Poco più di 25 punti base separano il rendimento del decennale americano da quello offerto dalla carta che scade tra due anni. Un appiattimento che lancia segnali di allarme perché in passato un comportamento tale, sfociato poi in un’inversione dei rendimenti della curva, per quanto temporanea, ha nei fatti preannunciato un rallentamento economico. Nulla da temere per molti operatori che invece adducono fattori tecnici; guardando con una motivata razionalità l’attuale contesto riscontrano come l’intervento delle banche centrali abbia in linea di principio portato gli investitori a spostarsi sulla parte a lunga della curva e quella americana è sempre stata oggetto di interesse. Inoltre, proprio l’intenzione della FED di ridurre i propri attivi a partire dallo scorso ottobre, ha inevitabilmente fatto rialzare i rendimenti sulla parte a breve perché gli investitori sono giustamente preoccupati dall’aumento di offerta di bond governativi, anche per far fronte all’impegno fiscale della riforma Trump.

Poco più di 25 punti base separano il rendimento del decennale americano: un appiattimento che lancia segnali di allarme

Queste le premesse, volutamente concise, ma che rendono l’idea di come dicotomico sia l’atteggiamento in questo particolare periodo storico caratterizzato comunque da dati che supportano la crescita in atto negli Stati Uniti, ma che pero’ raccontano solo una verità parziale. Si era sospinti da questo vento della crescita globale, un momento unico a favore dell’economia mondiale. Un meccanismo ben oleato che ha tenuto distanti shock politici anche importanti proprio sulla generale condizione di benessere.

L’intenzione della FED di ridurre i propri attivi a partire dallo scorso ottobre, ha inevitabilmente fatto rialzare i rendimenti sulla parte a breve.

Eppure, guardando bene il comportamento della curva dei rendimenti sulla parte a breve termine, già essa risulta essere piatta e addirittura invertita. I futures sull’Eurodollaro a 90 giorni mostrano un rendimento implicito del 2.97% per i contratti che scadono a dicembre del prossimo anno. Un rendimento praticamente identico rispetto ai contratti che scadono a marzo del 2020 ma già superiori rispetto alle scadenze di dicembre 2020 che offrono il 2.96%. Un rendimento comunque inferiore rispetto alla mediana dei policy makers della FED che prospettano rialzi fino al 3.375 per il 2020.

I dati che supportano la crescita in atto negli Stati Uniti raccontano solo una verità parziale.   

Chiaramente il mercato sta scommettendo o meglio ancora si sente più sicuro nell’immaginare rialzi meno aggressivi da parte della Federal Reserve e ne da una chiara chiave di lettura. Al di là delle pressioni inflazionistiche provenienti sia dal lato salariale che dei prezzi dei beni (anche in virtù di una guerra dei dazi che è in corso) gli operatori di mercato scontano un rischio di recessione alla fine del 2019.

Forse troppo lontana per preoccuparci seriamente anche perché, come abbiamo più volte evidenziato, i dati macro e i risultati aziendali sono ancora confortanti. Tuttavia, poter guardare oltre la barricata ci permette sin da ora di muoverci con razionalità. La parte a breve dei titoli di stato americani, cosi come un buon livello di liquidità potrebbero rivelarsi un ottimo salvagente a cui aggrapparsi.

Salvagente sui mercati

Ed è bene portarlo con noi il salvagente, altrimenti nel momento del bisogno potremmo trovarci sprovvisti proprio dell’unico appiglio che avremmo desiderato avere.

 Christian Zorico: LinkedIn Profile

image_pdfimage_print

LEAVE A REPLY

Login with:
Powered by Sociable!