Tra un’indiscrezione e l’altra, da parte di Reuters e di Bloomberg, si entra nel vivo del mese di ottobre; aspettiamo con ansia il meeting della Banca Centrale Europea del 28 ottobre durante il quale il governatore Mario Draghi svelerà quanto deciso a Francoforte.

Guardiamo per un attimo i fatti: dal punto di vista della crescita in Europa, gli ultimi dati a disposizione ci segnalano ancora una situazione economica ben sostenuta sia dai consumi interni che da un’attività verso l’estero che non risente affatto, fino ad ora, dell’apprezzamento dell’Euro nei confronti delle altre valute.

Secondo le ultime stime rilasciate dall’IMF, la crescita economica in Europa è stata rivista al rialzo rispetto alle previsioni di luglio: ben 0.20% in più sia per l’anno 2017 che per il 2018 che porterebbero il dato finale rispettivamente al 2.1% e al 1.9%. L’IMF cita tra le condizioni favorevoli oltre alle esportazioni e alla domanda domestica, anche l’attuale politica economica accomodante e l’alleggerimento delle tensioni di politica interna. Forse all’IMF non sono preoccupati del progresso e delle istanze dei movimenti indipendentisti ed euro-contrari, come in Spagna, in Austria, Italia per citare solo alcuni esempi che si stanno materializzando proprio mentre ci occupiamo di altro. O forse, i timori di una bassa produttività insieme all’invecchiamento della popolazione e all’alto debito di alcuni Paesi, preoccupano il Fondo Monetario Internazionale, ma lasciano comunque spazio per una revisione verso l’alto delle stime.

Il Presidente della BCE - Banca Centrale Europea -, Mario Draghi.
Il Presidente della BCE – Banca Centrale Europea – Mario Draghi.

Certamente la Banca Centrale Europea dovrà tenere in considerazione sia il lato della crescita che il processo di formazione dei prezzi. Con un’inflazione all’1.5% ancora sotto il target del 2%, Draghi dovrà inevitabilmente offrire ancora supporto all’economia. Dalle informazioni circolate nei giorni scorsi, probabilmente ci sarà un taglio dell’attuale piano di acquisti intorno al 50%, ma verrà prorogato fino a data da destinarsi oppure verrà stabilito un ulteriore arco temporale di nove mesi. Molto chiaramente l’esperienza pregressa ci dimostra che anche stabilire una data di scadenza, non cambi molto la dinamica successiva. La BCE sarà sempre comunque sensibile ai dati e, avendo un mandato basato sull’inflazione, verrà considerato molto attentamente il mondo del lavoro. Molto più vischioso e meno reattivo di un sistema anglosassone, il mondo del lavoro europeo sembra pagare il prezzo di eventi più internazionali come la globalizzazione e il progresso tecnologico insieme a fattori più autoctoni. Infatti a livello europeo, le forze a tutela del lavoro sembrano stiano spingendo molto più su un incremento della sicurezza del lavoro che sull’aumento delle paghe. Il fenomeno in sé, rallenta la spinta inflazionistica tanto desiderata e ricercata dall’autorità monetaria.

Fed
Fed

Pazienza, una parola che forse sentiremo proferire da Draghi o che comunque riecheggerà dopo la prossima riunione della BCE. Nel frattempo la price-action degli ultimi giorni dei bond governativi sembra aver sposato senza distinguo alcuno la parola pazienza. Solo l’euro in qualche modo si difende da un possibile affondo provando a mostrare ancora forza relativa soprattutto nei confronti del biglietto verde. È bene ricordarsi che il movimento tra due valute è spiegato non solo dal differenziale tra i tassi dei due Paesi (e forse in US, come abbiamo più volte ribadito, molto delle prossime azioni della FED sembrano essere già scontate) ma anche dalle prospettive di crescita future e soprattutto dalla domanda aggregata di valuta. L’euro potrebbe essere sostenuto proprio da quest’ultimo elemento. Globalmente parlando, il sotto peso della moneta unica potrebbe giocare un ruolo rilevante per il suo futuro andamento.

Christian Zorico: LinkedIn Profile

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