“Sveglia e caffè,
Barba e bidet.
Presto che perdo il tram…”

Avrete sicuramente riconosciuti questi versi e magari anche canticchiati: è senz’altro uno dei pezzi più riconoscibili de “La ballata di Fantozzi”, che faceva da sfondo ai primi due film di Fantozzi (1975). Un motivetto simpatico, ma al contempo amaro.

Dal 1975 ad oggi, più o meno le cose sono andate allo stesso modo: milioni di persone si svegliano al mattino cercando di rubare quanti più minuti possibili alla sveglia, si preparano in tutta fretta e corrono a prendere il tram, la metro o, forse peggio, si infilano in autostrade e superstrade ricolme di auto per recarsi in tempo sul posto di lavoro.

I lavoratori, visti dall’alto, appaiono come tante formiche in coda. Messi uno di seguito all’altro o ammassati se si trova un ostacolo (cfr. le porte delle metro o dei tram), portano sulle loro spalle uno zainetto (che da tempo ha preso il posto della classica valigetta) che per le formiche altro non è che la mollica di pane. A fine giornata, poi, la storia si ripete ma in senso contrario. Insomma quotidianamente i lavoratori vanno e vengono dal proprio formicaio…òps, ufficio.

E in mezzo? In mezzo il lavoro.

Già perché quanto appena descritto, e che conosciamo tutti sin troppo bene, è la cornice di qualcosa, non il qualcosa.

Da qualche tempo i lavoratori (certo questo non vale per tutti i lavori) hanno la possibilità di poter produrre anche non recandosi in ufficio. Hanno la possibilità seguire progetti anche dalla scrivania di casa. Hanno la possibilità di partecipare a riunioni anche dal proprio divano. Insomma hanno la possibilità di poter svolgere le loro mansioni lavorative in un luogo diverso da quello consueto di lavoro. E questa possibilità è stata data dalla tecnologia.

Eureka! Poter lavorare dove si vuole, eliminare i tempi degli spostamenti, ridurre lo stress e mantenere la stessa efficienza…facciamolo tutti e subito, no?! Ehm…no. A fine 2019 lo smart working in Italia era adottato solo dal 58% delle grandi aziende, e le PMI e la Pubblica Amministrazione erano molto più indietro.

Poi il Covid 19. Purtroppo per tutto quello che abbiamo e stiamo vivendo, ma per fortuna per quello che stiamo imparando.

Durante i mesi di lockdown abbiamo avuto molto tempo per pensare, per riflettere e per riprendere contatto con noi stessi. Abbiamo aperto gli occhi e capito che per lavorare non era necessario essere in un determinato luogo. Abbiamo visto che le email arrivavano comunque, anche se non eravamo in ufficio, e che – udite udite – potevamo anche rispondere. Abbiamo chiuso e avviato progetti, iniziato collaborazioni e mantenuto elevati livelli di produttività; il tutto online.

La riscoperta del tempo e dello spazio.

Abbiamo imparato che correre su e giù da una metro non ci faceva sentire più giovani, ma solo più stressati (e sudati). Abbiamo imparato che mangiare in un baretto angusto e spendere 10-15 euro per un panino e un’acqua non era figo, anche se era “all’ombra della Madonnina” (anche perché la Madonnina neanche la vedevamo). Abbiamo imparato che il nostro tempo ha un valore e che il nostro valore di professionisti non cambia se siamo fisicamente in un luogo piuttosto che in un altro. Abbiamo riscoperto i nostri territori d’origine (in quanti negli anni si sono trasferiti per lavoro?!). Così, giorno dopo giorno, abbiamo iniziato a pensare che quei 40-50 metri quadrati pagati a peso d’oro per stare in una grande città non erano poi così giustificabili e che fare tutti i giorni i pendolari non era indispensabile.

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La pandemia è stato un fortissimo shock che ha interessato tutti gli aspetti della nostra vita e il mondo del lavoro è certamente tra questi. Dal telelavoro allo smart working, passando per il south working, vedremo come sta velocemente cambiando il concetto di lavoro.

Le grandi città dovrebbero rivedere un po’ la loro value proposition, ossia i vantaggi per cui qualcuno dovrebbe scegliere di viverci, al netto del lavoro. Ad esempio, personalmente, di Milano mi piace tantissimo la spinta che ti dà. Ti porta sempre a dare il meglio di te stesso, a fare sempre qualcosa in più ed è proiettata verso il futuro. Però è evidente che qualcosa si è incrinato. Le persone stanno prendendo consapevolezza. E le cose stanno cambiando velocemente, per almeno due motivi:

  • Il primo, se si può lavorare ovunque perché scegliere proprio Milano (o un’altra grande città) e non uno dei tanti borghi d’Italia o una città sul mare?
  • Il secondo, per avere stimoli o essere connesso ad altre persone interessanti c’è il digitale. Poi certo l’interazione umana è insostituibile, ma puoi sempre scegliere tu dove, come e quando incontrarti. Non si tratta di certo di rimanere in casa per la vita.

E non sono certo un pazzo, un genio o un visionario, a seconda dei punti di vista. Non sono l’unico ad essersi accorto di questo cambio radicale. Le due cartine di torna sole sono da un lato le dichiarazioni infelici, opportunistiche e forse anche un po’ miopi del sindaco Sala (Milano probabilmente è la città più colpita da questa nuova situazione), evidentemente figlie del timore di non riuscire più a rimettere insieme i pezzi; e dall’altro (o come conseguenza) la recente produzione di un video (anche ben fatto) di pura brand awareness da parte di YesMilano (cfr. Comune di Milano e Camera di Commercio di Milano, Monza, Brianza e Lodi), segno evidente che Milano ha bisogno di riguadagnare posizioni. Nota a margine: mi dispiace per Ghali, ma sapere che a Milano c’è anche la “mitologica” Baggio non è sufficiente per venire a viverci.

Come in tutte le rivoluzioni, soprattutto di matrice digitale, bisognerà ripensare all’intero modello, all’intero sistema. Al centro c’è e ci deve essere la vita delle persone. E, oggi, le stesse persone ne hanno percezione. D’altronde l’abbiamo visto in questi anni, i cambiamenti non si possono fermare.

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