Oggi la guerra psicologica online si combatte a colpi di troll, il mitico personaggio della mitologia scandinava che troviamo nelle opere letterarie di Tolkien. Nel linguaggio comune il troll indica un utente anonimo che influenza i forum con commenti aggressivi e provocatori, ma anche ci sa usare lo strumento della propaganda per influenzare dibattiti e opinioni su social network, nelle pagine dei commenti dei giornali on-line, nelle chat.

Proprio in questo ultimo mese si è parlato di credibilità del web e dei social media e i governi accusano gli oppositori di diffondere fake news per alterare la verità a vantaggio di chi detiene il potere, anche e soprattutto mediatico.

La nuova normalità: manipolare le menti

Lo studio Computational Propaganda Research Project dell’autorevole Internet Institute dell’università britannica di Oxford intitolato “Challenging Truth and Trust: A Global Inventory of Organized Social Media Manipulation” a cura di Samantha Bradshaw e Philip N. Howard, prende in esame ben 48 Paesi, fra i quali, oltre grandi potenze come Usa e Russia, anche l’Italia.

Dalla ricerca emerge come dal 2010 i governi e i partiti hanno speso oltre mezzo miliardo di dollari nella ricerca e sviluppo di operazioni psicologiche e manipolazioni della opinione pubblica attraverso i social media, in particolare in occasione di elezioni, crisi militari e crisi umanitarie complesse.

Si parla, in questo caso, delle cyber-troops, operatori addetti alle campagne di propaganda online attraverso il computer, la cosiddetta computational propaganda. Come spiegano gli autori dello studio, con questo termine si intende “l’uso di sistemi automatizzati, algoritmi e analisi dei big-data per influire sulla vita dei cittadini.”

Scopri il nuovo numero: “Social War”

Con le nuove tecnologie le guerre sono diventate globali, prima ancora che mondiali (e per fortuna!). Nella sfera informativa, iperconnessa e pervasiva, siamo tutti protagonisti. Siamo tutti chiamati in causa.

In questo contesto i social media “sono particolarmente efficaci nel raggiungere grandi masse di pubblico, e, al tempo stesso, di personalizzare i messaggi per colpire in modo mirato specifici gruppi di individui”. Gli effetti della social war sui sistemi democratici sono devastanti.

Sempre nello studio si afferma come “nelle democrazie emergenti come in quelle occidentali, sofisticate analisi e manipolazioni politiche di grandi masse di dati vengono utilizzate per intossicare il mondo dell’informazione, promuovere scetticismo e sfiducia, polarizzare l’elettorato e distorcere l’integrità dei processi democratici”.

La democrazia e la guerra dell’informazione

Lo studio analizza anche tecnologie e tecniche di manipolazione condotte per intossicare le menti, ad esempio con chat, account automatizzati, sistemi di commento automatizzati, inserimento di codice per simulare comportamenti umani. Per condurre queste operazioni i governi si affidano a uno staff di numerosi collaboratori e investono ingenti risorse economiche in quella che viene definitala “guerra dell’informazione” (information warfare). Un esempio?

Chi abbia ricordo della bodyguard of lies (una cortina di bugie) che Churchill si vantava di avere steso intorno alle operazioni alleate durante la seconda guerra mondiale ed alle correlate tecniche della deception che tanto hanno contribuito alla vittoria alleata nella seconda guerra mondiale e nella guerra fredda, troverà assai familiari le analisi di questo studio, oggi semplicemente aggiornate alla tecnologia di Internet che, non lo dimentichiamo, è anch’essa il frutto delle ricerche condotte da un’agenzia di ricerca militare Usa (Arpa) in piena guerra fredda.

Si tratta di un fenomeno che stiamo vivendo anche oggi e al quale è opportuno fare attenzione per non cadere nelle trappole mentali di chi conduce quella che abbiamo definito in questo numero di Smart Marketing, “Social War”.

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