Il tema dell’immigrazione è uno dei temi più dibattuti degli ultimi anni; un tema spesso al centro di scontri politici e ideologici. Un tema che, ormai, complice la crisi economica, la sempre più diffusa paura del diverso e l’aggravarsi di molti conflitti alle porte del mediterraneo, sta monopolizzando l’agenda politica, il mondo dell’informazione e, di conseguenza, il sentire dell’opinione pubblica. Non deve quindi sorprendere se proprio in questi giorni, per la precisione il 24 ottobre a Gorino in provincia di Ferrara, è avvenuto un caso di discriminazione che ha raggiunto sin da subito visibilità nazionale: gli abitanti di questa piccola frazione di Goro hanno eretto delle vere e proprie barricate per respingere 12 profughe.

Barricata a Gorino. Fonte: L'Unità.tv
Barricata a Gorino. Fonte: L’Unità.tv

Non può e non deve sorprendere quindi se dopo tanti anni di parole spese contro il “nemico migrante”, la gente si senta attaccata. Molto spesso i nostri politici dimenticano (si fa per dire) l’importanza e la portata persuasoria che hanno le parole. Negli ultimi anni abbiamo assistito (e stiamo assistendo tutt’ora) alla costruzione di intere campagne elettorali, a suon di slogan, contro l’immigrazione, e leggiamo o ascoltiamo ricette, più o meno semplicistiche, per gestire i flussi migratori. Si fa infatti un gran uso della parola “gestire”; termine di per sé molto interessante. Treccani alla mano, gestire significa: “(econ.) [provvedere alla gestione di beni, affari, servizi e sim.: g. un albergo, un ente] ≈ amministrare, condurre. ‖ dirigere. 2. (estens.) [provvedere alla direzione logistica di qualcosa, anche fig.: g. un’organizzazione, una situazione] ≈ condurre, controllare, dirigere, governare, guidare, pilotare, sovrintendere (a). 3. (fig.) [servirsi con equilibrio di ciò di cui si dispone: non saper g. le proprie forze] ≈ amministrare, distribuire, dosare, ripartire]. Quindi, molto spesso (e irresponsabilmente), si tratta questo argomento come un comune bene/servizio, dimenticando che dietro ci sono delle persone, come noi.

Per questo motivo, proprio perché sentivamo la necessità di parlare di immigrazione in altri termini, abbiamo contattato “Medici Senza Frontiere” (MSF), l’organizzazione umanitaria che da oltre 40 anni opera in campo medico-sanitario. E Francois Dumont, direttore della comunicazione di MSF, è stato lieto di rispondere alle nostre domande.

Negli ultimi tempi, soprattutto in Italia ed in Europa, si fa un gran parlare di flussi migratori e, forse anche per questo motivo, si ha la percezione che il fenomeno dell’immigrazione abbia assunto una portata più considerevole rispetto al passato. Data la vostra esperienza, quali sono le vostre considerazioni a riguardo? 

Oggettivamente, il numero di persone in fuga non è mai stato così alto dalla seconda guerra mondiale a oggi. Sempre più spesso sono le persone che non indossano una divisa o non fanno parte di un esercito a pagare il prezzo più alto di guerre che non combattono, ma da cui sono costrette a fuggire.

La ragione principale, però, è la concomitanza unica di crisi umanitarie di gravità e durata straordinarie: dai conflitti in Siria, Iraq e Libia alle violenze endemiche in Repubblica Centroafricana, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo; dalle controverse vicende di Somalia, Eritrea, Nigeria e Ucraina, alle nuove dinamiche d’instabilità in Afghanistan e Pakistan.

Sala di emergenza nell'ospedale di Aden. Fonte: MSF
Sala di emergenza nell’ospedale di Aden. Fonte: MSF

Riguardo i flussi verso l’Europa, bisogna sfatare il fatto che il fenomeno abbia oggi assunto una portata allarmante: le statistiche ufficiali dicono che la maggior parte delle persone in fuga si sposta verso i Paesi limitrofi al proprio, non si “imbarca” per l’Europa. Degli oltre 65 milioni di persone nel mondo costrette alla fuga nel 2015, ben l’86% resta nelle regioni più povere del pianeta. Il 39% si trova in Medio Oriente e Nord Africa, il 29% in Africa, il 14% in Asia e Pacifico, il 12% nelle Americhe, solo il 6% in Europa.

Paradossalmente, sono le stesse politiche di respingimento e riduzione dei flussi adottate dall’Europa, i muri e le barriere costruiti, i sistemi di protezione e accoglienza indeboliti ad aver provocato questa crisi globale e a condannare oggi milioni di rifugiati e migranti a una sofferenza ingiusta e inaccettabile.

I paesi europei continuano a negare canali legali e sicuri per ricercare protezione, lasciando chi fugge senza altra scelta se non imbarcarsi su barche di fortuna sovraffollate e male equipaggiate. 3.501 persone sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo dall’inizio del 2016. L’Unione Europea dovrebbe invece adottare misure concrete e visionarie, impegni audaci e forse impopolari, che dimostrino la reale volontà di cambiamento fornendo ai rifugiati e ai migranti delle vie legali e sicure per cercare assistenza e protezione.

MSF è impegnata a portare soccorso alle popolazioni in pericolo, sia che si tratti di zone di guerra che di zone con elevato rischio sanitario. Ma, oltre a questo, MSF agisce anche da “Testimone” per diffondere notizie riguardanti lo stato in cui versano le popolazioni che aiutate e per sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi. Quali azioni mettete in campo e qual è il vostro grado di interazione con gli Stati e le altre Organizzazioni non governative?

Per molti, MSF è sinonimo di équipe mediche d’emergenza che affrontano catastrofi, guerre ed epidemie in tutto il mondo. Non molti sanno che esiste qualcos’altro che facciamo: testimoniare quello che vediamo, raccontare quello che ci viene detto, accendere i riflettori su crisi che continuano nell’ombra e nel silenzio. La testimonianza pubblica fa parte della nostra identità e la consideriamo come una delle nostre responsabilità. Siamo convinti che, così come il soccorso medico, possa contribuire a salvare vite umane e alleviare le sofferenze delle popolazioni che aiutiamo.

Per fare alcuni esempi, nel 1985 abbiamo denunciato pubblicamente lo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di persone da parte del governo etiope; nel 1994 abbiamo compiuto un passo senza precedenti: abbiamo chiesto un intervento armato internazionale, dichiarando: ‘Non potete fermare un genocidio con i dottori’; nel 2004 abbiamo richiamato l’attenzione del mondo sulla crisi del Darfur e nel 2005 presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dopo il bombardamento dell’ospedale di Kunduz ion Afghanistan, e la vera epidemia di attacchi sulle strutture sanitarie dalla Siria allo Yemen, abbiamo denunciato il fatto che gli ospedali, i medici e i civili siano diventati dei bersagli e richiesto alla comunità internazionale di rispettare il diritto internazionale umanitario.

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Vaccinazione nel villaggio di Pougol. Fonte: MSF

Tante anche le campagne di sensibilizzazione portate avanti negli anni. Nel novembre del 1999 abbiamo avviato la nostra principale campagna di sensibilizzazione degli ultimi anni: la Campagna per l’Accesso ai Farmaci Essenziali. L’obiettivo è consentire alle popolazioni povere l’accesso ai Farmaci Essenziali, garantire cioè le cure anche a chi non può permettersi di pagare le medicine. L’accesso ai farmaci essenziali deve essere considerato un problema umanitario e la legge del profitto deve tenerne conto.

Il lavoro fatto con la Campagna per l’Accesso ai Farmaci Essenziali e, negli ultimi anni, la collaborazione con la Drugs for Neglected Diseases initiative (DNDi) hanno contribuito ad abbassare il prezzo delle cure per l’HIV/AIDS e stimolato la ricerca e lo sviluppo di farmaci per la cura della malaria e di malattie dimenticate quali la malattia del sonno e il kala azar.

Infine, in ordine cronologico, la campagna #Milionidipassi, lanciata in Italia nel 2015: mai come oggi la nostra azione medico umanitaria ci ha messo di fronte alla sofferenza e vulnerabilità di persone che abbandonano tutto ciò che hanno per salvarsi da conflitti, violenza e persecuzioni. Il fatto che oltre 65 milioni di persone al mondo  siano costrette alla fuga non ci ha lasciato altra scelta, se non essere in movimento anche noi. La nostra campagna vuole essere uno strumento utile per accendere riflettori sulla sofferenza e i bisogni di queste persone; sul coraggio e la determinazione di chi porta loro il soccorso e le cure mediche di cui hanno bisogno; sulle responsabilità e i doveri di governi e attori non statali che dovrebbero garantire loro l’assistenza e la protezione cui hanno diritto.

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