Nel precedente appuntamento con lo Specchietto Retrovisore ci eravamo soffermati sul panorama di incertezze internazionali e le sanzioni comminate dal governo americano agli oligarchi russi, rappresentavano una storia ben diversa dall’escalation dei dazi commerciali.

Di principio, l’atto in sé colpisce direttamente il patrimonio di chi è vicino a Putin, aggredisce le loro ricchezze, penalizzando le proprie aziende e nei fatti estendendo l’esternalità negativa nei confronti di tutti gli investitori privati delle loro società. Guardando bene la motivazione del dipartimento del Commercio Usa alla base di questa nuova ondata di sanzioni contro la Russia – “Il governo russo è coinvolto in una serie di attività maligne nel mondo, compresa l’occupazione della Crimea e l’istigazione alla violenza nell’Ucraina orientale, la fornitura di armamenti al regime di Assad mentre bombarda i suoi civili, i tentativi di sovvertire le democrazie occidentali e attività cibernetiche maligne” – si evince chiaramente che diverse sono le questioni in sospeso tra le due superpotenze. Per andare a colpire 24 russi, tra cui 7 oligarchi e 17 dirigenti di governo, si parte dalla situazione in Crimea per giungere alla più attuale crisi in medio oriente, che vede la Siria protagonista, passando per presunte attività illecite cibernetiche atte a influenzare il voto in diversi Paesi occidentali.

Cerchiamo di proteggere anche questa volta l’obiettivo ultimo di questa rubrica.
Nel tentativo di evitare la teoria dei complotti, guardiamo i fatti, almeno gli ultimi accaduti. Quelli che per lo meno riteniamo più determinanti al fine di cogliere eventuali movimenti dei mercati per il prossimo futuro. E allora analizzando l’intervento da parte delle forze alleate (USA, UK e Francia) in Siria, lo si può tranquillamente definire mirato e di scopo. L’obiettivo era colpire le riserve ancora detenute di armi chimiche, appunto un intervento mirato, con lo scopo di togliere al regime di Assad la possibilità di avanzare con armi non convenzionali sui ribelli. Non si è destabilizzato il potere vigente, da sempre supportato dalla Russia, né tanto meno si è strutturata (benché non esclusa) l’idea di un intervento più duraturo.
Qualora non dovessimo assistere ad un’escalation con un supporto militare di Russia (sino ad ora evitato con minuzia chirurgica da entrambe le parti) la situazione potrebbe rientrare. Il che significa, tristemente tradotto in vite umane, ad una ripresa degli attacchi di Assad, contro la popolazione militare e civile, per conquistare territori e per riaffermare il suo potere su una popolazione evidentemente divisa negli anni. Probabilmente il fatto che il regime di Assad abbia deciso di alzare l’asticella della crudeltà decidendo di utilizzare armi chimiche risiede nel fatto che la sua battaglia sta togliendo forze anche al suo esercito, che appare sempre più stremato e a corto di risorse (la prassi è quella di evitare l’arruolamento).come andranno i mercati nel 2018

Ma torniamo agli effetti sui mercati finanziari. In un equilibrio già precario a livello internazionale, con le decisioni sulle tariffe che portano verso un’economia sempre più chiusa, è evidente che un evento bellico di portata più grande, destabilizzerebbe l’attuale contesto. In realtà, l’azionario ha visto la sua volatilità rientrare, trasferendo invece eventuali tensioni sul petrolio (il primo diretto interessato da tensioni in Medio Oriente, con le quotazioni che hanno iniziato a scontarne un’offerta ridotta) e sulle valute.

Proprio le valute potrebbero tornare ad essere cartina tornasole delle tensioni internazionali, oltreché strumento potenziale per ridurre l’effetto della guerra tariffaria. Si potrebbe giungere pertanto ad un livello superiore, una guerra valutaria. La Cina potrebbe svalutare il proprio cambio che si è rafforzato negli ultimi 18 mesi di circa il 10% e contraccambiare cosi gli effetti dei nuovi dazi. Potrebbe rendere la propria valuta nuovamente più competitiva agli occhi dei partners internazionali, ma ben ricordiamo gli effetti globali di una tale decisione.

Allora probabilmente il riverbero della volatilità dal mondo valutario, potrebbe riversarsi dapprima sugli assets degli altri Paesi Emergenti e infine colpire per contagio assets rischiosi come high yield ed equity. Per questo motivo, occhi ben puntati sull’evoluzione politico internazionale, sugli sviluppi che possono ripercuotersi sulle valute. L’equilibrio finale, molto delicato, passa proprio dalla competitività di alcuni Paesi e dalla volontà di mantenere vivo il tema che ha fino ad ora fornito il reale supporto. Una crescita globale generalizzata. Ed ora che le banche centrali si apprestano comunque ad avviarsi verso una fase non più espansiva, il test della crescita globale assume un’importanza fondamentale, forse molto più dei singoli risultati aziendali. E’ come se l’ottica prospettica stia assumendo molta più importanza relativa rispetto ai risultati dei trimestri precedenti.

 Christian Zorico: LinkedIn Profile

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Ha conseguito il Master of Quantitative Finance and Risk Management (MAFINRISK) presso l’Università Bocconi nel 2005 dopo essersi laureato in Economia degli Intermediari Finanziari presso la stessa Università. Inizialmente ha svolto attività di ricerca e tutoring per i corsi di Portfolio management e Applied Econometrics presso l’Università Bocconi tenuti dal Professor Andrea Beltratti. In seguito ha avuto modo di consolidare le nozioni tecniche ed applicarle sul campo durante l’esperienza come quantitative analyst e risk manager in un Hedge Fund con strategia macro e successivamente ricoprendo la posizione di gestore di portafoglio e fund manager con mandato flessibile per una banca privata svizzera e un gestore di fondi. L’area di interesse è da sempre il mondo fixed-income e azionario, inseriti nel più ampio approccio di analisi top-down.

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