro definita “ufficiale”, e dall’elogio di chi da quest’ultima abbia preso le distanze. Ci si complimenta addirittura con chi ha avuto il coraggio di “pensare con la propria testa” gratificandolo con una sorta di vero e proprio “love bombing” cognitivo. Più aumenta la gratificazione “intellettuale” che deriva da questo riconoscimento da parte degli alternativi o di chi, come evidenziato, crede di essere illuminato, maggiore è il senso di appartenenza al gruppo e il radicamento nelle proprie idee.

Nella foto manifestamti novax con cartelli contro i media - Smart Marketing
Photo by Trey Musk on Unsplash.

Lorita Tinelli cita il testo dello storico Marco Ciardi “Breve storia delle Pseudoscienze”nell’evidenziare come le discipline pseudoscientifiche abbiano la caratteristica di rimanere sempre uguali a se stesse, ovvero non comprendono un’evoluzione della conoscenza e si rifanno ad una concezione del sapere di tipo magico nella cui autorità e tradizione contano più di qualsiasi cosa. Questo fa di loro un campo rassicurante, in cui si mescolano vari argomenti: dall’uso di medicine ‘complementari’, alla propaganda contro i vaccini, dalla negazione del cambiamento climatico, all’avversione agli ogm, passando per l’agricoltura biodinamica, etc etc. I bias mentali su cui tali convincimenti si basano inducono risposte irrazionali che possono dar vita a qualsiasi forma di fanatismo, di estremismo e di intolleranza.  Il novax in talune occasioni è un alternativo e rimane fermo sulla sua posizione esattamente come le discipline alternative.

Più volte abbiamo sentito dai media che il fenomeno novax sembra essere poco rilevante, ma visti gli effetti che sta ottenendo si tratta di una ridotta rilevanza dall’altissimo potenziale aggressivo. Infatti, come avviene nei culti settaristici, riesce, addirittura, a far insorgere anche molti che hanno già accettato in precedenza i consigli della scienza, facendoli reagire con sentimenti persecutori contro ogni scelta del Governo grazie ad un continuo bombardamento di immagini, fake news, video di pseudomedici che riportano teorie strampalate sul Covid e personaggi pubblici che si ribellano a fantomatiche dittature sanitarie. Una dittatura che, paradossalmente, vuole difendere la salute delle persone e fa il possibile per evitare di far contrarre una malattia che può avere esiti gravissimi.

Ringrazio Lorita Tinelli e Luigi Corvaglia per questa conversazione.

 

Nella foto Luigi Corvaglia - Smart MarketingLuigi Corvaglia

Psicoterapeuta, saggista e formatore. È stato presidente del CeSAP (Centro Studi Abusi Psicologici) ed è componente del direttivo, come anche del comitato scientifico, della FECRIS (European Federation of Centres of Research and Information on Cults and Sects).  È membro dell’Advisory Board della Open Mind Foundation (USA), dirigente psicologo presso il Dipartumento Dipendenze Patologiche dell’ASL Bari e collaboratore della cattedra di Medicina Legale e Criminologia dell’Università del Salento.

 

 

 

 

Nella foto Lorita Tinelli - Smart MarketingLorita Tinelli

Psicologa clinica e criminologa, iscritta all’albo dei Periti del Tribunale di Bari. Già collaboratrice del corso di Perfezionamento di Criminologia Generale Applicata e Penitenziaria dell’Università di Bari. Socia Onoraria dell’associazione La PEC – sezione Lecce (laboratorio di esame e contro esame permanente), Affiliata dell’American Psychological Association (APA). Fondatrice e attuale Presidente del Centro Studi Abusi Psicologici (CeSAP). Studiosa e autrice di diversi libri e articoli sulla manipolazione mentale.

 

 

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Il film 365 e le accuse di misoginia, sessismo e violenza: quando il film può essere un vero test proiettivo.


Il lavoro del critico, si sa, è quello di valutare la qualità di un’opera, in questo caso cinematografica, di interpretarne le dinamiche e/o di valutarne eventuali difetti o pregi, sia di forma che di contenuto.  Ma il lavoro del critico è anche un lavoro piuttosto creativo: egli talvolta scorge nelle trame e nei personaggi dinamiche psicologiche di cui gli stessi sceneggiatori sono ignari ed attribuisce al regista, in alcune occasioni, intenzioni che lui non si sarebbe mai sognato di esprimere. Magari queste intenzioni erano inconsce, ma se addirittura Freud spesso forzava la mano attribuendo ai pazienti intenzioni dettate da pulsioni sessuali recondite, figuriamoci se questo errore non viene commesso da chi di mestiere non fa di certo lo psicoanalista!

Lungi da me l’idea di mettere in discussione il creativo lavoro del critico, anzi la mia è quasi una lode a chi spesso è più creativo dell’oggetto stesso della sua critica, tuttavia ciò che voglio sottolineare è che in questo lavoro vengono spesso proiettate le proprie dinamiche psicologiche. Questo avviene in ognuno di noi mentre guardiamo un film e un critico, essendo prima di tutto uno spettatore, non è esente da questo meccanismo, per cui se parliamo di proiezioni psicologiche non stiamo parlando delle proiezioni del critico, ma dello spettatore in senso lato.

Nella foto l'attrice Anna Maria Sieklucka in una cena del film 365 - Smart Marketing
Anna Maria Sieklucka in una scena del film.

Un film che ultimamente ha suscitato critiche polemiche, che sta dando alla luce il suo sequel e ispirato proiezioni psicologiche è uno degli ultimi arrivati sulla piattaforma Netflix“365”, diretto dai registi Barbara Białowąs e Tomasz Mandes e interpretato da Michele Morrone e Anna Maria Sieklucka. Si tratta fondamentalmente della storia di un giovane boss mafioso che rapisce una donna, dalla quale è ossessionato, e le propone una sorta di dinamica perversa e “gentile” nello stesso tempo: se entro 365 giorni non si innamorerà di lui, la lascerà andare senza toccarla.

Il resto è solo un contorno la cui funzione è quella di sostenere questa perversa dinamica.

In sé già la presentazione dei personaggi la dice lunga su come evolverà la storia, poiché gli autori presentano immediatamente la complementarità dei due protagonisti. Lui un ossessivo dai tratti psicopatici che cerca l’amore della sua vita e ovvio, essendo un mafioso, non può mica cercarlo seducendo con il suo fascino una donna ad una festa di compleanno tra matricole universitarie, ma la costringe con la forza. Già questo fa storcere il naso ad alcuni critici che sembrano dimenticare che si parla, seppur in chiave erotica, di un personaggio di mafia e già questo mette lo spettatore in una condizione che lo allontana da pensieri di imitazione e/o esaltazione delle sue gesta. Lei invece è una donna frustrata sessualmente, trascurata dal suo fidanzato. Il regista ha già costruito i tasselli di due persone complementari destinate, nel bene o nel male, ad unirsi. Ma c’è chi, addirittura, ci ha visto un’istigazione al rapimento, alla violenza o addirittura un’esaltazione della misoginia.

Insomma, signori, tutti sanno che un film deve avere “un conflitto” su cui far reggere la sceneggiatura ossia una dinamica insolita, fuori dal comune, qualcosa che nella vita normale è considerata sbagliata, proibita e, ovviamente, illegale. Se non fosse così, andrebbero censurati tutti i film in cui i rapinatori la fanno franca e vivono, come da cliché, su un’isola tropicale sorseggiando pina colata e godendosi i soldi della rapina dinanzi al mare. Ma in questo film il rapimento della donna e la proposta di farla innamorare entro 365 giorni senza toccarla se non sarà lei a decidere, non vuole affatto dare ad intendere che basti rapire una donna per farla innamorare, come alcuni critici hanno voluto sottolineare. Il rapimento è solo una scusa bella e buona per creare una dinamica che veda insieme la classica vittima e il classico carnefice, dove è la vittima che decide, in realtà, come dirigere la relazione.

Qualcosa gli autori dovevano inventarsela, no?

Se in un film si vuole dar vita ad un carnefice (che poi non lo sarà più di tanto) bisogna creare un contesto adatto, e quello del rapimento è una delle strategie possibili per creare il conflitto. Chi dovesse davvero sentirsi istigato a commettere un atto del genere o ad imitare le gesta di questo mafioso, probabilmente, avrebbe seri problemi a rapportarsi con la realtà e avrebbe già tendenze criminali, senza necessitare dei suggerimenti di qualcun altro, addirittura di un film.

E la misoginia per la quale il film è stato accusato?

Da un punto di vista prettamente clinico, ho imparato che il misogino odia le donne e in questo film c’è tutt’altro. Possiamo parlare di possessione patologica, ossessione di sicuro, ma l’attrazione ossessiva che nutre il protagonista verso la protagonista può essere definita misogina solo da chi non ha idea del senso clinico del termine.

Nella foto una scena del film 365 con Michele Morrone e Anna Maria Sieklucka - Smart Marketing
Una scena del film 365 con Michele Morrone e Anna Maria Sieklucka.

Ma veniamo al “sessismo”, e anche qui c’è bisogno di qualche precisazione lessicale.

In questo film non c’è alcuna discriminazione sessuale. Abbiamo una donna rapita che, come ovviamente accadrebbe nella realtà, si ribella, ma non si intravede alcuna forma di discriminazione, che sarebbe peraltro anche inutile sotto l’aspetto narratologico; l’unica cosa che spicca è che la vittima comincia un gioco sottilmente perverso. Il messaggio, oserei dire scontato, che è presente in tutti i film in cui c’è un gangster potente è che tutti i personaggi, uomini e donne che siano (e quindi senza distinzioni di genere), fanno ciò che il boss comanda solo perché hanno paura e non perché la ritengano cosa giusta. Magari possono non piacere le perversioni o le scene di sesso, ma questa è un’altra storia nel merito della quale non mi interessa entrare. Un film ha una trama che può piacere o meno e l’unica cosa che si possa fare è decidere se vederlo oppure no.

Quando in apertura ho parlato di proiezioni, evidenziavo come un essere umano possa vedere in un film dinamiche che appartengono al proprio immaginario, determinato dalla sua educazione, dalle sue esperienze, da credenze radicate nel tempo e, perché no, da qualche trauma.

In quante occasioni, vedendo un film in cui apparivano dei criminali, alcuni si sono identificati nella parte del poliziotto e altri in quella del rapinatore? Ci siamo chiesti il perché di queste differenze dinanzi alla stessa pellicola? Alcuni, di sicuro, hanno scelto in base alla simpatia che suscitava in loro il protagonista. Molte volte abbiamo parteggiato per il cattivo solo perché interpretato dal nostro attore preferito, ma, in altre occasioni, il fatto di sostenere il poliziotto o il criminale è determinato da esperienze passate che ci hanno in qualche modo segnato.

Ad esempio se una persona ha subito un torto da parte di un’istituzione che, magari per qualche errore, si è accanita contro di lei sotto l’aspetto giudiziario, facilmente conserverà un senso di rancore verso ogni forma di giustizia, come rappresentante di quella che tanto l’ha fatta soffrire, e più facilmente si identificherà nel criminale del film e parteggerà per lui. Di contro, chi ha subito una violenza, un furto ecc proverà rancore, e giustamente, verso i criminali ed ecco che, nello stesso film, vedrà con occhi diversi il rapporto tra la polizia “buona” e il criminale “cattivo”, sperando che quest’ultimo non la faccia franca. Ogni spettatore, compreso un critico, porta con sé le proprie esperienze, sono queste ad averlo forgiato, ad aver suscitato in lui convinzioni radicate e/o addirittura ideologie. In un film in cui il tema centrale è il sesso è improbabile che non emergano dinamiche psicologiche profonde in cui sentimenti di perversione, moralismo, pregiudizi facciano sentire la loro forza. Chi è attratto dalla perversione si concentrerà sulla relazione dei protagonisti, chi invece è un moralista si concentrerà sul contorno, allo scopo di vedere ancora più torbido il tutto e farne oggetto di critica.

Nella foto le 10 tavole del test di Rorscahch - Smart Marketing
Le 10 tavole del test di Rorscahch.

Proprio come avviene nei più popolari testi proiettivi, come il Test di Appercezione Tematica o come il famosissimo test di Rorscahch, nonostante gli sforzi del regista, ognuno vedrà quel che vuole e diventerà il co-regista di una storia completamente nuova la cui trama è scritta a quattro mani tra lo sceneggiatore animato da tecnica e creatività e lo spettatore animato dalle sue esperienze e convinzioni. Nel classico testo di Massimo Ammaniti e Daniel Stern “Rappresentazioni e narrazioni” è ben spiegata questa dinamica proiettiva dei lettori in ogni genere letterario.

Perché ho scelto “365” come esempio?

Perché è uno dei film più visti e controversi dell’ultima stagione, perché sta per uscire il suo sequel e che, di sicuro, porterà con sé le stesse polemiche e le stesse dinamiche proiettive, si perché è un film che ben si presta alle proiezione di cui parlavo e anche perché conosco personalmente il protagonista che mi ha dato una marcia in più per capire più da vicino il contenuto del film.

 

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Vaccini: sperimentazione o prevenzione?


Dopo il boom, infondato, dei vaccini che provocano l’autismo ora, in epoca di COVID, altri miti aleggiano con forza ovunque, soprattutto sui social e, cosa grave,vengono condivisi come delle verità scontate senza che abbiano il minimo fondamento. Ovviamente ancora una volta al centro dell’attenzione generale ci sono i vaccini anti COVID.

Tutto ciò che di negativo si possa affermare su questi vaccini è anche utilizzato come baluardo contro ogni argomentazione orientata a far aderire la popolazione adulta a campagne vaccinali onde evitare l’infezione o meglio i sintomi più gravi di quest’ultima.

Ed è proprio di questo che discutiamo con la dottoressa Graziella Morace, virologa ed esperta di vaccini, già Primo ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità, con la quale esaminiamo punto per punto ogni mito legato alla pericolosità dei vaccini e alla loro utilità.

Ciò che aleggia con forza sui social è la questione del cosiddetto siero sperimentale, ossia sono così definiti i vaccini che oggi si stanno utilizzando per la prevenzione della COVID. Perché vengono definiti tali e cosa c’è di scorretto in questo?

Per prima cosa vorrei chiarire che siero e vaccino non sono sinonimi, ma sono due cose diverse. Il siero è la componente liquida del sangue e come tale può contenere anticorpi e può essere usato per trasferire passivamente l’immunità verso un dato microrganismo da una persona immune ad una non immune. Somministrando un vaccino, invece, il sistema immunitario del ricevente è sollecitato a produrre autonomamente una risposta.

Per tornare alla domanda, i vaccini anti COVID attualmente utilizzati non sono vaccini sperimentali, ma prima di essere messi in commercio sono stati testati secondo i protocolli internazionali stabiliti per ogni vaccino per uso umano.

Tra i tanti timori di cui si discute c’è che i vaccini anti COVID siano stati elaborati troppo in fretta rispetto agli altri vaccini esistenti e questo li rende meno sicuri. Come stanno davvero le cose?

Effettivamente lo sviluppo dei vaccini antiCovid è stato molto veloce, tuttavia non è stata saltata alcuna tappa nel controllo della loro sicurezza e non è stato fatto nessuno “sconto” da parte delle Autorità regolatorie.Come per tutti i vaccini, le prove sull’uomo sono state precedute da studi in vitro e sugli animali, poi i candidati vaccini sono stati testati per la sicurezza e l’immunogenicità su volontari in diverse tappe, partendo da poche decine di persone per arrivare a decine di migliaia. L’accelerazione è stata possibile grazie ad anni di ricerche su virus simili e sullo sviluppo di metodi più rapidi per produrre vaccini; sono stati inoltre stanziati enormi finanziamenti che hanno consentito alle aziende di acquistare le strumentazioni più all’avanguardia e di arruolare gli scienziati più validi; inoltre data l’elevata circolazione del virus, la disponibilità continua di persone esposte all’infezione ha permesso di avere rapidamente risultati sull’efficacia dei vaccini e non è stato necessario aspettare molto tempo, come avviene invece di solito. Infine, le Autorità regolatorie sono intervenute più rapidamente, analizzando i dati man mano che venivano prodotti, risparmiando così ulteriore tempo.

Nella foto la virologa Graziella Morace - Smart Marketing
La dottoressa Graziella Morace, protagonista dell’intervista di Armando De Vincentiis.

Siamo davvero ancora sotto sperimentazione? Sui social circola l’idea che la fase di sperimentazione dei vaccini non sia finita e che la popolazione stia facendo da cavia allo scopo di completare questa fase. in che modo rassicurare la gente che le cose, in realtà, non stanno così?

Per ogni farmaco e vaccino dopo la commercializzazione viene svolta un’attività di controllo permanente, chiamata farmacovigilanza che permette, in particolare, di identificare potenziali eventi avversi rarissimi, che si possono verificare in pochissimi casi su milioni di vaccinati. Purtroppo nel caso dei vaccini antiCovid la parola farmacovigilanza ha alimentato in molti l’idea che questa attività sia una fase di sperimentazione in cui la popolazione viene coinvolta e utilizzata come cavia. Naturalmente non è così, perché si tratta di una attività di routine che viene svolta costantemente, anche per vaccini ormai in circolazione da anni come,ad esempio, quello antimorbillo e quello antiparotite.

Modifiche al DNA ed effetti incontrollabili a lungo termine sono altre argomentazioni di chi teme di sottoporsi alla campagna di prevenzione della Covid. Da dove nascono questi timori e perché non prenderli in considerazione?

Alcuni temono che i vaccini ad mRNA contro la Covid siano “una terapia genica sperimentale”. In realtà una terapia genica è un processo con cui del materiale genetico (DNA o RNA) viene inserito all’interno delle cellule per consentire di curare una malattia senza intervenire con farmaci o interventi chirurgici. I vaccini contro la Covid-19, invece, non modificano il DNA delle persone, perché l’mRNA dei vaccini rimane per brevissimo tempo nel citoplasma della cellula e non entra nel nucleo cellulare, perciò non interagisce con il DNA.

Tutte le prove disponibili sono a favore della sicurezza dei vaccini antiCOVID, anche a lungo termine. Al contrario, si stanno accumulando sempre più prove che mostrano come la Covid sia una patologia multiorgano che può lasciare effetti a lungo termine, la cosiddetta Long Covid. Numerose persone, anche tra quelle che hanno avuto la malattia in forma lieve, presentano problemi a livello fisico (dolori muscolari e articolari e affaticamento), neurologico (difficoltà di concentrazione e attenzione, perdita di memoria, mal di testa, insonnia) e psichiatrico (sindrome da stress traumatico),per oltre 6-8 mesi dalla negativizzazione. 

Da quando si parla di varianti sui media è nata l’idea che sia proprio la campagna vaccinale a favorirne la nascita, come una sorta di tentativo del virus di sopravvivere ai vaccini. Funziona davvero così?

Il concetto che i vaccini inducano il sorgere di varianti virali nella popolazione di SARS-CoV-2 è privo di fondamento. In realtà, invece, le varianti virali capaci di sfuggire alla risposta immunitaria sono selezionate proprio dalla pressione del sistema immunitario sul virus. Infatti quando il virus della Covid si replica all’interno di una cellula, ogni volta che viene generata una nuova copia del suo RNA c’è la possibilità che si verifichi casualmente un errore, ovvero una mutazione. Le mutazioni casuali che danno alla variante virale maggiori probabilità di resistere all’attacco del sistema immunitario prendono il sopravvento sulle altre.

Non c’è differenza tra l’immunità indotta da un vaccino e quella successiva all’infezione, quindi anche se non vaccinassimo emergerebbero comunque nuove varianti.La grande differenza è invece che, lasciando il virus libero di circolare, la comparsa di ogni nuova variante avrebbe come conseguenza un numero elevato di malati gravi e morti.

Nella foto una cavia da laboratorio - Smart Marketing
Foto di Tibor Janosi Mozes da Pixabay.

Si afferma che molti vaccinati stiano risultando positivi al COVID e che questo renda inutili i vaccini. Facciamo chiarezza tra infezione e gravità dei sintomi della malattia e l’azione dei vaccini su quest’ultima?

Nonostante nei Paesi dove i vaccini anti Covid sono stati somministrati su larga scala il numero di ospedalizzazioni e decessi sia drasticamente calato, quello che fa notizia sono le infezioni tra i vaccinati e questo ha purtroppo il risultato di aumentare l’indecisione nelle persone.

Intanto, per cominciare, bisogna chiarire che si definisce “completamente vaccinata” una persona che abbia ricevuto la seconda dose di vaccino (o l’unica, per Johnson & Johnson) da almeno due settimane. Se il contagio avviene prima di questi termini, non si può parlare di “infezioni nei vaccinati”.

Inoltre già sappiamo che la vaccinazione antiCOVID, come accade per tutte le vaccinazioni, non protegge il 100% degli individui vaccinati. Se si effettua il ciclo vaccinale completo, protegge all’88% dall’infezione, al 94% dal ricovero in ospedale, al 97% dal ricovero in terapia intensiva e al 96% da un esito fatale della malattia.

Comunque la maggior parte delle infezioni tra i vaccinati è asintomatica e  la carica virale (cioè, semplificando, la quantità di virus presente nell’organismo) è molto inferiore rispetto ai non vaccinati e quindi la probabilità di contagiare gli altri molto bassa. Le infezioni con sintomi dopo il ciclo vaccinale completo sono molto rare. 

Come sostegno alle argomentazioni antivaccino viene spesso riportata l’opinione di qualche autorevole medico che sconsiglia il vaccino sostenendo le argomentazioni che abbiamo discusso qui. Perché accade questo? A quali fonti fanno riferimento questi medici? Eccesso di precauzione? Opinione personale o studi in merito? 

La diffusione di teorie complottiste da parte dei medici ha un effetto doppiamente negativo rispetto a quelle di un complottista qualunque, perché un’affermazione fatta da persone che sono ritenute esperte nel campo ha un peso non indifferente sull’opinione pubblica.

Perché vi siano alcuni medici che diffondono false informazioni sul virus e sul vaccino è una domanda a cui non è facile rispondere.

Immagino che in alcuni casi si tratti semplicemente di presunzione (grave, perché mette a rischio la salute pubblica) o di mania di protagonismo: per il solo fatto di essere un medico, si pensa di poter di padroneggiare tutte le branche della medicina e della biologia, non considerando che la virologia e l’immunologia sono due campi in continua evoluzione e non basta un’infarinatura per poterne discutere con competenza. Anche l’epidemiologia è una materia che non viene generalmente molto approfondita nel curriculum di studi di un medico.

In altri casi potrebbe darsi che un medico che non sa abbastanza di virologia e immunologia provi ansia verso i vaccini come qualsiasi altra persona e per questo motivo tenda a sconsigliarli ai pazienti, per eccesso di precauzione.

Purtroppo esistono anche alcuni casi vergognosi di medici che sconsigliano i vaccini allo scopo di guadagnare, proponendo cure e trattamenti alternativi, non curandosi di mettere in pericolo la salute di coloro che seguono i loro suggerimenti.

 

Nella foto la virologa Graziella Morace - Smart Marketing
Graziella Morce è laureata in scienze biologiche e specializzata in virologia. Ha svolto la sua attività lavorativa come Primo ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità studiando la biologia molecolare dei virus.  Inoltre, per più di dieci anni si è occupata della valutazione della qualità e sicurezza dei vaccini per uso umano. È socio attivo del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (CICAP), per il quale svolge attività di divulgazione.

 

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Gli imperdibili 4° appuntamento: 4 libri per lettori curiosi scritti dai nostri collaboratori


Eccoci di nuovo insieme con il 4° articolo di suggerimenti per le letture, da regalare e regalarvi, in queste festività natalizie 2020, questi sono “forse” gli ultimi libri che potete ancora acquistare per voi e per gli altri prima dell’Epifania, che, come recita il detto, ogni festa si porta via.

Per questo , ed ultimo appuntamento de “Gli Imperdibili” abbiamo scelto di parlarvi di 4 saggi scritti da altrettanti esperti accumunati dal fatto di essere tutti nostri importanti collaboratori, che sono, in rigoroso ordine alfabetico: Fiorella Campagna, Ilaria Caroli, Armando De Vincentiis e Domenico Palattella. Gli argomenti in cui spaziano i quattro libri sono i più disparati, ma tutti interessanti ed approfonditi, trattati con un piglio divulgativo ma non semplicistico.

Sono 4 saggi perfetti da regalare ad un lettore curioso ed attento al mondo che lo circonda e siamo sicuri che se deciderete di donarli, magari per l’Epifania, farete certamente un figurone.

Quindi bando alle ciance, se siete pronti, cominciamo!

 

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Creare i presupposti per influenzare, sedurre, e persuadere chi vuoi

Autore: Fiorella Campagna

Editore: Independently published

Anno: 23 ottobre 2019

Pagine: 143

Isbn: 9781702091237

Prezzo: € 15,50

 

La comunicazione interpersonale, anche in tempi di social network e pandemia, con regole di distanziamento sociale e riunioni in videochat, rimane una delle discipline più importanti che bisogna conoscere e padroneggiare. Ancora di più se il nostro lavoro, ma quale lavoro non lo è, ci porta ad avere frequenti scambi e interazioni faccia a faccia con altri esseri umani.

D’altronde non sta a me ripeterlo, ma il principale e più famoso assioma della comunicazione, postulato già nel 1967 dal più eminente esponente della Scuola di Palo Alto, Paul Watzlawick, recita che “è impossibile non comunicare”.

Fiorella Campagna, Imprenditrice, consulente di marketing e comunicazione, esperta di persuasione e comunicazione interpersonale, con una formazione ed esperienze maturate anche all’estero, parte da presupposti simili a quelli di Watzlawick per spiegare in un volume agile ma approfondito come imparare a comunicare meglio, ed infatti già dal titolo questo saggio “Vince chi comunica meglio. Creare i presupposti per influenzare, sedurre, e persuadere chi vuoi”, dichiara i suoi intenti.

Nel libro Fiorella Campagna pone alcune domande al lettore:

Vuoi ottenere migliori performance professionali e relazionali?

Ti piacerebbe essere più convincente e riscuotere maggiore successo?

Desideri avere la capacità di orientare il comportamento altrui?

E cerca di rispondere spiegando che per diventare abili persuasori e seducenti conversatori non bisogna possedere doti innate o poteri soprannaturali, ma soltanto applicarsi e comprendere alcuni meccanismi del comportamento umano.

L’autrice spiega inoltre che benché tutti noi crediamo di essere autonomi e razionali nel prendere le nostre decisioni, più dell’80% delle nostre scelte avvengono in maniera istintiva, quindi comprendere i meccanismi della nostra mente, insieme ai condizionamenti sociali, le tradizioni e la cultura che permeano le nostre vite ci consentirà di comunicare meglio e persuadere efficacemente, senza correre il rischio di apparire insistente o peggio manipolatore.

“Vince chi comunica meglio. Creare i presupposti per influenzare, sedurre, e persuadere chi vuoi” di Fiorella Campagna insegna tutte quelle capacità necessarie, quegli accorgimenti e quelle astuzie utili a farci dire di sì; e rappresenta altresì un agile compendio sulla comunicazione interpersonale per il lettore già smaliziato ed una valida introduzione a studi di comunicazione più complessi ed approfonditi, utile per il lettore alle prime armi. Il tutto senza inutili tecnicismi e con un linguaggio chiaro e ricco di esempi. Un libro perfetto per comprendere uno dei “comportamenti” – perché la comunicazione è un comportamento – che più ci definisce come esseri umani.

 

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Strategie per convertire i contatti in clienti

Autore: Ilaria Caroli

Editore: Franco Angeli

Anno: 14 novembre 2019

Pagine: 144

Isbn: 9788891789365

Prezzo: € 20,00

 

Vi ricordate le proteste contro la pubblicità televisiva di metà degli anni ’80 del secolo scorso?

La discesa in campo del Cavaliere Silvio Berlusconi, con le sue reti private, aveva agitato non solo la politica, ma pure il mondo culturale italiano. La storia è nota: le televisioni private, con nessuna altra entrata se non quelle derivate dalla pubblicità, interrompevano sovente i loro programmi tv, ma anche i film, con vari blocchi di spot, che erano colpevoli, secondo i detrattori, di spezzare la visione dei film, che non erano semplici programmi, ma vere opere d’arte. La campagna contro gli spot televisivi fu aspra e generalizzata e portò anche ad un Referendum popolare al grido di: “Non si interrompe un’emozione”, manco a farlo apposta un celebre slogan coniato dal famoso regista Federico Fellini.

Per la cronaca, al Referendum votarono oltre 27 milioni di Italiani, di cui il 55,7%, pari a 15 milioni di votanti, si espresse per il NO, consentendo una storica vittoria delle televisioni private e, di fatto, la loro sopravvivenza.

Perché vi ho raccontato questa storia?

Perché secondo me è perfetta per introdurre il libro scritto dalla nostra contributor Ilaria Caroli, “Inbound marketing. Strategie per convertire i contatti in clienti”, che affronta l’annoso problema di come convertire “semplici” contatti in “autentici” clienti.

Perché, se pure la campagna contro le TV private della metà degli anni ’80 del secolo scorso fosse in parte ideologica, aveva posto l’accento su un problema connaturato alla pubblicità, che neanche con la rivoluzione di internet, e quindi con il cambio dei mezzi di comunicazione e delle strategie, sembra risolto: gli spot, anche su web e social network, continuano ad “interromperci” e in una certa misura a “disturbarci”.

Secondo Ilaria Caroli, che è una inbound marketing manager di lungo corso, formatasi professionalmente nelle migliori Digital Agency d’Italia progettando Campagne di Inbound Marketing per brand di diversi settori, dal B2B al B2C, l’unica strada da percorrere è quella di “attirare” i clienti creando contenuti di valore ed esperienze su misura per loro.

Creare contenuti di valore, ma saperli anche collocare in una campagna ad hoc, con una strategia ben pianificata, attraverso strumenti idonei e poi verificarne i risultati, sono gli elementi propri dell’Inbound marketing che l’autrice affronta in pagine dense di spunti ed esempi pratici per permettere sia al neofita di approcciare l’argomento e organizzare la propria campagna che all’esperto di trovare interessanti temi di approfondimento.

Il manuale “Inbound marketing. Strategie per convertire i contatti in clienti” di Ilaria Caroli, è pensato come uno strumento pratico e divulgativo da tenere sempre nella vostra borsa, a portata di mano, pronto ad aiutarvi nelle occasioni reali del vostro lavoro, che vi consentirà di fare marketing in un modo totalmente nuovo, incrementando le prestazioni delle attività e ottimizzando tempo e denaro. Un ottimo libro per tutti gli appassionati degli ultimi sviluppi del marketing.

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Cosa accade ai confini della morte?

Autore: Armando De Vincentiis

Editore: C’era una Volta Edizioni

Anno: 15 febbraio 2019

Pagine: 116

Isbn: 9788898295661

Prezzo: € 15,00

 

Ma veniamo ora ad un libro completamente diverso da quelli appena presentati.

Vi ricordate il film “Linea mortale” del 1990 di Joel Schumacher, con protagonisti Kiefer Sutherland e Julia Roberts?

Raccontava di un gruppo di medici specializzandi di una prestigiosa università americana che decidono di sperimentare “scientificamente” le esperienze di NDE (sigla dell’espressione inglese Near Death Experience, tradotta in italiano come Esperienza di Pre-morte), e provare o meno l’esistenza dell’aldilà.

Il film affronta il tema concentrandosi sul sentire comune, ma lo sviluppa secondo un’originale chiave di lettura.

Quanti di voi non hanno un congiunto, anche alla lontana, o un conoscente che non ha riferito delle esperienze di questo tipo, magari ascoltate da un parente lontano, con tutto il corollario fatto di tunnel di luce, sensazione di benessere, anime immortali e via discorrendo?

Come forse sapete, Armando De Vincentiis è, oltre che collaboratore storico della nostra rivista, anche un noto debunker del CICAP, il famoso Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, oltre che psicologo, psicoterapeuta e divulgatore scientifico, ed in questo suo ultimo saggio, “Sono morto! Anzi no! Cosa accade ai confini della morte?”, affronta uno degli aspetti più controversi della medicina, che chiama in causa sia componenti religiose che psicologiche.

Sono anni, ci spiega l’autore, che la scienza “ufficiale”, che poi è l’unica che conti per davvero, ci ha edotto attraverso numerosi studi pubblicati su diverse ed importanti riviste scientifiche che le esperienze NDE sono l’insieme di processi fisiologici, biologici e psicologici che possono verificarsi quando un essere umano viene, magari durante un’operazione, a trovarsi in una condizione critica, dove il corpo è magari inerte, il cuore fermo, ma non sia ancora sopraggiunta la morte celebrale. Capita che chi venga rianimato, e torni cosciente, riporti allora di “visioni” molto simili tra loro, a dispetto della razza, età, sesso, area geografica e livello d’istruzione del soggetto che le racconta.

Come è possibile tutto ciò?

Attraverso un racconto che si dipana fra casi clinici, referti medici e resoconti psicologici, l’agile saggio “Sono morto! Anzi no! Cosa accade ai confini della morte?”, di Armando De Vincentiis, accompagna il lettore nella corretta lettura di tutti quelli che vengono definiti “fatti incontrovertibili” ed invece, ad un’attenta analisi, si rivelano “chiacchiere” e/o dicerie di seconda o addirittura terza mano, senza nulla di neanche lontanamente attendibile. Una lettura “illuminante” che ci insegna, tra le altre cose, ad esercitare il nostro senso critico ed allenare il nostro raziocinio.

415fp2ay3nl-_sx353_bo1204203200_L’Italia del cinema dagli anni ’60 agli anni ’90

Mito, storie, curiosità

Autore: Domenico Palattella

Editore: Antonio Dellisanti

Anno: 2 dicembre 2019

Pagine: 592

Isbn: 9788898791521

Prezzo: € 25,00

 

C’è una storia che racconta perfettamente il nostro Paese e le trasformazioni sociali, politiche ed economiche che lo hanno attraversato dal dopoguerra alla fine del secolo, e del millennio, scorso. Non è il compendio di qualche erudito, o il saggio di qualche intellettuale, o l’opera definitiva in più volumi di uno storico dell’Accademia dei Lincei, no, la storia che meglio e più compiutamente ci racconta è quella del cinema.

Il cinema è stato in Italia una delle industrie culturali più importanti e remunerative di tutte e di tutti i tempi. Pure il regime fascista vide nel cinema l’arma più potente di tutte, quella che meglio di altre poteva edificare l’immaginario di un popolo e di una nazione. Ma è nel II dopoguerra, e soprattutto dalla fine degli anni ‘50 del secolo scorso, che il cinema italiano diventa davvero lo specchio dei tempi e la cartina di tornasole del Paese.

Per rendersene conto basta leggere il saggio “L’Iitalia del cinema dagli anni `60 agli anni `90. Mito, storie, curiosità” di Domenico Palattella, critico cinematografico dell’SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani) e collaboratore storico del nostro magazine. In questa vera e propria “antologia del cinema” l’autore prende in esame i 40 anni che hanno come punto di partenza e di arrivo due pietre miliari del nostro cinema: “I soliti ignoti” (1958), capolavoro di Mario Monicelli, che dà avvio alla strepitosa stagione della commedia all’italiana; e “La vita è bella” (1998), immenso capolavoro di Roberto Benigni, che simbolicamente conclude un vecchio e glorioso modo di fare cinema, ma conclude anche il ‘900 non solo cinematografico.

Il 1958 è anche l’inizio del boom economico di una nuova ventata di fiducia che investe la società italiana, ma è anche il periodo di massimo splendore del nostro cinema: da Hollywood vengono nella nostra Cinecittà a girare i kolossal americani e poi tutti in Via Veneto, per la vita mondana della Roma notturna, la Roma della Dolce Vita. Gli anni del boom sono il tema di molti film del periodo che contribuiranno a costruire e definire l’identità culturale e sociale degli Italiani.

“L’Italia del cinema dagli anni ’60 agli anni ’90. Mito, storie, curiosità” di Domenico Palattella è il libro giusto per tutti gli appassionati dell’arte cinematografica che vogliono esplorare e conoscere le pietre miliari, i passaggi storici e i personaggi emblematici di una delle cinematografie più gloriose ed importanti del mondo. Il volume è arricchito dagli interventi di altri due collaboratori del nostro magazine, Simona De Bartolomeo, che ha curato il saggio “La musica italiana degli anni ’80″, e da Raffaello Castellano, che ha curato la postfazione “Il Cinema italiano a cavallo del nuovo millennio”. Quindi il libro è davvero imperdibile.

Bene, con questo “pezzo” si conclude la lunga carrellata di articoli de Gli Imperdibili, che vi hanno fatto compagnia da più di un mese e che vi hanno suggerito ben 14 libri per i vostri acquisti o regali natalizi. Noi speriamo che le letture proposte vi siano piaciute, vi abbiano stimolato o incuriosito, noi ce l’abbiamo messa tutta per offrirvi un ampio e variegato ventaglio di proposte.

Continuate a seguirci, come già sapete nelle nostre pagine troverete sempre articoli interessanti sul marketing, la comunicazione e le nuove tecnologie, ma pure tante rubriche per allenare le vostre competenze trasversali.

Come d’abitudine, vogliamo lasciarvi con un’ultima citazione che vi inviti alla lettura, che rappresenta, sempre ed in ogni caso, uno dei migliori esercizi per “imparare” a pensare, e, fra le tante massime degne di chiudere questa serie di 5 articoli de “Gli Imperdibili”, mi pare che quella che abbiamo scelto sia una delle migliori. Con il rigore e l’acutezza che le sono propri, la grande scrittrice belga Amélie Nothomb ci dice quanto la lettura sia una delle pratiche più concrete per entrare in contatto con la realtà:

“Chi crede che leggere sia una fuga è all’opposto della verità: leggere è trovarsi di fronte il reale nella sua massima concentrazione, il che, stranamente, è meno spaventoso che avere a che fare con le sue eterne diluizioni.”

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Coronavirus: “clinicamente inesistente” è solo la comunicazione!


Una affermazione che ha suscitato molti dissensi sulla questione coronavirus è quella del professor Alberto Zangrillo, Primario anestesista del S. Raffaele di Milano, che ha ribadito in più di una intervista che il virus, responsabile dell’epidemia attualmente in corso in tutto il mondo, sarebbe “clinicamente inesistente” ribadendo, tuttavia, che non è scomparso il virus ma la sua manifestazione clinica.

Questo ci impone alcune riflessioni legate a quanto detto sia sotto l’aspetto comunicativo sia sotto l’aspetto tecnico. Di questo ne parlo con il professor Francesco Galassi paleopatologo della Flinders University e autore del saggio “Un mondo senza vaccini, la vera storia”.

https://www.youtube.com/watch?v=WCyTPbQFsd4

Domanda: Per un addetto ai lavori, o meglio chi si occupa di clinica sa perfettamente che esiste una differenza tra infezione e manifestazione clinica della stessa. Ma affermare ad un vasto pubblico di non addetti ai lavori che non c’è un rischio oggettivo potrebbe far passare un messaggio completamente scorretto come pare sia successo.  Se la maggior parte delle persone ha compreso che davvero il virus sia scomparso e non la sua espressione clinica, appare ovvio che c’è stata una comunicazione non proprio soddisfacente. Lei che ne pensa?

Risposta: Penso che il professore Zangrillo intendesse dire che nella sua casistica e in quella di colleghi con cui è in contatto le manifestazioni più gravi del morbo siano fortemente diminuite, in particolare in riferimento agli ingressi in terapia intensiva. La modalità comunicativa forse non è stata delle più felici, giacché, come lei stesso ha sottolineato, pare che molti abbia compreso che è il virus ad essere scomparso. Come sottolineato da una moltitudine di studiosi internali, la situazione attuale non può essere definita come una di “scampato pericolo”. Occorre prestare grande attenzione e non commettere errori. Ad ogni modo, avendo letto una successiva intervista a mezzo stampa del succitato prof. Zangrillo, credo che alcune dichiarazioni siano state ricalibrate e che l’accademico in questione abbia rimarcato l’importanza della prudenza e della cautela. Ormai è inutile addentrarsi in polemiche e dietrologie, perché finiscono per avvelenare il dibattito fra colleghi e per ridare fiato ai complottisti più radicali.

Domanda: Al di là della comunicazione, la questione legata alla manifestazione clinica ridotta del virus sta davvero in questi termini? Ci sono persone che sono ancora ricoverate, oppure anche se stanno assumendo le cure presso il loro domicilio hanno tuttavia sintomi significativi sovrapponibili ad una polmonite. Quindi dire allo stato attuale “clinicamente inesistente” ha davvero un senso?

Risposta: Credo che una modificazione nella manifestazione clinica della malattia sia in parte apprezzabile quale risultato dell’efficacia del lockdown e della migliorata gestione terapeutica dei pazienti. Ovviamente un conto è affrontare un nemico interamente nuovo, un altro è averne fatta esperienza. Invito tutti ad una maggiore cautela quando si fanno certe dichiarazioni e mi associo alle posizioni di quegli scienziati che sottolineano come la dimensione clinica di questa malattia sia ancora degna  della massima attenzione,  di certo NON  qualcosa di “inesistente”.

Scopri il nuovo numero > Upgrade

Upgrade rappresenta l’ultimo elemento di un racconto che parte a Febbraio 2020. In questi mesi abbiamo raccontato cosa stava succedendo (Virale), ci siamo domandati come la pandemia avrebbe cambiato noi stessi e l’economia (Tutto andrà bene(?)), e abbiamo offerto soluzioni (Reset). Con questo numero abbiamo voluto fare un passo in più: immaginare un domani diverso, anche attraverso esperienze concrete.

Domanda: Sotto l’aspetto storico come si comporta una pandemia come quella che stiamo attualmente vivendo? Alcuni virologi parlano di possibile mutazione, anche se non abbiamo ancora prove che ci sia davvero. Lei cosa può dirci in merito?

Risposta: La mutazione in senso di una perdita di aggressività e patogenicità del virus andrà dimostrata in laboratorio. Al momento non vi è evidenza di una siffatta modificazione, quindi si può solo ipotizzare un futuro adattamento del virus alla nostra specie in una forma meno pericolosa per la nostra salute. Si tratta, tuttavia, solo di ipotesi. Non è facile fare paragoni con pandemie del passato poiché si trattava di malattia causate da agenti diversi e soprattutto manifestantesi in condizioni sociali, ambientali e mediche troppo diverse dalle nostre. Se un raffronto va proprio fatto, questo va fatto con malattie affini, cugine di COVID-19, come la SARS e la MERS. Della prima non si registrano casi a partire dal 2004, anche se non è escluso che il patogeno circoli ancora a livello animale e possa un giorno ripresentarsi. La seconda, contrariamente a quanto è stato detto da alcuni, non è mai scomparsa e nel mese di marzo si è presentata in Arabia. Non è semplice fare previsioni ora su di una possibile scomparsa di COVID-19, a mio avviso speculazioni senza alcun fondamento.

Foto di rottonara da Pixabay
Foto di rottonara da Pixabay

Domanda: Si afferma che il virus si adatti e che diventi meno aggressivo per poter continuare a vivere. Ma questo può davvero accadere nell’arco di così pochi mesi?

Risposta: L’adattamento di un patogeno ad una specie è funzionale alla sua capacità di moltiplicazione. Si intuisce come un patogeno troppo aggressivo e letale uccida troppo velocemente il proprio ospite, perdendo quindi l’opportunità di espandersi. Un caso significativo è quello del virus ebola, così letale ma allo stesso tempo geograficamente limitato. Ripeto, si può ragionare di adattamenti di quel genere di SARS-CoV-2 su base teorico-speculativa, ma senza la prova molecolare non si può andare lontano.

Scopri il Sonno della Ragione

In questa rubrica parleremo, di volta in volta, di un argomento “caldo” della pseudoscienza, cercando di porre l’accento sui fatti.

Domanda: Ci sono evidenze che il virus stia rallentando la sua corsa, ma secondo lei questo è dovuto ad un fattore intrinseco al virus che sta da solo perdendo potenza o è davvero il fattore umano (contenimento, distanza sociale) che sta facendo sì che ci si infetti di meno?

Risposta: Penso la seconda opzione sia la più realistica. Si è irrisa la quarantena per la sua antichità (già ideata nel 1377 a Ragusa in Dalmazia) e la si è definita qualcosa di inutile o grottesco. La si sarebbe dovuta applicare invece ancora prima. Per quanto “dolorosa”, questa forma di prevenzione non farmacologica è fondamentale perché impedisce la circolazione dei patogeni abolendo il contatto interumano. Il fatto che qualcosa sia vetusto non implica necessariamente che sia da buttare.

Domanda: In quale fase potremmo dire di essere davvero fuori? Può farci qualche esempio storico significativo per meglio comprendere come funziona una epidemia e come questa si arresti?

Risposta: Saremo fuori dall’incubo quando il numero di nuovi casi sarà “trascurabile” e la diffusione del patogeno sarà limitata e sotto controllo. Più che dichiarazioni televisive ad effetto occorrerà uno statement ufficiale dell’OMS, supportato da evidenze inoppugnabili. Il problema COVID-19 caratterizzerà il 2020, mentre l’auspicio è quello di esserne liberati per il 2021, anche se la gestione del problema è diversa da nazione a nazione e la mobilità dei giorni nostri potrebbe portare a nuove diffusioni del virus. In passato le epidemie venivano dichiarate concluse o per scelta politica o dinanzi ad una diminuzione macroscopicamente apprezzabile dei contagi e dei decessi. La fine dell’epidemia politica non coincide però sempre con quella dell’epidemia reale e alcune scelte sono giustificate da un calcolo del rischio e dalla necessità di evitare disastri economici e rivolte popolari. Ne usciremo, dobbiamo essere fiduciosi, ma alle volte la fretta può essere cattiva consigliera.

Grazie professor Galassi.

 

galassiFrancesco Maria Galassi, medico e paleopatologo, originario di Santarcangelo (Rimini).

Nel 2017 è stato inserito dalla rivista americana Forbes nella lista dei 30 scienziati under 30 più influenti in Europa.

Autore di oltre 100 pubblicazioni scientifiche a 31 anni è inoltre un divulgatore scientifico e socio fondatore del Patto Trasversale per la Scienza.

E’ professore associato presso la Flinders University (Australia) e direttore del FAPAB Research Center di Avola, in provincia di Siracusa.

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Novax profiler


E’ possibile tracciare un profilo psicologico di un antivaccinista, proprio come farebbe un profiler o un criminologo nel proprio ambito di lavoro per la  comprensione  di un atteggiamento o di un’abitudine disfunzionale?

Dal nostro punto di vista riteniamo che gli antivaccinisti seguano un’unica linea di pensiero tanto da poterne tracciare una modalità comportamentale sovrapponibile con chi ne condivide la stessa  ideologia. Dalla nostra esperienza sul campo, dal confronto clinico e/o dialettico con chi ha assunto un’ideologia novax (ancor più radicata ai tempi del coronavirus) e la sostiene in barba ai dati, alle evidenze e alla ricerca scientifica, è possibile osservare una linea di pensiero che difficilmente muta da un soggetto all’altro, sia nello stile comunicativo, sia nella condivisione di idee molto radicate, sia nella ricerca di informazioni. Il profilo di un novax ci consente di comprendere il tipo di percezione che ha del mondo circostante e, soprattutto, il rapporto oseremmo dire tormentato e conflittuale con la scienza e i suoi rappresentanti. Lo stesso rapporto conflittuale, e spesso aggressivo, che ha verso quelle istituzioni che hanno deciso di tracciare delle linee guida sulla base del sostegno alle evidenze scientifiche.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il rapporto con la scienza. 

Come abbiamo già accennato, il novax ha un rapporto piuttosto conflittuale con la scienza: è orientato a prenderne le distanze quando questa giunge a conclusioni che sono in netto contrasto con il suo credo ideologico. In linea generale ha scarse competenze in materie scientifiche, la sua conoscenza è limitata alle letture mirate fatte sul web o allo scambio di informazioni che circolano esclusivamente all’interno della sua “bolla” di appartenenza, ovviamente composta esclusivamente da antivaccinisti radicali.

Scopri il nuovo numero > Reset

Dopo aver parlato, a febbraio, dell’interconnessione in “Virale” ed esserci interrogati a marzo sulla situazione attuale in “Tutto andrò bene (?)”, oggi, con “Reset”, vogliamo parlare di soluzioni concrete. L’online ed il digitale saranno quantomai utili per offrire soluzioni e creare nuove opportunità.

Il novax si istruisce quasi esclusivamente tramite altri novax che, a loro volta, si informano presso chi ne condivide, in modo piuttosto rigido, le stesse idee. Egli ritiene la scienza al soldo di case farmaceutiche, nella convinzione che la spinta a vaccinarsi sia esclusivamente l’espressione di un giro economico che nulla ha a che fare con l’interesse verso la salute collettiva. Il novax vede la scienza come una sorta di élite da tenere a distanza, poiché opera solo per l’interesse di qualcuno. L’antivaccinista radicale non ha la minima idea di come si effettui una ricerca scientifica, né sa come si legga un articolo scientifico o come si distingua una fonte attendibile da una inaffidabile; in molte occasioni condivide fake news scambiandole per notizie degne di fede semplicemente perché non sa riconoscerle o perché vanno a confermare una sua convinzione. La foga di condividerla, nel tentativo di rinforzare le idee di coloro che “abitano” la sua stessa bolla, lo rende cieco verso ogni osservazione critica e oggettiva. Il novax sarebbe, addirittura, in grado di effettuare una conferenza sulla base delle sue informazioni, ma confonderebbe dati, interpretazioni e fatti storici, attribuendo loro una coerenza percepita solo e sempre all’interno del suo gruppo di condivisione.

E quando un novax è un medico?

Quest’ultimo ha lo stesso rapporto conflittuale con la scienza e, spesso, una visione alternativa di essa. Il medico novax non condivide il metodo della cosiddetta “scienza ufficiale”, denuncia spesso la mancanza di apertura dei suoi colleghi verso medicine alternative e/o infondate che lui stesso coltiva e, in numerose occasioni, aderisce a metodi pseudoscientifici con relative cure che da questi ne derivano. Il medico novax è spesso il paladino dei gruppi antivaccinisti e da questi ultimi è considerato un eroe che sfida, senza paura, la comunità scientifica, a loro dire, cieca, di parte e corrotta.

La ricerca di informazioni.

Come già accennato il novax condivide informazioni che emergono solo all’interno della sua cerchia. A volte fa ricerche personali, ma opera in base ad un vero cherry picking, ossia va direttamente alla ricerca di dati che non fanno altro che confermare la sua idea, scartando, in modo più o meno volontario, tutto ciò che la confuta. Nella ricerca di informazioni è possibile osservare tre atteggiamenti cardine o, meglio, tre difese per eccellenza che gli consentono di esporsi solo a notizie che concordano con il suo credo ideologico.coronavirus-no-vax

L’immunizzazione e razionalizzazione: ossia cerca in continuazione legami arbitrari che sostengano le sue tesi ed elimina deliberatamente tutti i nessi con ciò che invece le contrasta, confutando dialetticamente e sulla base di dati scorretti ogni idea a favore dei vaccini.

Esposizione selettiva: partecipa solo a dibattiti di natura antivaccinista e rifiuta ogni lettura, argomentazione e/o dibattito o conferenza sull’importanza dei vaccini, partendo già dall’idea preconcetta che le informazioni saranno volutamente alterate.

Percezione selettiva: in occasione di un contraddittorio, soprattutto televisivo, tenderà a dimenticare ciò che è stato detto in favore delle campagne vaccinali e ricorderà solo le parole dette in loro sfavore. In pratica adoperano una sorta di filtro mentale contro tutto ciò che è pro vaccini[1].

L’antivaccinista aderisce spesso a teorie complottistiche, talvolta, addirittura, fantascientifiche. Parla di controlli da parte di poteri occulti, virus pro cancro e/o microchip per il controllo mentale trasmessi tramite gli stessi vaccini. Come già sottolineato in altri articoli, il novax è un negazionista. Oggi, ai tempi del coronavirus, per esorcizzare la paura che prova verso la malattia, fa circolare l’idea che il virus sia o un’invenzione portata avanti allo scopo di favorire la diffusione di eventuali nuovi vaccini (ovviamente sempre per interessi economici) o un’arma molto pericolosa[2]. Spesso lo stesso novax non si definisce tale, ma si considera solo uno che vuol capire, peccato che lo faccia con le stesse informazioni condivise solo dai novax.

Scopri “Il sonno della Ragione”: la nostra rubrica dedicata alla lotta alle pseudoscienze ed alle fake news.

L’antivaccinista è in continua ricerca di un capro espiatorio. Egli non ammette la possibilità che una malattia possa essere trasmessa in modo casuale o che possa essere la conseguenza di fattori incontrollabili, ma sente il continuo bisogno di attribuire la colpa a qualcuno o a qualcosa. Quindi per malattie legate allo sviluppo, come l’autismo e/o altre sindromi neurologiche, il vaccino e il suo eventuale promotore diventano il capro espiatorio perfetto, coloro ai quali attribuire la colpa. Così essi sentono di avere finalmente qualcosa contro cui combattere, nell’illusione di controllare e/o prevenire una malattia, in genere, incontrollabile[3].

Foto di Angelo Esslinger da Pixabay
Foto di Angelo Esslinger da Pixabay

Il suo rapporto con la medicina.

Il novax spesso si presenta come una sorta di naturista. Per lui ha importanza tutto ciò che è naturale e crede di saper distinguere, senza conoscerne l’origine, i prodotti chimici da quelli naturali. Assume con riluttanza medicinali quali antibiotici e/o antiinfiammatori e fa spesso uso di prodotti omeopatici oppure fitoterapici nell’illusoria convinzione che quest’ultimi siano privi di sostanze chimiche. Anche la scelta del medico è spesso mirata oppure presenta lo stesso filtro che abbiamo visto per le informazioni di carattere scientifico. Questi saranno presi in considerazione finché si manterranno nei limiti del loro credo ideologico e saranno scartati quando oltrepasseranno questi limiti. Ovviamente la proposta di un vaccino è il confine che il loro medico non dovrà mai superare.

Come abbiamo evidenziato, gli atteggiamenti summenzionati rappresentano una sorta di novax profiler poiché sono più o meno distinguibili in ogni fautore di ideologie antivacciniste radicali e, tenendo conto di questi, si potrà tracciare una mappa mentale di chi sta sostenendo l’inutilità o la pericolosità di un vaccino. L’utilità di questo profilo sarà solo quella di far scegliere a chi si troverà di fronte a un sostenitore di tale ideologia se sia o meno il caso di affrontare un estenuante dibattito, con la consapevolezza che quest’ultimo sarà affrontato con i meccanismi cognitivo/percettivi sopra descritti.

[1] Armando De Vincentiis, Comunicare la scienza, Padova, CICAP edizioni, 2015.

[2] https://medstories.it/2020/03/novax-e-coronavirus/

[3] AA. VV., Vaccini Complotti e pseudoscienza. Tra fobia, disinformazione e consapevolezza, Roma, C1VEdizioni, 2015.

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I Nobel possono sbarellare?


Quando ero studente al primo anno di psicologia all’Università ”La Sapienza” di Roma, partecipai, come “oggetto” sperimentale,  ad un interessante esperimento insieme ad altri 500 studenti del mio stesso corso: il professore di psicologia generale ci presentò una sorta di enorme scarabocchio e ci chiese di dare un punteggio che andava da un minimo di 1 ad un massimo di 5 per indicare il livello di allegria che tale scarabocchio suscitava in noi. Ci fu una media generale molto bassa. Dopo la prima valutazione, ci presentò un esperto critico di arte che ci spiegò che quello scarabocchio costituiva un’importante opera d’arte dal titolo “L’allegria di Kandiskij”, evidenziando come quelle immagini rappresentassero il momento di massima fioritura dell’artista. L’esperimento fu ripetuto e la media della sensazione di allegria percepita dall’opera si alzò vertiginosamente. Solo alla fine ci dissero che non esisteva alcuna “Allegria” di Kandiskij e che l’esperto di arte era solo un assistente del professore.

L'Ex medico britannico Andrew Wakefield.
L’Ex medico britannico Andrew Wakefield.

Cosa dimostrò questo esperimento? Evidenziò come la gente si lascia trasportare o meglio, suggestionare, fortemente da chi viene percepito come autorevole in un determinato campo e di come, una volta che la suggestione sia entrata nel nostro sistema percettivo, continui a far sentire la sua influenza, anche dopo che una notizia venga clamorosamente smentita. Infatti, nonostante tutti gli studenti avessero compreso che quello era davvero uno scarabocchio, la percezione di allegria di quell’immagine rimase impressa praticamente in tutti. Tale effetto venne definito dal professore “suggestione da leader o da autorità”. Tutto questo dimostra quanto possa essere pericolosa l’opinione, seppur infondata, di una persona che gode, in un certo campo, di una determinata autorevolezza. Un esempio eclatante lo abbiamo avuto negli ultimi anni quando un medico britannico, Andrew Wakefield, pur non essendo un Nobel, ma ritenuto autorevole nel suo campo, pubblicò un lavoro in cui si evidenziava la correlazione tra autismo e vaccini.

Scopri il nuovo numero > Tutto andrà bene (?)

Questo particolare momento necessita di una azione collettiva che vada oltre il semplice ottimismo che da solo non basta, anche se comunque aiuta. Solo insieme si può uscire da questa situazione.

Dopo che si scoprì che lo studio era stato alterato, e quindi infondato, chi lo aveva creduto affidabile ha continuato a crederlo tale nel tempo, effettuando anche scelte pericolose per la salute dei propri figli e dell’intera comunità (1). Una delle cause fu proprio quella suggestione da autorità descritta molto bene dall’esperimento di cui sopra e i cui affetti continuiamo a subire, purtroppo, ancora oggi. In epoca precedente lo stesso accadde quando un premio Nobel, Kary Mullis, in accordo con un noto professore di Biologia dell’università della California, Peter Duesberg, mise in discussione la correlazione tra lo sviluppo dell’AIDS e il Virus HIV (2). Anche in questa occasione, suggestionati da queste osservazioni prive di fondamento, molti fecero scelte ovviamente rischiose per la propria salute.

Kary B. Mullis è stato un biochimico statunitense, vincitore del Premio Nobel per la chimica nel 1993.
Kary B. Mullis è stato un biochimico statunitense, vincitore del Premio Nobel per la chimica nel 1993.

Ai tempi del coronavirus questo effetto di suggestione da autorità sta facendo sentire tutta la sua forza e lo stiamo osservando nelle affermazioni di scienziati autorevoli, o un tempo tali, che si lasciano andare ad affermazione sconcertanti che gettano scompiglio tra colleghi e, soprattutto, tra gli osservatori, creando un danno altrettanto grave quanto quello degli “scienziati” su descritti. In un’epoca in cui il sentimento di persecuzione e le dinamiche paranoiche stanno emergendo con tutta la loro forza, le notizie legate alla costruzione del virus in laboratorio non fanno altro che far aumentare la confusione, la paura e, soprattutto, non solo vanno ad alimentare la paranoia collettiva, ma danno anche manforte a chi delle tesi complottistiche ne sta facendo, oggi, una ragione di vita. E’ il caso dell’affermazione del Nobel per la medicina Luc Montagnier che ha espresso l’opinione, non basata sui fatti e smentita da studi autorevoli, che il virus sia la conseguenza di una manipolazione di laboratorio. Non entriamo nel merito dell’aspetto tecnico della questione già affrontata da altri colleghi (3), ma evidenziamo come gli stessi scienziati, soprattutto se Nobel, autori di affermazioni così pericolose ma, nello stesso tempo infondate, non si curino affatto della confusione collettiva; sembra infatti che siano loro stessi vittime di una dinamica psicologica dettata da un eccesso di sicurezza nelle proprie capacità, sicurezza che li induce ad una perdita di controllo sulle loro stesse idee.

Perché uno scienziato si fa portatore di idee infondate e le sostiene ad ogni costo?

Eppure questi ultimi, se hanno raggiunto determinati livelli, sono ben consapevoli di come funzioni la ricerca scientifica e di come le affermazioni necessitino di basi solide per poter essere sostenute. Escludendo la frode e l’interesse economico, è possibile ipotizzare che proprio il livello di autorevolezza raggiunto possa scatenare, in alcuni, una reazione di onnipotenza in grado di far percepire se stessi e le proprie capacità in modo alterato. Il sentimento di onnipotenza che può svilupparsi in alcuni Nobel può assumere connotazioni simil-deliranti: essi potrebbero percepire se stessi come portatori di verità che non possono essere messe in discussione, fino al punto da “innamorarsi” delle proprie idee e di portarle avanti ad ogni costo, in barba al metodo, alle critiche e al fatto che esse non trovino riscontro nella realtà dei fatti. Come direbbero alcuni filosofi: ”Se i fatti non si accordano con la teoria, tanto peggio per i fatti“.

Luc Montagnier (classe 1932) è un medico, biologo e virologo francese, Premio Nobel per la medicina 2008.
Luc Montagnier (classe 1932) è un medico, biologo e virologo francese, Premio Nobel per la medicina 2008.

E questo vale per alcuni Nobel. Lo scienziato che si innamora di una sua teoria senza fondamento ha, per chi lo ascolta, soprattutto il sostegno del suo curriculum, in modo particolare se si tratta di un Nobel, e dell’idea collettiva che un Nobel lo è per sempre, senza che abbia la possibilità di sbagliarsi. Numerosi sono i premi Nobel che, ad un certo punto della loro carriera, si sono occupati di argomenti verso i quali non avevano mai avuto competenza, eppure li hanno trattati con la stessa capacità con la quale un umanista, pur non avendo mai studiato matematica, si cimenterebbe in questioni di meccanica quantistica o ingegneria nucleare (4). Ma essendo autorevole, l’ex scienziato, se è in preda ad un vero e proprio meccanismo psicologico di onnipotenza, non ha alcun timore di affrontare i temi in modo scorretto. L’alterata percezione delle proprie capacità, dettata da questa dinamica psicologica, non gli consentirebbe di accorgersi del proprio errore. Ed è proprio il suo rifiuto verso le critiche mosse dagli altri colleghi a far comprendere la possibilità che possa essere nata in lui, nel corso del tempo, una dimensione narcisistica.  Una dimensione che può essere espressa in questi termini: “Io sono un Nobel e quindi posso dire ciò che voglio, se non ci credete, peggio per voi!” Quando ci si trova davanti ad una reazione psicologica del genere, lo stesso scienziato, che da quel momento ha smesso di esserlo, potrebbe provare un enorme disagio ad abbandonare la propria teoria poiché, anche nel suo caso, metterebbe in discussione il suo mondo interiore fatto, soprattutto, da un’idea grandiosa di se stesso, che non può più abbandonare. Pena una perdita del suo stesso Ego divenuto, nel tempo, ipertrofico! Ammettere di aver commesso un errore, lo porterebbe a vivere un sentimento di angoscia e a dover fare i conti con una triste realtà: “Sono umano e fallibile come gli altri!” Una riscoperta che per un possibile narcisista risulterebbe frustrante, se non devastante.

Provate ad immaginare come ben si sposi il sentimento di onnipotenza sviluppato e l’effetto della suggestione da autorità su descritto: esso diventa un processo relazionale potente, grazie al quale un’idea, seppur completamente infondata, diventa apparentemente vera e virale nello stesso tempo. Un’idea che, al pari di un virus, appare difficile da debellare, poiché, una volta entrata nella percezione collettiva, non potrà più essere contenuta.  La teoria apparentemente autorevole trova terreno fertile in chi è suggestionato dall’autorità di chi l’ha espressa, condividendola così, soprattutto sui social, in modo acritico, basandosi solo sulla forza del principio di autorità, senza possibilità di smentita.

La scienza, tuttavia, è costituita da un metodo condiviso: se si lavora al di fuori di questo, si smette di essere uno scienziato, anche se si è un premio Nobel. Quest’ultimo infatti non garantisce affatto di non essere vittima di reazioni psicologiche narcisistiche e di onnipotenza.

Note

1) AA.VV., Vaccini complotti e pseudoscienza. Tra fobia, disinformazione e consapevolezza, C1V Edizioni, 2015.

2) Peter DuesbergAIDS Il virus inventato, Milano, Baldini & Castoldi, 1998.

3) si veda la rivista Query on line del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze.

4) nel testo di Silvano Fuso, Strafalcioni da Nobel. Storie dei vincitori del più prestigioso premio del mondo… e delle loro più solenni cantonate, Roma, Carocci, 2018, si descrivono i clamorosi errori e certe assurde posizioni dei premi Nobel nella storia della scienza.

 

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Il sonno della Ragione


Le fake news, o bufale che dir si voglia, sono sempre esistite: dalla donazione di Costantino (che aprì le porte al potere temporale della Chiesa), alla notizia della morte di Napoleone (per interesse economici), passando dalla nota “Guerra dei Mondi” di Orson Welles sino a quelle tanto care ai regimi totalitari del ‘900.

Oggi, come in passato, i motivi della creazione di notizie inventante, o della distorsione della realtà, sono abbastanza semplici: interessi politici, economici o di parte.

Se dobbiamo fare quindi un paragone con il passato, non dobbiamo farlo sull’esistenza o meno delle fake news (che come abbiamo visto sono sempre esistite), ma su altro: la loro capacità e velocità di diffusione. Con il web 2.0 e la proliferazione dei social network, le false informazioni hanno raggiunto una viralità mai vista prima. Non è un caso che nel 2017 propria l’espressione “fake news” sia stata proclamata parola dell’anno dal Collins Dictionary.

Ma c’è dell’altro: la post verità.

Le piattaforme social, e l’orizzontalità che ne è conseguita, ci hanno regalato anche un altro fenomeno quello della post verità. Parola dell’anno 2016 per l’Oxford Dictionaries, per post verità si intende: “Argomentazione, caratterizzata da un forte appello all’emotività, che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l’opinione pubblica (fonte: Treccani.it).

In sostanza, i fatti oggettivi appaiano meno influenti delle sensazioni e delle convinzioni personali nel determinare la realtà delle cose e nel formare una consapevole opinione pubblica su un dato argomento.

Allora può capitare, e capita di continuo, che il metro di giudizio non siano i fatti, la documentazione, le fonti o il curriculum accademico, ma i like e le condivisioni. E, ancora, che la personalissima credenza di una persona qualunque possa diventare più autorevole e rilevante di quella di un esperto riconosciuto con 20 o 30 anni di studi ed esperienza alle spalle.

È in questo modo che teorie come quella sulla terra piatta, le scie chimiche, sui complottismi, sui miracoli, contro i vaccini, le cure miracolose e così via, stanno trovando, ahinoi, diritto di cittadinanza, con conseguenze anche piuttosto gravi.

Il nostro contributo: “Il sonno della ragione.

Date queste premesse e con la voglia di porre un argine alla pseudoscienza ed alla disinformazione dilagante, noi di Smart Marketing, abbiamo deciso di proporvi una nuova rubrica che abbiamo chiamato “Il sonno della ragione”, espressione presa a prestito dal titolo di un’opera, che è anche una massima, del pittore spagnolo Francisco Goya. La novità più interessante di questa nuova rubrica è che sarà fatta solo di video: periodicamente e in pochi minuti affronteranno un argomento “caldo” della pseudoscienza, cercando di porre l’accento sui fatti.

Il protagonista della rubrica non poteva che essere il nostro storico collaboratore Armando De Vincentiis, psicologo, psicoterapeuta, saggista, debunker e socio emerito del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulla Pseudoscienza), per il quale si è occupato spesso di paranormale religioso, anche in programmi televisivi Rai e Mediaset.

Insomma, riassumendo, da oggi il nostro magazine vi offre un altro strumento, o meglio, un vero utensile per smontare, rimontare e disinnescare le informazioni che ogni giorno ci bombardano, consci del fatto che non diventeremo tutti artificieri, ma che quantomeno impareremo a distinguere una vera notizia bomba da una semplice bolla di sapone.

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I miti del sesso


Esistono falsi in ogni ambito della nostra cultura, da quello scientifico a quello politico. Tuttavia, in poche occasioni si parla di falsi appartenenti alla sfera sessuale. Questi falsi – o meglio, falsi miti – possono avere un ruolo anche nello svilupparsi di vere e proprie nevrosi. Ne parlo con il dottor Giuseppe Santonocito, psicoterapeuta.

De Vincentiis. Sembra che la sessualità sia carica di miti e superstizioni molto radicate. Vi sono convinzioni profonde, davvero difficili da scardinare e l’aspetto più interessante, o paradossale se vogliamo, è che anche se questi creano sofferenza la gente vi si attacca senza porsi nemmeno dubbi sulla questione. E poco importa se tali errate convinzioni creano disagio. Si va alla ricerca di soluzioni che esistono solo nell’immaginazione del cercatore.

Il dott. Giuseppe Santonocito, psicologo e psicoterapeuta
Il dott. Giuseppe Santonocito, psicologo e psicoterapeuta

Santonocito.  Sì, è così. La sessualità una delle aree che più rende sensibili le persone, come livello di aspettativa e come preoccupazione dell’immagine che agli altri diamo di noi. La sessualità, come le relazioni importanti, è un’occasione per esprimere e far venire a galla i punti critici di ognuno di noi, se ce ne sono.

De Vincentiis. Sotto certi aspetti, la sessualità è espressione di aspetti importanti della personalità. Spesso nella nostra attività clinica osserviamo come l’ansia stia alla base di defaillance in ambito sessuale il che, per molte persone, risulta intollerabile. Ovvio, non esiste una sequenza lineare unidirezionale che va dai disturbi sessuali all’ansia o viceversa, ma una dinamica circolare che rimbalza dagli uni all’altra, autoalimentandosi. E che può alla fine sfociare in depressione e rinuncia, per sfinimento e mancanza di soluzioni.
Tornando ai miti e alle superstizioni legate alla sessualità, spesso sono proprio queste ultime ad alimentare ansia e depressione, per il semplice fatto che l’essere umano, convinto della loro esistenza, si affanna nel trovare conferme senza ottenere risultati (perché sono miti).
È così cresce il senso di frustrazione per non essere capace di prestazioni immaginarie. Sono solito dire che in ambito sessuale la nevrosi è rispecchiata dalla ricerca, puntualmente frustrata, di aspettative irrealistiche e cose che non esistono.

Santonocito. Sì, esatto. Qualcuno ha detto che felicità significa basse aspettative. Umorismo a parte, c’è del vero in questa affermazione, perché uno dei modi più ricorrenti in cui le persone si procurano sofferenza è costruendosi da soli le trappole in cui poi cadere. E il più delle volte la trappola consiste appunto in aspettative fuori dall’ordinario.
Per l’individuo mediamente ansioso è importantissimo ricevere conferme (cioè avere ragione), anche quando quello in cui si crede va contro il proprio interesse. Purtroppo, però, quello in cui crediamo molte volte non è realistico.

taglioalta_0014251-970x400De Vincentiis.  Infatti e la sessualità è quella dimensione in cui si creano  le aspettative più alte, o meglio, si pretendono prestazioni più elevate. Questa pretesa tuttavia va, il più delle volte, oltre i limiti della fisiologia. Ed ecco che ci sono uomini che si affannano nella ricerca di un pene sempre pronto ad ogni occasione, o donne a caccia di diversi tipi di orgasmo solo perché lo hanno letto su internet, ne hanno sentito parlare in tv, hanno la classica amica che ne conferma l’esistenza con la sua esperienza o solo perché “si è sempre saputo”, senza alcuna evidenza scientifica.

Santonocito.  L’evoluzione attribuisce valore supremo alla sessualità, per ovvie ragioni. Solo che l’essere umano, a differenza degli altri animali, si fa prendere la mano, estremizza e confonde il valore della sessualità con il proprio valore come individuo in relazione alla sessualità. Cade cioè preda della fallacia: “Se non riesco a esprimere una sessualità strepitosa, vuol dire che valgo poco”.
Ciò non riguarda ovviamente le persone per le quali una vita sessuale assente, scarsa od obiettivamente poco soddisfacente causi disagio. Ma in entrambi i casi esistono cure efficaci, sia mediche che psicologiche.

De Vincentiis.  Nell’essere umano però la sessualità condiziona anche le relazioni. E non solo la propria sessualità, anche quella degli altri. Alludo alle scelte sessuali altrui e quando queste differiscono dalle nostre ci disturbano al punto tale da creare pregiudizi, da considerarle malate o, addirittura, a negarne l’esistenza.

Ci sono posizioni ideologiche che negano la bisessualità considerandola una sorta di difesa grazie alla quale è possibile non  prendere una posizione netta per evitare giudizi altrui. C’è chi considera l’omosessualità come una condizione in contrasto con l’evoluzione senza rendersi conto che, forse, studi etologici hanno evidenziato che un ruolo evolutivo potrebbe esserci eccome. Ma il suo ruolo naturale è difficile da far passare. Al contrario la nostra cultura, o meglio, l’immaginario erotico, trasforma un’alterazione fisiologica in qualcosa non solo di naturale ma anche di desiderabile. Parlo del cosiddetto squirting.

Santonocito.  Certo, la definizione di cosa è normale è cosa è patologico si presta sempre a interpretazioni. Specie in campo comportamentale. È pur vero che la forza della risonanza di cui sono capaci i moderni media a volte fa sembrare come se le scelte (e gli obblighi) di ognuno debbano essere imposte agli altri, quasi di prepotenza, ma la diversità in campo relazionale e sessuale è sempre esistita. In fondo l’essere umano non è cambiato molto nel corso dei secoli. E una parte importante dell’essere umani consiste in una certa dose di manicheismo, di visione in bianco e nero del mondo, della difficoltà ad apprezzare le gradazioni intermedie. Ciò si deve al fatto che la categorizzazione è una scorciatoia, un’euristica che le persone usano per semplificarsi la comprensione del funzionamento delle cose. Per questo per un etero può essere difficile capire l’omosessualità e per l’omosessuale può esserlo capire la bisessualità. Così come qualcuno può aver difficoltà a rendersi conto che la vita sessuale della donna è più complessa e sfaccettata di quella dell’uomo, e che non ha molto senso cercare di ridurre la seconda alla prima. Inventandosi magari che, siccome l’uomo ha un’eiaculazione che funziona in un certo modo, anche nella donna debba aver luogo un identico fenomeno. Come nel mito dello squirting.

5ff888_3cd7bbe6aa3c49fc978bdb5ce4adf741-mv2De Vincentiis.  Parlando di sessualità, sembra che per alcuni la scienza non debba entrarci, considerando quest’ultima come se non fosse in grado di comprendere determinati meccanismi dell’essere umano. Alcuni paragonano la sessualità all’amore (come se questo fosse più materia di poeti e scrittori che degli uomini di scienza) e quindi non sondabile metodicamente. Alcuni invocano l’individualità dell’essere umano mettendo paletti alla comprensione fisiologica delle proprie reazioni. L’ambito sessuale è il terreno su cui si gioca una sorta di conflitto tra emozioni e scienza. Un esempio è dato da reazioni  particolarmente emotive di alcune donne quando si tenta di spiegar loro che non esiste alcun doppio orgasmo, reagendo, quasi, come se fossero state derubate di qualcosa. O peggio, come se l’investimento emotivo che hanno dovuto profondere nella ricerca frustrante di questi orgasmi differenziati fosse stato troppo elevato per ammettere che sia stato inutile. Accettare che una nevrosi personale sia causata dalla ricerca infruttuosa di una chimera appare più frustrante e conflittuale della ricerca in sé. Dal mio punto di vista ritengo che una buona conoscenza della fisiologia legata alla sessualità sia già, di per sé, terapeutico. In fin dei conti se sappiamo che certe prestazioni appartengono a un mito possiamo, di sicuro, sentirci meno frustrati ed evitare estenuanti tentativi di riprodurle nei nostri rapporti.

Santonocito.  La tua considerazione iniziale è assolutamente centrata e vale non per la sola sessualità, ma possiamo estenderla a tutta la psicologia. Molte persone non sopportano l’idea di essere “unici, proprio come tutti gli altri” e di conseguenza non possono ammettere che la loro unicità presenti ampie sacche di comunanza con gli altri colleghi umani. Solo io devo sapere come funziono, come sono fatto ecc. e dunque non può esistere una scienza psicologica.
La sensazione di essere derubati di qualcosa, della quale parli, si deve al fatto che in genere si è molto attaccati a ciò che si crede. In psicologia sociale si parla di atteggiamento, ovvero di convinzione emotivamente investita. Ricaviamo il senso di ciò che è reale (anche) da quanto intensamente crediamo, pensiamo o sentiamo qualcosa. Se lo sento, vuol dire che è vero. E invece magari si tratta di un mito, di una convinzione non dimostrata che abbiamo sentito ripetere tante volte.
Sul ruolo della razionalità il mio punto di vista differisce però dal tuo, nel senso che la conoscenza razionale dei fenomeni può si aiutare, ma… molte volte aiuta a convincersi ancora di più in ciò che si crede!
Ricordo uno degli episodi conclusivi della formidabile serie tv I Soprano, dove Tony, il mafioso che va in terapia perché inizia all’improvviso a soffrire di attacchi di panico, riesce a usare tutte le razionalizzazioni dell’analista, che cerca di dimostrargli che forse il tipo di vita che conduce potrebbe avere qualcosa a che fare con la sua ansia, per convincersi ancora di più che deve farsi forza e andare avanti. Perché in fondo quella è la sua vita. Alla fine anche la terapeuta se ne rende conto, con sommo dispiacere e rabbia: “Lei ha usato la terapia per diventare un criminale ancora più efficiente, non per redimersi”.
Io credo che atteggiamenti e convinzioni improduttive vadano combattute facendo nuove esperienze (nuovi comportamenti), sperimentando di conseguenza emozioni di diverso tipo e che le nuove e più utili razionalizzazioni arrivino solo dopo. Dall’interno, come conseguenza e non come causa del processo di cambiamento. Questo è ciò che ogni forma di terapia breve, come quella di cui mi occupo io, fa. Ma una condizione assolutamente irrinunciabile è che la persona sia d’accordo. Perché se uno ha deciso che la terra è piatta, non basterà tutta la logica del mondo per convincerlo del contrario.

Bibliografia:

I miti del sesso – Un viaggio nell’erotra false credenze e scienza, Roma, CV1 Edizioni, 2018




La sindrome del rifiuto tecnologico



Armando De Vincentiis (26)

 

 

 

963701f2903296969106111fc8698cd6La tecnologia è oggi parte integrante del nostro vivere quotidiano, basti vedere come il sistema di comunicazione è cambiato negli ultimi decenni. Sui social ognuno ha la percezione di comunicare con il resto del mondo, di rendere tutti partecipi delle proprie esperienze ed è sempre in contatto con gli altri. Nonostante questo c’è chi rifiuta tali possibilità per una sorta di ideologia conservatrice. Infatti c’è chi si sottrae in nome di una “privacy” che potrebbe preservare lo stesso, (basta scegliere tra le varie opzioni) o chi rimpiange la comunicazione del passato con la pretesa che una comunicazione debba arrivargli direttamente al telefono, senza usare un mezzo di massa, come ad esempio un evento aperto su Facebook.  Lo stesso soggetto vive una sorta di paradosso “esistenziale” grazie al quale rifiuta il contatto immediato che la tecnologia gli concede e si rammarica perché è l’unico che non è venuto a sapere di un evento che è stato comunicato sui social.  Il paradosso prevede il sentimento di un ritorno ai contatti umani che spinge chi ha tal pretesa a isolarsi perché rifiuta che questi contatti vengano tecnologizzati.keys-writing-reminder-emails-work

Molti sono gli individui che ho sentito rinnegare le email in favore delle vecchie lettere spedite per posta, sostenendo queste ultime con la pura forza dell’ideologia conservatrice legata all’esaltazione dei metodi “antichi”. “Vuoi mettere l’odore della carta? L’emozione di aprire la lettera e apprezzare la calligrafia di chi ti ha scritto”?, sono le argomentazioni che si ripetono. Ogni innovazione tecnologica è sempre vissuta con una sorta di negazione a priori, come una specie di software prestampato nel cervello orientato a mettere in discussione tutto ciò che è nuovo e che metta in crisi abitudini radicate. Non ha importanza che il processo tecnologico renda tutto più veloce e semplice. Basti ricordare il rifiuto dei telefoni cellulari agli inizi della loro diffusione. “Non c’è più serenità”, “Ci si sente perseguitati”, erano le classiche obiezioni dei conservatori.

smartphone-italiani-telefono-classico-cellulareSembra che questo spirito conservatore (che può essere legittimo negli anziani), in alcuni, sia così radicato da sviluppare una sorta di “allergia” alla cosiddetta modernità al punto di vivere il disagio anche in modo patologico. Vi sono soggetti animati da una forma di ingenua visione grazie alla quale vivono la comunicazione tecnologica, fatta di email e chat, come una tipica spersonalizzazione fino a sviluppare vere e proprie reazioni depressive.  I soggetti rifiutano il contatto mediato dai pc o dai servizi come WhatsApp e insistono nello stabilire una comunicazione diretta con la richiesta, implicita o esplicita, ad amici e conoscenti, di non utilizzare tali mezzi. Il più delle volte tali richieste, per fini pratici di immediatezza e anche economici (un messaggio WhatsApp è di sicuro più economico di una telefonata al cellulare) non vengono accettate e questo viene percepito come un tentativo di estraneazione, spesso vissuto quasi come una ferita personale.

telefono-a-discoLa reazione classica di tali soggetti con sindrome tecnologica – termine da me scelto arbitrariamente per rendere meglio l’idea della pretesa disfunzionale, che apre le porte alla patologia – è quella di sottrarsi alla comunicazione virtuale, come se avessero ricevuto un’offesa, al punto di interrompere i contatti con l’amico e il conoscente. “Non rispondo finché non chiama di persona” è il pensiero di fondo, animato dall’idea illusoria che l’interlocutore debba comprendere il suo spirito conservatore che lo rende “allergico” alla comunicazione tecnologica. Se da un lato l’interlocutore, ignaro di questo problema, interpreta la non risposta con una serie di ipotesi non necessariamente maligne, l’allergico tecnologico si irrigidisce sulla questione personale. In tal modo si allontana dagli amici e dai conoscenti riducendo sempre più la sua cerchia di contatti. “Non ho bisogno di chi non vuole i contatti umani” è la frase che si ripete, incrementando la sua rabbia verso il mondo che ha, ormai, preso la deriva della spersonalizzazione tecnologica. Ovvio dal suo punto di vista.

blogdinnovazione_4146136c4676e6913e56a80f296ffd6bL’allergico tecnologico si adatta difficilmente allo sviluppo e si ostina a negarne le potenzialità in virtù di una sana antichità fatta di contatti tra uomini, che la modernità sta eliminando. Sulla base di questa allergia, dettata da un nevrotico conservatorismo e da una pretesa nevrotica di essere seguiti su questo campo, potremmo interpretare anche le cosiddette sindromi da elettrosensibilità o allergie ai campi magnetici di cui alcuni affermano di essere portatori, come una sorta di inconscia protesta verso la modernità in cui, come avviene nelle malattie psicosomatiche, si esprime tale disagio attraverso il corpo. Questo è dimostrato dal fatto che i cosiddetti elettrosensibili reagiscono ai campi elettromagnetici solo se sono consapevoli della loro presenza.

Ci troviamo, quindi, al cospetto di un radicato conservatorismo in nome di un contatto “naturale” tra le persone e di una ingenua o, meglio, nevrotica pretesa del mantenimento di un passato che non può di certo tornare e la consapevolezza di non riuscire nella realizzazione di questa pretesa. L’allergico tecnologico è, quindi, fondamentalmente un nevrotico –nella sua accezione clinica- che vaga nell’illusorio tentativo di far guerra alla modernità portando su di sé le ferite delle sue inevitabili sconfitte. In tal caso la depressione da isolamento tecnologico e anche le allergie ai campi elettromagnetici non sarebbero altro che l’espressione fisica della loro battaglia, che in nessun modo potrà essere vinta.

Non c’è cura visto che non può essere arrestato lo sviluppo tecnologico. Sempre che i cosiddetti allergici non smettano di protestare contro la modernità e di cacciare gli spiriti dell’epoca moderna.




Pseudopolitica e pseudoscienza, un confine indefinito


Conversazione di Armando De Vincentiis con Marc C. Mastrolorenzi (*)

Il cosiddetto Metodo Di Bella è una terapia alternativa per il trattamento dei tumori, priva di riscontri scientifici circa i suoi fondamenti e la sua efficacia. Ideata dal medico Luigi Di Bella, fra il 1997 e il 1998 fu oggetto di una grande attenzione da parte dei mass media italiani.
Il cosiddetto Metodo Di Bella è una terapia alternativa per il trattamento dei tumori, priva di riscontri scientifici circa i suoi fondamenti e la sua efficacia. Ideata dal medico Luigi Di Bella, fra il 1997 e il 1998 fu oggetto di una grande attenzione da parte dei mass media italiani.

De Vincentiis: In un articolo precedente ho avuto modo di evidenziare la capacità persuasiva del linguaggio adottato dalla discipline pseudoscientifiche che, contrariamente a quello del serio divulgatore scientifico, utilizza formule tecnicamente “eleganti” e prese in prestito dalla vera scienza, solo che certe espressioni sono estrapolate dal loro contesto e estremamente fuori luogo. Il loro unico scopo è quello di abbellire e rendere appetibile o, meglio, fortemente suggestivo, la teoria di fondo che viene propagandata, seppur senza alcun valore scientifico. Ma riflettiamo sul fatto che la stessa tecnica sembra che possa essere adottata anche da una certa comunicazione politica. Così come lo pseudoscienziato si avvale dei canali non ufficiali della scienza quali i talk show, le riviste non sottoposte a revisione paritaria e gioca soprattutto sulle emozioni per ottenere un seguito, anche una certa politica viene effettuata nei talk e si fa spazio con la sola forza dell’affermazione. Si nota che determinate scelte politiche, soprattutto quando entrano nel merito di questione tecnico-scientifiche, sono orientate verso dei principi di fondo che così potremmo riassumere: “sosteniamo ciò che vorremmo fosse vero”. A discapito di ciò che è davvero fondato. Quante volte ascoltiamo discorsi di politici contrari alla sperimentazione animale e quanta presa fanno le loro affermazioni su associazioni di animalisti, sugli amanti degli animali e/o sulla gente comune spinta da una ingenua visione legata al concetto che gli esseri indifesi non si toccano in alcun modo, senza sapere che è l’unica cosa in grado di salvar loro la vita dalle malattie. Come allo pseudoscienziato che non ha alcun interesse verso uno sviluppo funzionale della ricerca scientifica, ad un certo stile politico poco può importare una scelta scientificamente consapevole in grado di ottenere reali risultati concreti. Ciò che conta è ottenere il consenso emotivo. Se al popolo piace una teoria ecco che la politica se ne fa portatrice. L’inasprimento di una pena piace alla gente perché gioca sul suo senso istintivo di vendetta, seppur mascherato da giustizia, l’impedimento del matrimonio di coppie dello stesso sesso, gioca su principi morali e religiosi storicamente radicati. Certe scelte politiche vengono percepite giuste non attraverso una analisi scientifica (sociologica e antropologica) dei fenomeni, ma sulla maggioranza. Se è vero che la politica si gioca sulla maggioranza è giusto che essa debba andare a discapito della natura scientifica delle cose?

Tullio De Mauro (Torre Annunziata, 31 marzo 1932) è un linguista italiano.
Tullio De Mauro (Torre Annunziata, 31 marzo 1932) è un linguista italiano.

Mastrolorenzi: Purtroppo a monte abbiamo un problema da non sottovalutare che riguarda gravi forme di analfabetismo e non soltanto scientifico. L’illustre linguista Tullio De Mauro, in una recente intervista fatta da Filomena Fuduli sul portale “Lingua Italiana”, mostra dei dati scientifici per niente incoraggianti. Egli sostiene che meno di un terzo della popolazione italiana non avrebbe i livelli necessari di comprensione della scrittura e del calcolo per potersi orientare nella vita di una società moderna. Dal 1963, data del famoso studio Storia linguistica dell’Italia Unita, De Mauro ha raccolto una messe davvero significativa di dati sull’analfabetismo strumentale e funzionale e sul peso che tali (gravi) lacune hanno sulle vicende linguistiche, sociali, culturali e scientifiche del nostro Paese. Sarebbe quindi inferiore al 30% la percentuale degli italiani in grado di comprendere pienamente i discorsi dei nostri politici durante i dibattiti televisivi. Su questa linea si situa la mia riflessione contenuta nel recentissimo libro Giornalismo pseudoscientifico intorno ai dati mostrati dai giornalisti scientifici Luciano Pellicani e Elio Cadelo (Contro la modernità – le radici della cultura antiscientifica in Italia) sulle gravi lacune scientifiche della società italiana, dove solo il 3% della popolazione conosce il concetto di metodo scientifico (contro il 78% della Finlandia, per esempio). Ecco che in questo ambiente dove le conoscenze linguistiche e scientifiche sono scarse, certa politica fa breccia, nella maggioranza delle persone, con discorsi ornati di parole che mirano alla persuasione e al raggiungimento del consenso popolare. Parlare dunque di argomenti scientifici in cui si toccano tasti delicati e importanti, come la salute pubblica, costituisce un ottimo viatico per raggiungere il consenso emotivo e politico. Pensiamo, per esempio, ad alcuni gruppi politici che abbastanza di recente si sono prodigati per delle interrogazioni parlamentari sugli UFO e sulle fantomatiche scie chimiche o sul pesce fragola. Durante un comizio, un parlamentare del Movimento a cinque stelle, ha detto, per esempio, che il 60% del territorio della Nigeria è controllato da Boko Haram e il resto dall’Ebola, facendo così intervenire il New York Times che ha posizionato l’Italia al primo posto delle panzane sentite nel mondo. Per non parlare, poi, delle ormai famosissime bufale scientifiche di Beppe Grillo sulla inesistenza del virus dell’Aids, sulla pericolosità degli screening, degli esami e delle diagnosi precoci che sarebbero perniciosi, sulla inutilità dei vaccini, sul pomodoro geneticamente modificato (che avrebbe ucciso 60 ragazzi), sulla cura Di Bella che curerebbe il cancro da trent’anni. E l’elenco potrebbe essere molto più lungo. Non poche persone, sappiamo, sono state persuase da questa retorica antiscientifica e pseudoscientifica, proprio perché mosse da argomenti come la salute pubblica, e alcuni politici italiani hanno giocato su questo fattore emotivo nel costruire una parte del loro consenso popolare. Ecco perché la formazione e l’informazione scientifica e anche linguistica e culturale tout court diventano fondamentali per muoversi in una società in cui le trappole contenute in certo pseudogiornalismo possono essere molto pericolose.

Il Virus dell'AIDS.
Il Virus dell’AIDS.

De Vincentiis: Sembra quasi scontato che nei talk il politico, come lo pseudoscienziato, che porta dati allarmanti, seppur infondati, raggiunga direttamente l’apparato emotivo degli individui nei quali scatta una sorta di naturale e istintivo principio di precauzione del tipo “magari avesse ragione, io nel frattempo intanto…” ed ecco la corsa ai cibi senza olio di palma, ai cibi non OGM, e campagne contro la sperimentazione animale. La mia riflessione è orientata a capire se certe informazioni sono davvero sentite, ossia il politico ci crede davvero, o indipendentemente dal suo grado di conoscenza, esse sono prese come puro strumento di persuasione emotiva, o peggio entrambi. Chi si occupa di persuasione è consapevole del fatto che qualsiasi cosa venga detta da un “pulpito” mediatico assume valore di verità, così come fu dimostrato già anni fa dal professor Paolo Bonaiuti all’Università La Sapienza mediante un esperimento in cui chiunque vanga considerato autorevole è in grado di alterare l’opinione verso un determinato argomento. Che sia un giornalista, un conduttore televisivo, uno scienziato, un politico o un uomo della strada, la popolarità mediatica attribuisce una certa dimensione che è contornata da un alone di autorevolezza, seppur fittizia. In tv può parlare anche un analfabeta. I comizi politici, che siano in piazza o nei talk show, sono intrisi di tecniche persuasive in cui, spesso, è l’unica parte in cui compare la scienza (scienza della persuasione), orientata solo a cercare quei punti di debolezza in cui una affermazione possa passare. L’ignoranza scientifica, quel 97% della popolazione che non conosce il metodo scientifico – è una falla spaventosa: è la porta di ingresso per ogni affermazione, non importa che sia falsa, fallace e completamente infondata. Come già affermato, l’importante è che sia contornata da un finto tecnicismo nei termini e una forte carica emotiva. Tutti gli studi sul marketing e sulla vendita evidenziano come il pubblico sia in grado di cambiare opinione solo se questa potrà risultare utile per se stessi nella soluzione di un problema. Certe forme di persuasione politica si fondano proprio sul problem solving fornendo informazioni per la soluzione dei problemi quotidiani, ma proprio come la pseudoscienza, elegante e emotivamente carica, non dà i risultati previsti. La politica, come la scienza, deve fornire soluzione, vince chi offre le soluzioni migliori e più economiche. Nella pseudopolitica, invece, vince chi comunica in modo più elegante le sue soluzioni, anche se non danno risultati.Talk-Show

Mastrolorenzi: Esiste una sorta di contraddizione emotiva e sociale insita nel rapporto tra gli italiani e i politici o la politica in generale: non poche persone sono fortemente scettiche nei confronti del mondo della politica e dei suoi attori, e questo (non sbagliato) scetticismo si è acuito sempre di più a partire dall’operazione mani pulite, quando cioè (ricordiamolo per i più giovani) una serie di inchieste giudiziarie fatte in Italia negli anni Novanta del ‘900, condotte a livello nazionale nei confronti di esponenti dell’economia, della politica e delle istituzioni, portarono in superficie un sistema di corruzione fatto di concussione, peculato e finanziamenti illeciti ai partiti. Nonostante però questa diffidenza del popolo italiano verso la politica, una parte del Paese ha visto, negli ultimi anni, soprattutto in alcune nuove formazioni, come il movimento a cinque stelle (ma non soltanto, si pensi alle interrogazioni parlamentari sulle scie chimiche), delle persone amiche, in grado di risolvere alcuni problemi della società e di arrivare al cuore della gente attraverso argomenti delicati e di estrema importanza, come la salute pubblica. Molte persone hanno trovato in questi gruppi dei paladini di giustizia, pronti a portare alla luce complotti e cospirazioni (inesistenti) contro la povera gente. E da qui risaliamo all’allarmismo contro la pericolosità o inutilità dei vaccini, alla inesistenza del virus dell’Aids, alle scie chimiche, alle campagne contro la vivisezione (termine errato, ricordiamolo), che hanno rischiato di bloccare la ricerca in Italia, al sostegno al metodo Stamina e potremmo continuare. Nei talk show, poi, pseudoscienziati e pseudopolitici acquistano una autorevolezza non indifferente data dallo schermo televisivo. Abbiamo  già citato il problema del potere mediatico dato dalla televisione e di come il messaggio incida diversamente da una tipologia comunicativa che avviene attraverso altri canali di trasmissione.

L'attore canadese Jim Carrey (che non è certo un virologo) che si è schierato contro le vaccinazioni.
L’attore canadese Jim Carrey (che non è certo un virologo) che si è schierato contro le vaccinazioni.

Un potere mediatico che arriva anche dal grande schermo del Cinema, basti pensare ad alcuni personaggi famosi, tra cui ricordiamo (uno su tutti) l’attore canadese Jim Carrey (che non è certo un virologo) che si è schierato contro le vaccinazioni riscuotendo ottimi proseliti e allontanando molte persone da una importantissima copertura sanitaria. Anche la pseudopolitica non si preoccupa di verificare la fonte che sta citando, per ignoranza o per malizia, ma cerca di fare breccia tra le persone (non preparate e non sufficientemente acculturate) usando l’arte della persuasione e trattando argomenti specifici che riguardano la salute e il benessere e che si mostrano come coloro che stanno dalla parte della gente. Così come la pseudoscienza non usa i canali ufficiali della scienza per comunicare i propri studi alla comunità, e si avvale di persuadere i destinatari del messaggio attraverso una semantica reboante ed elegante (ma sterile nel contenuto), allo stesso modo la pseudopolitica (quindi non tutta la politica) si avvale della semantica della persuasione per comunicare i propri messaggi a quel 97% di analfabeti scientifici di cui si è  detto sopra (e calcoliamo anche l’analfabetismo in generale di cui parlava Tullio De Mauro). Ed ecco che la linea vincente della risoluzione dei problemi passa attraverso una comunicazione falsata in partenza e l’anomalia sta proprio nel rapporto tra mittente e destinatario, il cui codice di comunicazione non può funzionare. Nella pseudopolitica vince, quindi, chi comunica nel modo più elegante le sue soluzioni, ma anche chi affronta certe tematiche fondamentali per la vita umana, come la salute pubblica e il benessere, anche senza basi scientifiche e senza riscontro alcuno. Tanto fa breccia.

 (*) Semiologo del testo e giornalista scientifico