Oltre la soglia del dolore. Allenamento, talento o motivazione?

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Armando De Vincentiis (20)

 

 

 

 

 

Cosa fa la differenza tra uno sportivo professionista ed un dilettante nel campo della resistenza fisica?

dolore-articoloUna soglia più alta del dolore? Un allenamento adeguato in grado di percepire questa soglia in modo differente o una capacità di resistenza superiore geneticamente determinata? E ancora; è la determinazione del professionista che gli consente di andare oltre i limiti della norma o è la sua professionalità che gli “stimola” la determinazione? E, indipendentemente dalle sue origini, questa determinazione può influire sulla percezione della fatica e del dolore? E, per farla breve, il tutto può essere ancora riassunto in un’unica domanda: nello sport si può percepire il dolore in modo differente? E se si, come?

È ampiamente accertato, ormai, che la percezione del dolore ha una fortissima componente cognitiva – tutti gli studi sul placebo ne sono un esempio significativo – ma per chi avesse ancora dubbi ricordiamo un esperimento a cui furono sottoposti alcuni soggetti con una interruzione del circuito neuronale che trasmette le informazione del dolore al cervello. A questi veniva evidenziato di aver subito una ferita in una zona del corpo, ed il solo pensiero di essersi feriti veniva percepito come dolore, pur non potendolo provare. dolori_muscolariQuesto dimostra, in modo inequivocabile, che esiste una rappresentazione del dolore che può essere indipendente dalla sua fisiologia. Una condizione che, pur senza cognizione di essa, uno sportivo impara ad utilizzare. Ma un’altra componente è di fondamentale importanza per influenzare il processo di percezione del dolore, o meglio, della riduzione della sua percezione: la pazienza! Esatto perché la pazienza fa si che, raggiunto un livello oltre il quale il corpo percepisce fatica e dolore, lo sportivo di talento decide di non smettere la sua performance ed apprende che, superata la soglia, essa si alza ulteriormente . Ecco che percepisce il suo corpo in una “modalità” differente che affina con esperienza ed allenamento. Egli percepisce il dolore come un ostacolo da superare. Il dilettante, invece, percepisce il dolore come un ostacolo (punto). Quest’ultimo teme eventuali 1346243537805conseguenze negative per il suo corpo e non ha quella pazienza necessaria che gli consentirà di apprendere che anche per lui quello è un ostacolo “virtuale”, ossia che viene elaborato come tale dal suo sistema di elaborazione delle informazioni. Il lettore, forse, starà pensando quando si possa essere sciocchi e che ci voglia davvero poco per diventare campioni, ma il lettore non deve dimenticare che esiste, oltre alla componente cognitiva, anche una componente sociale di percezione del dolore che, a sua volta, influenzerà la valutazione cognitiva. Ossia? La motivazione! Perché lo si dovrebbe fare? Perché sfidare la soglia del dolore? Gratificazione personale? Compenso? L’acquisizione di un titolo? Questi sono altri elementi che entrano nel sistema di elaborazione di percezione del dolore. Il livello di sopportabilità sarà, ovviamente, differente se stiamo disputando una gara tra amici, un campionato scolastico o un mondiale. Il lettore, pertanto, potrà evitare di sentirsi frustrato se durante l’ultima partita domenicale con i colleghi di ufficio ha abbandonato il campo per la fatica o il dolore alle gambe. Da qui si può comprendere come chi ha la fortuna (o sfortuna) di diventareparacetamolo-sport campione in una disciplina sa che come tale dovrà comportarsi poiché quella è anche l’aspettativa del mondo che lo circonda. Appare chiaro che anche l’aspettativa del contesto entrerà a far parte del proprio sistema di valutazione del dolore, ciò che manca a chi campione non lo è, e sa che nessuno si aspetta nulla da lui. Ci siamo mai chiesti perché il favorito in una performance (di solito chi ha già vinto in precedenza) continua il più delle volte ad essere il migliore? E se oltre alle doti fisiche e tecniche – più o meno sovrapponibili a quelle dei suoi colleghi – fosse la componente motivazionale a sua volta influenzata dall’obbligo di fronteggiare le aspettative della società a fare la differenza? E se per qualche ragione si spostassero tutte le aspettative su di un altro? Questo non solo influenzerebbe la qualità del suo allenamento ma anche il livello di percezione sia della fatica che del dolore in una sua performance. Appare chiaro, quindi, che dolore, fatica e performance hanno una componente cognitiva e, soprattutto, sociale e che, come il lettore avrà compreso, chi scrive non crede affatto ai talenti naturali ma che tutto può essere socialmente costruito. Anche la resistenza al dolore di un campione!

 

Per approfondire si veda

K. J. Gergen, Psicologia sociale e benessere fisico, il Mulino.

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Laureato in Psicologia con indirizzo clinico presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi sulla psicopatologia nel misticismo cristiano, si occupa di fenomenologia dei comportamenti religiosi, esperto di stati di coscienza e paranormale religioso. Si specializza in psicoterapia sistemico relazionale e famigliare. Ha insegnato come docente a contratto presso l’Isituto Universitario “Progetto Uomo” sponsorizzato dalla Università Pontificia Salesiana di Roma. E’ consulente scientifico del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze). In qualità di esperto sul paranormale religioso ha partecipato a numerosi programmi e talk show televisivi. Nel 2010 gli viene riconosciuto il premio Gran Galà della Cultura Città di Taranto per aver contribuito alla promozione culturale e conoscenza del territorio. Dal novembre del 2015 è Direttore della collana di divulgazione scientifica Scientia et Causa per la C1V edizioni di Roma.

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