L’odio seminato nella rete: l’antisemitismo digitale

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Jessica Palese (23)

 

 

 

Shoah (2)Pensare che l’antisemitismo sia un fenomeno del passato da affidare alla memoria dei libri, vale a dire sottovalutare la viralità delle idee e la potenza degli attuali media digitali.

L’idea, persistente e contagiosa, conosce oggi nuove forme di diffusione immediata e, con la globalizzazione, il principale pregiudizio etnico di tutti i tempi è infatti tornato a diffondersi a macchia d’olio in tutto il mondo.

Secondo un rapporto dell’Agenzia dell’UE per i Diritti Fondamentali, l’Italia detiene il primato delle ingiurie, insulti e messaggi d’intolleranza antisemiti su Internet. La Polizia Postale ha infatti reso noto che sono circa una settantina i siti interamente dedicati alla diffusione dell’odio antiebraico: pur essendo stati oscurati in passato, sono riusciti a eludere la legge italiana spostando i domini di registrazione all’estero.

I gruppi neonazisti condividono i loro materiali antisemiti protetti dall’anonimato della Rete, grazie all’utilizzo di proxy e anonimizzatori. Seminano odio e trasmettono agli internauti messaggi razzisti “subliminali” nascondendosi dietro a nickname che, spesso, sono evocativi della loro missione: insultare e minacciare la comunità ebraica. Le armi degli antisemiti virtuali sono le black-list, le vignette, le video-offese, le manipolazioni della Storia.

E’ il caso di Holywar, sito antiebraico finito dopo 10 anni di attività nel mirino delle procure. Le indagini si sono concluse nell’aprile 2014 e sette persone sono attualmente in attesa di giudizio, accusate di aver promosso un gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione del popolo ebraico. La mente del movimento era il norvegese Alfred Olsen, che in Italia ha creato una rete il cui elemento fondante era la diffusione delle idee collegate anche al negazionismo della Shoah .

Solo un esempio, di come i siti in questione non mirino tanto alla conversione all’antisemitismo, quanto a renderlo socialmente accettabile nella web community, discostandolo dal razzismo.Shoah (3)

A spaventare, non sono soltanto i siti web dichiaratamente antiebraici, ma naturalmente anche i social media. Seppur non condivise, le forme di odio che corrono su Facebook e Twitter rischiano di diventare accettabili a livello sociale, rendendo più probabile che gli stimoli della comunità online incidano su comportamenti reali.

Gruppi estremisti, da nord a sud della penisola, pubblicano sui loro profili sociali messaggi d’odio più o meno velati, meme e parodie che hanno per protagonista Hitler e l’Olocausto, nonché riferimenti a ciò che sono comunemente definite “teorie del complotto”. E’ il più preoccupante, forse, tra le altre forme sopra citate, poiché non fa riferimento a pregiudizi sociali del passato, ma accende i riflettori sul presente, attribuendo la causa di eventi politici e sociali ad una cospirazione.

E’ il caso delle teorie riguardanti i Rothschild, una famiglia europea di origine tedesco-giudaiche, che istituì il sistema bancario e finanziario europeo nel tardo XVIII secolo. Alcuni profili social, pubblicano quotidianamente post, link e commenti riguardanti sedicenti attività di stampo massonico della nota famiglia di banchieri e di tutta la comunità ebraica. Accusati di agire occultamente per “dominare il mondo” attraverso la gestione di importanti società mondiali, sono dunque presi di mira da gruppi estremisti che incitano ad “abbattere la bestia Rotschild” e il popolo semita.

Shoah (4)Per denunciare antisemitismo e razzismo su Facebook, è stata creata una breve guida redatta dal centro studi australiano Online Hate Prevention Institute (OHPI). La “Facebook Reporting Guide” è stata realizzata per permettere agli utenti della nota piattaforma sociale di segnalare ai gestori i contenuti antisemiti, razzisti ed offensivi che vengono pubblicati.

Internet ha solo trasferito ed amplificato idee che in passato si diffondevano attraverso pubblicazioni destinate ad un pubblico di “nicchia”. Il rischio attuale risiede nel passivismo che potrebbe far ritenere l’odio un fenomeno normale, quotidiano e legittimo, che sia antiebraico o rivolto ad altre etnie. Potrebbe generare una cultura profusa d’ostilità, xenofobia e comportamenti antisociali, con grossi rischi anche per l’ordine pubblico e la sicurezza.

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